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Il percorso a ostacoli delle riforme

13 Giugno 2013

di Ugo de Siervo
(da “La Stampa”, 13 giugno 2013)

Finalmente inizia al Senato l’esame del disegno di legge di revisione costituzionale che il governo ha proposto per disciplinare la procedura di modificazione della parte organizzativa della nostra Costituzione e anche della legge elettorale. Dopo tante discussioni un po’ astratte sulle legittimità delle procedure possibili e anche fantasiose su prossime «grandi riforme », finalmente abbiamo un ampio testo di revisione costituzionale. Un testo da cui si può dedurre in cosa consista esattamente la speciale procedura che si intende seguire per questo tentativo di rimetter mano alle nostre istituzioni.

Il punto nel quale più profondamente si modifica il nostro sistema di revisione costituzionale sta nella creazione di un apposito Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali, rappresentativo delle Commissioni affari costituzionali dei due rami del Parlamento, per esaminare tutti i disegni di legge di revisione costituzionale che riguardino la sessantina di articoli che compongono i Titoli I, II, III, V della seconda parte della Costituzione, nonché quelli di modifica del sistema elettorale che ne derivino. Le Camere, a cui il Comitato riferisce, si esprimerà su queste proposte, entro tempi che si vorrebbero assai abbreviati: ad esempio, invece di un intervallo di tre mesi fra la prima e la seconda votazione di ciascuna Camera, basterebbe un intervallo di un mese. Si prevede, inoltre, che la legge o le leggi costituzionali che fossero infine approvate potrebbero essere sottoposte a referendum popolare preventivo alla loro promulgazione, qualsiasi sia la maggioranza conseguita nella votazione finale nelle due Camere (l’art. 138 Cost., invece, prevede questa possibilità solo se non si raggiunge la percentuale dei due terzi dei voti a favore nella seconda votazione).

Le modifiche sono rilevanti anche sul piano pratico: anzitutto, per tutto il periodo di funzionamento del Comitato resterebbe «congelata » la normale competenza delle Camere in queste stesse materie, con il rischio però che i dibattiti sui diversi temi, pur anche sostanzialmente autonomi tra loro, siano resi interdipendenti per motivi politici, senza la possibilità di sbloccarne l’approvazione anche mediante il procedimento ordinario. Ma soprattutto, malgrado i tanti impegni a fare in fretta, a ben vedere il procedimento appare sostanzialmente diluito nel tempo, ben oltre il «cronoprogramma di diciotto mesi » di cui si parla e si scrive: anche ammesso che l’attuale disegno di legge costituzionale possa essere davvero approvato dalle Camere nel prossimo ottobre (e non vi sia possibilità di chiedere referendum), è questo stesso disegno di legge che prudentemente prevede che «i lavori parlamentari », relativi a materie tanto impegnative e probabilmente da disciplinare tramite più disegni di legge costituzionali, si concludano in Parlamento entro diciotto mesi dalla entrata in vigore della legge costituzionale. Se poi si calcola la probabile richiesta di referendum popolari preventivi sui testi approvati, che richiedono tre mesi di tempo per la procedura di richiesta e ovviamente altri periodi per il loro svolgimento, si giunge tranquillamente al termine del 2015. Ne potrebbe derivare una sorta di assicurazione sulla lunga permanenza in carica del governo Letta, ma purtroppo i rischi di crisi improvvise sono del tutto evidenti.

Sembra allora davvero rischioso che fino ad allora non si possa sperare di avere una nuova legge elettorale, visto che nel disegno di legge ora presentato si prevede solo un nuovo sistema elettorale coerente con le future ipotetiche riforme della nostra forma di governo, quasi che nel frattempo tutto possa andar bene. Al contrario, occorrerebbe modificare al più presto, seppure in via provvisoria, la legge elettorale e – più in generale – potrebbe convenire ridurre le novità ipotizzate ed utilizzare, seppur in un disegno organico elaborato anche con il contributo degli esperti nominati dal governo, la competenza dei due rami del Parlamento su revisioni aventi oggetti diversi, facendoli lavorare in parallelo tra loro.

Altrimenti il rischio reale è che, ancora una volta, non si giunga da nessuna parte, malgrado gli incitamenti del Presidente e qualche dichiarazione enfatica di politici.


Un divorzio consensuale
Giuseppe De Rita
(dal “Corriere della Sera”, 13 giugno 2013)

Nel momento in cui la politica, puntellata da qualche comitato di saggi, cerca di risistemare i suoi assetti interni (di governo e di funzionamento istituzionale) sembra giunta anche l’ora di ripensare il rapporto fra politica e società civile, un rapporto sempre più stanco e inerte.
Non ho mai molto amato l’enfasi accumulata sul termine «società civile », anche se sono stato fra i primi ad apprezzare la propensione dei partiti ad immettere nelle proprie linee esponenti di rilievo dell’economia e della società. La cosa iniziò con gli «esterni » nella Dc demitiana e gli «indipendenti di sinistra » nel Partito comunista. Erano personaggi davvero notevoli (solo che si pensi ad Andreatta, Lipari, Scoppola, Ruffilli, Ossicini, Napoleoni, ecc.). Ed in brevissimo tempo la loro carica elitaria stabilì una implicita superiorità della società rispetto ad una politica tutto sommato banale, fatta da tanto mestiere e da tanta frequentazione del consenso popolare.
Quella «aura » di superiorità è rimasta impressa per decenni in un’opinione pubblica convinta che nella società civile ci fosse il meglio e nella politica ci fosse il peggio; e i partiti furono quindi spinti ad attrarre e cooptare quanta più società civile possibile, confrontandosi in permanenza con i suoi giudizi e i suoi orientamenti. Oggi le cose sono profondamente mutate: personaggi del livello citato non ce ne sono più; i cooptati dalla politica (anche quando vengono da mondi associativi con alta professionalità e forte senso politico) rischiano di non avere spazi di leadership, nell’immagine come nella funzione; il confronto culturale fra i due mondi è spesso ridotto a ibridi compromessi. Ed avviene, come sta avvenendo, che la politica tenda a prescindere dalla dinamica della società e dei suoi concreti protagonisti; preferisce i «saggi », più professorali e più freddamente funzionali alle proprie strategie.
La trentennale stagione della società civile «inverata » nella politica sembra giunta al termine. E non a caso in essa si affermano tendenze non alla collaborazione, ma alla contestazione della politica, quasi confinanti con l’antipolitica. In nome di una ormai esausta superiorità essa pretende nuovi programmi e nuovi soggetti politici, la cui bassa qualità rischia di assorbire le pulsioni populiste espresse dai vari ceti sociali.
Società civile e politica sono quindi destinati a una decadenza progressiva del loro rapporto, e ad un distacco dei loro rispettivi destini. La politica proceda allora nei suoi faticosi processi di ristrutturazione interna e di sperimentazione di nuove leadership; mentre la società civile faccia lo stesso percorso, in una crescente e necessaria autonomia dalla politica. Il meticciamento fra i due mondi non ha avuto successo, ognuno di essi torni quindi a riprendere la propria orgogliosa via di sviluppo. Sarà più facile per la politica che ha le sue sedi di condensazione del cambiamento; più difficile sarà per i tanti soggetti socioeconomici trovare processi, strade e sedi nuove per esplicitare pubblicamente la loro autonoma crescita. Il cammino sarà necessariamente faticoso, ma vale almeno la pena di avviarlo, fuori della inerte zona d’ombra in cui vivacchia oggi il rapporto fra politica e società civile.


Tornare alla lira?
di Giuliano Amato
(da “l’Unità”, 13 giugno 2013)

Mi sono trovato molte volte davanti alla domanda: “Ma perché non usciamo dall’euro? Il Giappone, che ha conservato la sua sovranità monetaria, riesce a gestire molto meglio di noi un debito pubblico ben più alto del nostro. E riesce anche a crescere. E noi?”

E’ un paragone, quello col Giappone, all’apparenza suadente, ma è purtroppo fuorviante. Altro è infatti avere da sempre la propria moneta, come sarebbe stato il nostro stesso caso se non fossimo mai entrati nell’euro, altro è averla avuta ed essere passati poi a una moneta comune, come appunto abbiamo fatto noi. Intendiamoci. Nelle condizioni in cui eravamo alla fine degli anni ’90, non entrare nell’euro ci sarebbe costato un prezzo rovinoso. Basti pensare alle diecine di miliardi che abbiamo risparmiato con i tassi di interesse sul debito pubblico nei primi anni successivi all’ingresso nell’euro. Fu solo grazie a questo che in quegli anni lo spread fra i nostri titoli e quelli tedeschi si aggirava attorno ai venti punti.

Quel che è certo è che oggi, se provassimo a tornare indietro, ci tireremmo addosso disastri che sarebbero forse addirittura peggiori di quelli che avremmo avuto tenendoci a suo tempo la lira. Che cosa accadrebbe? Lo ha ben raccontato Lorenzo Bini Smaghi, nel suo libro “Morire di austerità”, edito da Il Mulino, la cui lettura è vivamente consigliata specie a coloro che si eccitano ed eccitano gli altri lanciando e rilanciando l’idea del ritorno alla lira.

Per prima cosa, siccome l’uscita sarebbe necessariamente preannunciata in anticipo, i possessori di risparmi si affretterebbero o a trasferirli fuori o a trasformarli subito in banconote, allo scopo di tenerli in euro. Ove questo divenisse un fenomeno di massa – e lo diverrebbe con grande facilità- potrebbe provocare un tracollo delle banche e allora il governo dovrebbe intervenire, limitare la libertà di prelievo e magari la stessa libertà di movimento dei capitali. Sarebbe una grave violazione dei nostri obblighi internazionali e comunitari e ci metterebbe in una posizione non dissimile da quella dell’Argentina, quando decise di sospendere la convertibilità del suo peso, con conseguenze imprevedibili.

Ma non basta. In un modo o nell’altro accadrebbe comunque che molti privati salverebbero i loro euro e continuerebbero ad avvalersene per le loro transazioni, salvandosi dalla svalutazione. Per converso il settore pubblico, e quindi anche gli stipendiati e pensionati del settore pubblico, si troverebbero con la lira e soffrirebbero tutte le conseguenze della sua svalutazione rispetto all’euro. Avremmo insomma una doppia circolazione, che dividerebbe la nostra popolazione in due, creando un gradino, o gradone, di diseguaglianza, che sottoporrebbe a tensioni ancora più forti una tenuta sociale che già oggi è a dir poco sotto sforzo.

Per finire, è bene sapere che i mercati finanziari chiuderebbero a uno Stato tornato alla lira molte porte in faccia. Dovremmo quindi ricorrere ad aiuti internazionali e ci troveremmo ben più commissariati di quanto ci siamo sentiti negli ultimi anni.

Quella che ho fatto non è la descrizione di un incubo da cattiva digestione, è la previsione di chi ne sa più di noi di ciò che ragionevolmente potrebbe accadere se decidessimo di uscire dall’euro. E allora: con l’euro com’è oggi siamo effettivamente nel bel mezzo di un collo di bottiglia, che ci sentiamo stretto intorno al collo. Ma non possiamo uscirne tornando indietro, sarebbe peggio. Dobbiamo spingere, insieme ai nostri partner dell’eurozona, per uscirne in avanti, con quell’integrazione fiscale e politica europea che dell’euro ci faccia finalmente godere tutti i vantaggi.


Se cercano Monti a Chi l’ha visto?
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 13 giugno 2013)

La politica brucia i suoi protagonisti con crescente rapidità. Come la moda. Che distrugge le proprie invenzioni per proporne altre e continuare così a ingannare il mercato. C’è sempre una discreta quantità di polli d’allevamento conformistico pronta a farsi buggerare.
Il presidente del Consiglio Mario Monti

Si crea e si annienta, inseguendo gli umori veri o presunti dei clienti. L’ultimo prodotto chic, decantato, elogiato, lodato e distrutto, si chiama Mario Monti. Qualcuno se lo ricorda? Era quello che doveva salvare l’Italia, aggiustarne i conti sballati da governanti acefali, l’uomo della provvidenza cooptato nel Palazzo da Giorgio Napolitano con il compito ingrato di evitare il naufragio dell’Italietta, tenendola agganciata al grande rimorchiatore: l’Europa germanizzata da Angela Merkel, dura come l’acciaio. Il professore, soltanto un anno e mezzo fa, fu accolto dai connazionali come il messia: ecce homo, colui che si sacrificherà per il nostro bene. E giù applausi. Persona meravigliosa (il contrario di Silvio Berlusconi), tutta saggezza e competenza e perfino eleganza: indossava un loden talmente sobrio da suscitare ammirazione nei gazzettieri emuli di Mario Appelius, pronti a esaltare le qualità tecniche, umane ed estetiche dell’ultimo venuto. Monti non era uno qualsiasi, tra l’altro. Per convincerlo ad accettare il timone del Paese, il capo dello Stato lo nominò senatore a vita, onorificenza ambita e, ciò che più pesa, ottimamente retribuita.

Lusingato e soddisfatto, il bocconiano assunse la carica di premier suscitando l’entusiasmo del popolo, specialmente di sinistra, felice di essere stato liberato dal giogo del vil Cavaliere. Per dimostrare di essere all’altezza della sobrietà attribuitagli, il docente si lanciò in un’operazione immagine di grande efficacia: anziché viaggiare sull’aereo di Stato, utilizzò per le proprie trasferte romane il Frecciarossa, che poi è un treno, già collaudato da un altro maestro di sobrietà: Romano Prodi. Come dire che Monti è andato sul sicuro. L’eroe bocconiano si gettò subito nella battaglia contro il signor Spread, che nessuno sapeva chi fosse. La mostruosa creatura cresceva a danno dell’economia e i giornali raccontarono per filo e per segno le gesta leggendarie di Monti per sconfiggerla. Tutti facevano il tifo per il premier, nel quale vedevano una specie di Paolo Rossi della nazionale di calcio che vinse i mondiali del 1982 in Spagna.

Momenti epici per la nostra politica. Ogni tre minuti la faccia pretesca del cosiddetto Supermario compariva sui teleschermi. E rassicurava gli spettatori adoranti e poi dormienti. Tel chi el Monti, l’è propi un drago, meglio del Cerutti Gino. Mesi di fuoco. La corporazione degli scribi si impegnò al massimo per descrivere con vigore le imprese mirabolanti dell’amato presidente. Il quale, a un certo punto, annunciò la spending review. I connazionali che masticavano poco l’inglese si guardarono l’un l’altro con fare interrogativo: che roba è? La revisione della spesa pubblica, spiegò La Repubblica, il giornale dei saputelli.
Tutto qui? Un po’ delusi e un po’ speranzosi, i suddetti connazionali incoraggiarono il presidente del Consiglio a tagliare di brutto gli sprechi. Ma lui s’intenerì davanti agli sperperi e mollò le cesoie, affidandole per scherzo a Enrico Bondi, tecnico anch’egli, che le guardò sorridendo e le depose in un cassetto, evitando di tagliare alcunché.

Passarono le settimane, passarono i mesi, e Monti cominciò a rompere le balle alle stesse persone che lo avevano esaltato. Nessuna protesta, per carità. Solo un borbottio e qualche interrogativo: ma questo qui sarà mica un bidone? Nossignori. Un prudentone. Che, per tirare su il morale ai dubbiosi, dichiarò: c’è una luce in fondo al tunnel. La vedeva solo lui. E il signor Spread? Un altro Mario, Draghi, quello della Bce, l’aveva neutralizzato a suon di milioni di euro. Monti nel frattempo mise mano al randello fiscale e iniziò a menare gli italiani che lo amavano: tasse di qua, tasse di là, l’Imu sulla prima casa pagata col mutuo e, quindi, di proprietà della banca per effetto dell’ipoteca a garanzia. Un tormento esattoriale che umiliò consumatori e produttori, uccidendo un migliaio di aziende al giorno, così, tanto per gradire.

