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Un governo isolato dai partiti

16 Luglio 2013

di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 16 luglio 2013)

Ha proprio ragione Letta quando osserva che nel mondo della politica avvengono «cose indecorose » e quando deplora la perdita del «senso delle istituzioni ». Ma anche lui sa che non basteranno i suoi moniti saggi, né quelli di Napolitano, per limitare i danni che, ogni giorno, si provocano sull’immagine internazionale del nostro Paese e sulla credibilità della nostra classe politica nei confronti dei cittadini.

Il contributo più utile, però, che il presidente del Consiglio può fornire, prima che si arrivi a uno scontro tanto permanente quanto improduttivo, è quello di riuscire a superare una condizione che del suo ministero fa un «unicum » assoluto nella storia della Repubblica.

Non si è mai visto, infatti, un governo che, pur godendo, sulla carta, di una maggioranza parlamentare amplissima, appaia così isolato dai partiti che lo sostengono. Né si è mai visto un governo che, nonostante tutto, non abbia alcuna alternativa concreta e, quindi, appaia insostituibile.

La situazione, se vogliamo uscire dalle ipocrisie, è riassumibile in poche parole: il Pd è squassato da una battaglia interna devastante e, nella sostanza, paradossale, perché è l’unico partito al mondo che, possedendo un leader sicuramente vincente alle elezioni, come Renzi, sta cercando in tutti modi di evitare di candidarlo. Nel frattempo, quel partito invoca le dimissioni, un giorno di Alfano, l’altro di Calderoli e spera che la Cassazione riesca a fare quello che in vent’anni non è stato capace di fare: eliminare dalla scena politica Berlusconi. Del governo se ne occupa, perciò, il meno possibile, anche perché, occupandosene, dovrebbe ricordare ai suoi furibondi e disperati elettori che, in quel governo, collabora con il nemico di sempre, l’odiato Cavaliere.

Il Pdl, l’altra gamba su cui si regge, si fa per dire, il ministero Letta, è perfettamente consapevole che, senza il suo fondatore e padrone assoluto, è un partito inesistente, sia nella politica nazionale, sia in quella locale, come dimostrato, prima dalla campagna elettorale per il Parlamento e, poi, dai risultati delle recenti elezioni amministrative. Ecco perché è terrorizzato dalla possibile condanna definitiva del suo leader e alterna minacce di conseguenze devastanti sulle istituzioni e sul governo, in caso di conferma della sentenza Mediaset, a improbabili rassicurazioni sul senso di responsabilità del partito, nella speranza di convincere i giudici della Cassazione a tener conto sia di quelle minacce, sia di quella promessa. In attesa dell’unica cosa che per il Pdl abbia importanza, quel verdetto di fine mese, ci si può dividere, senza troppi danni, tra amici e nemici di Alfano.

Il terzo partito che conta, o potrebbe contare, nella politica italiana, il Movimento di Grillo, si è autoesiliato in un sostanziale Aventino che, come tutti gli Aventini della storia, è destinato alla totale inutilità e, quindi, a un destino di sicuro fallimento. Il solo concreto risultato della posizione del M5S, se vogliamo, è di togliere l’unica teorica alternativa possibile al governo Letta, rafforzando così la sua insostituibilità, perché tutti sanno che, senza una diversa legge elettorale, i risultati di un nuovo voto sarebbero, più o meno, gli stessi.

A questo proposito, il governo Letta dovrebbe dimostrare di meritare la fortuna di non avere possibili successori e di non meritare l’isolamento dai partiti che lo sostengono. Nell’unico modo praticabile: smettendo di rinviare la soluzione dei problemi più gravi e urgenti, a partire dalla tassa sulla casa e dall’aumento dell’Iva e affrontando, con la radicalità che la situazione impone, la questione che più interessa gli italiani: la ripresa dell’economia. La crisi dell’occupazione, soprattutto giovanile, è tale da non consentire più soluzioni di compromesso, pannicelli caldi, misure che non sono in grado di cambiare sostanzialmente le cose nel mondo del lavoro. L’inesistenza di una seria alternativa a questo governo dovrebbe costituire la più formidabile leva di convinzione per non procedere più con la strategia dei rinvii e dei piccoli passi, quando urgono, invece, passi da giganti. È vero che il coraggio, come diceva don Abbondio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare, ma in certe occasioni ce ne vuole davvero poco per non approfittarne.

Finora Letta ha utilizzato, con giovanile sapienza, il credito internazionale per le sue salde convinzioni europeiste e quello nazionale per la serietà dei suoi comportamenti. Ma ora è scaduta la sua «luna di miele » con i cittadini del nostro Paese, ai quali deve dimostrare che le sue doti di abile mediatore dei conflitti non condanneranno l’Italia a un sostanziale immobilismo. Perché sono vent’anni, da quando è cominciata una seconda Repubblica dai risultati davvero fallimentari, che non si riesce a rompere il muro dei «no » ripetuto inesorabilmente dalle mille nostre corporazioni. Quelle corporazioni di ostinati interessi particolari che ci stanno condannando a un irreversibile declino.


Ci rimane solo l’industria della giustizia
di Francesco Alberoni
(da “il Giornale”, 16 luglio 2013)

Un Paese senza imprese produttive è condannato alla decadenza e alla miseria. Non solo sul piano economico, ma anche su quello artistico, culturale e della vita civile. Perché l’impresa è l’unica formazione sociale in cui si incarna la razionalità moderna, quella in cui le risorse che entrano escono arricchite di valore. L’impresa è un’entità in cui tutte le operazioni compiute da tutti i suoi addetti – dall’amministratore delegato al tecnico, all’operaio – vengono sempre progettate, realizzate e monitorate in modo che, in ogni punto dalle filiera, si raggiunga il valore desiderato.

In una fabbrica di pasta, il processo incomincia sul campo, dove gli agronomi studiano il tipo di semente, il tipo di terreno, il modo corretto di coltivazione per avere il grano più ricco, per fare le miscele più adatte che poi, macinate nel modo corretto, consentono di ottener il prodotto migliore. Un immenso ciclo trasformativo di cui si avvantaggiano l’agricoltura, il consumatore e il lavoratore, e che dà i profitti con cui fare nuovi investimenti. Questo sistema viene costantemente migliorato dagli stessi tecnici dell’impresa, che perciò sono tutti artefici e tutti responsabili del suo progresso. Se anche un solo bullone si surriscalda, interviene subito l’operaio che chiama gli ingegneri che correggono il difetto.
Nel sistema politico, invece, se qualcosa non va invece si deve fare una legge che viene stesa da legulei che non si riferiscono ad una realtà concreta. E la legge rimanda sempre ad altre leggi, ad altri commi, ad altre autorità. Il sistema giuridico è formalmente razionale, ma non è fondato sul principio costi-benefici. Non monitora mai i suoi effetti, e non ha al suo interno meccanismi correttivi.

Solo la razionalità dell’impresa è fondata sul calcolo puntuale costi-benefici dove, se i costi superano i benefici, l’impresa fallisce. Oggi in Italia le imprese vengono schiacciate dalla recessione, c’è disoccupazione, crollano i consumi e gli investimenti. Ma il sistema burocratico-giuridico continua a funzionare immutato. Non saremo più un grande Paese industriale però restiamo la patria del diritto.


Caso Kazakistan, Scajola: “Alfano non poteva non sapere”
di Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”, 16 luglio 2013)

Pronto, onorevole Claudio Scajola. “Mi dica, cosa butta di nuovo? Io, l’uomo a sua insaputa, sono ancora di moda?”.

Il mezzanino al Colosseo non c’entra nulla.
Quanto ho sofferto. Ho aspettato tre anni per sapere che davvero non sapevo: in udienza, e giuravano, le sorelle Papa e l’architetto Zampolini hanno negato le accuse. Ammetto, mi è scesa una lacrimuccia.

Angelino Alfano, a buon diritto, è un uomo a sua insaputa?
Che devo rispondere? La questione kazaka è delicata. Io parlo, voi cosa scrivete?

Ascoltiamo.
Io conosco il Viminale, non vi faccio perdere tempo.

Quante stanze separano l’ufficio del ministro e quello del capo di gabinetto?
Non più di tre, pochi metri, pochi passi.

Giuseppe Procaccini riceve i diplomatici kazaki, vogliono cacciare un dissidente: come fa il ministro a essere informato?
Aspetti.

Cosa?
La formulazione è sbagliata. Come fa un ministro a non essere informato?

Fatta la domanda, si dia una risposta.
Procediamo per esclusione ed esperienza. I due non si possono incontrare per caso, per esempio non possono ritrovarsi in bagno.

Perché?
Il ministro ha uno spazio riservato, non condivide questo tipo di bisogni. Però, per dire, il capo di gabinetto è il filtro per i dipartimenti e, viceversa, il ministro non può che compulsare questo filtro.

Al giorno, quante volte?
Io ricevevo il capo di gabinetto ogni mattina entro le 8: leggevo la posta privata, fissavo l’agenda e lui mi aggiornava sui fatti accaduti di notte. Poi ci vedevamo prima di pranzo per capire gli appuntamenti e le pratiche più urgenti. Non lasciavo il ministero, a tarda sera, se non avevo l’ultimo colloquio che faceva il punto conclusivo. Se non ci vedevamo di persona, era tassativo sentirci al telefono.

Conosce Procaccini?
Era il vice del mio capo di gabinetto, non avevo rapporti diretti con lui. Ma al Viminale conoscono la gerarchia e la fanno rispettare.

Perché un prefetto dovrebbe assumersi una responsabilità che va oltre i suoi poteri e mettere ai margini il ministro?
La gerarchia, le ripeto, la gerarchia è fondamentale.

I kazaki vanno al Viminale, la polizia organizza l’irruzione, la donna viene trasportata in un centro di accoglienza per immigrati e poi viene espulsa assieme a una bambina di sei anni. Passano 48 ore. Come può restare all’oscuro un ministro?
La sceneggiatura è ottima, convincente. Mi consenta, e utilizzo un’espressione berlusconiana, di fare una citazione. Diceva il mio maestro, ex ministro al Viminale, Paolo Emilio Tavani: “Quando ti accorgi di non avere la fiducia dei tuoi sottoposti, vattene via”.

Alfano o sapeva e ha agito male oppure non sapeva e non controlla il ministero.
Concordo. Non ci sono spiegazioni alternative.

In sintesi: il vicepremier non è all’altezza per essere un erede di Taviani al Viminale?
Sì. Però le abitudini sono fondamentali. Io mi comportavo così, vedevo regolarmente il capo di gabinetto e i miei predecessori – da Cossiga a Taviani – mi hanno insegnato questo atteggiamento, non saprei onestamente valutare la gestione moderna di Angelino… Io me lo ricordo per la sua attività politica.

Che deve fare, ora, Alfano?
Io me ne sono andato per un errore a mia insaputa, ma non posso suggerire una reazione di Angelino. Vengo da tre anni durissimi, botte da destra e sinistra, soprattutto da destra sì.

Quanto conta il Kazakistan per l’Italia?
Tantissimo. Al Viminale non ho avuto contatti, però allo Sviluppo Economico, era il 2009, ci fu un bilaterale con numerosi diplomatici. La nostra Eni ha investito somme ingenti in quel paese, c’è un giro d’affari molto importante. Mi creda: molto importante.


La Casta ha fatto il pieno I nostri onorevoli i più ricchi: primi in Europa, decimi nel mondo
di (I.S.)
(da “Libero”, 16 luglio 2013)

La crisi divora le tasche degli italiani, ma non quelle dei parlamentari di casa nostra. Loro guadagnano ben 6 volte in più di un italiano medio e sono i più ricchi d’Europa. La fotografia della casta questa volta la scatta l’Ocse che ha fatto i conti in tasca ai notro onorevoli. I dati raccontano il gap tra stipendi dei cittadini e dei parlamentari in Europa. Per l’Italia c’è subito la pole position: 23.400 euro l’anno è il reddito medio di un cittadino italiano. Quello di un parlamentare ammonta a 144mila euro. I nostri parlamentari sono i più pagati d’Europa. Superando le colonne d’Ercole, i più pagati, in cima alla classifica si trovano in Nigeria e Kenya. Caso a parte quello della Tailandia, dove i rappresentanti del partito al governo sono pagati più di quelli dell’opposizione. I dati Ocse poi mettono sotto osservazione anche gli stipendi di tutti i primi ministri. Il premier più pagato? Su tutti svetta il primo ministro di Singapore, che riceve più di due milioni di dollari: 40 volte più della media dei suoi concittadini. In fondo alla classifica, il primo ministro indiano, che grava sulle casse dello Stato per soli 4mila dollari l’anno.

Nella top ten –  Ma se si va a guardare invece la busta paga dei parlamentari e la si mette sulla bilancia del pil pro capite come fa l’Economist allora il dato italiano diventa ancora più allarmante. L’Italia risulta nelle prime dieci nazioni per proporzione sul pil: un deputato italiano porta a casa uno stipendio lordo mensile che, tra indennità parlamentare, diaria e rimborso di trasporto, supera i 16mila euro: il 60% in più rispetto alle media Ue. Un collega francese prende circa 14mila euro e l’omologo tedesco poco più di 12mila. In cima alla classifica ci sono sempre Nigeria e Kenya. Magra consolazione. Intanto di sicuro i nostri onorevoli con le loro buste paga per le vacanze estive non resteranno a casa. Come invece, purtroppo, faranno circa 8 milioni di italiani.


Dimenticate santoni, Siddharta e new age. Ecco l’oriente di Manganelli
di Pietrangelo Buttafuoco
(da “Il Foglio”, 16 luglio 2013)

L’unico là è l’oriente. E’ il là unico dove si acquatta un avverbio: “Misteriosamente”. Ci vuole un professore che, abbandonando le ciocie, sappia farsi viaggiatore e impossessarsi di un largo infinito qual è l’Asia e magari dilagare in un’idea dell’esotico che è Africa, Mediterraneo e una delicata congiura dell’innamoramento che poi porta a vivere l’esperienza dell’altrove disperandosi di non poter gustare lì, in tutto quel là, il lesso preparato a Modena dalla premiata ditta Fini.
“Cina e altri orienti”, dunque. Il ritorno di un titolo di Giorgio Manganelli (già nel catalogo Bompiani, adesso in Adelphi, a cura di Salvatore Silvano Nigro, 346 pp., 22 euro) che di tutto quell’unico là offre un catalogo psichico fuori da ogni luogo comune. Il pingue prof. Manganelli, infatti, mai ebbe a mostrarsi addobbato al modo esotico. A differenza di un Tiziano Terzani, per fare l’esempio più facile, Manganelli mai volle mutare d’abito per farsi “monaco”.

Non lo si vide mai, il viaggiatore, per le strade di Pechino, vestire camicie dal colletto “alla coreana” o, a Bombay, pestare chiodi al modo dei fachiri di cui scrutava la lacca sui capelli e i cosmetici sul volto perché Manganelli, nel suo esercizio tutto psichico, delude i lettori di bocca buona desiderosi solo di santoni, Siddharta e tocchetti new age. Manganelli in oriente ci andò col viatico di Giuseppe Tucci, “l’Italiano dal viso indiano”. Tucci – l’esploratore per eccellenza, guida dell’Ismeo – salvò l’ebreo Bernhard, l’analista di Manganelli e sempre Tucci fece dono e dunque “crisma” all’amico di un opuscolo sul Muzium Negara, il museo della Malesia. E l’Ismeo è l’Istituto italiano per il medio ed estremo oriente.
Il modo più efficace per mettere da parte il provincialismo eurocentrico è, dunque, affrontare la preziosa oscurità di un mondo con la grazia infantile del professore curioso. E il gelo, appunto, contemplato nell’Himalaya, nelle pagine ha i denti che brillano di RigVeda. Così come la “trama infinita di Allah” (è anche un altro suo titolo), all’Alhambra è una seduzione del vuoto e dell’acqua e come Ulisse, Manganelli si fa Nessuno, per essere “impercettibile e anonimo” e accedere così a “quell’immaginazione astratta”.

Il modo migliore per leggere l’oriente di Manganelli e perciò impossessarsi di questa materia tutta risolta là ma per stare qua, nel nostro oblio occidentale, è dunque un lasciarsi intrappolare da qualcosa di nobilmente scostante, “una sorta di celata che protegge un collettivo volto invisibile”. Così scrive Manganelli e Salvatore Silvano Nigro, il curatore di questo libro (che meriterebbe quella diffusione – ahinoi! – facile per i mistificatori dell’oriente in costume), nel saggio che conclude il volume offre il percorso che ci consente, dal fondo della nostra Età Oscura, di saggiare “una corrucciata trattativa con l’oscura fatalità”.

Questa idea dell’Asia estranea alle mode e al marketing è qualcosa di profondamente religioso rispetto al fare e disfare valigie di un professore strappato ai bolliti e Nigro, lavorando di cesello, porta alla luce le spente lune morte della ragione. Nigro – il cui saggio vale per fatti propri, a prescindere dal libro stesso – segue le innaturali metamorfosi dei nomi e dei luoghi macinati dal ruminare estatico di Manganelli fino alla sciatteria redazionale e non riesce a far tornare i conti. E tutto questo, però, nel taglia e cuci di note e pezzi di un lungo viaggiare risultano “vogliosità”, ovvero, l’irruzione di quell’asiatica malia che a volte borbotta e, altre, incatena. Perfino allo spavento. Il là, dice Nigro, “dove si occulta l’apparente, si manifesta l’occulto, e persiste l’indomito”.


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Bart