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Atlante populista italiano

27 Febbraio 2013

di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 27 febbraio 2013)

È populista chiedersi quali «sacrifici » hanno compiuto l’on. Rosy Bindi, faccio per dire, o chessò il senatore Latorre, in questi ultimi quindici mesi, mentre alcune centinaia di migliaia di italiani perdevano illoro posto di lavoro? È populista chiedersi quali effetti del «rigore » governativo abbiano subito l’on. Bondi o l’on. Cesa, sempre tanto per dire, nello stesso periodo, mentre ottocentomila famiglie italiane chiedevano la rateizzazione delle bollette della luce e del gas che non riuscivano a pagare, o decine di piccole aziende e di negozi erano costretti ogni giorno a chiudere? È populista? Forse sì, chissà. Ma allora, per passare dalle stalle alle stelle, erano populisti anche i sovrani inglesi quando decidevano durante la Seconda guerra mondiale di restare a Buckingham Palace nel cuore della Londra colpita ogni notte dai bombardieri della Luftwaffe; o forse erano populisti â— e va da sé della peggior specie â— anche i membri dello Stato Maggiore tedesco che nell’autunno del ’42 decidevano di consumare alla mensa di Berlino lo stesso misero rancio che a qualche migliaia di chilometri di distanza consumavano i loro commilitoni assediati senza speranza a Stalingrado.

Eh sì, orribili populisti, ci assicu ­rerebbero i sapientissimi nostri in ­tellettuali che sermoneggiano in ogni sede su che cosa è la vera de ­mocrazia. Sì, tutti populisti: come Beppe Grillo, naturalmente, e chi lo ha votato.
Si dà il caso tuttavia che le classi dirigenti vere, i veri governanti, fac ­ciano proprio questo, guarda un po’:   specie nei momenti critici, cioè, cercano di mettersi allo stesso livel ­lo della gente comune, di condivi ­derne pericoli e disagi, e in questo modo di meritarne la fiducia. Non vanno ogni sera in tv da Bruno Ve ­spa o da Floris, 0 da Santoro (in tra ­smissioni che, sia detto tra parente ­si, mostrandone la vuotaggine parolaia hanno contribuito come poche cose a disintegrarne l’immagine). Una classe politica che ha il senso del proprio onore e delle proprie funzioni deve essere capace di senti ­re quando è il momento di stare dal ­la parte dei suoi concittadini. Se non lo sente, ecco che allora sorge inevitabilmente a ricordarglielo il cosiddetto «populismo ».

Certo, il populismo si limita perlopiù a invocare comportamenti diversi, denuncia ingiustizie e ladro ­cini, insiste sulla moralità e sulla qualità delle persone. Non è «propo ­sitivo », come si dice; non indica va ­sti programmi di misure strutturali. Fa come ha fatto Grillo, appunto. Ma sarà pure lecito chiedere: c’è per caso qualcuno tra coloro che stanno leggendo queste righe che ricorda invece una vera proposta, per così dire strutturale, avanzata in questa campagna elettorale da Casini o da Bersani? E c’è qualcuno che ha ascol ­tato Vendola illustrare come imma ­ginava di finanziare l’Eden che nei suoi programmi si compiaceva di di ­pingere per il futuro? Stranamente però non sono in molti a dare del populista a Vendola.

Volendo però entrare nel cuore della presunta assenza di proposte e di veri obiettivi politici da parte del cosiddetto populismo grillino, la do ­manda decisiva da farsi mi sembra questa: a conti fatti, voler mandare a casa un’intera classe politica costi ­tuisce o no un obiettivo politico (e non da poco, direi)? Costituisce 0 no un programma, anzi un ambizio ­so programma elettorale? E se la ri ­sposta è positiva, allora sí³praggiunge di rincalzo un’altra domanda an ­cora: nelle condizioni date, qui, og ­gi, in questo Paese, quale altra via esisteva, per cercare, non dico di rea ­lizzare ma di affermare con forza quell’obiettivo, se non il voto per la lista di Beppe Grillo? Quale altra via esisteva per esprimere il proprio ri ­fiuto nei confronti di una classe poli ­tica che in venticinque anni non ha saputo mettere in prima fila una so ­la faccia nuova? Che ancora oggi ve ­de da un lato un vecchio leader 76enne, circondato da uno stuolo di camerieri, e dall’altro un partito, il Pd, che alla candidatura di Matteo Renzi ha saputo opporre solo la rab ­bia antiriformista dei vecchi oligar ­chi tardoberlingueriani alleati con i giovani turchi dell’apparato, en ­trambi oggi pronti, magari, a soste ­nere disinvoltamente che pure Gril ­lo «è una costola della sinistra »? Quale altra via per protestare davve ­ro contro una classe politica (ma non solo: né Monti né alcuno dei suoi ministri «tecnici » ha mai osato proporre alcunché, e tanto meno mi ­nacciare di dimettersi), una classe politica (ma non solo), dicevo, che travolta da scandali di ogni tipo e misura non è stata capace di inven ­tarsi nulla, assolutamente nulla, per riguadagnare la fiducia dei cittadi ­ni?

E però non bisognava votare Gril ­lo â— si dice â— per non dispiacere ai mercati e all’Europa, per non farci massacrare dallo spread. Evidente ­mente però molti hanno pensato che forse la qualità dei governanti è un prius rispetto a qualunque altra urgenza. Che forse una classe politi ­ca screditata e corrotta non solo alla fine non dà alcuna vera garanzia al ­la stessa Unione europea, ma soprat ­tutto (ed è cosa non da poco) non garantisce una rappresentanza e una difesa adeguate degli interessi nazio ­nali.

Questo è il punto: una classe poli ­tica chiusa nella supponenza delle sue chiacchiere e nell’impotenza del suo finto potere, la quale non ha vo ­luto prendere atto che c’è un’Italia sempre più numerosa che non ne può più: né di lei né dei suoi partiti. Un’Italia che quindi ha fatto la sola cosa che poteva fare: se n’è inventa ­to un altro, di partito. Praticamente dal nulla e con il nulla: affidandosi a una sorta di fool, di «matto », di buf ­fone shakespeariano, l’unico capa ­ce, nella sua follia, di dire ciò che gli altri non potevano. Con l’augurio â— che a questo punto, immagino, è di tutti gli italiani â— che alla fine, pe ­rò, possa esserci del metodo in quel ­la sua follia.


La Sinistra che non impara dai suoi errori

di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 27 febbraio 2013)

Le domande sono tante, ma ognuno se ne fa una diversa.   C’è chi non si capacita che quello di Grillo sia diventato il primo partito italiano. C’è chi non si capacita che le ambizioni «terzo-poliste » di Monti e Casini siano state così severamente punite dagli elettori. C’è chi non si capacita che cattolici e comunisti siano praticamente scomparsi dal panorama politico italiano.

C’è chi non si capacita che Bersani sia riuscito a dissipare un vantaggio che sembrava incolmabile. E c’è chi non si capacita del ritorno di Berlusconi, una specie di gatto dalle sette vite.

Personalmente, trovo tutti questi stupori ben poco ragionevoli, e non lo dico con il senno di poi. Che tutti questi eventi fossero perfettamente possibili, infatti, mi è capitato di scriverlo ripetutamente dalle colonne di questo giornale, per lo più suscitando la costernazione dei miei amici: non volevano credere che il premio di maggioranza potesse vincerlo persino Grillo, non riuscivano a concepire che le elezioni potesse vincerle anche Berlusconi, non vedevano che cosa ci fosse di autolesionistico nell’alleanza fra Monti e il mondo cattolico. Ecco perché, a me, nulla di quel che è accaduto pare davvero stupefacente.

Questo non vuol dire, però, che non sia stupito anch’io. Solo che è un’altra la cosa che mi stupisce. Non il fatto che Bersani, pur vincendo (il premio di maggioranza), sia il grande perdente di questa tornata elettorale: questo non era scontato, ma era nell’ordine delle cose prevedibili. Quello che, ancora oggi, continua a suscitare il mio stupore è invece il fatto che la sinistra, questa sinistra un tempo egemonizzata dal Pci e ora tenuta insieme dagli ex comunisti, sia assolutamente incapace di imparare dai propri errori. E quindi sia, per così dire, rigidamente programmata per ripeterli, cocciutamente e senza alcuna speranza di imparare alcunché dal proprio passato.

E dire che, per capire quali fossero gli errori da evitare, non ci voleva una mente molto raffinata. Il più grave, spiace dover sottolineare una simile ovvietà, è quello di non ascoltare la gente. Bersani ha offerto affidabilità, credibilità, rassicurazione (il famoso «usato sicuro ») a un elettorato che, semplicemente, voleva prima di tutto un’altra cosa: un rinnovamento radicale della politica. Eppure quella richiesta di cambiamento era chiarissima e antica, visto che aveva già preso forma più di dieci anni fa (era il 2002), con la famosa invettiva-profezia di Nanni Moretti in piazza Navona: «Con questi dirigenti non vinceremo mai! ».

Perché non hanno saputo o voluto ascoltare questo sentimento, che pure attraversa il popolo di sinistra da così tanti anni? Perché la classe dirigente della sinistra non impara mai dai propri errori? Perché non ascolta il suo elettorato?

Me lo sono chiesto tante volte, perché anch’io – se molte cose cambiassero – potrei esserne parte. E la conclusione cui sono arrivato è che la ragione vera, la ragione profonda, per cui la sinistra non sa ascoltare è una soltanto: è la fortuna. La sinistra può permettersi – o meglio: si è potuta permettere finora – di ignorare completamente il suo popolo per la sfacciata fortuna che la accompagna. La sinistra è come Gastone Paperone: almeno nella seconda Repubblica è stata così fortunata da potersi sottrarre a ogni controllo di realtà.

In che cosa è consistita la fortuna della sinistra?
La prima fortuna è di essere riuscita a vincere ben tre elezioni, quelle del 1996, quelle del 2006 e quelle attuali, nonostante la maggioranza degli italiani non l’avesse scelta. Vincere per il rotto della cuffia significa essere fortunati, ma è una fortuna che si paga, perché ti fa credere di aver fatto tutto giusto anche se non è vero. La sinistra ha da sempre il problema di allargare i propri consensi al di fuori della cerchia dei propri sostenitori tradizionali, ma non lo affronta mai perché una maledetta fortuna la accompagna in ogni tornata elettorale. Ciò vale, in particolare, per la tornata del 2006 e per quella attuale. In entrambe il candidato più capace di allargare il consenso, il candidato che avrebbe attirato voti anche dal campo avverso, il candidato che avrebbe assicurato un’ampia maggioranza in Parlamento, era una persona diversa da quella che poi effettivamente venne scelta. Nel 2006 il consenso di Veltroni era notoriamente molto più ampio di quello di Prodi. Oggi il consenso di Renzi è notoriamente molto superiore a quello di Bersani. Eppure l’apparato del partito non se ne cale: come in un tipico concorso universitario, promuove il candidato interno, o quello che ha le simpatie dei baroni, e dice agli outsider che devono avere pazienza, il loro turno verrà. Peccato che, quando il loro turno arriva, il giocattolo è rotto: a Veltroni venne consegnato un Pd lacerato dalle lotte interne e dai due anni di non-governo di Prodi, a Renzi verrà (forse) consegnato un partito militarizzato da Bersani e ancora un po’ ostile al ragazzino. Se avesse avuto meno fortuna, se non fosse riuscita a nascondere con vittorie tecniche sconfitte politiche, la sinistra avrebbe iniziato ben prima quel processo di rinnovamento che da tanto tempo attendiamo.

C’è poi una seconda fortuna, che nessuno nota mai. Negli ultimi venti anni l’economia, in Italia, è andata sistematicamente peggio che nel resto d’Europa ma, curiosamente, la destra ha governato sempre in anni di congiuntura negativa (2001-2005 e 2008-2011), la sinistra sempre in anni di congiuntura positiva (1996-2000 e 2006-2007). Il nesso è del tutto casuale, perché la congiuntura dipende essenzialmente dal resto dell’Europa, ma mi sono divertito a calcolare le probabilità che – in un quindicennio – la «dea bendata » distribuisca i suoi favori in modo così squilibrato: sono così basse che verrebbe da pensare che la dea non sia bendata come si dice. Anche questo ha contribuito a ritardare una diagnosi spietata su se stessa e sulle proprie politiche.

Ma forse la fortuna-sfortuna più importante della sinistra è il suo elettorato. Delle tre opzioni di cui, secondo la celebre analisi di Albert Hirshman, l’elettore-consumatore può servirsi, l’elettore di sinistra ne trascura sempre una: la defezione (exit). All’elettore progressista piacciono solo le altre due: la protesta (voice) quando le elezioni sono ancora lontane, la lealtà (loyalty) al momento del voto. L’elettore di sinistra, secondo tutte le indagini, è il più fedele, il più leale, o il più gregario, se preferite. Può mugugnare, indignarsi, criticare, parlare male del Pd per anni e anni ma poi, arrivato al dunque, immancabilmente mette la crocetta nella casella giusta. Con ciò, verosimilmente, raggiunge lo scopo che si prefigge (togliere voti all’odiato Cavaliere), ma ottiene anche un effetto che forse non desidera: quello di permettere alla classe dirigente del Pd di rimandare, ancora una volta, il momento di cambiare. Rinunciando a inviare ai politici l’unico segnale che essi (talora) mostrano di comprendere, l’elettorato di sinistra è destinato a tenersi i dirigenti che ha. Non per sempre, perché nessuno è eterno, ma più del necessario, questo sì.


Governo di scopo o istituzionale: le scelte anti caos del Quirinale
di Massimiliano Scafi
(da “il Giornale”, 27 febbraio 2013)

Maradona per fortuna è già tornato a Dubai. Ma se il Pibe non avrà udienza, c’è un altro faccia a faccia effervescente che Giorgio Napolitano non potrà evitare, quello con Beppe Grillo: il portavoce di M5S si presenterà infatti al Quirinale per le consultazioni.

Il capo dello Stato non si scompone. «Sono assolutamente sereno, è tutto sotto controllo », spiega ai preoccupati tedeschi, «la prova è importante ma la supereremo ». L’Italia non deraglierà e presto avrà un governo. Quale? «Aspetto le riflessioni dei partiti », risponde, in particolare del Pd, chiamato così a prendersi le responsabilità del caso. Il presidente è quindi convinto che esistano margini di manovra e prepara due piani per uscire dallo stallo, sintetizzabili così: governo di scopo e governo istituzionale.
A Monaco, prima tappa del suo viaggio in Germania, Napolitano cerca di restare alla larga dal balletto post-voto. «Cercheremo di avviare su un sentiero costruttivo la formazione di un nuovo governo. Io non sono chiamato a commentare i risultati elettorali – dice – Sono chiamato ad attendere con egual rispetto per tutti che ciascuna forza politica, in piena legittimità e autonomia, faccia le sue riflessioni, che poi mi verranno prospettate. Solo allora trarrò le conclusioni ». Poche frasi, ma dentro c’è già la traccia per capire come intende placare quella che i costituzionalisti hanno definito «la tempesta perfetta ».
Ebbene, per tirare fuori il Paese dalla secche, Napolitano userà «la strategia del carciofo »: una foglia dopo l’altra, un problema dopo l’altro. Paradossalmente il fattore tempo da nemico sta diventando alleato. Da un lato la fretta obbliga il sistema a trovare una soluzione prima del 15 aprile, data d’inizio per le votazioni per il nuovo capo dello Stato: siamo nel semestre bianco e Napolitano non può più sciogliere le Camere.

Dall’altro il lento e barocco protocollo regalerà un mesetto ai partiti per far decantare gli animi e organizzare mosse di facciata, in attesa del momento opportuno per eventuali intese. Le nuove Camere dovrebbero insediarsi il 15 marzo. Da qui ad allora Bersani avrà il modo di «fare le sue riflessioni », cioè tentare di agganciare Grillo su un programma punto su punto, sul modello della Regione Sicilia, verificandone magari la difficile praticabilità e rassegnandosi poi a trattare con il Pdl. Lo schema piace al Cavaliere, che vorrebbe mettere nella partita anche il Quirinale, un po’ meno al segretario del Pd. Bersani, in quanto leader di uno schieramento con la maggioranza assoluta a Montecitorio e relativa a Palazzo Madama, spera che il capo dello Stato gli dia comunque l’incarico. Cosa possibile, almeno stando alla prassi istituzionale, ma non automatica, visto anche l’invito alla «riflessione ».
Il fattore tempo servirà dunque per tentare un «governo a vista » Pd-M5S e per far maturare le condizioni, se ci sono, per un governo di scopo Pd-Pdl. Il banco di prova sarà l’elezione del presidente del Senato: alla Camera il centrosinistra è autosufficiente. E se l’intesa non verrà trovata, proprio la seconda carica dello Stato potrebbe traghettare l’Italia in mari (appena) meno agitati. Infatti, nonostante la sapienza diplomatica di Napolitano, mettere insieme tre «poli incoalizzabili » resta un’operazione difficilissima. Un mandato, pieno o esplorativo, al presidente del Senato mentre il Paese sceglie il suo nuovo capo dello Stato.

E’ qui che, nonostante le sue riluttanze, torna in ballo Re Giorgio. Il ministro degli Esteri tedesco Westerwelle giudica «essenziale che l’Italia abbia un governo stabile ». Barroso e Rehn si dicono convinti che «Napolitano troverà la soluzione ». Il bis è più vicino?


Il commento video di Scalfari, qui.

Qui Barbara Spinelli.

Qui Alessandro Sallusti.

Qui Vittorio Feltri.

Qui Maurizio Belpietro.

Qui Giampaolo Pansa.

Qui Emanuele Macaluso.

Qui Piero Sansonetti.

Fini e l’erede della casa di Montecarlo, qui.

I commenti che ironizzavano sul M5Stelle, raccolti da Marco Travaglio, qui.


Letto 5125 volte.


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Bart