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Una nuova Budapest contro la democrazia

9 Marzo 2010

Confermo: sono proprio Kafka e il suo “Il processo” che bisogna richiamare per intendere in quale situazione ci troviamo. Ai due signori che si presentano per condurlo alla morte dopo un assurdo processo in cui non si conoscono le colpe dell’imputato, Josef K. domanda: “In che teatro recitano?” e poi: “La sola cosa che posso fare ora è conservare sino alla fine la ragione”, e infine, nel momento che uno dei due “gli immergeva il coltello in cuore, facendolo girare due volte dentro la ferita” ha la forza di mormorare: “Come un cane!”

 Questa è esattamente la situazione in cui vengono a trovarsi tutti quegli elettori che rimarranno esclusi dalla scelta di voto alle prossime elezioni regionali nella provincia di Roma.

La decisione provvisoria del Tar del Lazio, che esclude il Pdl dalle liste, ha complicato ulteriormente la ricerca di una soluzione che garantisse l’esercizio pieno del voto a tanti cittadini romani. Pensate: il Tar del Lazio entrerà nel merito soltanto il 6 maggio. Intanto però esclude la lista. E allora ci si domanda: E se il 6 maggio rivedrà il suo giudizio?

Questa è una delle ragioni per cui è la politica che deve risolvere una questione di così forte pregnanza. Oltre a Napolitano, lo ha riconosciuto perfino Oscar Luigi Scalfaro (qui). Ma il Pd, incurante di così autorevoli pareri, ha mandato avanti i suoi carri armati, in pratica sta stringendo d’assedio la democrazia. Approfittando degli errori compiuti da una specie di portaborse, cerca di rinchiudere in un lager gli elettori del centrodestra, pur di approfittare da sciacallo della situazione che si è venuta a creare e vincere così le elezioni. E tutto ciò senza alcuna vergogna.

Oltre agli schiamazzi piazzaioli che sta orchestrando per le strade d’Italia ha mosso anche l’aviazione, ordinando alle regioni rosse di presentare ricorso alla Consulta per far dichiarare  incostituzionale il decreto salva-elettori. Si sono già mosse il Lazio, la Toscana e il Piemonte, ma altre le seguiranno con molta probabilità.

Mai visto un assedio così grande allo scopo di togliere agli elettori del centrodestra il diritto di scegliere con il voto il proprio schieramento. Ho definito questo comportamento fascismo rosso, e le truppe che si stanno muovendo mi ricordano l’invasione russa dell’Ungheria del 1956.

Come allora, anche oggi, nel nostro caso, i fascisti rossi muovono i carri armati per sfasciare la democrazia.

Immagino che la signora Varenna si senta come Josef K. E ancor di più gli elettori del centrodestra romani. Senza alcuna colpa vengono processati dall’opposizione e condannati.

Che vergogna avere in Italia una opposizione così ripugnante!

Uno dei motivi per cui le regioni hanno avanzato ricorso alla Consulta è quello che sulla materia elettorale sono esse a dover decidere. Reclamano questo diritto. Allora una domanda la voglio fare alla regione Lazio: Perché non ha provveduto ad assicurare il diritto effettivo di voto agli elettori del Pdl, così come perfino Scalfaro ha ritenuto che dovesse essere fatto?

La risposta la do io: Perché è un’amministrazione di sinistra. È interessata direttamente alla causa in corso e teme che il centrodestra possa prendere il suo posto. Quindi come si difende? Schierando i carri armati contro la democrazia.

Le auguro una sonora sconfitta, perché quella democrazia che esclude una parte di elettorato per questioni fasulle non è la mia democrazia: è fascismo rosso, che combatterò sempre. Leggete quale ragione adduce il Tar per escludere la lista Pdl: «non c’è certezza né prova che il delegato del Pdl all’atto della presentazione della lista avesse con sé tutta la documentazione ». Vi sembra un motivo sufficiente per eliminare tanti elettori? Poi, con comodo, dopo aver mangiato e ben bevuto, entrerà nel merito il 6 maggio, ad elezioni chiuse da un pezzo.

Ripeto, se la competenza ad intervenire era della regione Lazio, era la regione Lazio che doveva farlo con urgenza (visto che è in grado di riunirsi perfino di domenica). Se non lo ha fatto, ha compiuto una negligenza peggiore di quella compiuta da Milione, il portaborse del Pdl.

Infatti,  i tempi che la magistratura richiede per dare risposte definitive e certe sono troppo lunghi. È dunque alla politica che compete risolvere situazioni urgenti come questa.

Ma anche perché è la politica che può interpretare autorevolmente le proprie leggi. Oggi siamo abituati ad affidare l’interpretazione delle leggi unicamente alla magistratura. Ma non dobbiamo dimenticare che le leggi le fa il parlamento e che il parlamento è il più autentico interprete delle proprie leggi. Il decreto interpretativo emesso giustamente con carattere di urgenza e controfirmato dal presidente della Repubblica è dal parlamento che dovrà essere ratificato entro 60 giorni.

Facciamo un esempio terra terra. Se io scrivo una frase e dico che vuol significare una tale cosa, non mi si può obbligare ad accettare una interpretazione diversa. Magari mi si può dire che la frase è stata scritta con poca chiarezza, ma quando io ne do l’interpretazione, questa non può più consentire altre interpretazioni, che diventano arbitrarie e false.

Qualche anno fa a questo proposito scrisse qualcosa Angelo Panebianco. Vi invito a leggerne qui.

Articoli correlati”Bersani conferma il sì alla piazza. Dalemiani e popolari frenano”. Qui.

“Ora non grideranno più al golpe” e Berlusconi pensa al rinvio del voto” di Francesco Bei. Qui.

“Una crisi di regime” di Stefano Rodotà. Qui.

“Più politici e meno avvocati” di Marcello Sorgi. Qui.

“Caos liste, un guazzabuglio giuridico: si rischia rinvio o annullamento voto”. Qui.

“Sì a forme e regole. Doppio sì alla giustizia” di Francesco D’Agostino. Qui. Da cui estraggo:

“Il vero valore, il valore ultimo del diritto non è il rispetto delle forme, ma la giustizia: e giustizia vuole che in una competizione elettorale gli elettori di un partito radicato e a vocazione maggioritaria nel Paese non possano essere esclusi dal voto. Sì, mi sento rispondere, ma le norme che regolano le elezioni esigono un rigido rispetto. Non si possono cambiare le regole del gioco durante la partita! Verissimo. Ma nel nostro caso le partite in senso proprio (cioè le votazioni) non sono ancora iniziate. Stiamo ancora nella fase preliminare in cui si deve stabilire chi potrà o no partecipare al gioco. Escludere dal gioco un giocatore, non per ragioni di sostanza, ma per ragioni di forma, è assurdo, perché toglie senso al gioco in quanto tale (che senso avrebbe una partita in cui ci fosse un solo giocatore?).

Il formalista questo non lo capisce: per lui l’applicazione rigorosa delle regole è comunque doverosa, anche se da esse dovesse derivare l’impossibilità di giocare. Questo è il paradosso eterno del formalismo in tutte le sue varianti (dal fariseismo al legalismo): per i formalisti l’ amore delle norme è tale, che non esitano a chiudere gli occhi davanti alla realtà. Viene da pensare che essi ritengano che si debba giocare non per amore del gioco in quanto tale, ma perché è bello applicarne le regole; che si debba vivere non per amore della vita, ma per poter rispettare le norme del codice.”

“Il Tar boccia Pdl e decreto: «Non si può applicare »” di Mariagrazia Gerina. Qui.

“Escludendo il Pdl da Roma s’è messo a repentaglio il principio di coesione sociale” di Francesco Forte. Qui. Da cui estraggo:

“Una volta i radicali erano difensori della democrazia, ora sono difensori della cavillo grazia, per impedire al partito avversario di esprimersi, esattamente come fece Benito Mussolini nelle elezioni del 1925. In parlamento, i radicali facevano l’ostruzionismo, con ogni mezzo consentito dalla interpretazione estensiva del regolamento, in nome del loro diritto a sostenere le proprie idee. Hanno digiunato, affinché si garantisse la loro libertà di espressione nei media pubblici, in nome della democrazia. Ora sono passati dall’altra parte della barricata. Non sono più i Ghandi della democrazia, sono i Robespierre della burocrazia di tradizione borbonica. Quale mutazione genetica, per questi radicali che scrutano le carte e fanno ricorsi giudiziari per trovare il modo di impedire ai cittadini di votare!” E ancora:

“A ciascuno trarne le conseguenze. Per mio conto ne traggo questa: il PD che si associa a tutto ciò, trascinato dalla piazza, ha subito un ennesimo duro colpo. Perché ora a sinistra prevale l’estremismo. E la storia insegna che quando la sinistra diventa estremista, viene sconfitta. In piazza non c’è il diritto mite, c’è un rivoluzionario col volto incartapecorito che va a braccetto con uno sbirro borbonico. Vanno dietro al dottor Azzeccagarbugli reggendogli la coda della livrea.”

“Firme in Lombardia: le prove della vergogna”. Qui.


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9 Comments

  1. Commento by Ambra Biagioni — 9 Marzo 2010 @ 11:14

    Io non credo proprio che il TAR abbia preso una cantonata, ma ha cercato un cavillo per non smentire i compari, nella migliore delle ipotesi; forse, più certa, la volontà di completare il disergno inziale.
    Se si appellano al comma 2 della Legge regionale, che recita:

    2. Per quanto non espressamente previsto,
    sono recepite la
    legge 17 febbraio 1968, n. 108 (Norme per la elezione dei
    Consigli regionali delle Regioni a statuto normale) e la
    legge
    23 febbraio 1995, n. 43 (Nuove norme per la elezione dei
    consigli delle regioni a statuto ordinario), e successive
    modifiche e integrazioni.
    3. Si applicano, inoltre, in quanto
    compatibili con la presente
    legge, le altre disposizioni vigenti nell’ordinamento in
    materia.

    agiscono in perfetta contraddizione ad esso, anche se credono di potersi appellare all’aggettivo vigenti, considerando come non vigente il dl successivo, il quale non modifica affatto la legge 17 febbraio 1968, n °108, ma rientra se mai nel dettato della legge 23 febbraio 1995, n. 43 (Nuove norme per la elezione dei
    consigli delle regioni a statuto ordinario), e successive
    modifiche e integrazioni, dove appunto si fa riferimento a “successive modifiche e integrazioni..
    E’ come si dice una decisione presa in base alla legge di Maga Magò o, per dirla alla toscana e senza peli sulla lingua, alla legge del Menga.

  2. Commento by luigi — 9 Marzo 2010 @ 11:17

    Concordando con il contenuto di  questo articolo bisognerebbe concludere che le regole vanno modificate in qualsiesi momento,è questa la DEMOCRAZIA?credo proprio di no.

  3. Commento by Ambra Biagioni — 9 Marzo 2010 @ 11:31

    Le regole vanno adeguate   ai tempi e alle necessità della maggioranza.

    Non si debbono cambiare per utilità personale, ma la DEMOCRAZIA impone che la maggioranza vinca e, obiettivamente, il Pdl è il Partito di maggioranza, votato dalla maggioranza dei cittadini che compongono il Popolo Sovrano.

    O forse la Costituzione non dice questo ?

  4. Commento by Mario Di Monaco — 9 Marzo 2010 @ 12:52

    Pensare   che a causa delle baruffe avvenute nell’ufficio elettorale del tribunale di Roma, su cui peraltro occorrerà al più presto far luce, si possa impedire ad oltre 1,5 milioni di elettori (tanti sono gli elettori che nelle ultime elezioni regionali del Lazio espressero la loro preferenza per la lista del PDL) di eleggere i loro rappresentanti, può accadere solo nella “Patria del rovescio” dove l’interpretazione delle regole può avvenire in maniera   contraria alla volontà del legislatore, alla logica e addirittura al dettato costituzionale che tutela il diritto di voto del cittadino.

  5. Commento by Felice Muolo — 9 Marzo 2010 @ 17:15

    La sfida è proprio all’ultimo sangue. Ma dov’è andato a finire il codice d’onore, che consentiva all’avversario di  riprendere l’arma, qualora  fosse accidentalmente disarmato? Quando si arriva a questo punto, ci si è proprio imbarbariti. Migliaia di anni di civiltà andati in fumo. L’elettore  del PD, non dovrebbe andare a votare, se non partecipa alle elezioni il PDL.  Questione di  classe.

  6. Commento by Ambra Biagioni — 9 Marzo 2010 @ 19:37

    Il parere del Costituzionalista De Vergottini da Liber

  7. Commento by Cesare Pastorino — 10 Marzo 2010 @ 09:15

    Neppure un commento per l’affermazione che le “regole vanno adeguate   ai tempi e alle necessità della maggioranza”?

    La democrazia liberale vuole che soprattutto la maggioranza rispetti le regole comuni. Tocqueville nel 1835 scriveva:

    “Quando, dunque, io vedo accordare il diritto o la facolta’ di fare tutto a una qualsiasi potenza, si chiami essa popolo o re, democrazia o aristocrazia, si eserciti essa in una monarchia o in una repubblica, io dico: qui e’ il germe della tirannide; e cerco di andare a vivere sotto altre leggi”

  8. Commento by Ambra Biagioni — 10 Marzo 2010 @ 10:25

    Sono dolente di non poter leggere le pagine di Tocqueville, ma sono certa che non dicano cose in contrasto con l’affermazione da me fatta. Veda, Signor Pastorino, tutto dipende dalla sostanza a cui sono riferite. Ci sono regole per così dire transitorie, scritte e formulate affinché sia facilitato il compito precipuo del cittadino: quello di potersi scegliere,liberamente, il Governo e i   Governanti; laddove questo compito-diritto venga, per qualsiasi ragione, impedito si dovrà fare in modo di salvaguardarlo, anche con deroga per certe regole scritte solo per facilitarlo.

    Mi pare questa una regola democratica imprescindibile.

  9. Commento by Ambra Biagioni — 10 Marzo 2010 @ 13:33

    Sempre Tocqueville il richiamo !

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