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STORIA: I MAESTRI: Umberto I, il re buono

29 Agosto 2011

di Indro Montanelli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, 5 maggio 1970]

Umberto I √® il meno biografato di tutti i Savoia, almeno da Carlo Alberto in poi. A ch’io sappia, di lui non esisteva fin qui che una brutta agiografia, Il re martire del Pesci. Per saperne di pi√Ļ, bi ¬≠sogna andare a cercarselo nei diari e negli epistolari dei con ¬≠temporanei √Ę‚ÄĒ il Farini, il Guiccioli ecc. √Ę‚ÄĒ, che ce ne offrono solo rappresentazioni frammentarie e indirette.

Un po’ dipende dalle scarse attrattive del periodo ch’egli incarna: l’arco di ventisei an ¬≠ni che va da Porta Pia a Adua, anche se non dei meno im ¬≠portanti, √® dei meno dramma ¬≠tici della nostra storia contem ¬≠poranea. Ma vi contribuisce anche √Ę‚ÄĒ per dirla in linguag ¬≠gio televisivo √Ę‚ÄĒ la scarsa ¬ęchiamata ¬Ľ del personaggio. Alla cosiddetta ¬ę Italia umber ¬≠tina ¬Ľ, Umberto dette solo il nome e un taglio di capelli e di baffi. Il carattere glielo dette molto di pi√Ļ sua moglie. Margherita fu forse l’unica donna, nella storia di quella dinastia patriarcale, a sopraf ¬≠fare con la sua personalit√† quella del marito, sebbene glie ¬≠ne mancasse il principale stru ¬≠mento: il letto. Di letto, fra i due ce ne fu poco; e forse, per il bene di tutti, compresi i Savoia, sarebbe stato meglio che non ce ne fosse punto.

Con ci√≤ non vogliamo dire che Umberto fosse effettiva ¬≠mente e soltanto un ¬ę re tra ¬≠vicello ¬Ľ come lo chiamava L’asino di Podrecca. E se lo fu, bisogna concedergli molte attenuanti. La sua prima di ¬≠sgrazia fu quella di aver avuto per padre un re che forse non era stato cos√¨ grande come tut ¬≠ti dicevano, ma che per tale passava, e comunque un se ¬≠gno lo aveva lasciato. La se ¬≠conda fu quella di succedergli nel momento in cui l’Italia si credeva fatta senza esserlo, e pretendeva comportarsi come se lo fosse.

*

Al compito di guidarla in quella delicata fase post-eroica, Umberto non era stato preparato. Vittorio Emanuele, che amava molto i figli datogli dalla bella Rosina, ora Contessa di Mirafiori, che non quelli legittimi di Maria Adelaide, si era poco curato di lui e della sua educazione. ¬ę √ą purtroppo ignorante – scriveva Silvio Spaventa a suo fratello Bertrando √Ę‚ÄĒ. Ha fat ¬≠to regolarmente gli studi di scuola, ma dopo la scuola non ha fatto altro, non fa altro, e non mi pare abbia voglia di altro ¬Ľ.

Nell’ammobiliamento di un re, la cultura pu√≤ anche rap ¬≠presentare un ¬ę pezzo ¬Ľ pura ¬≠mente decorativo, e lo stesso Vittorio Emanuele non ne tra ¬≠sudava. Ma a lui era toccato regnare quando contava molto di pi√Ļ la spada di cui era mae ¬≠stro. Umberto fu allevato co ¬≠me se anche lui dovesse reg ¬≠gersi esclusivamente su quella, n√© ebbe il naso di suo padre nel fiutare le nuove esigenze del Paese e adeguarvisi.

Non sarebbe stata, ricono ¬≠sciamolo, un’impresa facile per nessuno. Il Risorgimento si era concluso. Anche se non era stato la grande epopea che dicono i suoi apologeti, esso era riuscito a creare un mito, di cui gli eredi non volevano fa ¬≠re i mantenuti. I figli dei Bixio e dei Manara aspirava ¬≠no anch’essi ai loro Calafati ¬≠mi e Ville Glori. Umberto ne condivise le smanie. Del Ri ¬≠sorgimento a lui non era toc ¬≠cato che una briciola, e la meno gloriosa: la seconda Custoza, quella del ’66. Anche se il famoso ¬ę quadrato di Villafranca ¬Ľ, di cui gli storici cor ¬≠tigiani gli accreditano il me ¬≠rito, non fu un grande fatto d’armi, dimostr√≤ tuttavia che il giovane principe era un buon Savoia, cio√® un corag ¬≠gioso comandante di reparto, pur senza lampi di strategia alla Moltke. Ma non poteva bastargli. E tutto il suo regno non fu che una corsa dietro il fantasma della gloria militare in cui quella rozza e intrepida dinastia aveva sempre cercato e trovato la legittima ¬≠zione dei suoi titoli.

Nulla poteva essere pi√Ļ in contrasto col clima di un Paese che, dovendo la sua unit√† soltanto al sopruso di una piccola minoranza, ora aveva bisogno di cucirla integrandovi le mas ¬≠se, rimaste cospicuamente estranee alla sua formazione. Umberto non lo cap√¨. Non po ¬≠teva capirlo. Un po’ perch√© non era molto intelligente di suo, un po’ perch√© lo avevano preparate a comandare soltan ¬≠to dei reggimenti, e pi√Ļ che ai reggimenti non fu mai in grado di pensare (le divisioni e i corpi d’armata erano gi√† al di l√† dei suoi orizzonti). Gran donna come donna. Mar ¬≠gherita non gli fu di grande aiuto come regina perch√©, an ¬≠ch’essa Savoia per met√†, l’altra met√† tedesca di Sassonia, la pensava allo stesso modo.

*

Umberto, in casa ci stava poco. Quando erano a Mon ¬≠za, teneva compagnia alla mo ¬≠glie durante i pasti, ma senza parteciparvi perch√© subito do ¬≠po andava a mangiare dalla sua amante, la duchessa Litta, che aveva per comodit√† accasato in fondo al parco della villa Reale. Anche que ¬≠sta era una tradizione di fa ¬≠miglia: i Savoia le loro donne le avevano sempre trattate co ¬≠s√¨. Ma anche in quei brevi intervalli coniugali, i suoi pol ¬≠moni si gonfiavano di ossigeno militaresco perch√© per Marghe ¬≠rita l’Italia ¬ę buona ¬Ľ era quel ¬≠la delle caserme; il resto non era che canagliume, compreso il parlamento, anzi soprattutto il parlamento. Crispina arrab ¬≠biata, anch’essa contribu√¨ a spingere Umberto nella Tripli ¬≠ce, che nei suoi intendimenti non era soltanto un patto di politica estera, ma anche una scelta di regime. Guglielmone le piaceva perch√© si fidava sol ¬≠tanto dei generali e insolen ¬≠tiva i ministri. Avrebbe volu ¬≠to che il suo √Ę‚ÄĒ per modo di dire √Ę‚ÄĒ Umberto facesse altrettanto. E Umberto magari l’avrebbe anche accontentata, se avesse avuto a disposizione dei generali prussiani. Ma non ne aveva che d’italiani…

A una politica cosiffatta, che sacrificava le magre risorse del Paese alle spese militari e non aveva di mira che gl’ingran ¬≠dimenti territoriali, non resta ¬≠va che l’avventura coloniale. Su queste pericolose strade gl’italiani si mettono sempre allo stesso modo, cio√® facendovisi precedere da una canzo ¬≠netta. ¬ę Nel caldo dei deserti √Ę‚ÄĒ e tra l’arena ardente √Ę‚ÄĒ insegneremo a vivere ai negri civilmente ¬Ľ diceva una del 1885, l’anno dello sbarco a Massaua. E’ la nonna di ¬ę Faccetta nera ¬Ľ. Il resto √® noto. Ma forse non lo √® al ¬≠trettanto lo scambio di lettere fra re Umberto e Menelik, da cui il sovrano abissino esce quasi pi√Ļ trionfante che dalla battaglia di Adua.

C’√® da chiedersi quanto l’u ¬≠miliazione di questa disfatta abbia contribuito ad armare la mano di Bresci. L’anarchi ¬≠smo italiano non era frutto soltanto della povert√† e delle ingiustizie. Esso era alimen ¬≠tato anche dalle mortificazioni del sentimento nazionale e da una confusa volont√† di rivalsa che cercava nel re il capro espiatorio. Non per nulla incubava soprattutto nei centri di raccolta dei nostri emigrati all’estero, dove pi√Ļ forte era questo sentimento di frustrazione, e donde anche Bresci venne.

Anche a costo di passare per cinici, noi crediamo che il re ¬≠gicidio di Monza abbia con ¬≠tribuito alla causa monarchi ¬≠ca molto pi√Ļ di tutti i rituali con cui essa cercava di accre ¬≠ditarsi nel cuore del popolo. Comunque, contribu√¨ moltissi ¬≠mo a dare qualche rilievo a un re che non ne aveva punto e che era stato chiamato ¬ę buo ¬≠no ¬Ľ perch√© non si sapeva qua ¬≠le altra qualifica attribuirgli. Uomo coraggioso, Umberto da ¬≠va il meglio di s√© proprio in queste emergenze. Lo si era vi ¬≠sto anche a Napoli, quando il cuoco Passanante gli si era avventato addosso col suo pu ¬≠gnale. Umberto era rimasto impassibile. E anzi, poco dopo, invitando i suoi ospiti a prender posto a tavola, aveva detto: ¬ę Non facciamo aspettare i cuochi. Avete visto di che cosa son capaci ¬Ľ. Una battuta da ¬ę Re Sole ¬Ľ.

*

Ora finalmente, di questo sovrano fin qui piuttosto negletto, abbiamo un avvincente e convincente ritratto. L’ha scritto Ugoberto Alfassio Gri ¬≠maldi e l’ha pubblicato l’edi ¬≠tore Feltrinelli (Il re ¬ębuono ¬Ľ, 470 pagg., L. 3.000). Oltre che professore di storia, Grimaldi √® anche vice-direttore di Cri ¬≠tica sociale, e si sente perch√© questa rivista viene citata con un’insistenza che rivela un al ¬≠tissimo patriottismo, di gior ¬≠nale. Per scrupolo critico, avanziamo due riserve. La prima riguarda l’angolatura del libro, nettamente sociali ¬≠sta. Non discutiamo la sua legittimit√†, che anzi trova in noi dei simpatizzanti. Discutiamo il suo calco, un po’ troppo ostentato. Una tesi, si sa, c’√® in ogni libro di storia (e se non c’√®, non c’√® nulla). Si tratta di non farla troppo sentire, e Alfassio a questo non sempre bada, guadagnan ¬≠dovi in sincerit√† e perdendoci in efficacia.

L’altro appunto riguarda il dosaggio della sua ricostruzio ¬≠ne. Alfassio deve aver consul ¬≠tato tonnellate di materiale.
Egli si muove in questo trentennio da uomo che ne conosce i disopra e i disotto fin nei minimi particolari. Forse gli avrebbe meglio giovato ignorarne qualcuno: l’unico torto del suo libro √® quello di avere cento pagine di troppo.

Ma il lettore glielo perdo ¬≠ner√† facilmente perch√© anche quelle sono scritte da una ma ¬≠no che sa rendere essenziale perfino il superfluo. Non conosco Alfassio che di nome. Non so se questo sia il suo primo libro. Ma spero comun ¬≠que che non sia l’ultimo. Di storici che sappiano la storia, in Italia ce ne sono √Ę‚ÄĒ credo √Ę‚ÄĒ parecchi. Ma che sappiano anche scriverla, ne conosco ben pochi. Alfassio √® sicura ¬≠mente di questi.


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2 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 29 Agosto 2011 @ 16:30

    Una  lingua  apollinea, grande Montanelli.
    Grazie Bart

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 29 Agosto 2011 @ 16:49

    Chi sa che cosa avrebbe scritto oggi, con questa situazione politica caotica…

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart