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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

TEATRO: I MAESTRI: Nuovo teatro, un laboratorio collettivo

5 Marzo 2012

di Carmelo Bene
(da “Quindici”, numero 2, luglio 1967

Convegno « Per un nuovo teatro », Torino
(Unione Culturale) e Palazzo Canavese –
Ivrea (Centro Culturale Olivetti), 9-12 giu ­gno 1967.

Torino. Aria di palazzo. Smanie stabili a Palazzo Canavese. Anche Arbasino l’aveva scambiato per un palazzo. Era invece un paese poco distante dal lago dove tutto il teatro più nuovo s’è trovato in vacanza. Reazione sem ­pre ebete della critica rachitica, impegnata e alpina che ha applaudito un cabaret inattua ­le (sul giornale vuol dire « classico »), per non fischiare noi che a nostra volta e al solito villani avevamo fischiato il cabaret. Sylvano Bussotti si è sottratto alla folla in una molto bella conferenza su Cage. Cathy Berberian ha stupefatto una pagina al Joyce-Berio, da quel ­la splendida orchestra che è. Una davvero al ­legra e confortante premessa all’Amleto di L. De Berardinis. Barba, tra l’altro, mediante una esemplificazione ginnica (pure sbagliata), ci ha dimostrato che ne è di Grotowskj se, svanito il talento, rimane la fatica. L’organiz ­zazione ha fatto tutto il possibile.

Sto cercando adesso di ricordare quanto ho cercato di dire, inascoltato, a proposito di « teatro laboratorio » e « teatro collettivo ». « Laboratorio » e « collettivo sono due termi ­ni complementari. « Laboratorio » può anche intendersi come ricerca a condizione che sia fondamentalmente un « atteggiamento ». Così, nell’interesse di un « collettivo » di lavoro, rispetteremo solamente un « comportamento » (laboratorio personale nel collettivo). « Labo ­ratorio » non è la scuola di un maestro che a furia di metodo sia riuscito a livellare a una mezza altezza una quindicina di disce ­poli (una tale equivalenza tecnica è di solito asinamente confusa con uno « stile »). Io sono uno spettacolo, tu sei uno spettacolo, egli è uno spettacolo, noi siamo uno spettacolo… Tutti spettacoli diversi? Da un certo punto, sì. Che vuol dire da un certo punto?

Uno spettacolo pronto è uno spettacolo fini ­to (mesi di prove e prova generale), svilito tecnicamente: è lo spettacolo delle prove, peg ­gio ancora quello del testo. Non è ancora lo spettacolo di se stesso, non è ancora un testo dello spettacolo. Se siamo in due, nello stesso spettacolo, si tratterà per entrambi di giocare non soltanto due ruoli, ma soprattutto due spettacoli diversi, disimpegnandoci da un pri ­mo, anche se nuovo per il pubblico, da noi risaputo tecnicamente. E’ tutto un fatto di improvvisazione? Niente affatto. Grande at ­tore è colui che, intimidito da se stesso e con tutta la fede, diffida della propria trage ­dia. Mentre questa si svolge, né prima né dopo. In questo modo egli « tradisce », non tanto il testo, ma lo spettacolo che il « collettivo » sta rappresentando supino. Tradisce anche il « collettivo » che, « collettivo » per premessa, sta sfogliando alla platea tutto un libro non suo perché crede all’autore quanto basta e non quanto non basta. In questo senso, un laboratorio collettivo non comportamentistico, non dubitato e tradito da un atteggiamento personale di laboratorio, ha la stessa impor ­tanza del testo se rispettato, cioè non goduto. Cioè nessuna. Quello che in prova era un fatto di fiducia diventa in scena un fenomeno di fede, se la scena non è altro che l’ultima analisi. Ecco la vera urgenza del regista-attore. Che cosa si deve fare per diventare così, così capaci di tutt’altro? Non c’è niente da fare. E’ questione di fede, che non è la fiducia nel « gruppo » ma l’esatto contrario, una fede che quando è più felice, non miracola niente, ma rassegna (infinitamente). La sfiducia nel « collettivo » porta comunque sia a due di ­verse risoluzioni efficaci: superare o cambiare mestiere. E allora, come aderire a un gruppo se sfiduciati e come meritare questa fede al momento giusto, se d’altra parte non basta una coscienza nauseata dell’esito tecnico del collettivo a procurarci una fantasia nuova? E’ questione di fortuna.

Come per gli spettacoli-relazione o confe ­renze-spettacoli, un convegno è un palcosce ­nico approntato e no, dove la fede dovrebbe precedere soltanto “l’organizzazione e seguire risultati personali di quelli più fortunati tra partecipanti. Ed è perciò che, da un punto di vista programmatico-organizzativo (anche Quartucci è stato molto chiaro in merito), questo convegno è riuscito. Da quell’altro, « artistico », non c’è nulla da chiedere che non ci si possa personalmente domandare. Sa ­rebbe un farla da critici teatrali. E proprio in sede di questo convegno, è stato un caso due volte sfortunato quello di Roberto De Mon ­ticelli. La sua « sfiducia nel collettivo » non l’ha condotto a nessuna delle due risoluzioni efficaci sopraddette (è una strana eccezione). Delle sue due sfortune (per ovviare alla secon ­da basta non leggerlo) è più grave la prima: non avendo portato niente di suo, avrebbe voluto portarsi via la roba degli altri. Gli sta bene.


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1 commento

  1. Commento by Gabriele — 15 Maggio 2013 @ 12:23

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
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