Fondazione di una città

di Leonardo Sciascia
[dal “Corriere della Sera”, martedì 4 marzo 1969]

Ad Anzio, il 12 ottobre del 1925: « Quando partecipo ad una cerimonia che consiste nella posa di una prima pie ­tra, io sono generalmente gri ­gio, perché ho constatato che talvolta l’erba cresce sulla pri ­ma pietra prima che vi si po ­si la seconda ». Ma negli ar ­chivi dell’istituto Luce ci sa ­ranno a migliaia scene in cui Mussolini appare tutt’altro che grigio alla posa di una prima pietra, e anzi con allegra de ­strezza, ad alludere a quella sua esperienza di muratore in Svizzera, di cui si leggeva nei libri di scuola, maneggia la cazzuola a chiudere nella pie ­tra il buco in cui la perga ­mena con la sua firma era stata calata. Da dove dunque gli veniva ad Anzio quella no ­ta così malinconica e scettica? Un presentimento? Una no ­tizia?

Non pare fosse uomo da presentimenti. Forse gli era arrivata la notizia che su quel ­la prima pietra che l’anno avanti aveva posato in terri ­torio di Caltagirone, a fon ­dare una città di nome Mussolinia, l’erba cresceva rigo ­gliosa all’ombra delle querce da sughero; e aggiungendosi la notizia al ricordo degli in ­cidenti che avevano punteg ­giato il suo breve soggiorno nella città di don Sturzo, l’u ­mor grigio trovava piena giu ­stificazione. Incidenti che nel ­la qualità e nel ritmo fanno pensare alle comiche finali di allora: e si dispiegarono dalla sostituzione della bombetta (posata per un momento, ri ­presa: e il duce si ritrovò in testa un cappelluccio a ca ­ciotta da clown) a una salva di fischi, è il caso di dire, inaudita. A fischiare erano stati i caprai, corporazione al ­lora incredibilmente numerosa e di tale valentìa nel fischio da disgradare quello delle lo ­comotive ferroviarie. Parago ­ne non gratuito: ché appunto i caprai erano venuti a fischia ­re il capo del governo per la decisione, che si diceva il go ­verno avesse presa, di sospen ­dere i lavori della linea fer ­roviaria Gela-Caltagirone.

Perché poi i caprai avesse ­ro tanta sensibilità al riguar ­do, è un mistero: forse va ­gheggiavano le erbose scarpa ­te demaniali su cui avventare i loro avidi branchi; forse su ­bivano l’influenza di qualcu ­no che a Mussolini voleva di ­mostrare quanto poco valesse la fazione locale cui aveva da ­to fiducia e quanto forte fosse invece l’altra che aveva re ­spinto. Pare sia da escludere che nei caprai agissero senti ­menti e risentimenti sturziani: l’avvenire della città, le sue fortune future, ormai si con ­fidavano a colui che, nato a Caltagirone come Giacomo Barone, sposando a Forlì Ca ­milla Paulucci di Calboli, era diventato Paulucci di Calboli Barone Giacomo, marchese e conte (così negli atti dell’uf ­ficio di stato civile di Caltagirone). In quel periodo, Gia ­como Barone era capo di ga ­binetto del ministro degli este ­ri, che era Mussolini: e II messaggero siciliano, quindi ­cinale locale, pubblicava alla vigilia della festa una foto ­grafia in cui l’illustre concit ­tadino, in piedi alle spalle del duce seduto, con un sorriso di rispettosa confidenza si chi ­na sul foglio che il duce sta leggendo. Inutile dire che Gia ­como Barone aveva parenti a Caltagirone; e tra questi uno zio che nella fazione fascista trionfante aveva un peso ov ­viamente considerevole. Ma veniamo alla cronaca della festa.

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Proveniente da Catania, il treno presidenziale arrivò a Caltagirone la sera dell’11 maggio. Erano ad attenderlo il commissario prefettizio ono ­revole Benedetto Fragapane, il senatore Gesualdo Libertini, i deputati Pennavaria e Li ­bertini, il grande ufficiale Sil ­vio Milazzo, il conte Gravina, i baroni Libertini, Chiarandà e d’Urso… Si formò un corteo di sette automobili che, att ­raversando la città fastosa- mente illuminata, sotto una pioggia di fiori e manifestini tricolori che veniva dai balconi « rigurgitanti di signore », si fermò alla casa del fascio e prosegui poi fino alla casa del barone d’Urso, dove « il Presidente si intrattiene a conversare con le dame e gentiluomini che gli recano i loro omaggi, mentre vien ser ­vito un sontuoso e ricchissi ­mo trattamento ».

Più tardi, in municipio, l’o ­norevole Fragapane proclama il duce cittadino onorario di Caltagirone; il duce ringrazia, attacca addirittura un discor ­so, dice  Il messaggero sicilia ­no, che elettrizza il pubblico e provoca applausi schietti e reiterati. Non meno schietti e reiterati, dalla piazza, i fischi dei caprai: ma il cronista non li registra. C’è poi la visita alla mostra di ceramica e la deposizione di una corona di fiori davanti al busto di Gior ­gio Arcoleo, che tanto meritava per essere stato assertore della ricostruzione dello Stato e per aver prediletto tra i suoi allievi Giacomo Barone. In ­fine, un pranzo di cui vanno segnalati il « consumé al Tricolore » e il « dolce di stagione », cioè una cassata gelata. E non era tanto di stagione, se dalle fotografie si vede Mussolini sempre in cappotto e, l’indomani mat ­tina, in coppola di pelliccia o velluto, a sostituire la bom ­betta scomparsa.

L’indomani « la nuova cit ­tà-giardino », dice il giornale, apparve al Presidente e al numeroso seguito tutta inon ­data di sole tricolore ». Non che la città ci fosse: in quel ­la vasta pianura fitta di quer ­ce e di ulivi (ottantamila al ­beri d’ulivo, e più erano le querce), soltanto si levavano due delle sedici torri che do ­vevano sorgere intorno alla piazza centrale, a punteggiare un colonnato circolare. La città, così come l’architetto Saverio Fragapane l’aveva concepita, era su una meda ­glia che venne offerta al duce e alle autorità presenti. Era ­no circa le nove del mattino quando si venne alla posa del ­la prima pietra. Passando da una mano all’altra, arrivò al ­l’onorevole Fragapane il tubo metallico che conteneva la pergamena con la scritta in latino che Mussolini doveva firmare. L’onorevole aprì il tubo: la pergamena non c’era più. Allo smarrimento succes ­se una frenetica ricerca. Mus ­solini s’innervosì: strappò un foglio da non si sa quale re ­gistro e scrisse quelle frasi che qualcuno fece in tempo a copiare prima che la pietra le inghiottisse: e si leggono alla pagina duecentosessantanove del ventesimo volume dell’opera omnia. Alle dieci, in automobile, Mussolini partiva per Ragusa: piuttosto « grigio », ma non dimenti ­cando il bellissimo mazzo di rose, della varietà Remigia, che gli aveva offerto la baro ­nessa Grazietta di San Marco.

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La pergamena scomparsa diceva, nel latino dell’ispetto ­re ferroviario cavalier Nicolò Vitale e di un professore suo omonimo, che il feudo di San ­to Pietro, dove Mussolinia doveva sorgere, era stato do ­nato dal re Ruggero « ai fede ­li cittadini di Caltagirone ». E già la prima pietra avrebbe contenuto un falso: ché i fe ­deli cittadini quella terra l’a ­vevano pagata quarantamila tari, più la prestazione annua di altri cinquemila, più duecentocinquanta marinai da tener pronti alla chiamata del re. Ma il feudo, che si esten ­deva in circa cinquemila et ­tari di fertilissime terre, va ­leva l’enorme prezzo pagato: come diceva don Sturzo, Cal ­tagirone si poteva considera ­re, in rapporto agli abitanti, il più ricco comune d’Italia; e forse ancora oggi, nonostan ­te le spartizioni e i rosicchiamenti.

« Principio sì giolivo ben conduce », direbbe il Boiardo. Quella falsificazione, quegli incidenti preparati come gags da film comico, la presenza di quei baroni, la bordata di fischi: tutto portava alla co ­ronale beffa di una città della cui esistenza soltanto Musso ­lini per qualche tempo fu il ­luso e Le cento città d’Italia dell’editore Sonzogno illustra ­rono. E pare che Mussolini ci tenesse molto, a quella cit ­tà cui aveva dato nome, e continuamente chiedesse no ­tizie e rapporti: per cui ad un certo punto, a placare la impazienza del duce, fu mon ­tato un album che mostrava Mussolinia in tutto il suo splendore. Forse Mussolini ebbe una certa sorpresa, a ve ­dere una città di villette fin de siècle al posto di quella, alquanto piacentiniana avan ­ti lettera, che l’architetto Fra ­gapane aveva concepita; ma la soddisfazione per l’opera in suo nome compiuta dove ­va esser tale da superare l’in ­sorgere della critica o della diffidenza. Ma ecco che gli venne da Caltagirone, dalla fazione fascista refoulé (e che pare fosse vicina a Starace), una fotografia in cui la città appariva in riva al mare, con la dicitura che non solo Cal ­tagirone aveva la sua città-satellite, la sua città-giardino, ma il mare anche, che bat ­teva alle sue mura.

Ne venne un’inchiesta, con ­dotta dall’avvocato De Marsico, i cui atti e risultati re ­stano finora segreti. Sole vit ­time furono l’onorevole Fra ­gapane, che pagò con l’allon ­tanamento dalla vita pubbli ­ca, e il comune di Caltagi ­rone, che pagò il debito con ­tratto col Banco di Sicilia. Ma pare che il Fragapane, che uf ­ficialmente veniva ad essere il maggior responsabile della beffa, in realtà non ne fosse stato l’autore, e tanto meno il profittatore. I veri profit ­tatori non furono puniti: bi ­sognava troncare, sopire; che più non si parlasse di Mus ­solinia. E chissà se tra qual ­che secolo, imbattendosi nel fascicolo dedicato a Caltagirone dalla casa Sonzogno, un archeologo non si darà a sca ­vare nel bosco di Santo Pie ­tro, alla ricerca della città-giardino: e nemmeno troverà quella prima pietra, che for ­se è già stata furata da un cacciatore di autografi.

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