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STORIA: I MAESTRI: Fame di storia

5 Settembre 2008

di Virgilio Titone
[dal “Corriere della Sera”, luned√¨ 7 settembre 1970] ¬†

Qual √® il motivo dell’attuale popolarit√† della storia? Poich√© non c’√® dubbio che i libri di storia – o di scienze storiche, come l’archeologia – sono oggi tra i pi√Ļ chiesti e venduti, mentre si moltiplicano le iniziative editoriali: di storie a dispense, di riviste divulgative, di collane di monografie particolari: del costume, per esempio, o della moda o della vita quotidiana attraverso i secoli. N√© √® detto che le opere pi√Ļ popolari o meno pretensiose siano scientificamente le meno valide e accettabili.
L’Ottocento fu detto e fu veramente il secolo della storia. Ma allora, quando non vi si cercava la giustificazione delle aspirazioni politiche pre ¬≠senti, la storia fu nostalgia del passato e particolarmente del Medio Evo o filosofica ¬≠mente si identific√≤ con il pro ¬≠gresso dello spirito o dell’u ¬≠manit√†. Oggi invece nessuno crede pi√Ļ in questo progres ¬≠so e, se i nostalgici non man ¬≠cano, come mai sono man ¬≠cati, il nostro rimpianto non va pi√Ļ ai castelli o mona ¬≠steri o giullari medievali.
L’odierna vocazione stori ¬≠ca deve dunque muovere da un diverso interesse e avere un altro significato. E’ infatti soprattutto una forma di evasione: un modo di evade ¬≠re dall’uniforme grigiore del ¬≠la civilt√† di massa, uguale nello spazio e uguale nei sin ¬≠goli strati sociali. Una volta chi viaggiava scopriva a ogni passo un mondo nuovo. Non solo ogni popolo era diverso dall’altro, ma lo erano le citt√† o le campagne della stes ¬≠sa provincia o regione. Da ci√≤ l’interesse dei libri di viaggi del Sei o del Settecen ¬≠to o anche soltanto degli an ¬≠ni che precedettero la prima guerra mondiale.
Oggi, poich√© il viaggiare √® divenuto sempre pi√Ļ inutile e noioso, accade che il di ¬≠verso, che non pu√≤ pi√Ļ cer ¬≠carsi nello spazio, si cerca nel tempo. Vi si cerca un com ¬≠penso per la nostra povert√†. Poich√© siamo divenuti pi√Ļ poveri. Non certo materialmen ¬≠te. La nostra vita √® ora mol ¬≠to pi√Ļ comoda e ricca. Ma pi√Ļ povero √® colui che, ignorando Dio o il bisogno e perci√≤ la soddisfazione di esser ¬≠sene liberato o la possibilit√† di mostrarsi grato a chi gli sia generoso o giusto, non so ¬≠lo non trova pi√Ļ intorno a s√© n√© il bene n√© il male, n√© la bont√†, n√© la malvagit√†, ma in tutto deve vivere e com ¬≠portarsi come vivono e si comportano tutti gli altri.
Da questo squallido deser ¬≠to cerchiamo un rifugio nel passato. Non c’√® altro scam ¬≠po. Infatti pu√≤ anche osser ¬≠varsi che non sono pi√Ļ di mo ¬≠da n√© la storiografia dei pro ¬≠blemi n√© le narrazioni reto ¬≠riche e tribunizie, ma quelle che ritraggono al vivo la vita di ogni giorno delle civilt√† che ci hanno preceduto. N√© del resto potrebbe altrimenti spiegarsi l’interesse, anch’esso ormai comunemente diffu ¬≠so, per le scoperte archeolo ¬≠giche. Il pi√Ļ diverso √® ora anche il pi√Ļ interessante. N√© per altro motivo sembra che sia diminuito l’interesse di prima per la storia delle reli ¬≠gioni o istituzioni e dottrine politiche, alle quali si √® esteso il comune processo di de ¬≠mitizzazione.
In un certo senso si po ¬≠trebbe dire che qualche volta si cerchi anche il pittoresco, che non solo non √® pi√Ļ quel ¬≠lo dell’Ottocento, ma appare anche diverso dai suoi aspetti ultimi o pi√Ļ recenti. Chi vo ¬≠lesse, potrebbe sotto questo riguardo ricercare l’evoluzio ¬≠ni della storiografia popolare o piuttosto indirizzata a una cerchia di lettori non specia ¬≠listi. Sarebbe una ricerca pro ¬≠ficua e non priva di sorprese.
Per i tempi moderni si po ¬≠trebbe cominciare dal compia ¬≠cimento barocco per la tene ¬≠brosa politica dei principi: quella ¬ę dissimulazione one ¬≠sta ¬Ľ o quegli arcana regni che furono allora ammirati come la quintessenza dell’intelligenza politica e di cui si parlava, come scrive un con ¬≠temporaneo, anche nelle bot ¬≠teghe dei barbieri. E si po ¬≠trebbe arrivare fino alle nar ¬≠razioni che si vendevano nel ¬≠le edicole di qualche decen ¬≠nio fa e, conformemente all’anticlericalismo dei tempi, ri ¬≠velavano i segreti ora dell’in ¬≠quisizione, ora di conventi e monasteri, ora anche delle alcove di papi e cardinali. La linea di sviluppo sarebbe da vedere nella progressiva dissoluzione del popolare come forma di cultura inferiore o pi√Ļ ingenua. I due generi di storie, come del resto oggi av ¬≠viene nei ceti sociali, tendono a fondersi insieme. Tra l’altro, sono scomparsi i raccon ¬≠ti di briganti.
 

