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LETTERATURA: Introduzione al mio “Scrittori Lucchesi”

14 Novembre 2016

di Bartolomeo Di Monaco

Lucca è conosciuta come città della musica. Qui sono nati Boccherini, Catalani e Puccini, oltre a numerosi altri di minore fama. Puccini, in particolare, è così famoso che quando mi trovavo all’estero in vacanza, per far capire dove io vivessi, dovevo sempre fare riferimento a lui, al grande musicista, e allora tutto diveniva chiaro al mio interlocutore. In realtà, Lucca è anche la città degli scrittori. Ce ne sono stati e ce ne sono ancora oggi. Alcuni hanno raggiunto fama nazionale, e sono usciti perfino dai nostri confini, altri sono in attesa di un successo ancora più ampio, che meritano: Mario Lena (i cui libri includono sempre una parte in poesia ed una in prosa), Vittorio Baccelli, Stelvio Mestrovich, Giampaolo Simi, Divier Nelli (i due sono entrambi viareggini), versiliese è pure Mario Salvatori; Marilena Ponis, pubblicata da Vallecchi nel 1972: “La cognata forestiera”, Otello Di Cesare, Marco Pedonesi, Giuseppe Marcheschi, Dino La Selva, Fabrizio Mercantini, Gian Gabriele Benedetti (soprattutto poeta, ma pubblicò nel 1986, Lalli editore, “Paese”, un bellissimo libro di racconti ambientati nella sua Valle del Serchio), Giovanni de Liguoro, Rossana Giorgi Consorti, Marco Vignolo Gargini, Ivan Della Mea. Avrei voluto inserire almeno alcuni di questi, come, ad esempio, Vittorio Baccelli, Giampaolo Simi, Divier Nelli, Fabrizio Mercantini, se non fosse che il genere a cui si rivolgono non rientra nella categoria di narrativa oggetto di questa raccolta. La loro inclusione avrebbe significato ampliarla oltremodo, uscendo dai limiti che mi sono imposti. Basterà qui dire che Giampaolo Simi è uno dei più apprezzati autore di gialli e ha pubblicato anche con Einaudi, Divier Nelli ha pubblicato con Passigli, Fabrizio Mercantini con Guanda, tre editori importanti, mentre Vittorio Baccelli nel genere fantasy è uno dei narratori italiani più suggestivi e vinse come tale un concorso bandito da “La Nazione” che aveva come giudici nientemeno che Claudio Marabini e il lucchese Vincenzo Pardini (1).

Tra di essi, tuttavia, ho scelto, per dare un saggio della loro bravura, un solo autore: Stelvio Mestrovich.

In questa raccolta – che è limitata ai soli narratori – ho voluto infatti circoscrivere l’attenzione agli autori maggiori, quelli ossia la cui notorietà è ampia e accreditata dalla critica ufficiale. Ho fatto, tuttavia, due altre eccezioni, inserendo Alfredo Bianchi, un narratore ultraottantenne (deceduto a Lucca il 23 novembre 2009) fino ad oggi sconosciuto, che è stato scoperto dall’Associazione culturale lucchese “Cesare Viviani” e la giovanissima Flavia Piccinni (nata a Taranto, ma è stata per anni residente a Lucca), che ha esordito nel luglio 2007, a soli 21 anni, con Fazi editore.

Ho voluto accogliere anche uno scrittore nato in Brasile e da molti anni residente a Lucca, Julio Cesar Monteiro Martins, (deceduto a Pisa il 24 dicembre 2014) come omaggio, per il suo tramite, a tutti quegli scrittori migranti che, venuti in Italia, vi si sono stabiliti e hanno cominciato a scrivere nella nostra lingua.

Spero che questo lavoro aiuti i Lucchesi, e soprattutto i giovani, a conoscere quanto grande è stata ed è la nostra terra anche nel campo della narrativa. Mi scuso, infine, con tutti coloro che, per mia inadeguatezza, non ho nominati.

__________________

(1) “Quello percorso da Vittorio Baccelli è un territorio vasto come la letteratura. Da Platone a Pascoli, da Verne a Welles, da Berto a Calvino si tratta dell’ineffabile contrada di coloro che hanno voluto immaginare il radicale mutamento delle regole naturali della vita e della morte. Alcuni hanno praticato tale fantasia soltanto in una occasione, altri invece per tutta la vita, producendo libri su libri, fantasie a catena e scatenando le risorse più rischiose tra il meraviglioso e l’inverosimile. Due punti restano fermi: la creazione di un altro mondo e la morte, che chiude il teatro. Nel racconto di Baccelli i due punti si fondono e il nero della morte fa pensare al buco nero e luminoso del tolstoiano Ivan Ilic, una delle più grandi creazioni del russo, aderentissima alla norma naturale della morte e della fine di tutto. Al di là di questo, nel racconto ospitato qui vince il senso dello spazio e del tempo, la cancellazione dei loro parametri e della vita stessa, sino a quella immobilità che coincide con una fine che è principio. A questo punto la letteratura svela la sua eterna tensione a rifare l’uomo e il mondo, palesando l’ottimismo inguaribile di chi insieme persegue l’azzeramento, nel momento in cui lancia il grido afono della speranza. “(Claudio Marabini)

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart