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La sinistra che nega la realtà

28 Luglio 2013

di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 28 luglio 2013)

Una ventina di anni fa, all’indomani della prima vittoria elettorale di Berlusconi (1994), lo storico Giovanni Belardelli pubblicò sulla rivista «il Mulino » un saggio fulminante, significativamente intitolato «Se alla sinistra non piacciono gli italiani ».

Fu proprio in quell’epoca, infatti, che la sinistra, tramortita e incredula di fronte a un elettorato che aveva osato preferirle Berlusconi, iniziò a rivedere drasticamente il proprio giudizio sugli italiani. Visto che non la votavano, e le preferivano quel cialtrone di Berlusconi, gli italiani dovevano essere un popolo ben arretrato, individualista, amorale e privo di senso civico. Una teoria, questa, che raggiunse il suo apice, al limite del ridicolo, con l’appello elettorale di Umberto Eco nel 2001, in cui gli italiani che avessero osato votare Berlusconi venivano descritti con un disprezzo ed un semplicismo che, in una persona colta, si spiegano solo con l’accecamento ideologico.

Oggi questa storia, una storia di incomprensione e di arroganza etica, fa però un decisivo passo in avanti. Oggi che un politico di sinistra come Stefano Fassina viene crocifisso dai suoi perché ha osato dire che esiste anche un’evasione fiscale «da sopravvivenza » (una cosa che qualsiasi persona senza pregiudizi vede ad occhio nudo) quella diagnosi di Belardelli ci appare fin troppo ottimistica, generosa, o benevola verso la cultura di sinistra. No, il problema della sinistra non è, o non è soltanto, che non le piacciono gli italiani: il problema è che non le piace la realtà.

Quando i fatti mettono a repentaglio l’ideologia, il riflesso meccanico della cultura di sinistra non è correggere o adattare l’ideologia alla realtà, ma correggere la realtà negando i fatti. Dove correggere può voler dire, e ha voluto dire per almeno mezzo secolo, cercare di raddrizzare il «legno storto » dell’italianità, rieducando e civilizzando gli italiani secondo la concezione del bene comune propria della cultura di sinistra (una vicenda puntualmente narrata nell’ultimo libro di Giovanni Orsina: I l berlusconismo nella storia d’Italia, Marsilio 2013). Ma può voler dire anche, più letteralmente, correggere i dati della realtà, fino al punto di negarli.
E’ successo mille volte, talora con risvolti tragici (il partito comunista che nel 1956 si rifiuta di vedere i fatti d’Ungheria), talora con risvolti meno drammatici ma non per questo privi di conseguenze (ad esempio con la negazione di dati socio-economici scomodi), talora, infine, con risvolti decisamente comici, come nel caso di Stefano Fassina sommerso di critiche per aver constatato un fatto – l’evasione da sopravvivenza – tanto evidente quanto indigesto al suo partito.

Da che cosa deriva questa refrattarietà ai fatti, fino al negazionismo più buffo?
Certamente, e in una misura non trascurabile, dall’eredità dello stalinismo, con il suo totale disprezzo per la verità, o meglio con la sua identificazione della verità con ciò che risulta utile alla causa, sia essa il Socialismo, la Rivoluzione, il Partito o lo Stato. Come sociologo, ne ho avuto esperienza diretta innumerevoli volte: quando scoprivo qualcosa che non faceva gioco alla sinistra i «compagni » mi dicevano che sì, poteva essere tutto vero, ma non era il momento di dirlo, la situazione era grave e c’era il rischio di «strumentalizzazioni da parte della destra ». Poi però il momento di dirlo non arrivava mai, perché la situazione era sempre «delicata » e la posta in gioco invariabilmente «importantissima ».

Ma forse non andrebbe trascurato anche un altro elemento, un meccanismo – anche psicologico – che ci tocca un po’ tutti, ma affligge in modo patologico la politica, a sinistra come a destra. Con lo psicologo sociale Leon Festinger, che ebbe a scoprirlo negli Anni 50, potremmo definirlo l’incapacità di tollerare le dissonanze. E risalendo ancora più indietro, al filosofo David Hume, potremmo definirlo la tendenza umana a saltare dai fatti ai valori, dal piano descrittivo al piano normativo. Specie chi ha ferme convinzioni etiche, morali o politiche, ha difficoltà a riconoscere, talora addirittura a «vedere », i fatti che potrebbero insidiarle. Se mi batto per i diritti degli immigrati, mi è molto difficile accettare una statistica che dimostri che il loro tasso di criminalità è più alto di quello degli italiani. Se sono un fervente meridionalista, mi è molto difficile accettare un’indagine in cui si mostra che evasione e falsi invalidi sono concentrati in alcune regioni del Sud. Se sono un nemico giurato dell’evasione fiscale non riesco ad accettare che esista l’evasione per sopravvivenza: che è appunto la trappola in cui è caduto Stefano Fassina, un politico forse troppo giovane per aver interiorizzato completamente lo stalinismo e la concezione utilitaristico-strumentale della verità.

Ma è un errore logico. Il piano dei valori e quello dei fatti sono separati. Si può restare difensori dei diritti umani, meridionalisti, o amanti della tasse (viste come «cosa bellissima », secondo l’audace definizione di Tommaso Padoa Schioppa) anche in presenza di fatti che rendono più complessa la difesa dei nostri valori. Anzi, dovremmo renderci conto che – proprio per promuovere i nostri ideali – ci serve sapere come stanno le cose. Conoscere per deliberare, diceva Einaudi, ma forse oggi dovremmo dire, più precisamente, non aver paura di conoscere se si vuole cambiare la realtà. Altrimenti quello in cui si cade è una sindrome molto pericolosa, quella di negare l’esistenza di ciò che non si sa come affrontare, o semplicemente non si ha il coraggio di combattere.

C’è stato un tempo in cui una parte del mondo politico aveva la spudoratezza di dire che «la mafia non esiste ». Oggi non succede più, ma in compenso c’è chi si permette di negare l’evasione per sopravvivenza. Potrà sembrare strano, ma questi due tipi di negazioni hanno almeno un elemento in comune: la consapevolezza che quella cosa in realtà esiste, ha una sua solidissima ragion d’essere, ma, proprio perché non si ha la forza o la volontà di combatterla, non può essere detta.

E’ questa, purtroppo, la realtà dei sindacati e dei politici in Italia. I luoghi in cui si evade spudoratamente, talora per sopravvivenza talora per ingordigia, sono perfettamente noti a tutti perché coinvolgono milioni di persone, si vedono a occhio nudo, sono stati raccontati da innumerevoli inchieste giornalistiche, descritti minuziosamente da decine di studi scientifici: affitti di seconde case completamente in nero, operai dell’edilizia reclutati con il sistema del caporalato, immigrati spremuti come limoni nelle campagne e nell’industria dei trasporti, lavoranti a domicilio nelle civilissime regioni del Centro Italia, ragazzi che lavorano senza contratto nei negozi di Roma. Eppure non si fa nulla. Non si fa nulla perché se si facesse si creerebbero conflitti sociali immani, chiuderebbero centinaia di migliaia di attività, si perderebbero milioni di posti di lavoro. Meglio, molto meglio e molto più facile, tuonare contro gli evasori e fingere che l’evasione fiscale sia solo quella dei grandi imprenditori, dei gioiellieri, dei ricchi, degli speculatori, dei professionisti. Se i sindacati dovessero occuparsi anche di quel che succede nei negozi, nelle boite, nei campi, in edilizia, nella miriade di aziende di trasporto illegali, il loro lavoro diventerebbe immensamente più difficile, più complicato, spesso più rischioso. No, meglio fingere che tutto questo non esista, meglio andare per convegni, partecipare ai talk show in tv, sedersi ai tavoli in cui si discute con il governo e con la Confindustria delle crisi dei grandi gruppi. E quando a un politico, per di più uno dei «nostri », uno molto di sinistra, scappa detta la verità, una verità che tutti conoscono e vedono, emettere la scomunica: il suo è stato «un clamoroso errore politico ».
Così disse l’ayatollah Susanna Camusso. Amen, e avanti così.


La spesa facile che non indigna
di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 28 luglio 2013)

Le reazioni del partito della spesa pubblica di fronte alla affermazione di buon senso, e inoppugnabilmente vera, del viceministro all’Economia Stefano Fassina secondo cui esiste, accanto a una evasione indotta da avidità e mancanza di senso civico, anche una evasione fiscale «di sopravvivenza », sembrano dettate dall’arroganza: quella tipica arroganza che è propria di chi, ritenendosi fortissimo, può permettersi il lusso di ringhiare davanti a qualche timido distinguo dalla linea dominante e vincente.

C’è il forte sospetto  che sia ormai inutile continuare a ripetere, come facciamo da anni, la solita litania: «Bisogna ridurre la spesa pubblica al fine di abbassare le tasse e rilanciare così la crescita ».

Il partito della spesa pubblica  non ha alcun interesse alla crescita perché non può accettare che spese e tasse scendano. Fino a oggi, quel partito si è rivelato fortissimo, imbattibile. Ci sono due possibili spiegazioni, non necessariamente incompatibili fra loro, di tale imbattibilità. La prima ha a che fare con le «quantità » e la seconda con la «qualità ». La spiegazione quantitativa dice che i numeri sono a favore del partito della spesa pubblica: coloro che vivono di spesa sopravanzano ogni altro gruppo e rappresentano, sul piano elettorale, una «minoranza di blocco » ai cui veti nessun governo, quale che ne sia il colore, può resistere. La spiegazione qualitativa fa riferimento all’esistenza di «cani da guardia », di istituzioni strategicamente collocate che si sono assunte il compito di salvaguardare gli interessi facenti capo al partito della spesa pubblica. Per esempio, guardando a certe sentenze della Corte costituzionale, si può essere colti dal sospetto che sia addirittura «incostituzionale » ridurre la spesa pubblica (e quindi le tasse), ossia che, per il nostro ordinamento, quelle due grandezze possano solo crescere, mai diminuire. Più in generale, c’è una intera infrastruttura amministrativa (alta burocrazia, magistrature amministrative) che regge e dà continuità alla azione dello Stato, che sembra chiusa a riccio nella difesa di un equilibrio politico e sociale fondato sulla incomprimibilità della spesa e su tasse altissime. La debolezza della politica fa poi il resto, rende impossibili interventi capaci di vincere le resistenze burocratiche e lobbistiche e invertire la rotta.

Lorenzo Bini Smaghi  (Corriere  , 27 luglio) ha osservato che nella lettera della Bce all’Italia di due anni fa si chiedevano riforme strutturali (tese appunto a ridurre la spesa pubblica). Non potendo, non volendo, o non sapendo, fare quelle riforme, noi rispondemmo aumentando le tasse e perciò spingendo ancor di più il Paese nella spirale della depressione.

Sulla carta, il governo Monti  era nella condizione migliore per ridurre la spesa. Per sua natura, non dipendeva dal consenso elettorale e, inoltre, avrebbe potuto imporre le riforme ai partiti sfruttando la condizione d’emergenza in cui si trovava il Paese.

Perché non ci riuscì?  Perché accrebbe ulteriormente una pressione fiscale già altissima? Non è forse perché gli ostacoli erano talmente grandi, e le forze contrarie così potenti, da non poter prendere in considerazione alcuna altra linea di condotta se non quella che venne effettivamente perseguita?

Sarebbe bello vivere  in un Paese fondato su un regime di tasse basse ove non esistesse l’evasione da sopravvivenza e dove fosse possibile scaricare uguale riprovazione morale sugli evasori fiscali e su coloro che fanno un uso non strettamente necessario, non giustificato dalla funzione sociale assolta, dei soldi pubblici. Viviamo invece in un Paese in cui spese e tasse si rincorrono senza fine lungo una strada in salita. Sorvegliate amorevolmente da cani da guardia indifferenti alla decadenza economica del Paese. Ai membri del partito della spesa pubblica bisognerebbe dire: grazie a voi siamo oberati di tasse e non intravvediamo un bel futuro per i nostri figli. Abbiate almeno la decenza di non ringhiare.


Ugo Sposetti: se condannano Berlusconi il Pd salta come un birillo
di Redazione
(da “L’Uffinghton Post”, 28 luglio 2013)

“Sarà la fine di tutto, il partito non reggerà l’urto e salterà in aria come un birillo”. Lo afferma il senatore Pd Ugo Sposetti, riferito al suo partito, in un’intervista a QN, parlando delle conseguenze di un’eventuale condanna di Berlusconi da parte della Cassazione. Il Pdl pare piuttosto compatto… “Infatti – risponde il senatore Sposetti – non sto parlando del Pdl, ma del Pd. Siamo politicamente annientati, nessuno ha ragionato di questa vicenda sul piano politico, non la reggeremo: per noi sarà una botta tremenda e il partito imploderà”.

Quanto alla reazione del Pdl, Sposetti osserva: “Il Pdl si arroccherà in difesa del Capo e lui da Arcore si dichiarerà prigioniero politico dei magistrati comunisti”. E il governo? “Berlusconi dirà che Enrico Letta resta in piedi fino a morte naturale, e noi, pur volendolo mandare a casa, dovremo sostenerlo. Comincerà allora una fase ancora più fessa di quella attuale”.

Intanto i parlamentari del Pdl iniziano ad alzare le barricate. ‘Il fatto che un Paese appartenente all’Occidente democratico come l’Italia trattenga il fiato in attesa di ciò che avverrà il 30 luglio per il processo in Cassazione riguardante il leader del centrodestra Silvio Berlusconi la dice lunga su quale situazione catastrofica può portare un prolungato (dal 1992) uso politico della giustizia”, ha detto Fabrizio Cicchitto, aggiungendo: “Non è in questione una vicenda penale privata di Silvio Berlusconi. Quando un leader politico dal momento in cui è sceso in campo è diventato oggetto di oltre 30 procedimenti giudiziari le alternative sono due: o ci troviamo di fronte a un serial killer o ci si trova di fronte ad un gravissimo, prolungato,sistematico uso politico della giustizia che ha stravolto e tuttora travolge la normalità della vita politica italiana”.


Paese normale solo se assolvono il Cav
di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 28 luglio 2013)

I rapporti fra politica e giustizia sono così lacerati e infiammati da provocare paradossi inconcepibili nelle altre democrazie occidentali. Penso proprio ai giudici della Cassazione che devono emettere un verdetto sull’ex presidente del Consiglio e leader del centrodestra Silvio Berlusconi e al fatto che, quale che sia la loro decisione, non potranno non pensare alla conseguenze della loro sentenza: conseguenze non soltanto politiche, ma addirittura storiche visto che da esse dipenderà la permanenza o la messa fuori gioco di un uomo che da venti anni è scelto come leader da milioni di italiani.

È un dato di realtà, ma non è un buon dato di realtà, visto che sottopone i giudici a una pressione impropria, costringendoli a uno sforzo per tutelare la propria autonomia di giudizio. Su di loro esercita un’indebita pressione il fatto che, quale che sia la loro decisione, essa sarà comunque criticata aspramente da una delle due parti combattenti della politica o, meglio, da uno dei due umori della guerra civile che ci trasciniamo come residuato bellico post-moderno.

In più, il governo delle larghe intese, come lo show del proverbio americano, must go on, deve andare avanti per il bene del Paese e c’è da scommettere che il presidente del Consiglio debba fare appello al suo più neutrale aplomb per non mostrare in pubblico quanto tema questa sentenza che potrebbe minacciare la durata del governo e il suo servizio pubblico nell’emergenza in cui versa la società italiana oltre che la sua economia.
Si tratta quindi di pressioni tanto oggettive quanto indebite, e tuttavia inevitabili, le cui conseguenze sarebbero considerate impensabili in qualsiasi altro Paese democratico tranne che da noi, dove i nodi non vengono mai al pettine, ma crescono aggrovigliandosi.
Che cosa fare e sperare in queste ore che ci separano dalla Sfida all’Ok Corral del 30 luglio? Io credo che in questo processo in cui il leader del centrodestra è imputato per una miserabile frode fiscale che fa a pugni con la logica e le cifre complessive (per non dire altro) l’accusa non regga e che Berlusconi sia innocente. È un’opinione personale e non conta nulla, ma che in me alimenta una speranza: che Berlusconi stesso si senta abbastanza forte da chiedere di rinunciare alla prescrizione per presentarsi, cittadino fra i cittadini, davanti ai suoi giudici.

Non si tratterebbe di un effetto speciale, ma di un effetto normale: un contributo alla normalizzazione che solleverebbe i giudici da un fardello improprio facendoli sentire liberi di emettere la sentenza che ritengono giusta. Penso che questa sia l’occasione per dare non soltanto ai magistrati, ma al Paese intero un segnale di ritorno alla normalità, di voglia di ricostituire un rapporto disintossicato fra magistratura e politica. Credo che Berlusconi tema oggi tutto ciò che può stressare l’autonomia dei giudici, più che gli aspetti giudiziari del processo: me ne sono reso conto nel corso di una conversazione non destinata a diventare pubblica (ma che ho forzato affinché lo diventasse perché metteva in luce proprio questo atteggiamento inatteso) quando ho colto in lui due elementi psicologici importanti: il fatto che si senta sinceramente innocente e l’apprensione per certi effetti indesiderati del fuoco un po’ troppo amico.
Se il nostro fosse un Paese normale, questo problema non esisterebbe: quasi ogni giorno vedo ad esempio la giustizia francese agire nei confronti della classe politica (in genere soltanto dopo che i protagonisti sono usciti di scena) e vedo che a nessuno salta in mente di dubitare dell’equilibrio e dell’autonomia di giudizio dei magistrati, inclusi quelli dell’accusa.

Qui in Italia dobbiamo sperare di uscire dal coma derivato da guerre civili in cui sono stati usati molto spesso gas letali e, già che ci siamo, dare anche speranza ai germi di pacificazione che giorno dopo giorno e malgrado le urla, puntellano un governo che è di necessità non per i ministri che lo compongono, ma per i cittadini che si aspettano risultati e alla svelta. Ecco perché penso che potrebbe essere utile e civile usare un importante processo per promuovere, insieme al diritto del singolo che chiede giustizia come un diritto naturale, anche il bene della collettività nel suo complesso. Spero che sia possibile e che questa possa essere l’occasione.


Elogio di una nera
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 28 luglio 2013)

Seguo la politica con un certo interesse, si fa per dire, da oltre mezzo secolo e non ricordo un governo, dalla Prima Repubblica ai giorni nostri, che mi sia andato a genio.
Raramente, in tanti anni, mi è capitato di apprezzare anche solo qualche titolare di dicastero. Ma ora devo ammettere che questa signora ministra dell’Integrazione o delle Pari opportunità (con le definizioni che cambiano ogni dì è difficile orientarsi) comincia a piacermi molto. Mi riferisco a Cécile Kyenge, quella che il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, un paio di settimane orsono, nel tentativo patetico di essere spiritoso, paragonò a un orango, parlando ai propri compagni della Lega nord durante una manifestazione pubblica.

Una finezza padana sfuggita di bocca a un tipo tutt’altro che sciocco, ma incline, come tanti suoi colleghi di vari partiti, alle volgarità finalizzate a strappare sorrisi alla base, prevalentemente costituita da sempliciotti. L’orango è uno degli animali più dolci e somiglianti all’uomo, ma accostarlo all’unico ministro di colore del gabinetto presieduto da Enrico Letta produce un effetto sgradevole: rivela cioè l’intenzione netta del politico orobico, notoriamente ruspante, di offendere Cécile e non la scimmia. La valenza razzista dell’insulto è evidente.

Da parte dell’offesa ci si attendeva una reazione che, quand’anche fosse stata scomposta, non avrebbe stupito. E invece Kyenge non ha fatto una piega. Non solo. Quando Calderoli, resosi conto della topica, si scusò porgendole la mano, lei gliela strinse, dimostrando una signorilità di cui sono assolutamente privi coloro i quali si erano stracciati le vesti e chiesto invano le dimissioni del vicepresidente di Palazzo Madama. Insomma, la responsabile dell’Integrazione ha impartito nella circostanza una lezione di stile a tutti e non soltanto all’improvvido leghista bergamasco.

Incidente chiuso, si immaginava di non assistere a un bis. Che, viceversa, a breve distanza di tempo è andato in scena. Stavolta, a segnalarsi per bassezza e cafonaggine sono stati personaggi oscuri, non ancora identificati (quelli di Forza nuova si sono dichiarati estranei all’accaduto), i quali alla festa del Pd, a Cervia, mentre Cécile era intervistata da Giancarlo Mazzuca, direttore del Giorno, hanno lanciato sul palco due banane. Un gesto provocatorio, indegno, sulla scia della precedente ingiuria zoologica e razzista rivolta da Calderoli alla gentile signora. Talmente gentile e controllata da non avere mosso un muscolo facciale, nonostante l’allusione fosse chiara nella sua pesantezza: chiunque sa che il cibo preferito dalle scimmie sono le banane.

Superato in un attimo l’imbarazzo generale suscitato dalla villania degli ignoti (per il momento) lanciatori, l’intervista è proseguita e si è conclusa. Ma alcune ore più tardi è comparso su Twitter, il social network più frequentato, un messaggio elegantemente ironico del ministro: «Con tanta gente che muore di fame e la crisi, sprecare cibo così è triste ». Migliore risposta Kyenge non avrebbe potuto fornire ai tangheri continuatori del filone screanzato inaugurato da Calderoli. Risposta che, speriamo, scoraggi eventuali imitatori in pectore di questa gente. Cécile si conferma donna di classe, capace di tenere testa anche a chi non ce l’ha. Merita solidarietà e ammirazione.


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2 Comments

  1. Commento by Luigi Mungo — 1 Agosto 2013 @ 09:03

    leggendo tutto il buonsenso espresso in questi articoli mi sembra assurdo che nessuno sia capace a seguire con atti semplici quello che è palese. il partito della spesa pubblica è la più paurosa realtà.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 1 Agosto 2013 @ 10:20

    Sprechi e privilegi da difendere sono il cancro della nostra democrazia. Si è visto poi che perfino la corte costituzionale ci mette lo zampino…

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