Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

STORIA: I MAESTRI: La rivolta studentesca. Vengo anch’io

2 Luglio 2013

di Cesare Garboli
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 38, gioved√¨, 19 settembre 1968]

All’inizio degli Anni Cinquanta, quando avevo vent’anni e frequentavo l’Universit√†, non c’era studente in Ita ¬≠la che pensasse, in quanto studente, di appartenere a una specifica categoria sociale. La maggioranza degli studenti era di estrazione media, piccolo-borghese (come il corpo docente, del resto), ma non si curava troppo di sa ¬≠perlo. Niente importava meno agli stu ¬≠denti di allora (come del resto ai professori) quanto il riconoscersi al di fuori della propria funzione accademi ¬≠ca. E in questa perfetta omogeneit√† negativa, in questa complice distrazio ¬≠ne, c’era qualcosa di fascista. In que ¬≠sto almeno il fascismo si era infatti comportato brillantemente, da un pun ¬≠to di vista politico, in tanti anni: era riuscito a provocare la stupida, angu ¬≠sta, vanagloriosa autosufficienza del piccolo-borghese italiano (l’eterna ¬ę giacca verde ¬Ľ soldatiana), esaltando la piccola borghesia e nello stesso tempo estinguendo in questo ceto qualsiasi impulso interrogativo, qualsiasi salutare complesso d’inferiorit√†.

Appena varcati i cancelli dell’Universit√†, non si sa come, sfumavano di incanto le distanze di classe, si cancellavano gli antagonismi, che pure esplodevano al di fuori in un’Italia ancora divisa in due. Esistevano, in que ¬≠gli anni tra il ’48 e il ’50, i disoccupati, i sinistrati di guerra, la miseria, la fa ¬≠me, tutto ci√≤ che sar√† cancellato con un magistrale colpo di spugna dal boom. I borghesi giudicavano ancora una prova di fegato il non fare mistero di esserlo. Esisteva ancora l’odio di classe, quello che oggi pu√≤ essere ricordato soltanto tra virgolette da qualche penna capace di magnifico anacronismo, soltanto da Pier Paolo Pasolini col suo formidabile talento di sincronizzare sull’ottava dell’attualit√† il motivo di una perenne protesta metafisica. Ebbene, proprio allora, quan ¬≠to l’Italia non era ancora l’Italia del consumo, n√© un’immensa Rai-Tv, esse ¬≠re piccoli borghesi, in quella aspettati ¬≠va e vacanza della vita che sono gli studi, era quasi un dovere.

Protetti dalle mura mattonate dell’Ateneo, tra erbette e travertino, passavamo sotto i grandi striscioni della mediocrit√†. Ci si uniformava a un mo ¬≠dello comune, la cultura, si obbediva al pacato ¬ę dibattito delle idee ¬Ľ, senza che nessuno si rendesse conto che il luogo dove cessavano i contrasti non era l’Universit√†, non era la cultura, ma il modo piccolo-borghese, appunto ¬ę accademico ¬Ľ, di accettare e di vedere la vita. Qualcuno si ribellava, tacciato di ¬ę decadente ¬Ľ, si perdeva in astratti furori, cercava luci che si spe ¬≠gnevano in uno spazio sempre pi√Ļ buio. Qualche scrittore sopravviveva a se stesso, qualche altro si uccideva. Paradossalmente, ma non √® una no ¬≠vit√†, perfino essere rivoluzionari di professione comportava nei primi Anni Cinquanta una sincera e spaventosa vocazione al conformismo.

Esistevano, tra gli studenti, piccoli-borghesi veri e piccoli-borghesi finti. Ma la distribuzione delle parti era al ¬≠lora un gioco difficilissimo, tanto √® ve ¬≠ro che in seguito, a lunga gittata, i pic ¬≠coli-borghesi veri si sono dimostrati quelli finti, e viceversa. Piccoli-borghesi finti, ma veri, erano soprattutto gli estremisti di sinistra, pi√Ļ i comunisti degli anarchici. Costoro, i comunisti, difendevano la tradizione contro ogni tentativo di rottura. Avevano un pa ¬≠dre, il PCI, incomprensibile e cattivo con gli altri, affettuosissimo, quasi una balia con loro. Non si pu√≤ deside ¬≠rare un padre migliore.

Lo storicismo gramsciano (senza il carcere), il razionalismo, la fiducia nella provvidenza erano gli strumenti di approccio a una realt√† considerata come un insieme di dadi malmessi, da ricondurre con pazienza a un perfetto e felice disegno prestabilito. Non c’era da preoccuparsi, tutto era gi√† scritto. Di qui il sorriso condiscendente degli studenti di sinistra, i quali agivano, parlavano e sorridevano come se, stando all’opposizione, avessero in ma ¬≠no il potere. La loro visione della vita era ottimista, stranamente idillica. No ¬≠nostante le manganellate della Celere, e qualche tafferuglio coi fascisti di ri ¬≠to, teppisti dal maglione nero e dai verdi impermeabili cinturati, i loro ideali erano la seriet√†, il buonumore, il ¬ę cerca di capire ¬Ľ, i festival di Kar- lovy Vari e le retrospettive nei cine ¬≠matografi di terza visione.

Ma soprattutto i loro ideali conver ¬≠gevano verso l’imitazione, verso la pu ¬≠ra gioia della mimesi. Alla Facolt√† di Lettere, gli studenti di sinistra imita ¬≠vano i grandi filologi passati e coevi, ma non erano e non facevano i filolo ¬≠gi; imitavano i politici, e non erano politici; imitavano i dirigenti del Par ¬≠tito, e non erano dirigenti. Un’orgia di modelli, un fenomeno impressionante, a tal punto la realt√† arrivava a coinci ¬≠dere con l’imitazione di se stessa, con la pura ¬ę maniera ¬Ľ. Imitavano, questi giovani, soprattutto l’uomo pi√Ļ pieno di fascino che avesse allora l’Italia, il capo dagli occhiali e dalla borsa di me ¬≠dico, il volto intelligente, segnato da mezzo secolo di lotte, la voce dolce, paziente, dal vago e melodioso accento esotico. Ne imitavano lo snobismo su ¬≠periore, l’oratoria accattivante, l’aria divertita di chi sa e non dice i segreti del mestiere e del potere.

Tutto il futuro era davanti a questi giovani piccoli-borghesi finti, aperto come un prato da pestare in lungo e in largo, come un vasto mare primave ¬≠rile da percorrere con tante imbarca ¬≠zioni di fresca verniciatura. L’aria era dolce, il vento favorevole: tra il ’45 e il ’50, tutti erano giovani, tutti rinasce ¬≠vano. Ma guardate come il caso √® ma ¬≠ligno. Appunto per questo, gli studenti di allora partecipavano di questa gio ¬≠vinezza col fare un po’ stupido di chi assiste all’esplosione della giovinezza altrui. In se stessi, non esistevano. A rivederli oggi, avevano molta pi√Ļ con ¬≠cretezza personale gli studenti-com ¬≠parse, la grigia folla dei piccoli-bor ¬≠ghesi veri (ma finti, visto che oggi, cresciuti e invecchiati, ci comandano): socialdemocratici, qualunquisti, demo- cristiani, socialisti dai musi lunghi e dai complessi malcelati, gli italioti del ¬≠la futura Italia.

Lasciai l’Universit√† con gioia, prima del tempo, laureandomi con ritardo. Quei banchi, quei corridoi non mi ri ¬≠guardano pi√Ļ. Ma non avrei mai im ¬≠maginato, ripensandoci dopo vent’an ¬≠ni, di dover confermare a me stesso tutta l’esattezza della mia prima im ¬≠pressione universitaria: che il male dei miei colleghi fosse una specie d’in ¬≠consistenza, d’inesistenza, d’impoten ¬≠za a esistere senza imitare gli altri, senza identificarsi con altri. Nei comi ¬≠zi, negli scioperi, nelle agitazioni anti-Scelba, avevo sempre l’impressione che i miei compagni, e io con loro, ci battessimo per conto di altri, perduti nell’ebbrezza di collaborare a costrui ¬≠re un futuro che non sarebbe stato af ¬≠fatto nostro. E’ un male storico, forse generazionale, comunque orribile.

Dovessi descrivere in termini attua ¬≠li lo stato d’animo degli studenti di al ¬≠lora, prenderei a prestito, paradossal ¬≠mente, proprio il ritratto che Giorgio Cesarano fa di se stesso come ¬ę ospi ¬≠te ¬Ľ, come quarantenne appassionato e escluso, come fantasma tollerato, nel recente diario-racconto I giorni del dissenso, dedicato ai movimenti stu ¬≠denteschi di Milano nella primavera di quest’anno: ¬ę vengo anch’io ¬Ľ. Il narratore-cronista figura in questo racconto, esplicitamente, come ¬ę uomo della generazione fallita ¬Ľ, come ¬ę uno di quelli che hanno sperato nella rivo ¬≠luzione operaia e sperato nella funzio ¬≠ne rivoluzionaria del partito comuni ¬≠sta ¬Ľ. Ma la situazione √® soltanto in apparenza diversa, opposta a quella di tanti anni fa. In realt√† il perno non ha fatto altro che girare su se stesso, gli studenti di una volta, disperatamente innamorati dei loro padri, erano esat ¬≠tamente simili al Cesarano quaranten ¬≠ne di oggi: tutto un ¬ę vengo anch’io ¬Ľ. Con grande confusione di tutta una generazione, a loro fu risposto di s√¨.

Conoscevo Cesarano come poeta, e il suo ¬ę diario ¬Ľ conferma una vocazione che non √® di narratore. Facendo atten ¬≠zione meno ai fatti che alla loro sug ¬≠gestione (la ¬ę primavera ¬Ľ milanese, le ¬ęsere ¬Ľ calanti), il cronista si autodescrive come un quarantenne ironico ma animoso, che porta in mezzo ai tu ¬≠multi studenteschi un’assurda pelata e una barba ormai grigia. Le botte gli fanno male, ma se le prende, la schie ¬≠na s’indolenzisce, il rene piscia scuro. Prima con timidezza, poi con slancio progressivo, il diarista s’appassiona ai metodi della protesta, insegue gli stu ¬≠denti da un punto all’altro della citt√†, siede con loro sulle rotaie, blocca il traffico, torna a sperare nella rivolu ¬≠zione che ci ha traditi.

Ho letto il racconto due volte, en ¬≠trambe con fatica. La scrittura vi ¬≠schiosa, molle, ma anche irritata, ge ¬≠stuale, mi depistava qua e l√†. Poi ho capito. Cesarano ha scritto un lungo, straziato racconto d’amore, in tutte le sue fasi, esitazioni, soprassalti, ritorni di fiamma. Si sta innamorando dei ra ¬≠gazzi col radiomegafono, il diarista del dissenso milanese, delle loro voci ¬ę agre e elettriche ¬Ľ. E’ la croce di una generazione innamorarsi sempre, iden ¬≠tificarsi sempre, ieri coi padri, oggi coi figli, e non essere mai. Dunque Cesara ¬≠no non scrive come un quarantenne di oggi, scrive, senza saperlo, come un ventenne di ieri. Il diario √® ¬ę finto ¬Ľ. Nulla √® cambiato, neppure la ¬ę lettera ¬≠tura ¬Ľ, il vizio da cui gli studenti di oggi sono immuni.

Ed √® un peccato. Cesarano aveva un tema vero e non l’ha visto. Il narcisi ¬≠smo di un quarantenne che arriva, per esistere, a ¬ę fingere ¬Ľ di essere un qua ¬≠rantenne: non c’√® estetismo pi√Ļ squal ¬≠lido, pi√Ļ disperato. Cesarano avrebbe dovuto battere questo tasto, se voleva veramente spezzare il suo odiato invo ¬≠lucro, il suo ¬ę essere di carta ¬Ľ.


Letto 1616 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart