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LETTERATURA: Marzia Carocci: “N√©mesis” – Carta e Penna Editore

27 Febbraio 2013

di Lorenzo Spurio

Némesis
di Marzia Carocci
con prefazione di Fulvio Castellani
Carta e Penna, Torino, 2012
ISBN:978-88-97902-16-4
Pagine: 95
Costo:12√Ę‚Äö¬¨

Perché non è finita
finché ritorna il giorno
che limpido c’invita
di nuovo a un altro sogno.
(in “E sarà di nuovo giorno, p. 25)

Difficile e forse addirittura coraggioso √® il recensire il recente libro della scrittrice, poetessa, nonch√© valida collaboratrice Marzia Carocci, perch√© la sua attivit√† letteraria, le sue pubblicazioni e soprattutto il suo impegno concreto nel mondo culturale contemporaneo √®, oltre che encomiabile e invidiabile, prerogativa per considerarla una delle potesse pi√Ļ valide e amate del nostro tempo. Non si tratta di un’asserzione iperbolica: chi la conosce anche solo di nome per il suo serio impegno sa che sto dicendo il vero, mentre a chi non la conosce inviterei a leggere qualcosa di lei: poesie, ma anche recensioni, perch√© va ricordato che Marzia Carocci √® un anche un attento critico che si occupa di note di prefazioni, recensioni e quanto altro, il tutto all’insegna della promozione di lavori di qualit√† che, non essendo supportati da grandi case editrici, rimarrebbero nell’ombra se nessuno si assumesse l’onere di promuoverli adeguatamente: in altre parole, il ‚Äúpoeta incompreso‚ÄĚ della sua omonima lirica o i ‚Äúragazzi spesso non capiti‚ÄĚ di ‚ÄúLa giovent√Ļ‚ÄĚ (p. 46). Negli anni ho avuto modo di leggere varie poesie di Marzia, tra quelle che lei pubblicava in Facebook e quelle apparse in varie antologie poetiche e sono stato enormemente contento della sua collaborazione anche alla rivista di letteratura Euterpe che dirigo.

Il libro in questione, N√©mesis, edito nel 2012 dall’Associazione Carta e Penna di Torino ci immette da subito in un’ambientazione di difficile collocazione: l’immagine di copertina, la foto di una bambola scheggiata della quale risalta, per√≤, il rosso delle labbra sensuali sembra trasmettere un senso d’incertezza e al contempo di paura, come se qualcosa √Ę‚ā¨‚Äúche non ci √® dato sapere- √® appena successo e che quell’espressione di spavento, quelle cicatrici sul volto siano, dunque, il ‚Äúrisultato‚ÄĚ di qualcosa. Il titolo, N√©mesis, che potrebbe far venir in mente a un recentissimo romanzo del grande americano Philip Roth, sta a significare quei momenti difficili del passato che vedono poi un momento di ‚Äúrivelazione‚ÄĚ che in pratica li fanno risollevare, una sorta di epifania o come viene detto in Wikipedia, come ‚Äúuna compensazione‚ÄĚ. Parlare di ‚Äúnemesi‚ÄĚ, dunque, presuppone considerare la realt√† liquida nella quale il nostro essere si trova ¬† come un immenso vivente dominato da forze imperscrutabili, ingovernabili che, in una certa misura, dettano a nostra insaputa le nostre azioni, in altre parole di fatalismo. Una nemesi, dunque, presuppone un prima e un dopo, un periodo di tristezza, un altro di rappacificazione, un tramonto e un sorgere. Ma l’attenzione non √® tanto su questi due elementi, quanto sul processo di cambiamento stesso, sul momento ‚Äúrivelatore‚ÄĚ che consente appunto di passare dal prima al dopo.

La silloge si apre con la lirica intitolata ‚Äú8 marzo 1908‚ÄĚ, gi√† letta e contenuta in Poeti contemporanei e non. Antologia di poesia civile edita da Agemina (2012) nella quale la poetessa affida tutto al ricordo di quella data dolorosa nella storia dell’umanit√†: il rogo che si diffuse in una fabbrica americana producendo una grande quantit√† di vittime donne port√≤ l’attenzione sulle cattive condizioni di lavoro e sullo sfruttamento (tanto lavorale che non) della donna nella societ√†. La festa della donna nasce per ricordare il sacrificio di donne con la ‚ÄúD‚ÄĚ maiuscola che soffrirono le ingiustizie della storia e la prepotenza degli uomini sulla loro pelle. Della lirica i versi pi√Ļ belli sono quelli che affondano la loro essenza nel vivo cromatismo: ‚Äúricorda che quel fiore profumato/ √® rosso sotto un giallo camuffato/ del sangue delle donne forti e fiere/ che vollero lottare per cambiare‚ÄĚ (p. 7).

Ci sono liriche dolorose, ma al contempo ricchissime dal punto di vista dei sentimenti e sono principalmente quelle che hanno un qualche legame al tema del tempo come in ‚ÄúA mio padre‚ÄĚ dove l’uso continuo di quel condizionale ‚Äúvorrei‚ÄĚ ci dice che la poesia non √® altro che un sogno ad occhi aperti, un qualcosa di illusorio, una sorta di tentativo di voler riconquistare quello che in un tempo andato non si √® potuto fare o non si √® avuto il tempo di fare. Ed √® forse proprio il tempo, quel gigante invisibile e sempre presente, a rappresentare la ‚Äúnemesi‚ÄĚ, quello stacco lucido da un prima a volte doloroso o che si ricorda con nostalgia al presente che, invece, √® immancabilmente diverso dal prima, addirittura differente da come ce l’avremmo immaginato: ‚ÄúLa vita ci conduce dove vuole/ ma niente pu√≤ nascondere e occultare/ i sogni ed i ricordi sono eterni/ bagaglio di un’essenza da cullare‚ÄĚ, scrive la poetessa in ‚ÄúAd un caro amico ritrovato‚ÄĚ (p. 9). Come per dire: siamo noi stessi solo perch√© abbiamo avuto un passato (privato e collettivo) e perch√© abbiamo ricevuto e dato emozioni. Una vita senza affetti, infatti, si ridurrebbe a niente: desolazione e senso di nullit√†. La Carocci sottolinea in queste liriche quanto l’amore, l’amicizia, l’affratellamento e le piccole cose possano alimentare quella ragion d’esserci nel presente e quella forza motrice per andar avanti e non lasciarsi scoraggiare. La morte di un genitore, allora, non √® solo vivido manifesto di un dolore che mai pi√Ļ verr√† colmato, ma anche un sorriso incantato sul viso della poetessa.

In ‚ÄúAmore immortale‚ÄĚ scopriamo la poetessa-madre in una lirica d’amore verso i suoi figli nella quale, come spesso accade nelle liriche della Carocci, fa capolino il tempo, quasi fosse un ospite non gradito, un nemico indissolubile. La riflessione sul tempo √® chiara ed espressa in termini facilmente comprensibili a tutti: ‚ÄúSfugge poi il tempo e scorrono gli anni‚ÄĚ scrive, per concludere in un chiaro encomio all’amore che salva e che unisce anche oltre la morte: ‚ÄúNon sar√† il tempo, trascorso e andato/ che arrester√† questo mio amore‚ÄĚ (p. 11).

Il tempo ritorna in tutte le possibili manifestazioni in questa silloge d’inestimabile valore: le rughe (p.12, 45,46) segno fisico della giovane et√† ormai sfiorita, il ritardo (una dilazione, improvvisa, nel tempo che solitamente provoca scoraggiamento e che nella lirica ‚ÄúAgape‚ÄĚ dedicata al marito, invece, √® diventato ormai segno di ‚Äúritualit√†‚ÄĚ), la stanchezza fisica che il ‚Äúpeso del tempo‚ÄĚ (p. 13) arreca, il ‚Äúcome allora‚ÄĚ dell’omonima poesia; i ‚Äúbimbi gi√† vecchi‚ÄĚ in ‚ÄúDolore‚ÄĚ (p.23) , cresciuti troppo velocemente e privi di una dolce infanzia a causa della violenza della guerra e i ‚Äúgiorni usurati‚ÄĚ (p.42). Stupenda la poesia ‚ÄúAssorta‚ÄĚ in cui la poetessa osserva la madre a distanza cercando di capirne i pensieri, i ricordi pi√Ļ o meno felici del suo passato, e tituba se avvicinarsi o no quasi da sentirsi invadente o inopportuna, ma poi √® la forza di un gesto, quel ‚Äúprendere la mano‚ÄĚ che apre il cuore della poetessa e lo avvicina a quello della madre.

Ma una delle cose pi√Ļ curiose di questa silloge √® che, anche se la poetessa parla sempre di questo duello perenne con il tempo o del tempo che divora il presente per condurre l’uomo alla vecchiaia e alla fine dei suoi giorni, lei non parla mai di morte. Non usa questa parola troppo dura, fredda, che annulla le speranze e preferisce descriverla con versi pi√Ļ elaborati che ci trasmettono un’immagine di eleganza e ci fanno pensare alla morte come una danza che corteggia l’uomo: ‚Äú[il] traguardo d’un tempo/ codardo e impietoso/ che in fondo ci attende crudele‚ÄĚ (in ‚ÄúAnche io avr√≤ il tuo tempo‚ÄĚ, p. 13). In ‚ÄúCome allora‚ÄĚ la morte √® semplicemente ‚Äúla via de non ritorno‚ÄĚ (p.19).

In ‚ÄúCarnevale‚ÄĚ la poetessa affonda in un momento di colori e travestimenti, qual √® appunto quello della festa di Carnevale e durante la quale ‚Äú[finger√†] per non farsi scoprire‚ÄĚ (p. 17). C’√® da una parte un’insaziabile sentimento fanciullesco e ludico che torna a galla, quasi con la volont√† di sfidare se stesso e gli altri, dall’altra, per√≤, c’√® la volont√† della poetessa di osservare, travisata, gli altri e il mondo, senza esser vista n√© riconosciuta. Il bisogno di cambiare prospettiva, di indossare gli abiti di un altro e di sentirsi un po’ questa persona e soprattutto la necessit√† di celarsi al mondo, √® forse rivelatrice di come la poetessa consideri importante il tema dell’identit√† passata. Mascherandoci e ritornando bambini possiamo illuderci di rivivere quei momenti andati per sempre e di rinverdire ricordi ormai appassiti: ‚ÄúDi domani non voglio parlare,/ la mia maschera ride perenne,/ cosa importa se dietro io vivo,/ altri mondi, altri sogni per me‚ÄĚ (p. 17).

Il tempo che divora e che consuma non viene mai insultato, offeso o vezzeggiato dalla Carocci, ma √® esso stesso oggetto di riflessione dei suoi pensieri; parlare di esso significa cercare di conoscerlo, respirarlo e farselo amico. La Carocci dialoga con esso, quasi volesse delle risposte che puntualmente non giungono. Non si scoraggia e lo richiama, lo interpella, lo chiama in causa. E’ lui che comanda tutto e l’uomo deve prenderne atto.

Non si sfugge dal tempo, non si annulla, non possiamo dilatarlo: ‚ÄúMa niente contro lo scandir/ degli anni io posso‚ÄĚ, scrive in ‚ÄúMadre‚ÄĚ (p. 54).

Possiamo viverlo, per√≤, mitigarlo, sfidarlo o, come ci dice la Carocci, ‚Äútrasformarlo‚ÄĚ:

Non sono pi√Ļ bambina,
né giovane ragazza
ma il tempo che è passato,
lo voglio trasformare.
(in ‚ÄúE sar√† di nuovo giorno‚ÄĚ, p. 24)

La sensibilit√†di ¬† una poetessa come la Carocci √® cos√¨ variegata ed eccelsa proprio perch√© parte da un’attenta esegesi sul tempo e sul ruolo che esso svolge nelle nostre vite e, soprattutto, nelle nostre riflessioni. Cos√¨ il ricordo della nonna e i giochi dell’infanzia sembrano a prima vista essere perduti e sostituiti da quei ‚Äúnostalgici giorni‚ÄĚ (p. 33) del presente, un tempo in cui la malinconia, la tristezza e la continua lotta con la dimenticanza, scrivono le ore, ma il passato non √® perduto perch√© rivive nei sogni dove la poetessa ritrova quei tempi e riscopre momenti passati, re-incontra i suoi cari e quasi dialoga con essi. Cos√¨ la mamma, il genitore premuroso che ha dato amore e cresciuto il figlio, una volta anziano diventa come un infante a cui il figlio da’ amore, premure e attenzioni cantandogli una dolce ninna nanna (‚ÄúNinna nanna‚ÄĚ, p. 61).


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