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LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Vincenzo Pardini: “Il postale” – Fandango

28 Luglio 2013

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I miei lettori sanno che non leggo più romanzi. Sono entrato in una nuova fase della vita in cui i miei interessi si sono circoscritti a poche cose: la mia rivista d’arte Parliamone e la mia famiglia, con particolare riguardo per i miei nipoti, la cui crescita e vitalità mi colmano di gioia. Come è accaduto e accadrà a tutti i nonni del mondo, ai figli sono riservate meno attenzioni che ai nipoti, e ciò per il semplice motivo che i genitori sono impegnati nel lavoro quotidiano necessario a mandare avanti la famiglia. Quando però i genitori hanno la fortuna impagabile di diventare nonni, di solito sono in pensione o mancano pochi anni a raggiungere questo traguardo. Così, la loro attenzione verso i figli dei figli si fa più accurata e partecipe. La gioia di vedere crescere un nipote è incommensurabile. Fino ad ora avevo provato un gioia intensa nel veder crescere gli alberi che mia moglie ed io abbiamo piantato con le nostre mani.
A fianco di casa mia, infatti, sui due lati a levante e a occidente abbiamo due campi da noi trasformati ad occidente in un frutteto e a levante in un boschetto. In quest’ultimo sono cresciuti alberi di ogni tipo, dai frassini, agli aceri, agli ontani, agli ippocastani, ai bagolari, ai faggi, alle betulle e così via (uno o due alberi per ogni specie). Tra di essi vi è anche un platano, uno solo. Quando porto i miei amici nel boschetto indico loro il maestoso esemplare che si innalza al di sopra degli altri come fosse il re di quel boschetto. Un po’ come la Pania della Croce, di fronte a casa mia, che domina da millenni le Apuane da regina incontrastata.
Ricordo agli amici che quando quel platano fu piantato io riuscivo a toccare la cima con le mie mani, mentre ora appaio al suo confronto come un minuscolo nanerottolo. Con esso, ma anche con le altre piante a volte ci parlo, e le sento come fossero figlie mie.
I nipoti danno emozioni ancora maggiori, e forse insuperabili. Sono contento della mia scelta, anche se non mancano insistenze affinché io continui a scrivere. Ma la vita, come gli anni, è fatta di stagioni, e il mio inverno ha trovato fortunatamente un caminetto acceso per riscaldare l’ultima stagione della mia esistenza.
Vincenzo Pardini è uno scrittore che mi è rimasto addosso, ossia si è cucita nella mia carne la sua scrittura, oltre che il suo mondo immerso in una natura primordiale ove animali e cose sono rimasti impregnati dai segni e dalle magie della creazione.
Soprattutto gli animali, come il cavallo Balio de Il postale, sono circondati da quest’aurea di leggenda.
Ho letto Il postale con una passione che avevo dimenticato. Gliel’ho scritto, a Pardini, in una e-mail che mi sentivo in obbligo, data la stima e l’amicizia antiche, di indirizzargli.
Ne è nato lo scambio che segue, che trova nella risposta di Pardini nuovi elementi di interpretazione e di ammirazione.

Lo offro anche ai lettori di Parliamone.

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25 luglio 2013

Caro Vincenzo,

intanto ti ringrazio per l’indirizzo e-mail, che avevo perduto. Come sai, ho cessato di leggere romanzi per dedicarmi ad altro (la mia rivista soprattutto), ma mi ero ripromesso di leggere “Il postale”.
L’ho finito l’altro ieri e mi è piaciuto molto, per il solito stile asciutto e speciale, ruspante.
Con la storia del postale hai descritto con dovizia di particolari una Lucchesia che non conoscevo così approfonditamente. Entra nel naso la polvere delle sue strade, quella che conduceva ai tre platani di Porta Santa Maria, e quelle dei sentieri di montagna.
Il libro è attraversato continuamente da frasi di alta valenza spirituale. Ne ho segnate molte. Ne cito due soltanto: “Uno sguardo, una parola, un avvenimento minimo potevano far compagnia”; “Ma nel cuore d’una madre, pensò Liberio, c’è un amore verticale che non torna mai indietro”. Il libro si arricchisce non solo nel riproporre un ambiente scomparso ma, allungandosi incontro e dentro la grande guerra, innesta quel particolare tipo di vita locale fin dentro la storia d’Italia. Ciò che scrivi di personaggi storici, da Pascoli a Puccini a D’Annunzio a Cadorna, a Diaz, a Mussolini, don Sturzo, Giolitti, Mordini, Garibaldi e altri, rivelano un puntiglioso studio preparatorio.
Di Cadorna e della sua crudele incapacità fece un ritratto esemplare Francesco Rosi nel film “Uomini contro”.
Di Garibaldi ho le prove in articoli del 1849 che ho raccolti nel volume sul Risorgimento che sarà presentato in Provincia nel prossimo autunno inserito nel programma organizzato per ricordare quel periodo storico.
Le città e i paesi erano terrorizzati alla notizia che le truppe di Garibaldi si stavano avvicinando. Ne seguivano sempre saccheggi atroci.
Ma il tuo libro è soprattutto percorso da un sentimento sottotraccia, quello religioso, rivolto ad un Dio non crudele ma buono e misericordioso.
Le figure di Santa Gemma e della Beata Elena Guerra sono la punta di un iceberg la cui profondità contiene e irradia una luce spirituale di maggior spessore rispetto al suo primo apparire nei tuoi libri, ad esempio nel romanzo “Lettera a Dio”.
Ho ricevuto l’impressione che il tuo cammino stia dirigendosi verso i due misteri forse più importanti della vita: la morte (quella donna bellissima vestita di nero?) e Dio.
Balio mi è parso l’espressione artistica e sublime di questo percorso.
Ti rinnovo con immensa gioia tutta la mia ammirazione.

Bart

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26 luglio 2013

Ti ringrazio, caro Bartolomeo. Hai fatto una recensione che potresti mettere nella tua rivista. E’ vero quello che dici. Ho cercato di fare un libro calandomi dentro i tempi del Postale, ma l’ho fatto più con l’immaginazione che non con la storia letta. E mi è tornato alla mente, mentre lo scrivevo, quello che a suo tempo mi ebbero a dire Moravia e Tobino: che dovevo fidarmi della mia immaginazione e fantasia. E’ quello che ho fatto con qualche timore. Di Garibaldi e della Prima guerra avevo sentito raccontare da quelli del ’15-’18 che, a loro volta, mi dicevano di aver conosciuto qualche garibaldino. Non tutti, come sempre accade tra gli uomini, erano stinchi di santo. In Sicilia ne parlano con terrore ancora. Per il resto hai completato il quadro tu. A presto.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart