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Un atto di viltà

13 Luglio 2013

di Massimo Giannini
(da “la Repubblica”, 13 luglio 2013)

C’è uno scandalo politico da illuminare, nella linea d’ombra che attraversa gli Stati e gli apparati, la diplomazia e la burocrazia, i diritti e gli affari.

Solo in Italia può succedere che cittadini stranieri, ma domiciliati qui, possano essere “sequestrati” in gran segreto dalle autorità di sicurezza e rispediti nel Paese di provenienza, dove si pratica abitualmente la tortura.

Solo in Italia può accadere che questi cittadini siano rispettivamente la moglie e la figlia minorenne di un noto dissidente del Kazakistan, rimpatriati a forza con il pretesto di un passaporto falso per fare un “favore” a un premier “amico” come Nazarbayev, con il quale si fa business ma del quale si parla come di un dittatore violento e senza scrupoli.

Solo in Italia può avvenire che un simile strappo alle regole dei codici nazionali e internazionali sia scaricato, tutto intero, sulle spalle dei funzionari della pubblica amministrazione, mentre i ministri del governo della Repubblica si lavano serenamente le mani e le coscienze. Perché questo è, alla fine, il comunicato con il quale Palazzo Chigi prova a chiudere l’oscuro caso Ablyazov-Shalabayeva: un atto di viltà politica e di inciviltà giuridica, che invece di ridimensionare lo scandalo, lo ingigantisce.

Il testo, redatto alla fine di un vertice tra il presidente del consiglio Letta e i ministri Alfano, Bonino e Cancellieri, è un concentrato di buone intenzioni e di clamorose contraddizioni. Chiarisce che le procedure che hanno portato all’espulsione di Alma Shalabayeva e della sua figlioletta di sei anni sono state assolutamente regolari sul piano formale. Trasferisce sulla Questura di Roma e sulla Digos la colpa “grave” di non aver comunicato ai vertici del governo e ai ministri competenti “l’esistenza e l’andamento delle procedure di espulsione”. Riconosce l’errore, revoca il provvedimento e si premura di verificare “le condizioni di soggiorno della donna” ora detenuta nella capitale kazaka, auspicando che possa al più presto “rientrare in Italia per chiarire la propria posizione”.

Il cortocircuito è evidente: si prova a coprire questa vergognosa “rendition all’amatriciana”, ma di fatto si sconfessa senza ammetterlo l’operato di Alfano, che ne aveva negato l’esistenza. Sommerso dalle critiche internazionali e dalle polemiche interne, l’esecutivo prova a dire l’indicibile all’opinione pubblica: di questa vicenda non sapevamo niente, ha fatto tutto la polizia senza avvertirci, ma ha fatto tutto secondo le regole, e nonostante questo ci rimangiamo l’espulsione. Un capolavoro di ipocrisia pilatesca, che non regge alla prova dei fatti e meno che mai a quella dei misfatti. Basta ricapitolarli, e incrociarli con le spiegazioni farfugliate in queste settimane dai ministri, per rendersi conto che la linea difensiva non tiene. Le domande senza risposta sono tante, troppe, per non chiamare in causa direttamente il vicepremier e responsabile del Viminale Angelino Alfano, e in subordine le “colleghe” Bonino e Cancellieri.

Come si può credere che la Digos organizzi di propria iniziativa un blitz imponente, che nella notte tra il 28 e 29 maggio impegna non meno di 50 uomini, per arrestare Muktar Ablyazov, “pericoloso” oppositore del regime kazako di Nursultan Nazarbayev, inseguito da “quattro ordini di cattura internazionale” (in realtà ne risulta uno solo)? Come si può credere che la Questura di Roma e poi il prefetto decidano di propria iniziativa il decreto di espulsione a carico della moglie del dissidente Alma, per poi trasferirla insieme alla figlia Alua al centro di accoglienza e infine imbarcarla su un aereo per il Kazakistan con il pretesto di un passaporto della Repubblica centrafricana falso (che in realtà si rivelerà autentico)?

Pensare che un affare di questa portata politica, che va palesemente al di là della dimensione della pubblica sicurezza, possa esser stato gestito in totale autonomia dal capo della Digos Lamberto Giannini e dal dirigente dell’ufficio Immigrazione Maurizio Improta, è un’offesa al buonsenso e alla dignità delle istituzioni. Eppure è quello che si legge ora nel comunicato di Palazzo Chigi. I fatti si sono svolti ormai quasi un mese e mezzo fa. Da allora, i ministri coinvolti hanno taciuto, e manzonianamente troncato e sopito.

Dov’era Alfano, mentre per ragioni ignote si rispedivano nelle mani di un governo accusato da Amnesty International di “uso regolare della tortura e dei maltrattamenti” le familiari di un dissidente che vive tuttora in esilio a Londra? Dov’era Alfano, mentre l’ambasciatore kazako Andrian Yelemessov tempestava il Viminale di telefonate, per sollecitare l’operazione di polizia poi conclusa con l’arresto di Alma e Alua? Dov’era la Bonino, giustamente sempre così attenta ai diritti umani, mentre un aereo messo a disposizione dalla stessa ambasciata kazaka imbarcava madre e figlia a Ciampino, per ricacciarle nell’inferno di Astana? Dov’era la Bonino, mentre il Financial Times e i giornali internazionali denunciavano su tutte le prime pagine lo scandalo di una doppia “deportazione” che viola apertamente la Convenzione del 1951 sui rifugiati politici?

A queste domande non c’è risposta, se non l’omertoso comunicato ufficiale. I ministri coinvolti non sentono il dovere di assumersi uno straccio di responsabilità. “Non sapevamo”, dicono, mentendo e ignorando che in politica esiste sempre e comunque una responsabilità oggettiva, e che la politica impone sempre e comunque doveri precisi connessi alla funzione. Non sentono il dovere di rendere conto, e di spiegare chi e perché ha esercitato pressioni, e chi a quelle pressioni ha ceduto, in una notte della Repubblica che ricorda alla lontana un’altra notte del 2010, alla Questura di Milano, quando un presidente del Consiglio chiedeva per telefono ai funzionari presenti di rilasciare una ragazza perché era “nipote di Mubarak”. Chi ha telefonato a chi, questa volta? E con quale altra ridicola scusa di “parentela eccellente” ha trasformato un’operazione di polizia contro un rifugiato politico in un gesto di cortesia a favore di un despota asiatico ricchissimo di gas e petrolio, a suo tempo in amicizia con il Berlusconi premier e tuttora in affari con il Berlusconi imprenditore?

Altrove, per molto meno, saltano teste e poltrone. In Italia, com’è evidente, non funziona così. Sul piano etico, il minimo che si può chiedere è che a quella madre e a quella figlia, purtroppo cacciate con il fattivo contributo delle nostre autorità, sia restituito il diritto di tornare nel Paese in cui avevano deciso di vivere. Sul piano politico, il massimo che si deve pretendere è che chi ha sbagliato, chi ha mentito, o anche solo chi ha taciuto, ne risponda di fronte all’Italia e agli italiani.


La capacità di correggere gli errori
di Gianni Riotta
(da “La Stampa”, 13 luglio 2013)

Ricorre quest’anno il Cinquecentesimo anniversario della pubblicazione di uno dei capolavori del pensiero mondiale, Il Principe di Machiavelli, opera che rivaleggia con la Divina Commedia di Dante per traduzioni dalla nostra lingua. Se avrete la pazienza di rileggere la fatica del Segretario fiorentino resterete impressionati da come, nella sua visione del Potere, degli Interessi, della Forza e della Strategia nulla sia mutato dai turbolenti giorni delle Corti e dei Principati. Obama contro Putin, Xi Jinping contro il premier giapponese Abe, le manovre navali congiunte Mosca-Pechino, i marines che arrivano in Australia, l’intero nostro tempo ancora si inquadra nel Potere che si fa Leone, Volpe, che si cura di Essere o di Apparire, di far Paura o indurre Amore.

Tutto, tranne i social media, il web, l’epoca dei personal media che rendono il Potere sottoposto a un caleidoscopio di informazioni, controlli, dibattiti, trasparenza. Se i familiari di Muktar Ablyazov, dissidente kazako, fossero stati deportati dall’Italia al loro Paese nei giorni della vecchia diplomazia e del vecchio potere, secondo la sintassi feroce così genialmente studiata (non difesa, si badi) da Machiavelli, nessuno di noi avrebbe mai sentito parlare di loro.

E questo articolo non sarebbe mai finito in prima pagina su La Stampa. Soffrire di nascosto e in silenzio era la pena dei deboli, imporre la loro ferrea volontà a piacimento era il privilegio dei forti. L’esilio, l’oblio, l’emarginazione, condivise da Dante e Machiavelli, venivano comminate dal solo capriccio del Principe. Se oggi il governo di Enrico Letta, Angelino Alfano ed Emma Bonino, dopo una campagna di opinione pubblica guidata da questo giornale, torna sui propri passi e riconosce l’incongruenza di affidare profughi inermi ai loro possibili persecutori si deve al potere morale dell’opinione pubblica diffusa dal web, oltre naturalmente alla loro sensibilità umana.

In altri tempi, la regola burocratica poteva essere applicata passando inosservata, magari seguendo alla lettera la legge e il protocollo l’espulsione poteva anche essere comminata, ma il web rende il motto antico «Summum ius summa iniuria » una legge morale più forte di quella scritta. Seguire un diritto la cui conseguenza è l’ingiustizia può salvare la coscienza di un burocrate, ma oggi non è più difendibile davanti a tanti cittadini con in mano uno smartphone e una connessione internet. L’ambasciatore italiano a Washington Bisogniero ha chiesto a dirigenti della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato e docenti Usa di dibattere la «cyberdiplomacy » tra Usa e Europa e il risultato è stato sorprendente: il consenso è che il web ha mutato per sempre i rapporti tra gli Stati.

Se per i tiranni, delle grandi e piccole potenze, questa è una minaccia che alla lunga potrebbe anche essere fatale, per i leader delle democrazie è insieme una costrizione e un’opportunità. A breve li rende soggetti a valutazioni da fare sotto pressione, come quelle opportunamente prese infine sulla famiglia Ablyazov. Alla lunga però concede un termometro di temperatura etica del Paese, dando ai governi, grazie al web, un dialogo fitto e continuo con la gente. La capacità di autocorrezione degli errori e il dibattito libero sono la vera forza della democrazia rispetto ai regimi autoritari, costretti sempre a restare ingessati nella volontà assoluta del Capo, e blindati ai loro errori.

Non si tratta di un antibiotico politico che cancella ogni male, naturalmente e presto i leader, anche studiando l’andamento dei Big Data sul web, riusciranno a manipolare e a guidare la discussione nei loro Paesi. Ma in profondo, oggi, i sistemi hanno una chance di essere davvero «società aperte » come sognava il filosofo Popper, che solo una generazione fa sarebbe stata illusoria.

Bene ha fatto dunque il governo Letta a recedere da una scelta non felice, bene hanno fatto tutti coloro che hanno lavorato online perché si arrivasse all’esito positivo. Meglio ancora se, in futuro, l’Italia saprà prevenire incidenti del genere, dandosi carattere da Paese amico dei dissidenti politici e aperto agli esiliati, come ricordano i libri di scuola è nella tradizione del nostro Risorgimento.

Quanto a Machiavelli, tornasse oggi tra noi a festeggiare il mezzo millennio del suo capolavoro, non esiterebbe ad includere un capitolo sull’online, indicando con la sua prosa lapidaria al Principe come governare il web da Leone e ai suoi rivali digitali come opporsi da Volpi internet.


Caso Kazakistan, la tragedia e la farsa
di Antonio Padellaro
(da “il Fatto Quotidiano”, 14 luglio 2013)

Nell’estate del ’77, dopo la ridicola fuga in una valigia del criminale nazista Kappler dall’ospedale romano del Celio, il governo dell’epoca cercò di addossare la colpa a tal capitano Capozzella, prima delle inevitabili dimissioni dell’allora ministro della Difesa Lattanzio. Fu così che il carabiniere, in ragione anche di un cognome appropriato agli eventi, divenne sinonimo di scaricabarile all’italiana, di politici vili e inetti, di stracci fatti volare per coprire le loro eccellenze.
Oggi, mentre solo grazie ai giornali cominciano a emergere circostanze e particolari dello scandalo infamante che ha portato le autorità italiane a consegnare nella mani del dittatore del Kazakistan, Nazarbayev, moglie e figlia (di sei anni) del principale oppositore del regime (dove secondo Amnesty tortura e maltrattamenti sono di casa), si capisce solo che il premier Letta e i suoi ineffabili ministri Alfano,  Bonino e Cancellieri stanno cercando solo i due o tre Capozzella di turno da incolpare: “Nessuno ci ha informato”. I dirigenti della Polizia avranno modo di spiegare le sconcertanti modalità di un’espulsione avvenuta con uno spiegamento di forze (50 uomini armati fino ai denti) come  per Riina e Provenzano.

Una domanda ai solerti funzionari, però, sorge spontanea: una volta entrati nella villetta di Casal Palocco e constatata l’identità dei feroci criminali da catturare, una donna e una bimba terrorizzate, non gli è saltato in mente che qualcosa non tornava? Un controllo, una telefonata a qualche superiore gallonato per chiedere: che cazzo stiamo facendo, era troppo complicato? Perché a questo punto sorge il dubbio che tutta la vicenda, da molti interpretata in chiave complottista come un favore fatto all’amico personale di Berlusconi e al partner d’affari dell’Eni, nasconda una buona dose di ottusità e cialtroneria.

Insomma, più che James Bond, una gag  dell’ispettore Clouseau, anche se non c’è niente da ridere. Forse neanche gli sceneggiatori di Peter Sellers avrebbero saputo creare una battuta come quella escogitata dai cervelli di Palazzo Chigi a proposito di Alma Shalabayeva: “Espulsione revocata, ora può tornare”. Naturalmente gli sgherri kazaki non aspettano altro che liberarla con tante scuse.

Pensavamo di aver toccato il fondo della credibilità internazionale con la pagliacciata dei due marò trattenuti in Italia malgrado la parola d’onore data al governo indiano e poi rispediti a Delhi. Ma ora è molto, molto peggio.


Volevano spegnere Mediaset
di Salvatore Tramontano
(da “il Giornale”, 13 luglio 2013)

Come cani rabbiosi. La muta degli anti-Cav sta pregustando il sangue della preda. La vuole schiacciare, dilaniare, distruggere totalmente. Non è una questione di giustizia, ma sfogano su questa caccia tutte le loro paure e frustrazioni. Non solo lo vogliono alla gogna, condannato, dietro le sbarre, fuori dal Senato, bandito dalla politica, ma adesso puntano ai soldi, smaniano per mandarlo in rovina, fino a oscurargli le tv. L’obiettivo finale infatti è Mediaset. Bisogna oscurarla. Il buio come ultima vendetta.

Un’azienda italiana forte e prestigiosa da ridurre sul lastrico, condannando alla disoccupazione anche chi ci lavora. La teoria dei Cinquestelle, espressa chiaramente durante la discussione in giunta sulla ineleggibilità di Berlusconi, è che Mediaset non abbia le concessioni governative, quindi trasmette illegalmente. Peccato che dal 2012 non serva più l’atto di concessione. È il solito dilettantismo dei grillini. Presuntuosi e pasticcioni.

Berlusconi non deve avere più via di scampo. Nessuna. Né politica, né economica, né sociale. Capite che in ballo qui c’è molto di più di una sentenza. È l’odio assoluto verso un uomo e un leader politico. È una guerra civile ad personam. La frase che gli avversari del Cavaliere ripetono ossessivi in questi giorni è: deve fare la fine di Craxi. Anzi, peggio. In questo però si illudono. Berlusconi non finirà a chiedere la carità all’angolo di via del Corso come si augurava anni fa D’Alema. Berlusconi non è Craxi. È più testardo e capace di colpi di coda improvvisi e spiazzanti, ma soprattutto è molto più forte. Ha un consenso che Bettino aveva perso. È il leader di un partito con milioni di voti. Il Pdl non è quel Psi travolto da Tangentopoli. Il Pdl è compatto e schierato intorno al suo fondatore. Il Psi era un covo di correnti avvelenate. Non sarà facile per i grillini e i loro simili distruggere Berlusconi. Craxi era un cinghiale ferito, il Cavaliere è un caimano. Incazzato.


Il Colle boccia l’ipotesi di graziare il leader Pdl: “Soltanto speculazioni”
di Francesco Cramer
(da “il Giornale”, 13 luglio 2013)

Roma – Napolitano spazza via ogni ipotesi di grazia a Berlusconi. Lo fa con una nota, per smentire la tesi sostenuta da Libero secondo la quale il capo dello Stato avrebbe prospettato la clemenza al Cavaliere, in caso di condanna.

Con un mezzo assenso di Letta jr. «Queste speculazioni su provvedimenti di competenza del capo dello Stato in un futuro indeterminato sono un segno di analfabetismo e sguaiatezza istituzionale », si legge nella nota del Colle. Non solo: «Queste speculazioni danno il senso di una assoluta irresponsabilità politica che può soltanto avvelenare il clima della vita pubblica ». Si tratta insomma, di «abituali provocazioni di certi giornali che per la loro sguaiatezza e rozzezza dal punto di vista istituzionale non meritano alcuna attenzione né tanto meno alcun commento ».

Un nota durissima nel giorno in cui il Pdl si adegua alla linea del capo: non è il momento di ruggire. Almeno fino al 30 luglio la linea è la «linea Coppi »: volare basso. Anche perché non è scontata la condanna. Così, il partito frena la pancia e segue la testa. Sulle agenzie di stampa è quasi silenzio assoluto. Nessuno ha voglia di esternare e dettare righe di fuoco e neppure di ghiaccio. È ovvio, tuttavia, che la linea da pompiere non ha spento l’incendio. Nell’animo di tutti i pidiellini la cenere cova accesa. Un deputato che vuole mantenere l’anonimato sintetizza: «Tutti sappiamo che l’effetto politico di un’eventuale sentenza negativa non sarà indolore ». Chi parla mettendoci faccia, nome e cognome è Augusto Minzolini: «Che succede se arriva la condanna? È come se il governo vivesse con una clausola di dissolvenza. Noi che abbiamo sempre detto che il nostro leader è vittima di una persecuzione giudiziaria da parte di una frangia di magistrati politicizzati. E dovremmo star fermi se le procure uccidessero il nostro leader? », domanda incredulo. Ma poi sottolinea un altro aspetto: «Se arrivasse la condanna non escludo che sia il Pd a mandare a casa Letta. Diranno: “Come facciamo a governare anche solo un minuto di più con un condannato in via definitiva? ” ».

Un ex ministro, sconsolato, ammette: «La verità è che sono vent’anni che funziona così: se Berlusconi reagisce, i pm lo colpiscono; se fa il responsabile e il moderato, i pm lo colpiscono lo stesso. Il problema è che certi magistrati, impunemente, hanno invaso il campo e impedito alla politica la riforma della giustizia ». Già, la riforma della giustizia. La battaglia del Pdl, impossibilitato a combatterla nel governo o nell Camere, si trasferisce in strada. Nel senso che è partita la campagna a favore dei referendum radicali. Mariastella Gelmini lo dice chiaro e tondo: «Abbiamo sottoscritto i quesiti referendari dei radicali relativi alla giustizia perché riteniamo che purtroppo, come dimostrano questi anni, non ci sia lo spazio per riformare la giustizia in Parlamento. Serve una grande mobilitazione popolare ».
Michaela Biancofiore, fedelissima azzurra, condivide i referendum tanto che oggi allestirà i gazebo all’apertura di due nuove sedi Forza Italia a Trento e Merano. Ma chiede: «Vorrei che della riforma della giustizia se ne occupasse pure il governo, per decreto legge ». E sul Cavaliere giura: «Berlusconi crede nella giustizia e spera che la verità alla fine emerga. Il problema sono certi magistrati ».


Quirinale, grazia a Berlusconi: Belpietro replica al Colle
di Maurizio Belpietro
(da “Libero”, 13 luglio 2013)

Alle 19 di ieri sera, cioè ad appena 48 ore dalla prima pagina in cui Libero «suggeriva » l’ipotesi di un ricorso alla grazia in caso di condanna a Silvio Berlusconi, è uscita un’agenzia di stampa che recitava così: «Le “speculazioni” su un’eventuale grazia a Silvio Berlusconi, ipotizzata da un quotidiano, “sono un segno di analfabetismo e sguaiatezza istituzionale”. Lo hanno chiarito ambienti del Quirinale. Tali speculazioni “danno il senso di un’assoluta irresponsabilità politica che può soltanto avvelenare il clima della vita pubblica”, hanno sottolineato gli stessi ambienti ». Poco dopo, un nuovo dispaccio – sempre senza citare Libero – aggiungeva: «L’ipotesi diffusa da un quotidiano che il Capo dello Stato potrebbe valutare di concedere la grazia a Silvio Berlusconi “è una delle abituali provocazioni di certi giornali che per la loro sguaiatezza e rozzezza dal punto di vista istituzionale non meritano alcuna attenzione e alcun commento”. Lo hanno sottolineato ambienti del Quirinale ». A parte la bizzarria di un commento a una notizia che non merita commento, a ben vedere non si tratta né di una “nota”, come titolavano i maggiori siti d’informazione ieri sera, né di una “smentita”. Al netto dei garbati rilievi sul nostro pedigree (si scrive così?), nessuno ha parlato di “pratiche sul tavolo” (che non possono esistere, non essendoci alcuna condanna): ci siamo limitati a dare conto dell’ipotesi che ci sia un piano per intervenire, prerogative alle mano, dopo un’eventuale sentenza negativa. Ipotesi di cui Libero ha parlato anche nell’edizione di ieri, aggiungendo che la presidenza del Consiglio ne è a conoscenza. E che Libero conferma, prendendo atto della comprensibile irritazione di “ambienti” del Quirinale. Altri “ambienti”, nello stesso palazzo e a palazzo Chigi, hanno infatti ribadito a Libero anche ieri che le cose stanno esattamente nei termini in cui i nostri lettori le hanno apprese. Ora, non resta che attendere. Belli composti, senza avvelenare nessuno.


Il problema non è Berlusconi ma il Pdl
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 13 luglio 2013)

Il problema non è la condanna o meno di Silvio Berlusconi o quello della sua tardiva ineleggibilità decisa da pezzi del Pd e dai grillini per meglio provocare la caduta del governo di Enrico Letta. Il problema è il Pdl, la sua unità, la sua tenuta e la sua capacità di resistenza di fronte alla eventualità di una defenestrazione per via giudiziaria dal Parlamento del proprio leader storico e carismatico. Il Cavaliere può anche subire la conferma da parte della Corte di Cassazione dell’assurda condanna comminatagli dai magistrati di Milano. E può anche incassare l’iniqua ma possibile decisione del Parlamento o di considerarlo ineleggibile o di espellerlo da palazzo Madama in ossequio a qualche sentenza definitiva. Se riesce a mantenere i nervi saldi di fronte all’atto finale della persecuzione che subisce da vent’anni, se non si lascia cogliere dalla sconforto e dalla depressione, se non compie l’errore commesso a suo tempo da Bettino Craxi e se affronta a testa alta la sua fucilazione virtuale, può ribaltare ancora una volta a proprio vantaggio la circostanza sfavorevole.

E puntare ad andare a nuove elezioni, quando si terranno, con la ragionevole speranza di far recuperare ad un centrodestra ancora contrassegnato dal nome Berlusconi l’intera fetta di elettori trasmigrati verso l’astensione o verso la protesta sterile di Beppe Grillo. Un Cavaliere in versione San Sebastiano, martirizzato dalla protervia e dalla prepotenza dei suoi avversari storici della sinistra politica e giudiziaria, può tranquillamente puntare a vincere ancora una volta la partita elettorale. Con qualsiasi possa essere il sistema destinato a sostituire il Porcellum. Le condanne, l’ineleggibilità ed addirittura qualche misura cautelare non cambierebbero di una virgola la rabbia e la determinazione degli elettori del centro destra. A cui non interesserebbe un bel nulla della presenza o meno di Berlusconi in Parlamento ma solo della possibilità di continuare a riconoscersi nel personaggio che per vent’anni ha dato corpo e speranza alla propria richiesta di cambiamento. Non è forse vero che Beppe Grillo, pur essendo ineleggibile e lontano dal Palazzo, è il leader incontrastato di un partito che ha raccolto più del 25 per cento dei voti degli italiani? Chi punta a liquidare per via giudiziaria Berlusconi compie, dunque, un errore clamoroso. Se il Cavaliere tiene botta torna a vincere. E questa volta “senza fare prigionieri“.

Ma la condizione indispensabile perché il leader del Pdl non venga travolto da sentenze e prevaricazioni parlamentari, oltre ad essere la sua tenuta psichica, è che il suo partito mantenga la propria unità e non si dissolva, come è capitato in passato a Bettino Craxi con il Psi, come neve al sole. Se i suoi lo dovessero abbandonare fuggendo disperati all’insegna del “si salvi chi può”, anche un Berlusconi pronto a fare come Cesare ad Alesia sarebbe costretto a gettare la spugna ed a cercare una difficile salvezza personale. Chi punta a liquidare Berlusconi per via giudiziaria sa bene che il Cavaliere è tosto e non si arrende senza combattere. Per questo punta sulla debolezza del Pdl, che al momento ha già perso una parte della vecchia componente degli ex An ormai impegnati nella rifondazione dell’antico Movimento Sociale Italiano e che potrebbe perdere di seguito la fetta più tiepida e trasformista dei cortigiani. Sono in grado quelli che oggi sembrano dividersi tra falchi e colombe di trasformarsi in lupi capaci di battersi in branco e per il branco? L’interrogativo è aperto. Anche se già da adesso si può sicuramente affermare che i falchi e le colombe pronti al volo potrebbero essere facilmente sostituiti dai lupi irriducibili dell’elettorato del centro destra!


Non togliete Silvio al Pd
di Stefano Filippi
(da “il Giornale”, 14 luglio 2013)

Ma che cosa faranno a sinistra quando Silvio Berlusconi uscirà dalla scena politica? Ieri è toccato leggere l’ultima sbalorditiva intervista: l’ex pm veneziano Felice Casson, che anni fa giunse in testa al ballottaggio per diventare sindaco di Venezia e fu battuto dal redivivo quanto svogliato Massimo Cacciari, gli ha addebitato perfino la colpa dell’intrigo internazionale con il Kazakhstan. “Vedo l’ombra di Berlusconi dietro lo scandalo”, ha dichiarato il senatore democratico. La fiction che da quelle parti si sono fatti è già scritta: una questura (quella di Roma), qualche funzionario  che ha malamente informato Alfano, un potente amico straniero di Berlusconi (il presidente kazako Nazarbayev). Mancano soltanto la telefonatina di Silvio e una spruzzatina di bunga-bunga e oplà, il gioco è fatto.

Il Pd deve proprio augurarsi che il Cav non liberi il campo. Gli fa troppo comodo: sostiene il governo delle larghe intese (presieduto da un rappresentante illustre del Pd), si fa carico delle battaglie più difficili (ridimensionare la pressione fiscale), sorregge l’architettura istituzionale voluta dal presidente Napolitano dopo un risultato elettorale indecifrabile. Paradossalmente, i guai giudiziari di Berlusconi sembrano mettere più in difficoltà la sinistra che il Pdl. Paralizzato dall’avvicinamento a un congresso pericoloso per gli assetti interni consolidati, impaurito dalla permanenza al governo con il centrodestra, il Pd non sa dove sbattere la testa. Non c’è unità di linea politica sull’uscita dalla crisi, sul conflitto di interessi, sull’eleggibilità del Cav. C’è però il sacro terrore che arrivi un certo Matteo Renzi  (che non a caso si sta accreditando presso le cancellerie europee) e faccia piazza pulita.

A proposito di Berlusconi, non dovete perdere questa intervista pubblicata dal Corriere della Sera mercoledì, il giorno dopo aver sollevato il polverone sulla velocità con cui la Cassazione ha fissato l’udienza per l’ultimo grado del processo Mediaset in cui Berlusconi è stato condannato a quattro anni di reclusione più cinque di interdizione. L’avvocato Titta Madia è un principe del foro, un cassazionista di lunga esperienza e lontano da schieramenti politici (ha difeso sia Mastella sia la Margherita contro l’ex tesoriere Lusi). Leggetela tutta, non fermatevi al titolo che pure fa effetto: “Mai vista tanta velocità, procedura usata per i detenuti“. Nell’intervista l’avvocato racconta come funziona la Cassazione, quale sarebbe stato l’iter riservato ai comuni mortali e quello eccezionale riservato a Berlusconi. Davvero, questa volta, la giustizia “per qualcuno è stata più uguale”. Tanto più che alla difesa non sono stati concessi i giorni minimi per il deposito di altri atti: per questo il presidente della Corte, Giorgio Santacroce, ha fatto capire che con tutta probabilità il 30  luglio ci sarà un rinvio. Ormai nemmeno la magistratura può più fare a meno di Berlusconi.


Gli interessi in conflitto
di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 14 luglio 2013)

Già. Non ci avevano pensato. Come mai, si domanda Michele Serra su Repubblica, come mai se il capo del Pd fosse condannato per reati penali il partito entrerebbe in crisi esistenziale, e quando invece è condannato il capo dell’altro partito, Silvio Berlusconi, è sempre il Pd a ballare, a dividersi, a non sapere che pesci pigliare mentre il partito del reo gioca la carta dell’orgoglio combattivo e della solidarietà personale? Io una rispostina meno corriva e indulgente di quella che si dà lo stesso Serra ce l’avrei.

Non è che il Pd, come lui scrive temerariamente, ha smarrito l’etica, i criteri di buona vita; più semplicemente, il Pd è un’organizzazione politica e civile, e sa intimamente che nel caso di Berlusconi la giustizia penale, salvo emendarsi di tanto in tanto, non la conta giusta.

Sa che, anche con il contributo di guru della sinistra e di un pezzo del Pd, oltre alla grancassa interessata dei media, sugli scudi (et pour cause) i rinfocolatori di Carlo De Benedetti, i primi ad avere avuto la tentazione di affermare il loro potere contrastando con accanimento giudiziario la delega sovrana di milioni di elettori a un leader sgradito, all’amico di Craxi, all’outsider dell’industria e dei salotti finanziari, sono quelli del famoso partito dei magistrati.

Le prove della politicizzazione e della costituzione in partito dei magistrati abbondano, e pesano quando si tratti di affidarsi ai tribunali per decidere il nodo politico gordiano della nostra storia recente. Mi piacerebbe intervistare Francesco Saverio Borrelli su questo punto, e domandargli se dietro il galantomismo delle buone intenzioni giustiziere non si sia nascosto, ma fin troppo evidente, un vergognoso pregiudizio politico, che tutto ha inquinato. Non fu lui stesso a ricordare, in un momento di collera verso l’allievo sfuggito al suo controllo e in procinto di diventare capofazione, che Di Pietro gli diceva, parlando di Berlusconi, «io a quello lo sfascio »?

Ma poi, Di Pietro. Se il Pd immaginato da Serra è tremebondo quando si tratti di affondare il colpo sul conflitto di interessi, è perché sa che il partito Rai è quello più potente, che è un partito di centrosinistra diviso in filiere e cosche, che Berlusconi ha fatto qualche birbonata lobbista ma nella sostanza ha rotto un monopolio di Stato, ed è vissuto, dopo i referendum da lui vinti che chiedevano di soffocarlo economicamente, di un regime di concorrenza controllata molto simile a quelli in vigore negli altri Paesi europei, arricchendo il sistema, negli anni del suo governo, di nuovi possenti attori e soggetti economici nel campo delle telecomunicazioni e della concorrenza radiotelevisiva.

Se è tremebondo e diviso, il Pd, se è sconcertato quando si tratti della prospettiva di una incapacitazione giudiziaria del capo del centrodestra, è perché sa quanto poco gli italiani si siano mai bevuti la fola del giornalismo pseudoinvestigativo, secondo il quale Berlusconia è la centrale del male e la magistratura inquirente la centrale del bene: lo sa, il Pd, perché su questo terreno e su queste parole d’ordine ha sempre perso o vinto di pochissimo, di striscio, le elezioni politiche, con il risultato che non è mai riuscito, con tutta la famosa e rassicurante serietà al governo, a imprimere il suo marchio su stabilità e riforme. Chissà se potrebbe mai vincere un Pd «renziano », che non ha paura di andare ad Arcore, che non fa della censura moralistica contro l’Arcinemico la sua cifra, chissà. Quel che è certo è che, se la magistratura si incaricasse di eliminare Berlusconi con metodi spicci, per lo meno dalla scena parlamentare, be’, alla sinistra sarebbe tolto per sempre il trofeo che determina la legittimità a governare: avere sconfitto nelle urne gli altri, gli avversari, essere un’alternativa voluta dal Paese.

Serra scrive su Repubblica, l’organo politico del partito dei magistrati, il giornale che le ha infilate tutte, le battaglie sbagliate: con Di Pietro, fino allo sputtanamento finale; con De Magistris, fino alla catastrofe napoletana; con Massimo Ciancimino e Antonio Ingroia, icone dell’antimafia, nonostante esibizionismi televisivi che mandavano tutto in vacca, e comportamenti farlocchi e calunniosi, finché il vecchio Scalfari non mise qualche puntino sulle «i », con tutti coloro che hanno nel tempo cercato di lucrare politicamente sulle inchieste giudiziarie, in ogni campo, nel mercato e nel mercato politico; ovvio che Serra non sappia darsi le risposte giuste, per lui imbarazzanti. Noi poveri servi del Cav quelle risposte le abbiamo e gliele cediamo, tanto sono chiare e irrecusabili. Ne faccia buon uso.


Scalfari contro Libero: “Vilipende il Colle”
di Redazione
(da “Libero”, 14 luglio 2013)

Nella consueta filippica domenicale, il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, spara ad alzo zero contro Silvio Berlusconi, il Pdl e i suoi elettori, bollati come un popolo di evasori fiscali, di ferventi anti-Stato e, in definitiva, come senza cervello: senza il Cav, elettori e partito, resterebbero “acefali”. Barbapapà, però, insulta anche noi di Libero, che giocheremmo “a palla con le istituzioni”, che saremmo “anarcoidi di infima qualità“. Il motivo? Aver parlato della grazia a Silvio Berlusconi: Scalfari si spinge fino a ipotizzare il vilipendio al Colle.

Il precedente – Accuse pesantissime, soprattutto se chi le mette nero su bianco, nel suo recente passato, si scagliò con ferocia proprio contro un presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, capo dello Stato dal 1985 al 1992. Siamo nel 2002, e in un articolo su L’Espresso dal titolo “Il labirinto di Francesco Cossiga”, Scalfari scriveva che da quando fu trovato il cadavere di Aldo Moro “la persona Cossiga, la sua mente, i suoi fasci neuronali, l’anima sua o comunque la si voglia chiamare sono stati come incendiati, sconvolti, fulminati da una corrente di eccezionale intensità”.

L’esplosione – La morte di Moro, bene ricordarlo, avvenne nel 1978. La mente di Cossiga, per Barbapapà, fu insomma sconvolta ben prima della sua ascesa al Colle. Della presidenza, nel medesimo articolo, Scalfari ricorda: “Esplose al quinto anno della sua permanenza al Quirinale. Annunciò che da quel momento in poi si sarebbe tolto i sassolini che aveva nelle scarpe (ma quali?) e che gli impedivano di camminare spedito. Si mise all’opera con il fervore e l’empito di chi aveva deciso di combattere contro un’oppressione ignota, contro un fantasma che gli rubava il tempo e il respiro. Si dette il nome di Picconatore e menò fendenti in tutte le direzioni, risparmiando soltanto i servizi segreti e l’Arma dei Carabinieri quasi che fossero queste le sole forze che potevano difendere la sua incolumità psicologica”.

Dopo la morte – Il fondatore di Repubblica dipingeva il ritratto di un Cossiga a caccia di fantasmi, di un uomo che si toglieva fantomatici sassolini dalla scarpa (“ma quali?”). Se ancora il pensiero di Scalfari non fosse chiaro, ecco che viene sciolto nell’editoriale pubblicato su Repubblica il 18 agosto 2010, il giorno dopo la morte del “picconatore”. Barbapapà scrive: “Un uomo di grande intelligenza appoggiata tuttavia ad una piattaforma psichica del tutto instabile, come ha potuto percorrere una carriera politica di quel livello? Come ha potuto essere scelto quattro volte per incarichi di massimo livello politico e istituzionale non avendo alle sue spalle una corrente che lo sostenesse in una Dc che sulle correnti ci viveva?”. Il fondatore di Repubblica, senza giri di parole (“piattaforma psichica del tutto instabile”) dà del folle all’ex presidente della Repubblica, un folle al Quirinale. Infatti Barbapapà si chiede come abbia potuto ricoprire certi incarichi istituzionali.

Chi vilipende chi? – La critica entra poi nel vivo del settennato di Cossiga: “Naturalmente nelle fasi euforiche del suo male l’istinto del Narciso prendeva il sopravvento su ogni altra considerazione. I due ultimi anni del suo settennato al Quirinale furono dominati dal narcisismo. I giornali davano quasi quotidianamente la prima pagina alle sue sortite, ai suoi discorsi, ai sassolini che si toglieva dalle scarpe, ai colpi di piccone che assestava all’ordinamento costituzionale”. Forse Scalfari, rileggendo quanto lui stesso ha scritto negli ultimi anni, dovrebbe riflettere su chi ha vilipeso chi, e dovrebbe riflettere sull’accusa rivolta a Libero, quella di vilipendere il Colle.


Basta con i processi al Cav. I forcaioli sono dei pazzi
di Giampaolo Pansa
(da “Libero”, 14 luglio 2013)

È diventato assurdo l’accanimento contro Silvio Berlusconi che distingue ancora una volta tanti politici, qualche giornale importante e una parte dell’opinione pubblica. La questione affanna molti italiani e non da oggi, bensì dalla fine degli anni Ottanta. Quando il Cavaliere tentò di ampliare il proprio impero editoriale conquistando l’impero avversario, il gruppo Espresso-Repubblica. In quel momento anch’io mi schierai contro il Berlusca. Con Gianni Rocca, ero il vice di Eugenio Scalfari e mi sentivo minacciato dalla guerra di Segrate scatenata dal Cav.

Da quell’epoca è trascorso quasi un quarto di secolo, il mondo è cambiato, l’Italia sta ai piedi di Gesù Cristo, siamo diventati in fretta un Paese povero e schiacciato da difficoltà pesanti. Eppure una quantità di gente, a cominciare da una quota della Casta politica e intellettuale, continua a pensare che il primo dei nostri problemi sia la permanenza del Cavaliere sulla scena politica. È eleggibile oppure no? Può essere sfrattato dalla vita pubblica con qualche norma di legge o da una sentenza dei tanti tribunali che lo tengono sotto tiro?

La questione risulterebbe ridicola se non fosse tragica. La tragedia è rivelata da due fatti sotto gli occhi di tutti. Il primo è l’evidente ostilità di molti magistrati nei confronti dell’imputato Berlusconi. In questo caso il problema non è più quello delle toghe rosse, invece che bianche o azzurre. La faccenda è assai più semplice. Il Cavaliere è diventato il bersaglio obbligato di uno dei poteri dello Stato. La missione che la casta in toga si è data è di ucciderlo, almeno nell’immagine. Qualche volta penso che se un giudice arrivasse alla conclusione che Berlusconi deve essere assolto, lo condannerebbe lo stesso per non incappare nella disapprovazione astiosa della propria consorteria.

Il secondo fatto è l’inspiegabile determinazione che molti politici mettono nel dare la caccia a Berlusconi, sperando di gettarlo fuori dal ring grazie alla sanzione di non essere eleggibile o alla cancellazione dei suoi diritti civili. La speranza di mandare al tappeto per sempre il leader del centrodestra viene alimentata di continuo con l’affermata necessità di regolare i conflitti d’interesse. E nel caso del Cav il conflitto sarebbe tra il possesso di un impero televisivo e la sua discesa in politica.

Il paradosso e, insieme, il pretesto sono evidenti. Berlusconi è diventato un leader politico vent’anni fa, alla fine del 1993. Quando era già un magnate della tivù. Era un fatto noto a tutti, a cominciare dai capi dell’opposizione di sinistra, come Enrico Berlinguer, che andavano a Canale 5 per le interviste e i dibattiti della campagna elettorale. Mi rammento, per averlo visto di persona, il siparietto fra il leader comunista e il Cavaliere che gli mostrava in una sfilza di televisori le scenografie di una commedia musicale. Silvio le presentò all’attonito re Enrico con parole indimenticabili: «E adesso godiamoci un po’ di gnocche! ».

Dal 1994 in poi, Berlusconi ha partecipato a tutte le campagne elettorali che si sono tenute in Italia, sino a quella del febbraio di quest’anno. Qualche volta le ha vinte, conquistando Palazzo Chigi, altre volte le ha perse. Ma è sempre stato eletto in Parlamento. E allora è inevitabile una domanda: proprio adesso il Partito democratico, la Sel di Nichi Vendola e le Cinque stelle di Beppe Grillo si accorgono che il Cav è un’anomalia che va cancellata, sia dalla Camera che dal Senato?

Ho scritto «proprio adesso » per sottolineare l’assurdità di certe iniziative nell’anno 2013, uno dei più neri nella storia della nostra repubblica. Il mondo ci crolla addosso. Gli italiani diventano poveri. I giovani non trovano lavoro, anche perché in molti casi non vogliono trovarlo. Non si capisce se le banche siano solide e i nostri risparmi al sicuro. Qualche ufficio studi prevede che fra sei mesi lo Stato dovrà dichiarare bancarotta. E con questi chiari di luna dovremmo occuparci della eleggibilità di Berlusconi!

Posso rivelare ai lettori del Bestiario il mio stato d’animo attuale? Non m’importa nulla dei processi a Berlusconi e delle sentenze che verranno decise. Quando vedo su un giornale un articolo sulle traversie giudiziarie del Cavaliere non lo leggo più. E molti amici confessano di reagire nel mio stesso modo. Scarto subito i fondi giacobini che Ezio Mauro incide sulla prima pagina della sua Repubblica. Lo stesso faccio con le arringhe difensive delle amazzoni del Cavaliere, come l’ardente Daniela Santanchè e la battagliera deputata Michaela Biancofiore che intende chiedere alla Corte di giustizia europea di prendersi cura del povero Silvio.

Oso dire che anche il grido di guerra lanciato da Maurizio Gasparri, politico che stimo, mi lascia indifferente. Amici del Pdl, volete dimettervi tutti dal Parlamento nel caso che il Cav venga privato del diritto di fasi eleggere? Ok, regolatevi come vi pare, ce ne faremo una ragione. Guardatevi piuttosto dall’ira dei vostri elettori che vedrebbero il loro consenso buttato nel guardaroba dei cani, immagine usata in Piemonte per indicare la spazzatura.

Lo stesso vale per tutte le iniziative anti-Cav dei democratici, a partire dal loro leader pro tempore, Guglielmo Epifani, costretto dalle circostanze a fare la faccia feroce. E vorrei dire ai capi del Pd: pensate piuttosto a non sbranarvi a vicenda, perché anche le vostre guerre interne ci danno la nausea. E servono soltanto a rendervi indigeribili persino ai più tenaci dei vostri elettori.

Oggi l’unico obiettivo di partiti che non vogliano comportarsi da irresponsabili dovrebbe essere quello di difendere il governo Letta-Alfano. Non soltanto per rendere onore al coraggio del premier e del vice premier, ma per consentire all’esecutivo delle larghe intese di fare con tranquillità il lavoro che il Parlamento gli ha affidato. Qualunque italiano di buon senso, e attento al proprio onesto interesse, sa che non esiste nessun’altra barriera in grado di difenderci dal caos in agguato. E invece che cosa accade?

Accade che neppure quando siamo tutti ai piedi di Gesù Cristo, molti non sanno tenere a freno la voglia matta di farsi del male. La lista dei nemici del governo di servizio voluto da un capo dello Stato come Giorgio Napolitano, un galantuomo che dovremmo fare santo subito, si allunga ogni giorno, per ultima la Cgil. Letta e Alfano sono diventati dei san Sebastiano bersagliati da un numero sconvolgente di arcieri che scoccano frecce avvelenate, tutta gente che lavora per farli cadere.

Le accuse sparate contro Palazzo Chigi sono le più assurde. Il governo non decide. Non ci fa uscire dalla crisi. Non abbassa le tasse. Non dà lavoro ai giovani. Non rifiuta l’euro. Non abolisce subito l’Imu e non cancella per l’eternità l’aumento dell’Iva. Non trova il petrolio in piazza del Duomo, non decide la settimana di sei domeniche, non raddrizza gli storpi, non restituisce la vista ai ciechi e l’udito ai sordi.

È disperante l’Italia che emerge in questo orribile 2013. Siamo diventati i campioni mondiali di tutti i vizi delle nazioni, impotenti a battersi per la propria salvezza. Offriamo al mondo il profilo indecente di un Paese lagnoso, pessimista, in preda al terrore per il proprio futuro. Ma così non avremo altra sorte che darci la morte da soli. Anche se fare il boia e al tempo stesso l’impiccato non si rivelerà semplice.


Un bel servizio su Orson Welles, qui


Letto 1903 volte.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart