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STORIA: Fine del potere di Berengario e Berta (12)

23 Giugno 2010

Morte di Berengario
Lotte per la successione
Morte di Berta

DISTRUZIONE DI PAVIA DA PARTE DEGLI UNGARI

2 marzo 924

Secondo gli accordi presi con il re Berengario I, gli Ungari, a cui si era alleato per combattere e sconfiggere Ugo di Provenza, sarebbero dovuti tornare in Pannonia; ma   ormai padroni del campo, non tutti erano disposti ad andarsene.

 Una forte banda, guidata dal voivòda[1] Salardo, si presentò davanti a Pavia, chiedendo una grossa somma. Sicuri dentro le possenti e imprendibili mura che serravano la città, i pavesi rifiutarono.

Gli Ungari non tentarono l’assalto, che avrebbe avuto poche possibilità di successo, ma cominciarono   un rovinoso lancio di anfore incendiarie.

La città di Pavia, nella quale si era rifugiata una moltitudine di profughi, bruciò. La strage fu spaventosa. La città fu saccheggiata e distrutta, furono annientate innumerevoli ricchezze, bruciate quarantaquattro chiese; nel fumo e nel fuoco morì il vescovo della città con il vescovo di Vercelli[2].

 â€¦Qui si distruggono ricchezze innumerevoli, quarantaquattro chiese sono bruciate, muore il vescovo della città e il vescovo di Vercelli, nel fumo e nel fuoco, e da quella quasi innumerevole moltitudine, si dice che sopravvissero solo duecento persone, che tra le rovine e le ceneri della città arsa, raccolsero otto moggie d’argento e le diedero agli Ungari, redimendo la loro vita e i muri della città ormai vuota”
 Flodoardo

…il furore degli Ungari, condotti da Salardo, dilagò per l’intera Italia, al punto che venne a circondar Pavia, le cui mura furono cinte da un trincea che impedisse ai cittadini di uscire.

Gli Ungari sistemarono tutto attorno le loro tende. Con le forze che avevano, i Pavesi (che scontavano i loro peccati) non potevano resistere; né potevano indurre i nemici a miglior consiglio, offrendo loro dei doni. Febo risplendente cominciava a salire la costellazione dello Zodiaco e a sciogliere le gelide brine sulle colline; Eolo aveva due volte lanciato quattro suoi sospiri, quando la terribile schiera degli Ungari si diede con gioia a spargere fiamme nella città, aiutata dai venti.

Le forti raffiche accrescono il piccolo fuoco, e non si accontentano gli Ungari di bruciare i cittadini con le fiamme: corrono da ogni lato, a trafiggere con le frecce coloro che l’ardore del fuoco ha atterrito. Arde la sventurata Pavia, un giorno così bella! Vulcano solleva le proprie membra con il vento, e sale insieme sulle chiese e sulle case. Muoiono le madri, i fanciulli, le vergini; muore il vescovo, un santo prete che meritò il nome di buono, e che si chiamava Giovanni.

L’oro, nascosto perché nessuno lo toccasse, viene gettato via, e il fuoco lo consuma e lo fonde nelle grandi cloache.

Arde la sventurata Pavia, un giorno così bella! Si potevano vedere ruscelli d’argento, e coppe scintillanti, e sparsi qua e là i corpi bruciati dei più importanti cittadini…Il Ticino lucente non giunge a salvare, con l’acqua, i grandi vascelli, che il fuoco distrugge. E’ arsa la sventurata Pavia, un giorno così bella, l’anno della divina incarnazione 924, IV   della Ida di marzo, alle XII indizione, alla VI feria, alla ora II[3]I.

Liutprando da Cremona

VERONA 7 APRILE 924[4]

Il re e imperatore Berengario ucciso a tradimento  

L’ODISSEA DI UN RE E IMPERATORE
FU RE   DALL’888 AL 900
DAL 902 AL 904
DAL 905 AL 924
FU IMPERATORE DAL 915 AL 924

Meno di un mese dopo la distruzione di Pavia, mentre gli Ungari si allontanavano carichi di bottino, Berengario venne trucidato a tradimento mentre, solo e senza scorta, si recava a pregare nel silenzio notturno d’una chiesa veronese[5].

Il suo destino si compì nei pressi della stessa chiesa di San Pietro dove nel luglio del 905 aveva fatto catturare e poi accecare uno dei suoi tanti rivali nella contesa per la corona d’Italia -Ludovico III di Provenza – e nella stessa città che era stata per lui sicuro rifugio dopo ogni sconfitta.

Questa fu la nemesi inesorabile ed il prezzo delle sue ambizioni più volte appagate e più volte deluse.

Gli autori materiali della sua uccisione furono impiccati dopo tre giorni dalla morte del re, insieme al loro capo Flamberto, sculdascio[6]del comitato veronese. Il tormentato periodo, legato a Berengario, con l’alternarsi delle sue vittorie e sconfitte era finito[7].

Per Rodolfo di Borgogna si aprì la strada per la conquista della corona d’Italia.

“Altra via non seppe trovare l’imperador Berengario per sostenersi in capo la crollante sua corona, che l’indegno ripiego di chiamar in Italia la spietata nazione degli Ungheri, co’ quali avea trattenuta finquì a forza di regali una buona amicizia. Calati costoro nel febbraio di questo anno, li spinse egli alla volta di Pavia. Ma ad alcuni dei suoi medesimi Veronesi stati in addietro sì fedeli ed attaccati a lui, dovette dispiacer non poco questa risoluzione barbarica, prevedendo ognuno, quanto sangue e danno cagionerebbe agli amici stessi la venuta di quella gente, nemica del nome cristiano e troppo avvezza alle crudeltà. E per questo motivo, oppure per altri a noi ignoti, cominciarono alquanti di quei cittadini ad ordire una congiura contro di Berengario. Ne ebbe sentore l’infelice   principe, e saputo che un certo Flamberto suo compare, perché gli avea tenuto un figliuolo al sacro fonte, ne era a capo fattoselo venir davanti gli ricordò i benefizi a lui compartiti, ne promise dei maggiori, purché egli fosse costante nella fedeltà verso del suo sovrano. E donatogli una   tazza di oro, lasciollo andare in pace. Altro non fece nella notte seguente,   dopo essersi veduto scoperto, lo sconoscente Flamberto, che istigare i suoi congiurati a fare il colpo divisato contro la vita dell’augusto Berengario. Che la malizia e l’accortezza non avessero gran luogo in cuore di questo principe, si può riconoscere dall’aver egli preso il riposo in quella notte, non già nel palazzo, che si potea difendere, ma in un picciolo gabinetto, contiguo ad una chiesa, per poter essere presto, secondo il suo costume, a levarsi di mezza notte ed assistere ai divini uffizi. Perché nulla sospettava di male, neppure si precauzionò colle guardie. Alzassi al suono della campana del mattutino notturno e andò alla chiesa. Ma vi comparve da lì a poco anche Flamberto con una mano di sgherri, e venutogli incontro Berengario per intendere il loro volere, trafitto da vari colpi delle loro spade, cadde morto ai lor piedi. [8]
L.A. Muratori

…Tutte le volte che il gallo canta per svegliare i mortali, canta la bronzea campana agitata in onore di Dio e invita, con savio consiglio, a disprezzare il pesante sonno e a rendere lodi a chi ci ha dato la vita e ci ha concesso di aspirare ad una santa patria nei cieli. A quell’ora il re si avvia alla chiesa a cantare le lodi del Signore e Flamberto si affretta, per quanto è in lui, e guida una numerosa masnada per uccidere il buon re.

                  Il sovrano non sospettava di nulla; ode il fracasso e senza timore si affretta per capire cosa succeda.Vede varie schiere armate di soldati e chiama da lontano Flamberto:

                  “Buon uomo – dice – che vuole questa folla? Che cosa mai pretende il popolo armato?” Risponde l’altro: “Non temere. Il popolo corre non per ucciderti, ma perché brama combattere col partito che vuol toglierti la vita”.

                  Ingannato da queste parole rassicuranti, il re si porta in mezzo a loro, ma viene catturato e trascinato via in malo modo.

                  Un empio lo ferisce alle spalle con una lancia, e quel pio cade e piamente affida lo spirito a Dio! Una pietra dinanzi alla porta delle chiesa mostra il suo sangue a tutti i passanti e ricorda a noi, caso mai lo dimenticassimo, quale innocente sangue abbiano sparso quei perversi e quanto abbiano perversamente agito, perché quella macchia non se ne va, per quanto bagnata e aspersa d’acqua sia[9]”

Liutprando da Cremona  

924 – Rodolfo II di Borgogna è re d’Italia

Dopo l’uccisione di Berengario Rodolfo II di Borgogna fu incoronato re d’Italia ( fu re dal 924 al 926).

Berta ed i figli, sempre attivi nella pretesa sulla corona d’Italia per Ugo di Provenza, erano naturalmente contrari a questa incoronazione.

Guido di Toscana, figlio di Berta, aveva nel frattempo sposato la patrizia romana Marozia, rimasta da poco vedova di Alberico, marchese di Spoleto.

Anche la fazione romana era quindi contraria a Rodolfo di Borgogna, unita alla corte del marchesato lucchese , non solo per l’acquisita e opportuna parentela, ma per gli stessi motivi di potere.

L’opposizione romana all’incoronazione di Rodolfo di Borgogna fu probabilmente causata dal fatto che al figlio di primo letto di Marozia e Alberico di Spoleto, Alberico II, non venne assegnato il marchesato di Spoleto, a cui aspirava, che fu invece affidato ad un cognato del Re Rodolfo di Borgogna: il borgognone Bonifazio. Nel corso del 925, nella Valle Padana, scoppiò la rivolta contro Rodolfo che fu battuto sotto Pavia e tornò in patria. Neppure un tentativo dell’anno successivo ebbe esito felice: suo suocero fu ucciso e molti uomini passati per le armi convincendolo a lasciare definitivamente l’Italia.

8 MARZO 925 – MUORE BERTA DI TOSCANA

“Il lasso di tempo che ci è dato di vivere non
 sempre è sufficiente a farci raggiungere gli
scopi che ci prefiggiamo”

Berta morì a Lucca, l’8 marzo 925[10],senza aver potuto vedere realizzato quello che era stato il suo sogno più grande, vedere il figlio Ugo incoronato Re d’Italia.

L’ennesima trama, questa volta contro il re Rodolfo di Borgogna, si andò tessendo alla corte di Lucca in favore di Ugo di Provenza.

La sua riuscita portò finalmente Ugo sul trono ambito, ma Berta, la donna che con astuzia, tenacia, ostinazione, aveva più di chiunque altro lavorato a quel progetto, non ne vedrà l’esito, poiché Ugo sarà incoronato nel 926, poco più di un anno dopo la morte della madre .

Berta fu senz’altro una donna singolarissima nella sua epoca, in cui le donne erano relegate lontano dagli affari e dalla politica.

Era anzitutto una donna libera e forte, padrona di sé e delle proprie azioni, e poté rapportarsi ai potenti della terra.

 Chi è l’uomo che avrebbe potuto esercitare il “mundio” [11]su di lei?

Trattò da pari a pari con il califfo di Baghdad e con l’imperatore.
Berta era una delle rarissime donne che sapeva   scrivere e volle farlo per ragioni politiche.
 La sua personalità balzò fuori potentissima come possiamo vedere in una delle lettere che scrisse:

 “Io, Berta, figlia di Lotario, Regina di tutti i franchi…”

Dignità e regalità si fondono in questa presentazione, senza perdersi per il fatto che ciò che essa dice non è del tutto vero.
Berta si comportò da regina, e infatti sangue imperiale scorreva nelle sue vene.
Ma essa era anche madre e la sua astuzia, la sua abilità, la sua regalità, la sua forza erano votate al conseguimento delle ambizioni che ella stessa aveva trasmesso ai figli occupando, quel ruolo che il costume ed i codici della società assegnano al padre, “detentore del potere sulla discendenza”, che cerca un’immortalità attraverso le capacità ed il successo dei figli.

Quello di Berta era un sogno ambizioso, un grande sogno, e si sa che a vedere realizzati i grandi sogni degli esseri umani quasi mai sono sufficienti le loro vite: il tempo, a volte medico pietoso, fu per Berta spietato tiranno.

Morì all’età di circa sessantatre anni, pochi mesi prima che scoppiasse la rivolta che lei aveva preparato e che portò Ugo alla corona d’Italia.
Fu sepolta nella cattedrale di Lucca, dove oggi è ricordata da una lapide proveniente dalla sua tomba.


[1] voivòda: titolo che si dava ai principi elettivi e ai capi e governatori di una provincia, negli antichi territori slavi, ungheresi e polacchi.

[2] M.Milani –Storia d’Italia a puntate – n. ° 5 – Feudalesimo l’età dell’anarchia, pag 83. Sta in STORIA Illustrata , A. Mondadori Editore, n. 246, maggio 1978.

[3] Sta in   Storia – A. MONDATORI Editore, N. 246, maggio 1978, pag.   86.

[4] P. Brezzi Storia d’Italia –Dalla civiltà latina alla nostra repubblica,   Vol. III, pag. 48–Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250), Istituto Geografico De Agostini,   Novara, 1980.

[5] “E questo miserabil fine ebbe l’imperador Berengario, principe, a cui nel valore pochi andarono innanzi, niuno nella pietà, nella clemenza, e nell’amore della giustizia. Vo io credendo che nel mese di marzo del presente anno egli fosse tolto dal mondo, perché ho avuto sotto gli occhi, e poi stampato uno strumento originale, esistente nell’archivio dell’arcivescovato di Lucca, con queste note:   Regnante domno nostro Berengario gratia Dei imperatore augusto, anno imperii ejus nono, duodecimo kalendas aprilis, Indictione duodecima. [Regnando il nostro signore Berengario per grazia di Dio augusto imperatore, nel nono anno del suo impero dodicesimo delle calende di aprile, dodicesima indizione.] Contiene una permuta fatta di alcuni beni tra Fliberto Scavino e Pietro Vescovo di Lucca, con avere Guido duca inviati i suoi messi per conoscere che non seguisse lesione della chiesa in quel contratto. Ora di qui apparisce che nel dì 21 di marzo non era per anche giunta a Lucca la nuova della morte dell’augusto Berengario. Quel che è più, un tal documento maggiormente ci assicura, che nel dì 24 di marzo, ossia nella Pasqua dell’anno 916, Berengario non fu promosso alla dignità imperiale, ma prima di quel giorno: altrimenti nel dì 21 di marzo del presente anno sarebbe corso l’anno ottavo e non già il nono del suo imperio. Ma se è così, veniamo ad intendere che la di lui incoronazione romana si ha da riferire al Santo Natale dell’anno 915, e che il panegirista di Berengario si dee differentemente spiegare, se è possibile; e se non si può, convien confessare ch’egli anche in questo fallò, né ci è permesso di crederlo autore contemporaneo di Berengario stesso. Fu compianta dai più la morte di così buon principe; e se si vuol prestar fede a Liutprando restava tuttavia a’ tempi suoi in Verona davanti ad un chiesa una pietra intrisa del sangue di esso Berengario, che per quanto fosse lavata con vari liquori, mai non perdé quel colore. Aveva allevato Berengario in sua corte un nobile e valoroso giovane appellato Milone, ai cui consigli se si fosse egli attenuto, non gli sarebbe avvenuta quella sciagura. La notte stessa che egli restò trucidato, aveva voluto Milone mettergli le guardie; ma a patto alcuno nol permise Berengario. Ora questo generoso giovane, giacché non poté difendere il suo sovrano vivente, non lasciò almeno di prontamente vendicarlo morto. Prese l’iniquo Flamberto con tutti i suoi complici, e nel terzo giorno dopo l’uccision di Berengario tutti li fece impiccar per la gola.”

    .- Muratori L.A, Annali d’Italia, anno CMXXIV STORIA D’ITALIA –VOLUME III

        Pag. 44 – Paolo Brezzi, Storia d’Italia, Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia (800/1250) ,   Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1980.  

–          

[6] sculdascio: capo di una circoscrizione territoriale, con autorità civile e militare.

[7] Antonio Erba nel suo romanzo storico lo definisce:“Re d’Italia senza regno e imperatore senza impero” ,Todariana Editrice,   Milano, 1994.

[8] P. Brezzi. Storia d’Italia –Dalla civiltà latina alla nostra repubblica,   Vol. III, pag. 44, Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia, (800/1250), Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1980.

[9] Liutprando da Cremona , Opere, Grandi Ritorni ,Tutte le opere, La restituzione,Le Gesta di Ottone I, La relazione di un’ambasceria a Costantinopoli, (891-969) a cura di Alessandro Cutolo pag.109, 110, Bompiani Editore, Milano, 1945.  

[10] G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, pp. 431-434 in particolare a pag.434

[11] Nell’antico diritto feudale germanico, la signoria assoluta e a un tempo difesa e protezione, che il capo della famiglia (detto munduàldo) esercitava su altre persone a lui soggette, come la moglie, i figli, i servi, ecc. Vedi E. Cortese, Per la storia del mundio in Italia, in Rivista italiana per le scienze giuridiche, III, sez. III (1955-56). pp. 323-474, su questo argomento rif.anche M. Bellomo, La condizione giuridica della donna in Italia, Vicende antiche e moderne, Roma, 1970, pp. 25 ss.

B. Andreolli, Uomini nel Medioevo– Patron Editore , Bologna 1983.

Vincenzo Moneta
Via G.B. Giorgini, 195/B – San Vito
55100 – Lucca – cell. 3737144575 – 0583999358
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Bart