*

Ma oltre a questo per il di ¬≠verso o il meno uniforme, c’√® un altro interesse, pi√Ļ propriamente storico, che si riferisce a uomini e cose pi√Ļ vicini: per esempio e per ci√≤ che pi√Ļ direttamente ci ri ¬≠guarda, al Risorgimento o al ¬≠l’Italia postrisorgimentale. Qui non si vuole il pittoresco. Non si viaggia n√© si vuol viaggia ¬≠re nel tempo, ma ci si chiede il perch√© del nostro presente, che si cerca in quello che √® stato fatto ¬†o pensato dalle generazioni che ci hanno preceduto. E’ questo pertanto un interesse che si deve anche spiegare con l’universale ten ¬≠denza dell’odierna civilt√† a demitizzare il passato e con il correlativo tramonto delle ideologie. Queste ultime davano a tutto una risposta, una risposta proiettata nel futu ¬≠ro, che era la sola cosa vera ¬≠mente reale, la sola che potes ¬≠se interessare. Tutto il resto poteva al pi√Ļ considerarsi co ¬≠me una specie di preistoria, dopo la quale si sarebbe in ¬≠fine pervenuti alla pienezza dei tempi.
Tramontati ora i miti del ¬≠l’Ottocento – di destra o di sinistra e di qualsiasi genere – √® naturale che si cerchi quella realt√† che da essi si nascondeva. Chi erano vera ¬≠mente gli apostoli, i martiri, gli eroi o pi√Ļ estesamente i protagonisti di quegli anni? E che cosa dobbiamo vedere sotto le bandiere delle rivoluzioni, della libert√†, dell’uni ¬≠t√† nazionale?
Naturalmente si pu√≤ andare pi√Ļ in l√† e le stesse domande possono porsi per altri popoli e paesi. Ma nell’uno e nel ¬≠l’altro caso si pu√≤ osservare la medesima quasi ¬ę fame ¬Ľ di una storia che non si pro ¬≠ponga la dimostrazione di for ¬≠mule o sistemi sovrapposti o stabiliti a priori e sia invece pi√Ļ umana e cio√® pi√Ļ concreta o pi√Ļ attenta a partico ¬≠lari di solito trascurati o rite ¬≠nuti di scarso rilievo. La sto ¬≠ria infatti non √® la maestra della vita, come pensavano gli antichi, n√© pu√≤ proporsi di risolvere una serie di pro ¬≠blemi disposti nel tempo poi ¬≠ch√© il problema √® sempre uno, quello di muoversi e dover vivere, e i singoli problemi, comunque mitizzati, non so ¬≠no che i simboli di quest’uni ¬≠ca realt√†. Ma non √® neanche, come la definiva un nostro fi ¬≠losofo, pensiero e azione. E’, pi√Ļ semplicemente, l’immagi ¬≠ne del passato.
Tale definizione importa che quest’ultimo debba rap ¬≠presentarsi il pi√Ļ fedelmente possibile, mentre il concetto stesso di immagine suppone da un lato l’unit√† e dall’altro la totalit√† dei particolari. Una nostra fotografia in cui siano stati tagliati gli occhi o il na ¬≠so, non √® pi√Ļ una fotografia vera meno le parti tagliate, perch√© quelle che restano e che possiamo vedere ormai non sono pi√Ļ vere. Il che si ¬≠gnifica che tutte le manife ¬≠stazioni della vita di un po ¬≠polo in un certo periodo sto ¬≠rico debbono rientrare nel quadro: l’amore o i rapporti sessuali, che hanno pure una loro storia, non meno dei commerci o delle industrie o del modo di vestirsi o delle credenze, miti, idee morali o religiose eccetera. Ma signifi ¬≠ca anche che ognuna di es ¬≠se, in un medesimo tempo, deve ritenersi non solo ana ¬≠loga, bens√¨ anche identica all’altra: il modo di vestirsi √®, per esempio, la stessa cosa del pensiero politico o delle forme religiose, economiche eccetera. In questo senso l’o ¬≠pera dello storico si potrebbe avvicinare a quella del criti ¬≠co d’arte, che in un quadro deve ricondurre il disegno, il colore e tutti i particolari a un motivo dell’anima: a una nota fondamentale e unica.

 

 


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