di Arrigo Benedetti
[dal Corriere della Sera”, giovedì 18 settembre 1969]
La nostra cultura e quindi anche il nostro giornalismo si avvantaggiano d’una umanità di confine che, oltre l’italia no, ha magari quale linguag gio familiare il croato, lo slo veno, il tedesco e natural mente, saltando a ponente nel le valli alpine, il francese. Tanti nomi, fin dal Risorgi mento, testimoniano l’utilità derivatane. Nel secolo scorso, Niccolò Tommaseo, nato a Sebenico. In questo, Carlo Michelstaedter (Gorizia) Ita lo Svevo, i fratelli Carlo e Giani Stuparich, tutti triesti ni d’origine tedesca o slava.
La Val d’Aosta ci ha dato Federico Chabod, Alessandro Passerin d’Entrèves, due storici. Ieri Piero Jahier e Gio vanni Boine, oggi Italo Cal vino non risentono del confi ne francese, come Umberto Saba e P.A. Quarantotti Gam- bini di quello orientale?
I legami familiari con una certa Europa ci hanno per messo d’assimilare, qualche volta senza dilettantismo ec cessivo, molti motivi: Kafka e Freud, oppure un roman ziere, Robert Musil; o un mu sicista, Gustav Mahler, quasi riaccostandoci a un mondo che ci fu vicino prima del l’unità nazionale. A Trieste, quando aveva un retroterra, appena andavano a abitare in città, gli allogeni comin ciavano a sentirsi italiani. L’urbanesimo dava ai croati e agli sloveni una lingua let teraria. Successe, dopo il ’30, a uno scrittore vivente e di menticato, il fiumano Enrico Morovich; ora, il caso si ri pete con Fulvio Tomizza ed Enzo Bettiza.
Bettiza, che i lettori del « Corriere » conoscono, e del quale il 7 settembre, quelli di palato fine hanno sentito l’e leganza d’una corrispondenza da Macao, città fatiscente, da capire di là dagli schemi ideo logici â— a disposizione, or mai, di chiunque â— dopo es sere stato fra i nostri buoni giovanissimi narratori del do poguerra, dà il suo contribu to alla nostra cultura, filtrata al solito dai giornali, per for tuna nostra e di tutti, come esperto non solo di temi sla vi, o comunque dell’Europa orientale, ma addirittura del comunismo, e in specie di quello italiano. Egli â— lo si vede nel suo recentissimo Quale PCI?, Longanesi, Mi lano, nella collana « Studio » da lui diretta â— viaggia at traverso i continenti; però, atto rilevante in uno che po trebbe considerarsi italiano naturalizzato, misura sempre le realtà lontane con l’altra vicina, quasi fosse nato e vis suto sempre a Milano, a Firenze o a Roma. E’ curioso: due dei maggiori giornalisti che abbiamo in Italia, Ugo Stille, e, appunto, Bettiza, so no nostri compatrioti per li bera scelta, idealmente. Stille, nato a Mosca, venuto a sta re a Roma in fasce, è oggi un romano di Nuova York. Maga ri non lo farà mai, però so gna di tornare a stare, tra piazza Barberini e via del Tritone, non lontano da piazza di Trevi, dove visse.
Bettiza è dalmata. Appar tiene a una di quelle fami glie che, smembratosi nel ’18 l’impero austroungarico, ebbe ro la scelta della cittadinanza: tra la serbo-croata-slove na, l’italiana, l’austriaca e l’ungherese. Perché i Bettiza preferirono il passaporto ita liano? Non perché noi allora eravamo i vincitori. Nemmeno per avere misurato la percen tuale di sangue latino scor rente nelle loro vene. Si de cisero, pur seguitando a re stare in Jugoslavia, con pe riodi a Padova, a Pavia o a Vienna per gli studi, perché, senza indulgere alla retorica sulle tracce del Leone di San Marco in Illiria, erano con vinti d’essere dei veneziani.
Bisogna seguirli, gli scrit tori di confine. Allargano il nostro interesse, dànno aria. Sarà stato un caso, ma pro prio Firenze, appena finita la prima guerra mondiale, si ri trovò inaridita dopo la stagio ne dell’Unità di Gaetano Sal vemini, della Voce di Giusep pe Prezzolini e di Giuseppe de Robertis; e Lacerba, nido di poeti, fu, con Solaria, un tramite fra l’Italia e i lette rati di confine, pronubo Eu genio Montale.
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Bettiza, troppo giovane per avere avuto esperienza del cosmopolitismo fiorentino, che non risente solo dei paesi an glosassoni, appartiene a sif fatta famiglia, e lo s’avverte nella sua letteratura e nel suo giornalismo. Il levante l’attrae; ma egli lo sottopone a un’analisi così scrupolosa da reprimere gli abbellimenti della fantasia.
Il comunismo, le crisi in corso nei paesi comunisti, dove il marxismo a intermittenza s’articola in interpretazioni che magari equivalgono a negazioni o almeno a radicali correzioni, sono ormai la sua specialità. Pare quasi che egli, dal di fuori, riviva i drammi personali seguiti alla scomparsa di Togliatti. Affezionato com’è al suo stile analitico, talvolta, nel descriverceli, rivela la mano del narratore. Si guardi al ritratto che, d’articolo in articolo, tratteggia di colui che ormai pare di sicuro il delfino del leader morto a Yalta, dopo l’interregno di Luigi Longo. Lo schivo En rico Berlinguer è diventato un personaggio: uno di quei cittadini dell’antico regno sar do che con puntualità stupe facente, emergono nel parti to comunista.
Sullo sfondo, magari con un brusco salto, gli sconquassi e le tragedie degli al tri partiti comunisti. I loro bizantinismi. A est, soprattut to: la Romania, la Jugoslavia, l’Ungheria, la Polonia, la Ger mania orientale, e infine la Cecoslovacchia, dimostrazione dell’immobilismo in cui è fi nito il marxismo-leninismo. A ovest, Bettiza s’appassiona ai casi del comunismo francese, così tardo e opaco. Del PCF scrive: « Per tanti francesi » sarebbe un sollievo « l’auda cia intellettuale di Longo e di Berlinguer ». Gli italiani a Parigi avrebbero le carte in regola per essere ammessi al governo. Però, Bettiza aggiun ge subito: « Proprio nella mi sura in cui i comunisti italia ni s’avvicinano alle porte del potere, l’ottica dei non comu nisti deve farsi più rigida e penetrante ». E pare alludere a tanti. Non solo ai critici seri del nostro marxismo ma anche a coloro che seguitan do a votare democristiano o socialista vagheggiano bloc chi unitari.
Bettiza, con un’attenzione che appunto non è mai in dulgenza, osserva Berlinguer da molte prospettive: lo vede opporsi a Mosca, durante la conferenza dei settantacinque partiti al tentativo di Breznev di scomunicare la Cina, lo coglie mentre critica il con cetto di sovranità limitata elaborato dall’URSS per conser vare l’egemonia sui paesi co munisti. Ma, sempre, sottoli nea le ambiguità del perso naggio, volutamente opaco, le quali irritano non tanto i non comunisti seri ma, nel segre to della loro coscienza, gli stessi compagni di partito, che, dopo l’intervento sovietico in Cecoslovacchia, avevano cre duto possibile un rapido svi luppo del nuovo corso, fino all’affermazione, da parte del maggior partito comunista del mondo occidentale, d’una au tentica autonomia. Invece, Berlinguer rimane ambiguo non meno di Longo. Nei fatti, si tocca il limite che un partito ha creato a se stesso, dal 1945 in poi, permeando di propaganda stalinista i suoi iscritti, i quali ora, con la lo ro indifferenza verso la sor te di Dubcek e dei suoi com pagni di sventura, condizio nano negativamente un organismo in cerca di respiro.
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In Bettiza, motivi di politica interna ed estera s’amalgamano. Molto originale è l’analisi della tiepidezza atlantica dei francesi: dagli scrittori di Le Monde, a De Gaulle, a Pompidou, e allo scarso spirito d’opposizione del PCF interessato, in questa fase non alle riforme interne ma a sostenere la diplomazia sovietica. L’infedeltà a Mosca, perfino i piccoli torti che si permettono i comunisti italiani, nuocerebbero alla Quinta repubblica a cui s’è grati d’avere negato alla Nato il diritto a mantenere certe basi nel paese. E questo basta (non si chiede l’uscita della Francia dalla Nato, e neanche la sua dissoluzione giacché metterebbe in crisi il patto di Varsavia) a giustificare l’astensione dal voto nel ballottaggio per eleggere il nuovo presidente della repubblica, alcuni mesi fa. Meglio, dunque, per i comunisti francesi, d’un cattolico davvero progressista e occidentale, professore-banchiere e amabilmente mondano.
Però, le differenze fra PCI e il PCF, osserva Bettiza, non vanno esagerate. Bisogna stare attenti; se no, e lo dovrebbero riconoscere proprio gli intellettuali marxisti così pronti ad accontentarsi di poco, « la condanna dei fatti di Praga diventa, alla lunga, astratta e metafisica come la condanna dell’imperialismo ».
E’ vero. I comunisti italiani scivolano nelle genericità; le stesse che bastano ad illudere alcuni socialisti o a fargli perdere la calma, per esempio, quando credono d’essere aggirati a sinistra dai democristiani o dalle Acli. E l’astrattezza denunciata da Bettiza non alimenta certe nostalgie frontiste che, prima di Praga e della conseguente cauta condanna da parte del PCI sembravano impossibili? E le alimenta si badi, a buon mercato, né potrebbe darsi altrimenti. Non vi sarà infatti una seria revisione a sinistra finché la base non sarà raffinata, attraverso un dibattito coraggioso e senza pregiudizi, depurandola dal suo stalinismo e dalle sue attese messianiche.
Questi i principali motivi dell’analisi di Bettiza. Egli – dato da non trascurare – non piglia in prestito il linguaggio dei sociologi; ha a disposizione un linguaggio originale: come si sente dalla sua prosa solo ogni tanto emotiva, viene dalla buona letteratura.