Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Berlusconi da Belpietro: “Impediremo governo a Pd con grillini comperati”

25 Marzo 2013

di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 25 marzo 2013)

“Bersani non ha possibilità di mettere su un governo con grillini ‘comperati’ rispetto al programma che vuole Grillo perchè noi non lo accetteremo e lo impediremo”. Inoltre, “il Pd non può pensare di mettere da parte un terzo degli italiani senza farli contare al governo e senza che ci sia la possibilità di un accordo per un uomo di garanzia per tutti alla Presidenza della Repubblica“. Silvio Berlusconi, ospite della Telefonata di Maurizio Belpietro  su Canale 5, sollecita un governo di larghe intese coi democratici, che invita a non rincorrere il Movimento 5 Stelle. “E’ assurdo – prosegue – che Bersani continui ad inseguire i grillini che gli hanno già detto di no molte volte anche con sberleffi due, tre volte al giorno”.

Poi avverte il Pd: o pensa a un’alleanza col Pdl e all’elezione di un esponente vicino al centrodestra al Quirinale, o si torna alle urne. “Come ho detto ai nostri 300 mila sostenitori in piazza – spiega il Cavaliere riferendosi alla manifestazione di sabato a Piazza del Popolo a Roma – o il Pd cambia linea a 180 gradi e si rende disponibile ad un governo con il Pdl e contemporaneamente dichiara di volere un moderato al Colle, oppure si torna al voto al più presto”. L’ex premier insiste sulla necessità di Bersani, che è “una persona ragionevole”, di prendere atto “che non ha i numeri e quindi come sempre si è fatto in questi casi si faccia un governo, nell’interesse del Paese, con le altre forze responsabili. Con noi, con la Lega e con le forze di centro come è giusto e doveroso che sia”. E se si tornasse a votare, Berlusconi sarebbe “in primissima linea perchè – dice – sento una responsabilità enorme”.

E ha ripetuto quanto dichiarato durante la manifestazione romana: “La sinistra ha occupato tutte le cariche. Se farà lo stesso per il Quirinale noi con i nostri senatori bloccheremo il Senato e quindi il Parlamento e porteremo la protesta in piazza perchè questo sarebbe un golpe in Italia“.


Gli scheletri nell’armadio di Prodi. Ecco perchè non andrà al Quirinale
di Redazione
(da “Libero”, 25 marzo 2013)

Nonostante ci sia ancora un mese per iniziare la discussione in Aula sul successore di Giorgio Napolitano, la ricerca della quadra per formare un nuovo governo si intreccia a doppio nodo con quella per un nome condiviso sul nuovo Presidente della Repubblica. Berlusconi è stato chiaro e più passano i giorni e più paletti il Cav mette a Bersani sulla questione Colle. Prima chiedeva un Capo di Stato di garanzia, non escludendo che fosse di sinistra. Ora vuole sul campo una personalità espressione di centrodestra. Il leader del Pdl ne ha fatto una questione di principio se il Pd vuole provare a dar vita al suo esecutivo. Ma i democratici non ci stanno: non hanno alcuna intenzione di votare un nome indicato da Berlusconi, deve essere il Pd e solo il Pd a proporre colui o colei che siederà in Quirinale. Il problema è che il Pdl da parte sua ha già fatto sapere che non darà il suo voto a nessuno che non venga proposto dal Cav. “E non ci sta bene altro”, ha tuonato il capogruppo Renato Brunetta. “Nemmeno un moderato di sinistra perché tutti i nomi fatti non vanno più bene. Né Amato, né Marini, né D’Alema”. E sul fatto che comunque i democratici hanno i numeri per eleggere chi vogliono, Brunetta alza le spalle: “Si eleggano Prodi o Zagrebelsky così noi arriviamo al 40% alle prossime elezioni.

La spy story di Prodi – E a proposito di Romano Prodi, pure se le sue quotazioni sono in calo, rimane comunque uno dei favoriti. Peccato che nel suo passato ci sono dei lati oscuri, “un quid inesplorabile”, fa notare Giancarlo Perna sul Giornale, “emerso in diverse circostanze che egli stesso trincerandosi dietro il famoso sorriso giocondo rifiuta da chiarire. A partire dalla inquietante seduta spiritica organizzata da lui il 2 aprile 1978, in pieno rapimento Moro, durante la quale venne fuori che il presidente della Dc era tenuto prigioniero dalle Br a Gradoli. Prodi si precipitò nella sede della Democrazia Cristiana annunciando il responso dell’Aldilà. Chi indagava mise al setaccio il paese laziale Gradoli, mentre uno dei covi dei brigadisti si trovava in realtà a via Gradoli, a Roma. Ora, a parte il misunderstanding chi aveva soffiato a Prodi il nome “Gradoli”? Lui ancora oggi continua a sostenere la tesi della seduta spiritica, mentre sono in parecchi che si sia inventato tutto per coprire qualcuno.

Kgb – Nel 2006, inoltre, un eurodeputato britannico, Gerard Batten rivelò che l’ex agente dell’Urss Alexander Litvinenko, ammazzato dai colleghi con il polonio, gli aveva confessato che “Romano Prodi è l’agente in Italia del Kgb”. Cosa in parte confermata da un altro ex Kgb. Oleg Gprdievsky disse a Paolo Guzzanti che lo interrogava durante una seduta sulla commissione d’inchiesta Mitrokin: “Non ho mai saputo se Prodi fosse o no reclutato dal Kgb, ma una cosa è certa: quando ero a Mosca tra il 1981 e il 1982 Prodi era popolarissimo nel Kgb, lo trovavano in sintonia dalla parte dell’Unione Sovietica”. Ora, fa notare Giancarlo Perna, si è aperto il capitolo Cina. Da anni è più a Pechino e Shangai che a Bologna. Tra conferenze, lezioni e ospitate in tv il compito più rilevante di Prodi è quello di consulente della nuova agenzia di rating cinese, Dagong che a fine 2011, da poco insediato il governo Monti, abbassò l’affidabilità del debito italiano. Perna infine ricorda che fu proprio Prodi il primo che cercò di dare con beni pubblici una bella mano all’arricchimento di Carlo De Benedetti, proprietario di Repubblica, è stato il nostro Prodi (gli altri furono Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato). “Graziosamente introdotto dal giornalista Scalfari”, racconta il Giornale, “l’Ingegnere si presentò da Romano presidente dell’Iri e gli chiese di cedergli la Sme, holding alimentare. All’istante, Prodi si accordò per vendergliela a 497 miliardi di lire. Un regalo. Tanto che il governo Craxi (siamo nel 1985), ignorando la stipula, mandò il piano all’aria”.


Giancarlo Perna   su Romano Prodi, qui.


Processo Mori, pm cita telefonate col Colle: «Mancino tentò di inquinare le prove »
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 25 marzo 2013)

PALERMO – Le intercettazioni delle telefonate tra l’ex ministro dell’interno Nicola Mancino e il consigliere del presidente della Repubblica Loris D’Ambrosio sono state citate dal pm palermitano Nino Di Matteo nella sua requisitoria nel processo ai militari del Ros, il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, imputati per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.

LE TELEFONATE – Le telefonate, secondo il magistrato della Procura palermitana, sarebbero state «uno dei tanti tentativi di strumentale inquinamento della prova in questo procedimento ». In una delle chiamate, ha riferito in aula Di Matteo, l’ex ministro Mancino appare preoccupato che ci sia un accanimento dei pm che avevano chiesto il confronto in aula con l’ex guardasigilli Claudio Martelli. «Questo è il processo nel quale Mancino ha palesato di non tenere in conto l’autonomia del vostro giudizio », ha detto il pm, «chiamando il consigliere del Presidente della Repubblica Loris D’Ambrosio, cercando conforto nelle più alte cariche dello Stato per evitare il confronto ». D’Ambrosio, ex magistrato e prezioso collaboratore di Napolitano, è morto improvvisamente nel luglio dello scorso anno in seguito ad un infarto, mentre esplodeva la polemica sulle intercettazioni tra il Colle e Mancino.

PROVENZANO – L’ex capo del Ros Mori e il colonnello Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato in relazione alla mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nei primi anni ’90, non avrebbero agito perché «collusi » o «per paura », ma perché «in un determinato e delicato frangente storico, obbedendo ad indirizzi di politica criminale per contrastare le stragi, hanno ritenuto di trovare un rimedio assecondando l’ala più moderata di Cosa nostra », ha sostenuto il pm Nino Di Matteo. Gli imputati, ha detto ancora il magistrato, si sarebbero mossi «per favorire la fazione riconducibile a Provenzano » e al fine di garantirne «la leadership in Cosa nostra hanno ritenuto necessario garantire il perdurare della sua latitanza ».

«PROCESSO DRAMMATICO » – Il pm ha poi invitato i giudici a non avere «pericolosi e istintivamente comprensibili pregiudizi di fronte ad accuse così imbarazzanti nei confronti di due uomini dello Stato », ma invece a valutare «con intelligenza, senza paura, che di fronte alla violazione della legge anche uomini così potenti non possono sottrarsi alle loro condotte ». Infine Di Matteo ha parlato di processo «drammatico » anche in considerazione delle «dichiarazioni rese o no, fingendo di non ricordare da parte di politici, funzionari dello Stato e alti ufficiali dei carabinieri » e si è riferito in particolare alle deposizioni del senatore Nicola Mancino, degli onorevoli Martelli e Scotti, degli appartenenti al Ros che di fronte agli stessi fatti «hanno reso dichiarazioni contraddittorie e incompatibili fra loro. Noi sappiamo », ha detto Di Matteo, «chi tra di loro abbia mentito ».

PROCEDIMENTO DISCIPLINARE – Il pm Di Matteo, per la vicenda delle telefonate tra Mancino e Napolitano, intercettate durante l’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, e delle quali la Consulta ha ordinato la distruzione, è stato messo sotto procedimento disciplinare da parte del Pg della Cassazione. A Di Matteo si contesta l’avere «ammesso l’esistenza delle telefonate tra l’ex ministro dell’Interno e il capo dello Stato ». Al procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, invece, il Pg della Cassazione, contesta il non avere segnalato le violazioni commesse dal magistrato del suo ufficio ai titolari dell’azione disciplinare.


L’appello dei marò ai politici: “Risolvete questa tragedia. Siamo italiani, dimostriamolo”
di Nico Di Giuseppe
(da “il Giornale”, 25 marzo 2013)

“Non ci serve ora di sapere di chi sia stata la colpa, né che le forze politiche si rimbalzino la responsabilità.
Quello che chiediamo ora non è divisione: unite le forze e risolvete questa tragedia”.

Il messaggio è di quelli accorati. L’appello è di Massimiliano Latorre, uno dei due marò italiani, che ha scritto una email dall’India al giornalista Toni Capuozzo, conduttore del programma Terra! su Rete4, secondo quanto riferisce un comunicato di Mediaset.

“Caro Toni non ci serve ora sapere di chi sia stata la colpa, perché non ci porta a nulla e tanto meno non porta a nulla che le forze politiche si rimbalzino le responsabilità. Quel che vi chiediamo ora è non divisione ma, come i nostri fucilieri, mettetevi a braccetto, unite le forze e risolvete questa tragedia. Come dicono i fucilieri: tutti insieme nessuno indietro. Siamo italiani dimostriamolo, come hanno fatto loro”, scrive Latorre.

Nel frattempo, anche Silvio Berlusconi ha fatto sentire la sua voce. Contro il governo. “Monti ha fatto una figura vergognosa con la vicenda dei marò. Ha sbagliato tutto. Hanno fatto tutto di testa loro, non ci hanno chiesto niente, si devono dimettere in gruppo, cacciamo Monti dal Senato, è senatore a vita immeritatamente. Si dimetta“.


Perché non c’è un Renzi nel Pdl
di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 25 marzo 2013)

È possibile che il complicato dopo voto produca un governo di tregua. Ma un governo di tregua per fare cosa? Per fare tre cose, si suppone. In primo luogo, tenere a galla la zattera con qualche provvedimento che assicuri un po’ di affidabilità agli occhi dei partner europei e dei mercati. Ma basterà che, in qualsiasi momento, una Cipro qualunque inneschi una valanga e tutto sarà rimesso in discussione. In secondo luogo, fare una nuova legge elettorale. Ma si dà il caso che sia più facile dirlo che farlo. Come si capisce appena si pone la domanda: quale nuova legge elettorale? In terzo luogo, dare ai partiti il tempo necessario per modificare le proprie offerte politiche in modo da riagganciare l’elettorato che li ha abbandonati scegliendo la protesta.

Delle tre cose da fare l’ultima è forse la più complicata. Come prova il fatto che nell’anno e passa di tregua assicurato dal governo Monti non c’è stata traccia di seria ristrutturazione di quelle offerte politiche. E il risultato si è visto alle elezioni.
Ci sono buone ragioni per pensare che un cambiamento dell’offerta politica (che significa cambiamento di leadership , di assetti organizzativi e di programmi), urgente per tutti, lo sia in particolar modo per la destra. Perché essa resta comunque la componente più fragile del sistema. Perché ha perso molti più voti di quelli che ha perso il Pd. Perché il reingresso di Berlusconi sulla scena elettorale dopo il suo annunciato ritiro ha solo rinviato il momento della verità: il momento in cui il Pdl (o qualunque cosa lo sostituisca) dovrà cominciare a camminare con le proprie gambe, senza più il padre padrone a comandarlo. E perché, soprattutto, sarebbe vitale per il Paese che, una volta finita la tregua, una volta tornati alle elezioni, dalle urne uscisse quello che un tempo si sarebbe definito un solido governo borghese.

Al Pdl serve urgentemente un Renzi di destra, uno che non debba baciare l’anello a Berlusconi, uno che sappia parlare al Paese con un linguaggio fresco. E che, a differenza di Berlusconi, sia molto meno vulnerabile dal punto di vista giudiziario. Sia chiaro, un tale (ipotetico) Renzi di destra non dovrebbe affatto piacere alla sinistra: il processo di autoaffondamento politico di Gianfranco Fini cominciò quando, rotto con Berlusconi, egli diventò per un certo periodo l’eroe dei giornali di sinistra. Sinistra e destra sono ovunque separati da interessi contrapposti, da opposte visioni del mondo, da opposti codici morali. Nel nostro Paese, poi, gli elettorati di sinistra e di destra (basta ascoltarne le conversazioni) nutrono gli uni nei confronti degli altri più o meno gli stessi sentimenti che il Ku Klux Klan nutre nei confronti dei neri. È vero, come accennava ieri Galli della Loggia, che la sinistra ha avuto finora più successo nel convincere persino l’establishment che gli elettori di destra siano solo buzzurri impresentabili. Ma si conoscono anche tanti elettori di destra che pensano la stessa cosa di quelli di sinistra.

Il Renzi di destra dovrebbe fare, anche lui, orrore alla sinistra. Tanto più ci riuscirebbe quanto più coerentemente e aggressivamente (che non significa urlare: significa avere la solidità culturale necessaria per dare efficacia e un alto profilo alla propria proposta) fosse capace di rappresentare idee e interessi che hanno da sempre una precisa connotazione: l’individualismo come valore, la proprietà privata come diritto fondamentale, e fonte di libertà, anziché come colpa da espiare, l’idea che sia il «vil commercio », che siano i mercanti, e non i Savonarola, i costruttori di società decenti.

Il governo borghese che serve al Paese è un governo teso a rilanciare lo sviluppo capitalistico senza se e senza ma. Un governo che investa sulla crescita (altro che «decrescita felice »), che blocchi il processo di impoverimento nell’unico modo possibile: dando di nuovo alle classi medie indipendenti la voglia e l’incentivo per rischiare e investire. Voglia che non tornerà fin quando non ci saranno garanzie che i frutti del proprio lavoro non verranno in gran parte confiscati da uno Stato famelico. Il che significa tagliare le tasse, colpire la burocrazia, colpire i mercati protetti. Significa non commettere l’errore che commise Berlusconi il quale, per mantenersi al potere, venne a patti con le corporazioni che contribuiscono a strozzare la crescita.
Si è detto qualche volta che, non essendone capace la destra, in Italia tocca alla sinistra fare il lavoro della destra. Ma sono fole: la sinistra può fare solo la sinistra, ridistribuire il reddito in un regime di tasse alte. Se è la crescita ciò che si vuole, o la propizierà la destra o non lo farà nessuno.

Ma il punto debole di questo ragionamento non consiste forse nel fatto che del Renzi di destra qui ipotizzato non c’è, nella realtà, traccia alcuna? Sì e no. La destra, in Italia, esiste solo da venti anni. Ma in questo lasso di tempo è cresciuta una generazione di italiani che, spesso nel male ma qualche volta nel bene, non è più debitrice delle culture politiche dei grandi partiti, accomunati dal pregiudizio antiborghese, che dominarono la Prima Repubblica. Ci sono in giro diversi giovani colti, preparati, con esperienze di studio o di lavoro all’estero, e talvolta anche con un po’ di palestra nella politica locale, che cercano un varco per farsi strada. La ristrutturazione dell’offerta della destra non potrà prescinderne.


Scilipoti offre il suo voto a Bersani, qui.


Letto 2318 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart