di Virgilio Titone
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 7 settembre 1970]
Qual è il motivo dell’attuale popolarità della storia? Poiché non c’è dubbio che i libri di storia – o di scienze storiche, come l’archeologia – sono oggi tra i più chiesti e venduti, mentre si moltiplicano le iniziative editoriali: di storie a dispense, di riviste divulgative, di collane di monografie particolari: del costume, per esempio, o della moda o della vita quotidiana attraverso i secoli. Né è detto che le opere più popolari o meno pretensiose siano scientificamente le meno valide e accettabili.
L’Ottocento fu detto e fu veramente il secolo della storia. Ma allora, quando non vi si cercava la giustificazione delle aspirazioni politiche pre senti, la storia fu nostalgia del passato e particolarmente del Medio Evo o filosofica mente si identificò con il pro gresso dello spirito o dell’u manità. Oggi invece nessuno crede più in questo progres so e, se i nostalgici non man cano, come mai sono man cati, il nostro rimpianto non va più ai castelli o mona steri o giullari medievali.
L’odierna vocazione stori ca deve dunque muovere da un diverso interesse e avere un altro significato. E’ infatti soprattutto una forma di evasione: un modo di evade re dall’uniforme grigiore del la civiltà di massa, uguale nello spazio e uguale nei sin goli strati sociali. Una volta chi viaggiava scopriva a ogni passo un mondo nuovo. Non solo ogni popolo era diverso dall’altro, ma lo erano le città o le campagne della stes sa provincia o regione. Da ciò l’interesse dei libri di viaggi del Sei o del Settecen to o anche soltanto degli an ni che precedettero la prima guerra mondiale.
Oggi, poiché il viaggiare è divenuto sempre più inutile e noioso, accade che il di verso, che non può più cer carsi nello spazio, si cerca nel tempo. Vi si cerca un com penso per la nostra povertà. Poiché siamo divenuti più poveri. Non certo materialmen te. La nostra vita è ora mol to più comoda e ricca. Ma più povero è colui che, ignorando Dio o il bisogno e perciò la soddisfazione di esser sene liberato o la possibilità di mostrarsi grato a chi gli sia generoso o giusto, non so lo non trova più intorno a sé né il bene né il male, né la bontà, né la malvagità, ma in tutto deve vivere e com portarsi come vivono e si comportano tutti gli altri.
Da questo squallido deser to cerchiamo un rifugio nel passato. Non c’è altro scam po. Infatti può anche osser varsi che non sono più di mo da né la storiografia dei pro blemi né le narrazioni reto riche e tribunizie, ma quelle che ritraggono al vivo la vita di ogni giorno delle civiltà che ci hanno preceduto. Né del resto potrebbe altrimenti spiegarsi l’interesse, anch’esso ormai comunemente diffu so, per le scoperte archeolo giche. Il più diverso è ora anche il più interessante. Né per altro motivo sembra che sia diminuito l’interesse di prima per la storia delle reli gioni o istituzioni e dottrine politiche, alle quali si è esteso il comune processo di de mitizzazione.
In un certo senso si po trebbe dire che qualche volta si cerchi anche il pittoresco, che non solo non è più quel lo dell’Ottocento, ma appare anche diverso dai suoi aspetti ultimi o più recenti. Chi vo lesse, potrebbe sotto questo riguardo ricercare l’evoluzio ni della storiografia popolare o piuttosto indirizzata a una cerchia di lettori non specia listi. Sarebbe una ricerca pro ficua e non priva di sorprese.
Per i tempi moderni si po trebbe cominciare dal compia cimento barocco per la tene brosa politica dei principi: quella « dissimulazione one sta » o quegli arcana regni che furono allora ammirati come la quintessenza dell’intelligenza politica e di cui si parlava, come scrive un con temporaneo, anche nelle bot teghe dei barbieri. E si po trebbe arrivare fino alle nar razioni che si vendevano nel le edicole di qualche decen nio fa e, conformemente all’anticlericalismo dei tempi, ri velavano i segreti ora dell’in quisizione, ora di conventi e monasteri, ora anche delle alcove di papi e cardinali. La linea di sviluppo sarebbe da vedere nella progressiva dissoluzione del popolare come forma di cultura inferiore o più ingenua. I due generi di storie, come del resto oggi av viene nei ceti sociali, tendono a fondersi insieme. Tra l’altro, sono scomparsi i raccon ti di briganti.
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Ma oltre a questo per il di verso o il meno uniforme, c’è un altro interesse, più propriamente storico, che si riferisce a uomini e cose più vicini: per esempio e per ciò che più direttamente ci ri guarda, al Risorgimento o al l’Italia postrisorgimentale. Qui non si vuole il pittoresco. Non si viaggia né si vuol viaggia re nel tempo, ma ci si chiede il perché del nostro presente, che si cerca in quello che è stato fatto o pensato dalle generazioni che ci hanno preceduto. E’ questo pertanto un interesse che si deve anche spiegare con l’universale ten denza dell’odierna civiltà a demitizzare il passato e con il correlativo tramonto delle ideologie. Queste ultime davano a tutto una risposta, una risposta proiettata nel futu ro, che era la sola cosa vera mente reale, la sola che potes se interessare. Tutto il resto poteva al più considerarsi co me una specie di preistoria, dopo la quale si sarebbe in fine pervenuti alla pienezza dei tempi.
Tramontati ora i miti del l’Ottocento – di destra o di sinistra e di qualsiasi genere – è naturale che si cerchi quella realtà che da essi si nascondeva. Chi erano vera mente gli apostoli, i martiri, gli eroi o più estesamente i protagonisti di quegli anni? E che cosa dobbiamo vedere sotto le bandiere delle rivoluzioni, della libertà, dell’uni tà nazionale?
Naturalmente si può andare più in là e le stesse domande possono porsi per altri popoli e paesi. Ma nell’uno e nel l’altro caso si può osservare la medesima quasi « fame » di una storia che non si pro ponga la dimostrazione di for mule o sistemi sovrapposti o stabiliti a priori e sia invece più umana e cioè più concreta o più attenta a partico lari di solito trascurati o rite nuti di scarso rilievo. La sto ria infatti non è la maestra della vita, come pensavano gli antichi, né può proporsi di risolvere una serie di pro blemi disposti nel tempo poi ché il problema è sempre uno, quello di muoversi e dover vivere, e i singoli problemi, comunque mitizzati, non so no che i simboli di quest’uni ca realtà. Ma non è neanche, come la definiva un nostro fi losofo, pensiero e azione. E’, più semplicemente, l’immagi ne del passato.
Tale definizione importa che quest’ultimo debba rap presentarsi il più fedelmente possibile, mentre il concetto stesso di immagine suppone da un lato l’unità e dall’altro la totalità dei particolari. Una nostra fotografia in cui siano stati tagliati gli occhi o il na so, non è più una fotografia vera meno le parti tagliate, perché quelle che restano e che possiamo vedere ormai non sono più vere. Il che si gnifica che tutte le manife stazioni della vita di un po polo in un certo periodo sto rico debbono rientrare nel quadro: l’amore o i rapporti sessuali, che hanno pure una loro storia, non meno dei commerci o delle industrie o del modo di vestirsi o delle credenze, miti, idee morali o religiose eccetera. Ma signifi ca anche che ognuna di es se, in un medesimo tempo, deve ritenersi non solo ana loga, bensì anche identica all’altra: il modo di vestirsi è, per esempio, la stessa cosa del pensiero politico o delle forme religiose, economiche eccetera. In questo senso l’o pera dello storico si potrebbe avvicinare a quella del criti co d’arte, che in un quadro deve ricondurre il disegno, il colore e tutti i particolari a un motivo dell’anima: a una nota fondamentale e unica.