Uno sfacelo. Ciononostante, il professore si persuase di aver fatto centro: ho rimesso ordine nei bilanci, riconquistato la fiducia dell’Ue, restituito credibilità alla Patria. Lo diceva sul serio. Pieno di orgoglio, ebbe un’idea geniale sul finire del 2012: quasi quasi mi candido. Fondò un partito con cui presentarsi alle elezioni, frattanto indette, che si sarebbero svolte in febbraio. Una pensata luminosa. Era convinto, il Tecnico per antonomasia, di essere stato così bravo a strozzare gli italiani da meritare la loro fiducia per l’eternità. Non sapeva che ormai lo detestava chiunque, giudicandolo non più per la foggia del loden ma per le sue opere distruttive. Infatti, alle elezioni raccolse una miseria di voti e fu relegato in un ruolo che generosamente definiamo di secondo piano. In pratica fu bocciato all’esame elettorale e costretto a ritirarsi nell’ultimo banco. Politicamente defunto. Non c’è anima che lo rimpianga.
Oggi se dici Monti, il tuo interlocutore risponde: no, vado al mare. Il professor Sobrio si è trasformato in professor Zero, e non si tratta di Renato. L’unico dato positivo, per lui stesso, consiste nella conservazione del laticlavio a vita in Senato, regalatogli a suo tempo da Napolitano, che vale pur sempre circa 15mila euro al mese. Non male per uno che ovunque abbia messo le mani ha prodotto sconquassi. Il bello, si fa per dire, è che Monti non va più neanche a Palazzo Madama. Siccome non gli fanno recitare la parte del re, ha preferito smettere di giocare. Si è stufato. È scomparso nelle lande attorno a Varese. Pare che presto si occuperà di lui la famosa trasmissione televisiva Chi l’ha visto?. Il fatto che si siano perse le sue tracce può essere un vantaggio, dipende dai punti di osservazione.

Tuttavia la storia breve di Monti ha una valenza positiva e non va trascurata se si desidera comprendere la situazione in cui ci troviamo. Occorre considerare che il bocconiano non piovve dal cielo, ma fu chiamato a gran voce in quel di Roma per un motivo: i politici di professione avevano fallito, quindi necessitava il pronto soccorso di un governo tecnico capace di rimediare ai loro disastri. Purtroppo la pezza si rivelò peggiore del buco. Ma ciò non ha rivalutato i partiti, benché siano riusciti, dopo sforzi sovrumani, a mettere insieme una maggioranza denominata delle «larghe intese ».
In effetti, il gabinetto di Enrico Letta ha sentito il bisogno di essere affiancato da un centinaio di saggi incaricati di realizzare le riforme che non sono alla portata dell’esecutivo. Se, infine, si calcola che Napolitano ebbe a sua volta l’idea di nominare 10 saggi per suggerire il da farsi al futuro governo, una certezza l’abbiamo: i politici non sono in grado di esercitare il loro mestiere. Si danno molte arie, ma sono arie fritte.


Incompatibile a chi?
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 13 giugno 2013)

Proseguono le grandi manovre per rasserenare il clima intorno al processo sulla trattativa Stato-mafia. Il Pg della Cassazione ha avviato l’azione disciplinare contro l’ex pm che avviò l’indagine: Antonio Ingroia, reo di far politica senza lasciare la toga (come decine di magistrati eletti in Parlamento). Analoga azione ha già colpito l’altro pm titolare dell’inchiesta, Nino Di Matteo, e il procuratore Francesco Messineo.

I due l’han fatta grossa. Il primo confermò in un’intervista ciò che avevano scritto tutti i giornali: le intercettazioni indirette di alcune telefonate fra Mancino e Napolitano. Il secondo non denunciò il pm al Csm per il grave delitto di intervista. Poi il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, per non restare con le mani in mano, ha rilasciato un’intervista (lui può) per bacchettare la Procura di Palermo che ha osato convocare Napolitano come teste a proposito delle confidenze del suo consigliere D’Ambrosio su “indicibili accordi” fra Stato e mafia.

L’altroieri, casomai non si fosse ancora capita l’antifona, Napolitano ha ammonito i magistrati a tener conto “della portata degli effetti, talora assai rilevanti, che un loro atto può produrre anche al di là delle parti processuali”, specie “quando ci sono difficili equilibri politici”. Ora, in attesa di un bombardamento atomico sulla Procura, il Csm ha aperto una pratica  per trasferire Messineo per “incompatibilità ambientale”.

Le “incolpazioni” fanno scompisciare.

1) Per il “difetto di coordinamento” fra i suoi pm, Messineo avrebbe sulla coscienza “la mancata cattura del latitante Messina Denaro”, dopo un blitz della polizia da lui autorizzato che avrebbe bruciato un’indagine del Ros. Peccato che il Ros abbia già smentito la notizia.

2) Messineo sarebbe “condizionato” dal suo ex aggiunto Antonio Ingroia, con cui avrebbe “un rapporto privilegiato” che gli avrebbe fatto “perdere la piena indipendenza”. Ingroia ha lavorato all’antimafia di Palermo per 20 anni, dai tempi di Falcone e Borsellino: il Csm trova disdicevole che Messineo, arrivato in Procura nel 2005, ne sia stato influenzato. Il problema non sono le toghe condizionate dalla mafia, ma dall’antimafia. In ogni caso Ingroia ha lasciato Palermo 7 mesi fa: in che senso oggi Messineo sarebbe incompatibile con Palermo?

3) Ingroia avrebbe condizionato Messineo tenendo nel cassetto per 5 mesi intercettazioni su una possibile fuga di notizie fatta da Messineo a un amico banchiere indagato per usura. Naturalmente Ingroia non ha tenuto nel cassetto un bel niente: a fine indagine, ricevette le trascrizioni delle bobine fatte dalla Finanza e le inoltrò alla competente Procura di Caltanissetta. Che poi ha chiesto e ottenuto l’archiviazione per Messineo: perché mai oggi Messineo sarebbe incompatibile con Palermo?

4) Messineo sarebbe incompatibile anche perché da anni suo fratello e suo cognato sono imputati a Palermo con varie accuse. Forse lo era quando i due furono indagati da Ingroia (Messineo correttamente si astenne). Ma poi Ingroia ne ottenne i rinvii a giudizio e la loro sorte ora è in mano ai giudici: dove sta oggi l’incompatibilità di Messineo con Palermo?

5) Messineo sarebbe incompatibile con Palermo per le “spaccature” in Procura. Peccato che non le abbia create lui: le ha ereditate da Grasso, sempre contestato dalla gran parte dei suoi pm. Ma il Csm, anziché trasferire Grasso, se ne infischiò. Poi lo promosse Procuratore nazionale antimafia. Il che aiuta a capire perché il Csm si accorge solo ora delle spaccature. Finché rifiutò di vistare l’avviso di chiusura-indagini sulla trattativa (ma non era condizionato da Ingroia?), Messineo andava benissimo. Ora che ha firmato le richieste di rinvio a giudizio e affianca Di Matteo alle udienze, diventa improvvisamente incompatibile.

E allora, cari sepolcri imbiancati, abbiate almeno il coraggio di dire la verità: non è Messineo che è incompatibile con Palermo, è lo Stato che è incompatibile con la Giustizia.


La paura del popolo
di Barbara Spinelli
(da “la Repubblica”, 12 giugno 2013)

Di tanto in tanto, quando si temono rivoluzioni, o si fanno guerre, oppure nel mezzo di una crisi economica che trasforma le nostre esistenze, torna l’antica paura del suffragio universale.

Del popolo che partecipa alla vita politica, che licenzia i governi inadempienti e ne sceglie di nuovi, che fa sentire la propria voce. È la paura che le classi alte, colte, ebbero già nella Grecia classica. Aristotele paventava la degenerazione democratica, se sovrano fosse diventato il popolo e non la legge. Ancora più perentorio un libello anonimo (La Costituzione degli Ateniesi, attribuito a Senofonte) uscito nel V secolo aC: «In ogni parte del mondo gli elementi migliori sono avversari della democrazia (…). Nel popolo troviamo grandissima ignoranza e smoderatezza e malvagità. È la povertà soprattutto, che lo spinge ad azioni vergognose ». Il dèmos respinge le persone per bene: «vuole essere libero e comandare, e del malgoverno gliene importa ben poco ». Sotto il suo dominio tutte le procedure si rallentano, ed è il caos che oggi chiamiamo ingovernabilità.

L’orrore del populismo o dei democratici demagoghi ha queste radici, che Marco D’Eramo illustra con maestria in un saggio uscito il 16 maggio su Micromega.
Ma è dopo la Rivoluzione francese, e in special modo quando comincia a estendersi gradualmente il diritto di voto, nella seconda parte dell’800, che fa apparizione un’offensiva ampia, e concitata, contro il suffragio universale. Inorridiscono i democratici stessi. Nei primi anni del ‘900, il giurista Gaetano Mosca vede già le plebi e le mafie del Sud distruggere istituzioni e buon governo. È diffusa l’idea che i migliori, e le migliori politiche, saranno travolti e annientati dal popolo elettore. Si formano chiuse oligarchie, con la scusa di tutelare il popolo dai suoi demoni.

È una paura che va a ondate, e non sempre l’oggetto che spaventa è esplicitamente indicato. Quella che oggi torna a dilagare pretende addirittura di salvare la democrazia, imbrigliandola e tagliando le ali estremiste (gli «opposti estremismi », spiega d’Eramo, diventano sinonimi di populismo). Ma gli elementi dell’annosa offensiva contro il suffragio universale sono tutti presenti, sotto traccia. Il popolo smoderato e incolto va vigilato, spiato: o perché chiede troppo, o perché rischia di avere troppi grilli per la testa. Sono aggirate anche le Costituzioni, fatte per proteggere i cittadini dai soprusi delle cerchie dominanti. Ovunque le democrazie sono alle prese con i danni collaterali di questa ferrea legge oligarchica.

Accade proprio in questi giorni in America, dove prosegue una guerra antiterrorista sempre più opaca, condotta senza che il popolo (e neppure gli alleati per la verità) possa dire la sua. Il culmine l’ha raggiunto Obama, che pure aveva criticato la torbida sconfinatezza delle guerre di Bush. Il 6 giugno, viene svelata un’immensa operazione di sorveglianza dei cittadini americani da parte dell’Agenzia di sicurezza nazionale: milioni di numeri telefonici e indirizzi mail, raccolti non in zone belliche ma in patria col consenso segreto di vari provider. Indignato, il New York Times commenta: «Il Presidente ha perso ogni credibilità » (poi per prudenza rettifica: «Ha perso ogni credibilità su tale questione »).

Analogo orrore dei popoli è ravvivato dalla crisi economica, governata com’è da trojke e tecnici separati dai cittadini: anch’essa, come la guerra, va affidata a pochi che sanno (poche persone per bene, pochi migliori, direbbe lo Pseudo-Senofonte). Gli ottimati sapienti stanno come su una zattera, e non a caso il loro nome è «traghettatori ». Sotto la scialuppa ribolle il popolo: forza infernale, miasma imprevedibile e contaminante. Infiltrato da meticci, demagoghi, gente colpevole due volte: sia quand’è sprecona, sia quando non consuma abbastanza. Sono invisi anche gli sradicati, o meglio chi pensa all’interesse generale oltre che locale: se vuoi lusingare un partito, oggi, digli che non è un meteco ma «ha un forte radicamento territoriale ». Nei cervelli dei traghettatori s’aggira il fantasma, temuto come la peste dagli anni ’70, dell’esplosione sociale e dell’ingovernabilità.

È in questa cornice che le parole si storcono, sino a dire il contrario di quel che professano. La riforma significava miglioramento delle condizioni dei cittadini, del loro potere di influire sulla politica. Furono grandi riforme il suffragio universale, e subito dopo l’introduzione del Welfare: ambedue malandate. Adesso il riformista escogita strategie per tenere al guinzaglio gli eccessi esigenti dei governati. Il proliferare in Italia di comitati di saggi (per cambiare la Costituzione, per il Presidenzialismo) è sintomo di un crescente scollamento di chi comanda dal popolo, e al tempo stesso dai suoi rappresentanti. Ci si adombra, quando il Parlamento è definito una tomba. Per fortuna non lo è. Ma un Parlamento fatto di nominati più che di veri eletti somiglia parecchio a un sepolcro imbiancato: e così resterà, finché non avremo diritto a una legge elettorale decente.

Tale è la paura del popolo-elettore, che per forza quest’ultimo si ritrae e fugge. Si esprime in vari modi (nei referendum, sul web, attraverso la stampa indipendente) ma ogni volta sbatte la testa contro un muro. Lo Stato ne diffida, al punto di spiare milioni di cittadini come in America. E i nemici peggiori diventano i reporter e le loro fonti, che gettano luce sulle malefatte dei governi. Nel 2010 fu il caso di Wikileaks. Oggi è il turno del Guardian e del Washington Post, che hanno scoperchiato il piano di sorveglianza spionaggio (nome in codice: Prism) del popolo americano. Non restano che loro, fra lo Stato-Panoptikon che ti tiene d’occhio e i cittadini mal informati. In inglese le gole profonde che narrano i misfatti si chiamano whistleblower: soffiano il fischietto, in presenza di violazioni gravi della legalità, e antepongono il dovere civico alla fedeltà aziendale. Ben più spregiativamente, politici e giornali benpensanti li definiscono spie, se non traditori. «Non chiamateli talpe! », chiede molto opportunamente Stefania Maurizi su Repubblica online di lunedì. Il soldato Bradley Manning, che smascherò tramite Wikileaks i crimini Usa nella guerra in Iraq, è da 3 anni in prigione. Ora è processato, rischia l’ergastolo.

Il whistleblower che ha rivelato il piano di sorveglianza voluto da Obama è Edward Snowden, 29 anni, ex assistente della Cia e della Nsa: è rifugiato a Hong Kong, e da lì fa sapere: «L’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) ha costruito un’infrastruttura che intercetta praticamente tutto. Con la sua capacità, la vasta maggioranza delle comunicazioni umane è digerita automaticamente, senza definire bersagli chiari. Se volessi vedere le tue email o il telefono di tua moglie, devo solo usare le intercettazioni. Posso ottenere le tue email, password, tabulati telefonici, carte di credito. Non voglio vivere in una società che fa questo genere di cose. Non voglio vivere in un mondo in cui ogni cosa che faccio e dico è registrata. Non è una cosa che intendo appoggiare o tollerare ».

Il popolo reagisce ai soprusi e all’indifferenza del potere in vari modi: impegnandosi in associazioni (ricordiamo i referendum italiani sul finanziamento dei partiti e sull’acqua, o il voto contro il Porcellum); oppure ritirandosi quando si accorge di non contare nulla. Altre volte smette di credere e diserta le urne, come alle amministrative di questi giorni. Ma sempre potrà sperare di avere, come alleati, i whistleblower che toglieranno il sigillo alle illegalità, alle cose nascoste o sporche della politica. Ecco cosa produce lo sgomento causato dal dèmos.
Il popolo stesso s’impaura, entra in secessione. La paura del suffragio universale non è mai finita, sempre ricomincia. Nacque nell’800, ma come nella ballata di Coleridge: «Dopo di allora, ad ora incerta – Quell’agonia ritorna ».


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1 commento

  1. Commento by guide-divorce.fr — 26 Giugno 2013 @ 23:22

    Plus concernant chaque conjoint. Définitions mais également débrouillardises à cause de le mariage facile sans crainte.

    my web-site :: faute et divorce (guide-divorce.fr)

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