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LETTERATURA: MUSICA: Il caso Puccini

29 Novembre 2009

di Marco Vignolo Gargini

[oggi cade l’85mo anniversario della morte di Giacomo Puccini, avvenuta a Bruxelles a seguito di un intervento chirurgico alla gola]

   Fino al 1989 è mancata una biografia approfondita e strutturata scientificamente su Giacomo Puccini (1858-1924), e questo è un dato che lascia assai perplessi se si considera che il musicista lucchese è uno dei più eseguiti al mondo e nell’ambito della lirica si contende il primato con Verdi e Mozart. Dalla scomparsa di Puccini, avvenuta a Bruxelles il 29 novembre di ottantacinque anni fa, le pubblicazioni si sono moltiplicate, alcune celebrative e ricche di aneddoti non sempre verificabili, altre tese solo a rovistare morbosamente nella vita privata per mostrare un’inadeguatezza morale della figura del Maestro, poche però, pochissime frutto di un’analisi specifica e imparziale sulla vita, l’arte musicale e la tecnica compositiva dell’autore de La Bohème.  

   Il 1989 è l’anno della pubblicazione di Puccini: Biografie, scritta dal musicologo tedesco Dieter Schickling, un’opera che finalmente tenta di racchiudere in breve spazio le notizie attendibili e un esame dettagliato della carriera dell’ultimo grande esponente del melodramma italiano. Nel 2007 questa biografia è stata ripresa, completata e aggiornata in base al nuovo materiale documentario acquisito, nella fattispecie le lettere e altre testimonianze venute alla luce in anni recenti. Schickling, già curatore del catalogo delle opere del Maestro e membro autorevole del Centro Studi Giacomo Puccini, ha così potuto offrire un contributo ancora più ricco, realizzando un testo ormai irrinunciabile per tutti gli studiosi a venire. Inoltre, nel corso del 2008, dedicato alle celebrazioni del 150° anniversario della nascita di Puccini, è uscita la prima traduzione in italiano dell’opera suddetta con il titolo Giacomo Puccini, la vita e l’arte, grazie al patrocinio del Comune di Lucca, della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e, soprattutto, in virtù dell’impegno della casa editrice pisana Felici Editore. 

   La prima importante scoperta che si fa leggendo la biografia di Schickling riguarda il numero considerevole di lettere scritte da Giacomo Puccini:

   «Da una stima abbastanza realistica, basata su una media di almeno 300 lettere all’anno, si può ipotizzare che Puccini abbia scritto circa 15.000 lettere nel corso della sua vita. Probabilmente molte si sono perse, perché distrutte inconsapevolmente o di proposito (ad esempio le lettere scritte a Josephine von Stengel), ma ogni anno ne compaiono di nuove sul mercato degli autografi, ed è molto probabile che ciò continuerà ad accadere»[1].

   Schickling ha potuto esaminare più della metà di queste lettere e nel corso dell’elaborazione della sua opera le ha utilizzate per gettare nuova luce su avvenimenti già noti e scoprirne di nuovi. Ne è emersa una figura molto più complessa rispetto a quella trasmessaci dai soliti libelli, una personalità per niente presuntuosa o indulgente verso di sé, anzi talvolta tormentata dai dubbi sulla propria attività artistica. Anche le vicende personali e sentimentali che vengono a galla da queste testimonianze dirette risultano meno meschine rispetto alla tradizione che considera Puccini un maschilista insensibile e cinico. Le critiche e le sentenze, su cui per anni si è cercato di demonizzare un certo tipo di atteggiamento, spesso non tengono conto della differenza tra un uomo nato e maturato nel XIX° secolo e la sensibilità contemporanea frutto delle trasformazioni culturali avvenute nella seconda metà del Novecento. Se si accusa Puccini dei torti consueti del macho latino, allora non si vede perché essere benevoli nei confronti di altri personaggi storici “colpevoli” del medesimo peccato e forse più dello stesso musicista lucchese. Forse le ragioni di questa particolare ostilità da parte di alcuni critici vanno ricercate altrove…   

   C’è un aspetto notevole da sottolineare sulla produzione artistica di Giacomo Puccini, ossia la sua scarsa prolificità rispetto ad altri grandi nomi come Rossini o Verdi. Gioacchino Rossini scrive 38 opere per il teatro in soli 23 anni, dal 1806 al 1829; Giuseppe Verdi scrive 26 opere in 32 anni, dal 1839 al 1871, poi compone Otello nel 1887 e si congeda dal pubblico con il Falstaff nel 1893. Giacomo Puccini in quarant’anni di carriera, da Le Villi del 1884 fino alla sua morte, ha scritto soltanto 12 opere per il teatro, di cui l’ultima, Turandot, rimasta incompiuta. Però, nonostante una produzione più scarsa numericamente, Puccini ha saputo tesaurizzare meglio di qualsiasi altro musicista il successo che a un certo punto gli ha arriso. La prima vera affermazione, sia di critica che di pubblico, è la Manon Lescaut, del 1893, da allora ogni nuova creazione ha accresciuto la fama in Italia e nel mondo del compositore rendendolo, anche dal punto di vista finanziario, uno degli artisti più importanti che ci siano mai stati. Schickling nella sua Puccini: Biografie confronta il nostro sistema economico e quello a cavallo tra Ottocento e Novecento arrivando a quantificare il patrimonio accumulato da Puccini con cifre corrispondenti a svariati dei nostri milioni di euro. Indubbiamente, ci troviamo di fronte a una capacità di gestione manageriale davvero pregevole, ed è questo uno dei motivi per spiegare le “antipatie” di certi detrattori, che non hanno perdonato al musicista lucchese il suo successo, la sua ricchezza, il suo stile di vita, la sua netta contrapposizione con il mito romantico e proletario dell’artista che muore giovane e povero. A questo si aggiunga il fatto che Puccini fu politicamente un conservatore, per non dire reazionario, che aveva in uggia tutto ciò che sapeva di rivoluzionario. Guido Marotti in una pubblicazione del 1926 dal titolo Giacomo Puccini intimo, scritta insieme a Ferruccio Pagni e edita da Vallecchi, riporta queste parole del Maestro:

   «Non credo nella democrazia, perché non credo alla possibilità di educare le masse. È lo stesso che cavar l’acqua con un cesto! Se non c’è un governo forte, con a capo un uomo dal pugno di ferro, come Bismark [sic] in Germania, come Mussolini, adesso in Italia, c’è sempre pericolo che il popolo, il quale non sa intendere la libertà se non sotto forma di licenza, rompa la disciplina e travolga tutto. Ecco perché sono fascista:m perché spero che il fascismo realizzi in Italia, per il bene del Paese, il modello statale germanico dell’anteguerra»[2].

   Non c’è male per un musicista che deve tutto o quasi al successo popolare! Ebbene, anche questo “disprezzo” piccolo-borghese, riscontrabile in molti atteggiamenti, ha finito per gettare discredito sulla figura umana del compositore coinvolgendo anche il lato artistico.  

   Per ciò che concerne l’ambito strettamente musicale, è bene fare il punto della situazione e vedere come a tutt’oggi Giacomo Puccini goda presso il pubblico di un favore non sempre riscontrabile tra i musicologi. Dieter Schickling, da questo punto di vista, ha espresso un’opinione diffusa della critica musicale nella parte finale del suo libro:

   «Nella storia della musica del periodo a cavallo fra il XIX e il XX secolo l’opera di Puccini, con il suo limitato contributo all’avanzamento del linguaggio musicale, ha un ruolo modesto e rappresenta più un particolare momento di conclusione che non un punto di partenza stimolante. Dello spirito che ha prodotto opere di quel genere oggi rimane ben poco, non volendo prendere in considerazione il saccheggio di motivi compiuto per gli usi della musica leggera»[3].

   Eppure, nello stesso testo, troviamo poco più in là parole quasi giustificatorie nei confronti del compositore, ma più dure verso lo sfruttamento che è stato fatto dell’opera pucciniana:

   «… gli stessi estimatori di Puccini in molti casi non si sono avvicinati alla sua musica armati della stessa serietà con la quale era stata concepita. In verità tutti i compositori subiscono lo sciatto arbitrio degli interpreti, ma nel caso di Puccini il fenomeno supera i livelli ai quali siamo abituati. Nessun direttore d’orchestra o cantante di fama è grande abbastanza per legittimare l’incredibile avventatezza con la quale le sue opere sono state o vengono ancora oggi eseguite. Pochissimi nomi mancano in questo elenco internazionale di peccatori della musica. Accanto alla leggendaria Bohème di Toscanini del 1946, le incisioni su disco di opere di Puccini degne di nota si possono contare sulle dita di una mano»[4].   

   L’ultimo rilievo di Schickling è ampiamente condivisibile: l’opera di Puccini può essere discussa e criticata, ma l’uso che ne è stato fatto non ha certo contribuito al rispetto di quanto era stato progettato dallo stesso autore. Puccini, che aveva preso atto di una trasformazione estetica radicale della musica, e le testimonianze comprovano questa tesi, forse non ha avuto il coraggio o la capacità di cambiare del tutto per paura d’addentrarsi in un territorio che non avrebbe saputo padroneggiare. Si può dire che il musicista lucchese fosse cosciente di quanto stava avvenendo, cioè il crepuscolo del melodramma del XIX secolo, e il suo tentativo sarebbe stato quello di salvare il salvabile, di “traghettare” un genere agonizzante verso il suo naturale epilogo. La vicenda di Turandot è emblematica sotto questo di vista: non si tratta soltanto dell’ultima opera composta dall’autore, ma anche del suo lascito artistico più travagliato. L’inizio ufficiale della composizione di Turandot si fa risalire al 14 aprile 1921, giorno in cui il Maestro scrisse un biglietto a Maria Bianca Ginori annunciando di aver cominciato a scrivere[5], ma da quel giorno fino alla fine della sua vita le consuete difficoltà legate al libretto e alla realizzazione musicale sembrano diventare insormontabili. In una lettera di poco posteriore alla data indicata sopra, Puccini scrisse amaramente: «Io… sono giù, giù. Mi pare di non aver più fiducia in me, mi sgomento al lavoro, non trovo nulla di buono. Mi pare d’essere un essere ormai tramontato – e lo sarò – sono vecchio – questo è proprio vero – ed è molto triste – specie per un artista»[6]. Un altro episodio, forse decisivo, per confermare questa sensazione fu l’incontro tra Puccini e Arnold Schönberg avvenuto il 1° aprile 1924 a Palazzo Pitti in Firenze, dove il musicista austriaco, padre della dodecafonia, eseguiva il suo Pierrot lunaire. L’ascolto di questa composizione lasciò il segno, secondo le affermazioni riferite da Guido Marotti sembra proprio che Puccini abbia avuto l’impressione netta d’essere arrivato al capolinea: «Per giungere a concepire un mondo musicale siffatto, bisogna aver superato ogni senso armonistico comune, avere cioè una natura totalmente diversa da quella attuale. Chi ci dice che Schönberg non sia un punto di partenza per una lontana meta futura? Oggi, o io non capisco nulla, o siamo lontani, come Marte dalla Terra, da una concreta realizzazione artistica»[7]. 

   In definitiva, Giacomo Puccini, artista del suo tempo, ha certamente saputo cogliere il passaggio da un’epoca a un’altra, rimanendo però coscientemente o suo malgrado incapace di rappresentare fino in fondo una svolta che stava già modificando il linguaggio artistico del Novecento. Non si discute la popolarità di Bohème, Tosca, Butterfly e delle arie tratte qua e là dalle dodici opere composte in quarant’anni di carriera, ma l’uso che di questa popolarità ne è stato fatto. Forse lo spirito autentico di Puccini va cercato nelle sue pagine meno celebri e più “sperimentali”, o in quelle di successo che sono sempre state rappresentate secondo criteri molto discutibili, in questo caso basterebbe seguire ed eseguire le indicazioni originali dei brani più “gettonati” per farci ascoltare ex novo la sua vera musica e permetterci di dare finalmente un giudizio obiettivo. Ai posteri… 

[1] Dieter Schickling, Giacomo Puccini, la vita e l’arte, traduzione di Davide Arduini, Felici Editore, Pisa 2008, pag. 9.
[2] Op. cit. pp. 360-361.
[3] Op. cit. pag. 401.
[4] Op. cit. pag. 402.
[5] Op. cit. pag. 350.
[6] C.s.
[7] Op. cit. pag. 370.


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4 Comments

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  3. Comment di Mario Fedrigo — 3 Dicembre 2009 @ 23:53

    Gentil.mo dott. Vignolo Gargini,
                                                           complimenti per il suo articolo che ho trovato molto interessante e che mi ha confermato quanto mi è stato raccontato, e registrato su nastro, dal dott. Marotti e dalla contessa Maria Bianca Ginori che conobbi in casa del m° Salvatore Orlando. A seguito di quelle testimonianze, e di tante altre raccolte nei primi anni ’70 a Torre del Lago, ho scritto una biografia intitolata “Puccini per amico”. Distinti saluti. Mario Fedrigo.

  4. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 4 Dicembre 2009 @ 14:27

    So che l’autore dell’articolo ha risposto personalmente a Mario Fedrigo.

    La rivista ringrazia entrambi.

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Bart