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STORIA: Intellettuali italiani dal fascismo al comunismo

9 Marzo 2009
(In margine alla presentazione del libro di Mirella Serri I profeti disarmati, a Lucca, sabato 14 febbraio 2009)

di Paolo Buchignani
(storico, autore del volume, La rivoluzione in camicia nera, Mondadori)

E’ stato soltanto opportunismo quello che ha indotto moltissimi intellettuali italiani a transitare dai fasci alla falce e martello? Soltanto per opportunismo essi sono accorsi, nel periodo compreso tra la fine della guerra e i primi anni ’50, tra le generose braccia di Togliatti, pronto a cancellare le loro colpe fasciste pur di reclutarli in massa nel suo partito? I relatori che hanno preso la parola sul libro della Serri hanno ricondotto questa significativa transizione esclusivamente a motivazioni opportunistiche; le quali, indubbiamente, ci sono state, ma non sono, a mio avviso, sufficienti a spiegare un fenomeno assai complesso. Anche perché da questa analisi non emerge la ragione per la quale questi soggetti hanno scelto proprio il Pci (politicamente sconfitto dopo il ’48) e non, per esempio, la Dc, uscita vittoriosa dalle elezioni del 18 aprile. In realtà esiste una continuità ideologica tra il loro sovversivismo fascista ed il successivo approdo nelle file comuniste. Già durante il Ventennio, questi intellettuali avevano espresso posizioni populiste e antiborghesi, anticapitaliste, antiliberali, antiamericane; il loro fascismo (almeno a parole incoraggiato dallo stesso Mussolini) aveva un carattere rivoluzionario e puntava (più che mai dopo la crisi del ’29, interpretata come crisi di civiltà e come crollo definitivo del liberal-capitalismo) alla creazione dell'”uomo nuovo” e della “nuova civiltà fascista”, alternativa a quella borghese.
Ai giovani fascisti, non a caso, il partito comunista cominciò a prestare grande attenzione fin dagli anni ’30, al punto che nel 1936, sulla rivista “lo Stato Operaio” di Parigi, arrivò a dichiarare di far proprio il programma fascista del 1919, in quanto rivoluzionario e anticapitalista, e, su questa base, a lanciare l’appello ai “fratelli in camicia nera”, fautori di quel programma, affinché abbandonassero l'”ingannatore” Mussolini e approdassero al Pci, l’unico partito intenzionato a fare davvero la rivoluzione e a realizzare, dunque, le loro aspirazioni. Questo appello sarà accolto soltanto più tardi, quando il regime, sotto i colpi della guerra perduta, comincerà a scricchiolare e, alla fine, sarà spazzato via. Il mito della rivoluzione, declinato prima nel fascismo e poi nel comunismo, costituisce, dunque, il tramite fondamentale nel viaggio, non “lungo” (come scrisse Ruggero Zangrandi), ma “breve”, da un totalitarismo all’altro.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 9 Marzo 2009 @ 22:35

    Concordo pienamente con l’analisi del testo, qui riportato, riguardante il passaggio di moltissimi dal Fascismo al Comunismo in Italia. Se ben si considera la situazione di allora, proprio l’Emilia-Romagna (e non solo) annoverava non pochi seguaci di Mussolini, poi passati in gran massa nelle file del P.C.I. A mio avviso ciò può voler dimostrare la “voglia” di un totalitarismo, anche se qualcuno, in buona fede, credeva nell’ideologia marxista, che prometteva, alquanto surrettiziamente, la “liberazione” e la valorizzazione della classe operaia. Ho detto “surrettiziamente”, a ragione, in quanto abbiamo ben visto quale “riscatto” abbia ottenuto la classe operaia stessa nei paesi dell’Est europeo e dove ha dominato (e domina) il Comunismo
    Gian Gabriele Benedetti

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