Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Cicchitto: «Diamo tempo dieci giorni »

31 Marzo 2013

di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 31 marzo 2013)

Dopo le reazioni positive del Pd e quelle più caute del Pdl sulla decisione del presidente della Repubblica di costituire «due gruppi ristretti » per trovare una soluzione alla situazione di stallo, il capogruppo al Senato dei Cinque Stelle Vito Crimi frena gli entusiasmi sui saggi di Napolitano. «Avrei difficoltà a sedermi ad un tavolo con queste persone immaginandole come saggi facilitatori ». Una scelta che a Crimi ricorda una specie bicamerale di grandi intese di antica memoria: ««È nata una cosa strana – spiega sempre su Facebook- composta da parlamentari di tutti gli schieramenti salvo che del M5S (e meno male direi) e nessuna donna, che dovrebbe facilitare una specie di confronto tra le forze politiche, cercando di individuare le convergenze di programma. Ma non c’è già il Parlamento per questo? ».

«IL TEMPO DI MONTI E’ FINITO » – Successivamente arriva anche la dichiarazione di Fabrizio Cicchitto del Pdl, che spiega di «L’operazione dei saggi ieri adottata dal Presidente Napolitano ha un senso di coerenza con il nostro ordinamento generale, se nello spazio di sette-dieci giorni massimo gli esperti ci danno la traccia di un programma condivisibile dalle forze politiche impegnate nella governabilità, che danno sbocco ad essa impegnandosi a dar vita ad un nuovo governo che in tempi ragionevoli ma rapidi deve avere la fiducia del Parlamento ». Poi Cicchitto avverte: «infatti, noi non riteniamo che il modello olandese possa essere da noi imitato in tutta la sua dinamica e la sua lunghezza anche perché il governo Monti non ha più la nostra fiducia fin dai tempi del discorso di dicembre del segretario Alfano in Parlamento e, non a caso, quel discorso fu legittimamente interpretato dallo stesso Monti come un ritiro di fiducia ».

«STESSI ERRORI DELL’ULTIMO ANNO » – Più decisa Giorgia Meloni, deputato e fondatore di Fratelli d’Italia che spiega: «Con tutto il rispetto per il presidente Napolitano, di cui non metto in dubbio la buona fede, stiamo ripercorrendo gli stessi errori che hanno consentito la nascita del governo Monti ». «L’idea che pochi tecnici non eletti da nessuno o pochi politici con idee contrapposte, possano offrire soluzioni all’Italia senza ricorrere a dei compromessi al ribasso su ogni tematica – osserva Meloni – è un’utopia che abbiamo già pagato a caro prezzo nel corso dell’ultimo anno »


Il golpe di Napolitano
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 31 marzo 2013)

Il presidente Napolita ­no ha deciso di non decidere. Non un nuo ­vo incarico, non la conferma di quello dato giorni fa a Bersani, non le di ­mi ­ssioni ventilate nelle ulti ­me ore.
Non avremo quindi un nuovo governo, né tor ­neremo a votare. In com ­penso due commissioni composte da presunti saggi incaricati da Napolitano stesso tenteranno di sbro ­gliare la matassa. Cioè il nul ­la assoluto, ben sapendo che in Italia le commissioni si insediano quando si vuo ­le prendere tempo invece che risolvere il problema. Ma non solo. Detto con ri ­spetto, il Quirinale non ce la dice giusta, né tutta. Per questo ci poniamo qualche domanda. 1) Napolitano l’altra sera aveva lasciato intendere che in mancanza di soluzio ­ne si sarebbe dimesso per accelerare la nomina del suo successore, non poten ­do lui sciogliere le Camere in scadenza di mandato. Perché nella notte ha cam ­biato idea, allontanando co ­sì il voto? E con chi si è consi ­gliato? Forse le stesse «enti ­tà » che lo spinsero, nel no ­vembre del 2011, al blitz che insediò Monti e il gover ­no dei tecnici pur di sbarra ­re la strada sia a Berlusconi sia alle elezioni anticipate? 2) Come mai il custode della Costituzione ha fatto una scelta senza preceden ­ti e palesemente incostitu ­zionale come quella di dare il mandato esplorativo a due commissioni? E per ­ché permette a un governo, quello di Monti, di restare in carica e operare senza aver avuto la fiducia del nuovo Parlamento? La co ­sa non sta in piedi da qua ­lunque parte la si giri.
3) Grillo ha teorizzato che si può governare senza go ­verno (dove non vuole né può entrare) perché basta il Parlamento (dove lui è deci ­sivo). È un caso che questa operazione lo accontenti?
4) Ed è ancora un caso che a trarre enorme vantag ­gi ­o da questa melina sia so ­lo il Pd, sconfitto prima nel ­le urne e poi dall ­a sciagura ­ta scelta di Bersani di esclu ­dere il Pdl? La sinistra era in ­fatti con le spalle al muro: o elezioni o accordo con Ber ­lusconi. Napolitano le ha spianato la via d’uscita e concesso il tempo per rior ­ganizzarsi. Più in là saran ­no eventuali elezioni, più è possibile per il Pd rottama ­re definitivamente Bersani e schierare Renzi, avversa ­ri ­o ben più ostico per il cen ­trodestra.
5 ) Come mai a Bersani non è stato ritirato il manda ­to esplorativo ch ­e gli era sta ­to affidato la scorsa settima ­na? Strano, no?
6) Sta di fatto che l’amico (di Napolitano) Mario Mon ­ti potrà continuare a con ­trollare indisturbato le leve economiche del Paese in mesi complicati e decisivi. Non è che per caso la Ger ­man ­ia e le centrali finanzia ­rie e bancarie internaziona ­li, che con Monti si trovano benissimo, abbiano chie ­sto a qualcuno garanzie in tal senso?
7) Insomma, chi coman ­da in questo Paese? C’è più che qualcosa di losco in que ­sta operazione. Sa di golpe, di un tentativo per congela ­re gli inaspettati otto milio ­ni di voti raccolti dal centro ­destra e imbrigliare la vo ­lontà popolare. Non c’è da fidarsi.


“Priorità alla riforma elettorale o sarà sempre una roulette russa”
intervista a Valerio Onida a cura di Liana Milella
(da “la Repubblica”, 31 marzo 2013)

ROMA – È il giorno del suo compleanno e anche di quello del figlio Marco. Valerio Onida, per festeggiarlo, è andato allo stadio con lui e il nipote. Tre generazioni di Onida a vedere Inter-Juve. Tifoso? “In gioventù ero interista”. L’ex presidente della Consulta, oggi al vertice della Scuola della magistratura, ha appreso la notizia della nomina del Quirinale mentre era allo stadio. Telefonate di giornalisti a raffica. Lui risponde cortese, ma fa una premessa: “Questo gruppo di lavoro, per poter sperare di avere un’utilità, ha bisogno ora di una notevole dose di riservatezza. Toccherà poi alle forze politiche esaminare pubblicamente e discutere i nostri suggerimenti”.

Considera utile varare questa commissione?
“È un tentativo che il capo dello Stato vuole fare per cercare di sbloccare la situazione tra i partiti che non riescono a formare una maggioranza. È un gruppo di lavoro, uno strumento e un supporto al fine di consigliare vie possibili per sciogliere i nodi irrisolti, e quindi favorire un’intesa. Speriamo che possa essere utile in questa direzione. Sul terreno economico è forse più facile raggiungere un accordo sulle urgenze vista la particolare situazione. Su quello istituzionale il primo obiettivo dovrebbe essere favorire un’intesa sulla legge elettorale, perché se si va allo scioglimento delle Camere bisogna andarci con un nuovo strumento”.

Una commissione di questo tipo non rischia di essere vissuta dalla gente come un’ulteriore perdita di tempo?
“Non è una commissione, ma un piccolo gruppo di lavoro che deve dare un ausilio per sciogliere nodi che la politica, i partiti, le forze in Parlamento sono chiamati a sciogliere, non essendo però ancora riusciti a farlo. Persone di diversa estrazione faranno approfondimenti utili perché la politica possa affrontare più facilmente quelle questioni. Non va enfatizzato il ruolo di questo gruppo perché non siamo chiamati a essere i salvatori della patria, ma dobbiamo solo dare un ausilio. Il vantaggio essenziale è che si parlerà di cose da fare, non di alleanze”.

Molti penseranno che si fa melina…
“Non ci sono molte alternative. O si trova un’intesa perché un governo ottenga la fiducia delle Camere, oppure le Camere stesse dovranno essere sciolte, e non si può farlo prima che sia stato eletto il presidente della Repubblica. E sarebbe una iattura andare al voto senza aver riformato la legge elettorale. Questo a me pare un presupposto fondamentale”.

Iattura è parola grossa. Perché lo dice?
“Sarebbe una iattura per tante ragioni. Ma ce n’è una più evidente delle altre, che le ultime elezioni hanno messo in luce in modo chiarissimo. Il voto ha rivelato un elettorato diviso in quattro parti, tutte sotto il 30% e di cui tre molto vicine una all’altra in termini di consenso. Non pare logico tornare al voto con questa roulette russa in base alla quale se uno dei protagonisti ottiene un voto in più degli altri, quale che sia il livello di consenso ottenuto, può ottenere una maggioranza assoluta alla Camera. La grave anomalia è il premio di maggioranza non collegato a nessuna soglia minima, che consente a chi vince la lotteria con un voto in più degli altri di prendersi tutto”.

Di cos’altro si dovrebbe occupare la commissione?
“È ancora presto per dirlo. Prima è necessario ascoltare le richieste del presidente della Repubblica”.

È ottimista su questo lavoro?
“Non è un momento in cui si possa essere particolarmente ottimisti, ognuno fa quello che può”.

Guardando al dopo voto quale anomalia vede?
“Periodi difficili ce ne sono stati tanti, la singolarità di questo momento è che non si riesca a formare un governo. Questa è la conseguenza del voto. Cinque anni fa i risultati elettorali presentavano un panorama assai diverso in cui c’era una forte predominanza di due protagonisti politici di cui uno ottenne la maggioranza. Adesso non è così”.

Quali tempi prevede per chiudere?
“Immagino che dovranno essere molto brevi”.


La rivincita del professor Becchi: “I costituzionalisti sono bestie”
di Mattia Feltri
(da “La Stampa”, 31 marzo 2013)

Professor Becchi, chiediamo scusa.
«Perché? ».

Anche noi abbiamo scritto che la prorogatio di Monti era insostenibile.
«Prego, ma la critica non è un problema. Lo è se mi trattano da idiota. Se uno salta su e mi dice che non sono un costituzionalista, d’accordo, parliamone. Ma mi davano dell’ubriaco ».

Nessuno le ha dato dell’ubriaco.
«Ma come? Mieli in tv mi guardava come fossi ubriaco. Adesso è pieno di tweet che dicono: oh Mieli, chi era l’ubriaco? Lo so come vanno le cose: è che sui giornaloni scrivono costituzionalisti ben pagati. Scrivono sotto dettatura ».

Professore, non è così…
«E’ così, è così. Credetemi. È che tutti hanno paura delle riforme. Dicevo: intanto che siamo incartati, che aspettiamo Godot, facciamo qualcosa. Un parlamento c’è, un governo in carica c’è. Certo che se la linea del paese continua a essere la linea Bindi… ».

Quindi adesso subito riforme.
«Subito, da martedì. Guarda caso l’ho scritto giusto oggi (ieri, ndr) sul Secolo XIX senza sapere che Napolitano avrebbe avuto la stessa idea. Si cambino legge elettorale e conflitto di interessi, si taglino la province, si riducano parlamentari e costi della politica. Avessero seguito prima il mio consiglio, si tornava a votare a giugno con la nuova legge elettorale. Ora l’obiettivo è far tutto per l’autunno ».

È che il M5S non ha presentato neanche un disegno di legge.
«E si devono spicciare. Lo capisco, sono nuovi, hanno avuto i loro problemi, ma è necessario impratichirsi alla svelta. La legge elettorale si cambia in tre ore e in un riga che dica: l’attuale legge è abrogata e subentra quella precedente, il Mattarellum ».

Ma la Corte costituzionale ha bocciato l’ipotesi.
«Sono palle! Solo le bestie lo sostengono! Le bestie! I costituzionalisti di seconda categoria! La Corte ha bocciato un quesito referendario. Che c’entra una legge fatta dal parlamento? E poi prendono per il culo me (ride molto, ndr). Capito che cosa intende Beppe Grillo quando parla di un paese che è un caso psichiatrico? ».

Lo ha sentito in queste ore?
«Non lo sento quasi mai. Che c’entro io? Mica sono del M5S. Sono affine, attratto, finisce lì. Anzi, a proposito di Grillo, sarò io che farò la fine del grillo di Pinocchio, spiaccicato sul muro ».

Eh? E chi dovrebbe spiaccicarla?
«Ma quelli del Movimento. Chi se no? ».

E perché?
«Ma perché non sono dei loro. Prima o poi dirò una cosa che non gli piacerà e mi spiaccicheranno. Poi, vabbè, speriamo di no. Però, per esempio, penso che la questione dell’ineleggibilità di Berlusconi sia una sciocchezza ».

Nel M5S si sono arrabbiati?
«No, no. Ma insisto: l’avversario va sconfitto col voto, non con questi mezzucci. L’avversario non è un criminale, almeno finché non sarà condannato in via definitiva. E tantomeno lo è chi vota Pdl, milioni di persone che hanno creduto, per esempio, al liberalismo popolare di Baget Bozzo. Un teoria che non mi piaceva, ma degnissima ».

Professore, perché non entra nel M5S?
«Non se ne parla. Anzi, oggi mi ha chiamato un professore di Berlino, non ne ricordo il nome… Vuole che vada in Germania a spiegare il Movimento perché lo rifanno uguale uguale ».

Davvero? Esportiamo Grillo?
«Certo. Ma io che c’entro? So il tedesco, fine. Adesso ci penso, ma non saprei. È che davvero è in corso una rivoluzione che cambierà il modo di vivere e tantissimi ragazzi lo hanno capito ».

Le piacciono le teorie di Casaleggio?
«Lui è anche troppo avanti. Mi ha pubblicato l’ultimo libro, i Nuovi scritti corsari, e ha fatto solo l’e-book. Gli ho detto: e il libro di carta? È morto, mi ha risposto. Va bè, lo uccidi tu. Io lo voglio. Gliel’ho detto: non siamo mica già sulla Luna. Il futuro è lì, il presente no ».

In effetti è un libro semiclandestino
«No, sono io semiclandestino. E siccome non sono noto tutti hanno il diritto di trattarmi da scemo, di deformare quello che dico ».

Ha detto che le rivoluzioni non sono pranzi di gala. Evocativo…
«Ma l’ho detto alla Zanzara, un programma ridicolo ».

Ridicolo?
«Nel senso che non ci si fa alta cultura politica. È leggero. Si scherza. E io scherzavo e per di più la frase era in un ampio contesto. Come quando ho detto che avrei sputato su Monti ».

Eh, appunto.
«Colpa mia. Era una battuta, perché c’era chi voleva sputare su Hegel. Non si sputa su Hegel, piuttosto. E fior di commentatori hanno scritto che sono un terrorista avvinazzato. D’ora in poi sarò più prudente. Anzi, in tv non ci vado più: ha ragione Grillo. Però la verità è che volevano dileggiarmi per dileggiare la mia idea sulla prorogatio. E il grande Napolitano mi ha dato ragione ».

Spesso ha avuto da ridire su Napolitano.
«E invece tanto di cappello. Arrivassi io così lucido a quell’età ».

Chi vedrebbe bene al suo posto?
«Non certo uno del Pd. Ha ragione Berlusconi, sarebbe l’ultimo di una serie infinita di errori di Bersani. Anzi, sarebbe un golpe ».

Chi allora?
«Mi basterebbe che fosse donna. Ma vedrete, sarà ancora Napolitano ».


Ma le “sagge” non esistono?
di Mariella Gramaglia
(da “La Stampa”, 31 marzo 2013)

A un certo punto era invalsa la moda, per fare un po’ gli americani, di chiamare «padri costituenti » i parlamentari che hanno redatto la nostra Costituzione.
Errore grave. Le «madri costituenti » erano ventuno, pochissime su 556 eletti, ma era il lontano 1946. Nella vicina incerta primavera del 2013 scopriamo, invece, che le «sagge » non esistono. I saggi, specie rara e preziosa, appartengono a un unico genere, quello maschile. Solo un manipolo di uomini coraggiosi può essere chiamato a una missione impossibile: stendere, nella minuscola manciata di giorni che ci separa dalla conclusione del mandato del Presidente Napolitano, un microprogramma di breve fase, ma sufficientemente dignitoso e preciso da poter vestire come un guanto la mano di colui (su colei nutriamo poche speranze, date le premesse) che potrebbe succedere a Mario Monti. Insomma un miracolo, cui dar corpo prima che cali il quindicesimo sole. Un miracolo da veri uomini.

Eppure Giorgio Napolitano non ha mai mancato di lodare il talento femminile in politica, ha dichiarato che sarebbe tempo che fosse una donna a succedergli, ha più volte aggiustato la barra del timone quando governava un presidente del Consiglio convinto che la locuzione «dignità femminile » appartenesse a una lingua strana, o addirittura morta, il gaelico, l’ostrogoto, o chissà…

Dunque perché il Presidente ha fatto una simile scelta? La fretta, l’ansia, l’assillo di rendersi utile al Paese con la massima rapidità non spiegano tutto.

Nel leggere i nomi viene in mente un’altra possibile soluzione dell’enigma. Il fatidico secondo livello: per poter esercitare una mediazione di questo tipo devi avere potere da molti anni. Avere delle truppe su cui contare nel caso dei politici. Essere saldamente al vertice di enti e istituzioni nel caso dei tecnici. Insomma, essere in quella cerchia che gli inglesi chiamano «old boys network ».

E se fossero proprio gli «old boys », e le loro reti, ad averci fatti colare a picco? Questo Parlamento sarà pure poggiato sulla faglia di un terremoto, tuttavia, senza particolari costrizioni regolamentari, ci ha regalato un’assemblea ringiovanita di dieci anni e una percentuale di donne mai vista prima. Almeno da questo punto di vista gli italiani e le italiane – che hanno lasciato pencolare senza maggioranza il Senato della repubblica – si sono espressi con molto chiarezza. Vogliono più donne e più persone giovani a rappresentarli. E’ un messaggio culturale, oltre che politico.

Invece siamo tutti qui, in attesa del verdetto di dieci autorevolissimi e attempati signori.
Bisogna ammettere che, nelle stesse condizioni, i cardinali non se la sono cavata troppo male. Noi laici, però, abbiamo il vantaggio della libertà di scelta e lo svantaggio che ci fa difetto l’assistenza dello Spirito Santo.


Napolitano sceglie 10 saggi per riformare il Paese, ma vince la vecchia politica
di Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”, 31 marzo 2013)

Altro che dieci “saggi”. Quelli che ha tirato fuori Napolitano dal cilindro per scrivere la road map di riforme essenziali per il Paese sono i soliti noti. Forse il peggio dei soliti noti, se possibile. Eppure, sorprendentemente, saranno loro a dover costituire il “tesoro” di idee e provvedimenti su cui il prossimo Presidente della Repubblica si dovrà basare per formare (forse) un nuovo governo. C’è di che restare senza parole. Sono nomi che rappresentano gli assi portanti di quell’antico sistema politico e istituzionale che ha portato l’Italia nel baratro in cui si trova oggi. Lentamente ma sistematicamente. E adesso siamo di nuovo nelle loro mani.

A destare scandalo è soprattutto la commissione cosidetta “politico-istituzionale”. E fatto salvo il nome di Valerio Onida, costituzionalista di area piddina, sugli altri corre rapido un brivido lungo la schiena. A partire da Luciano Violante, con tutto il suo passato partitocratico alle spalle, simbolo della storia più antica (e non sempre limpida) del Nazareno (ma nel suo caso si potrebbe parlare meglio di Botteghe Oscure). E poi Mario Mauro, uomo di Monti (e di Cl, fino alle ultime elezioni vicinissmo a Roberto Formigoni) che qualcuno voleva a presidente del Senato al posto di Pietro Grasso, di cui non si ricordano negli anni particolari exploit legislativi nel segno del cambiamento.

Ma soprattutto Gaetano Quagliariello, ex vicecapogruppo del Pdl al Senato, uomo delle leggi ad personam di Silvio sulla giustizia, dunque personaggio di stretta osservanza berlusconiana, primo tra i soldati di prima fila del Cavaliere e (anche lui) personalità su cui l’intero centrodestra si sarebbe speso per fargli avere una carica istituzionale. Dopo quello che ha fatto per loro. E per il suo Capo. Ecco, Mauro è l’uomo di un Monti che continuerà a governare l’Italia nonostante i disastri economici e le figuracce cosmiche internazionali (i Marò) e Quagliariello è un portabandiera di Arcore. Davvero non c’era nulla di meglio sul mercato? Davvero è questo la summa della intellighenzia politica che Giorgio Napolitano ha saputo esprimere in un momento tanto drammatico per la democrazia? Cosa potranno mai studiare di nuovo queste cariatidi politiche del sistema? Che avranno mai da tessere e rinnovare elementi che mai sarebbero stati eletti davvero dal popolo se non ci fosse stato il Porcellum?  L’unica cosa che possono partorire, a ben guardare, è un inciucio codificato sotto forma di programma da servire freddo sul piatto del prossimo presidente della Repubblica come unica via per avere un nuovo governo. D’inciucio, s’intende, non certo di rinnovamento.

Ma anche l’altra commissione, quella chiamata a studiare le emergenze economiche e sociali del Paese, non è meno inquietante. Si parte da Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, istituto che continua a fotografare lo stato del Paese senza aver mai suggerito una misura utile al suo sviluppo neppure per sbaglio e di Giovanni Pitruzzella, presidente del’autorità garante della concorrenza e del mercato, istituto abbastanza inutile se si considera che in Italia, com’è noto, non c’è una legge sul conflitto d’interessi degna di questo nome, per cui l’operato del Garante è stato fino a oggi abbastanza oscuro. Ma si resta ancora senza parole quando lo sguardo arriva ai nomi di due degli altri membri della commissione; uomini strettamente legati uno a Monti e l’altro alla storia del Pci, ovvero ministro Moavero Milanesi e il senatore Filippo Bubbico. E che anche il terzo, Salvatore Rossi, membro del Direttorio della Banca D’Italia, è “cresciuto” dopo l’entrata in scena del governo Monti. Insomma, il “sistema” al potere che viene chiamato a rinnovare se stesso. Un paradosso

Napolitano, proponendo questi nomi, ha certamente deluso le aspettative di chi, soprattutto tra i giovani della politica anche in Parlamento (e non stiamo parlando solo dei grillini) si aspettavano una scossa. Invece, Napolitano oggi è tornato ad essere quel “Morfeo” di grillesca memoria, che trovandosi nell’impossibilità di fare alcunchè per partorire un nuovo governo, ha deciso di “addormentare” il sistema con questa sorta di “bicamerale ghiacciata” composta da chi, come si diceva, è in alcuni casi l’emblema di tutti ciò che gli italiani vorrebbero lasciarsi alle spalle. Insomma, il capolavoro di Napolitano è questo: Monti resta al suo posto (e chissà per quanto tempo) e per il resto è stata mandata letteralmente la palla in tribuna, fermando il gioco. Un’astuzia da antico politico, quale certamente Napolitano è, che ha anche archiviato senza scosse l’era Bersani, facendolo uscire di scena in modo netto, senza appello. Per quanto molto morbido.

Intanto, si è aperta ufficialmente la crisi del Pd, i cui esiti saranno certamente drammatici, ma non è questo certo il punto. Il vero scontro, quello più acceso, si giocherà sulla successione al Qurinale. E il Parlamento si trasformerà in un Vietnam. Insomma, il Capo dello Stato, ancora una volta, ha messo la sordina al cambiamento, fischiando il “tutti negli spogliatoi” e lasciando la patata bollente di riscattare, in qualche modo, il Paese dal torpore all’uomo del Colle che verrà. I supplementari, se ci saranno, li giocheranno (loro, i partiti) tutti con un altro arbitro. Che si troverà però vincolato al suo predecessore dal patto di sistema che verrà sancito in questa “bicamerale”. E sarà ancora un inciucio. Senza sbocco. Ma il prezzo di questo stallo e di questo “nuovo” che avanza e continua a dettar legge puzzando di polvere e di muffa ci costerà (a noi, cittadini) ancora moltissimo.


I saggi di Napolitano a sigillo di un pessimo settennato
di Peter Gomez
(da “il Fatto Quotidiano”, 31 marzo 2013)

Giorgio Napolitano di peggio non poteva fare. A coronamento di un brutto settennato, che solo una Casta politica e giornalistica sempre più scollegata dalla realtà riesce a continuare a osannare, il futuro ex presidente della Repubblica affida a dieci supposti saggi il compito di concordare un pugno di riforme istituzionali ed economiche.  Tra di loro non ci sono donne e non ci sono giovani. In compenso nell’elenco compaiono cariatidi in politica da 40 anni e dinosauri dell’italica burocrazia.

Ci sono garanti nominati alla testa delle loro Authorithy (Giovanni Pitruzzella) non per la “notoria indipendenza” o per la specifica competenza, ma perché legati da rapporti di amicizia e professionali con l’attuale capogruppo Pdl al Senato, Renato Schifani. Ci sono parlamentari (il leghista Giancarlo Giorgetti) che conoscono le regole dell’omertà da quando hanno ricevuto e poi restituito – senza denunciare nulla – una busta piena di soldi gentilmente portata dall’ex big boss della Banca Popolare di Lodi, Giampiero Fiorani; ex magistrati di sinistra folgorati dalla politica (Luciano Violante) e specializzati nel compromesso opaco alle spalle di elettori e cittadini. Poi, ovviamente, c’è Gaetano Quagliariello, passato con nonchalance dalle file del Partito Radicale ai banchi del Pdl da dove, dopo la morte di Eluana Englaro, dava degli assassini agli avversari.

Insomma, salvo rare eccezioni, la lista dei saggi che dovrebbe portare a un nuovo governo indicando al Paese le quattro o cinque cose importanti da fare nei prossimi mesi, è una perfetta fotografia della classe dirigente, bugiarda, incompetente e voltagabbana, che lo ha affossato.

Questa volta però non basta prendersela con i partiti cattivi. O con il risultato elettorale confuso che obbliga il Parlamento a trovare qualche tipo di accordo. Il responsabile di questo scempio, va detto chiaro, è Giorgio Napolitano: il Capo dello Stato che, se proprio riteneva che la strada dei saggi fosse quella da seguire (cosa che dubitiamo), aveva il dovere di trovare dei nomi diversi. Oppure, e avrebbe fatto bene, avrebbe dovuto dimettersi senza indugio, in modo da far eleggere subito un successore. Un nuovo Presidente che, forte del voto appena ricevuto e del potere di sciogliere le Camere, mettesse immediatamente i partiti davanti all’alternativa: o trovate il modo di dare la fiducia a un governo, o andate a casa.

Ma Napolitano ha deciso altrimenti. E adesso è nudo di fronte a un Paese costretto a poco a poco ad accorgersi della realtà: i risultati politici dei suoi sette anni al Colle di fatto non esistono, quelli istituzionali neppure.

Dietro le spalle di Re Giorgio restano solo una serie di moniti e appelli – dalla riforma elettorale alla situazione delle carceri – sempre inascoltati; la promulgazione, senza tentennamenti, di tutte le leggi ad personam di Berlusconi (dal Lodo Alfano al legittimo impedimento) poi dichiarate incostituzionali dalla Consulta; le risposte stizzite rivolte ai cittadini che subito dopo l’approvazione dello scudo fiscale, gli chiedevano: «Presidente, non firmi, lo faccia per le persone oneste ».

Restano gli interventi a piedi uniti nelle indagini della magistratura e il fallimento dell’operazione Mario Monti, il tecnico che doveva essere il suo successore e che invece gli ha voltato le spalle entrando, con poco successo, direttamente in politica. Dietro Napolitano rimane insomma solo un cumulo di partitocratiche macerie. E adesso l’unica cosa saggia da fare non è affidarsi ai suoi supposti saggi, ma pensare a scegliere un capo dello Stato nuovo che non provenga dalle file dei partiti. Un uomo, o una donna, che conosca l’Italia per davvero e non solo la toponomastica delle stanze e delle segreterie dei Palazzi del Potere.


A conclusione delle consultazioni: la supercazzola
di Antonio Padellaro
(da “il Fatto Quotidiano”, 31 marzo 2013)

Nella repubblica specialista in tavoli, tavolini, comitati e commissioni perditempo era inevitabile che, a conclusione del più inutile giro di consultazioni che si ricordi, il capo dello Stato invece dell’incarico di governo abbia deciso di creare  due bei gruppi di lavoro e di assegnare dieci incarichi ad altrettanti supposti esperti. Essi dovrebbero partorire, in un paio di settimane, quelle presunte riforme economiche e istituzionali con cui da un ventennio la peggiore classe politica dell’orbe terracqueo prende in giro gli italiani.

Intendiamoci, Giorgio Napolitano va capito: giunto all’epilogo del settennato, si ritrova a gestire una crisi politica ingestibile cosicché, stufo di perdere tempo con partiti che già pensano alle prossime elezioni e usano i microfoni del Quirinale per farsi propaganda, ha pensato di mollare la patata bollente al suo successore. C’era solo il problema di arrivare al 15 maggio. Prima ha fatto sapere che se ne sarebbe potuto andare in anticipo: niente di scandaloso trattandosi di poche settimane, ma abbastanza per gettare nel panico bipartisan quei politici che  senza più la copertura di Re Giorgio, per circolare dovrebbero munirsi di giubbotto antiproiettile. Ed ecco i dieci “saggi”, parola che induce al sorriso, trattandosi (salvo un paio di nomi) perlopiù di vecchie cariatidi o di politicanti in disarmo. Spartiti secondo il più rigoroso manuale Cencelli, sembrano fatti apposta per preparare il terreno all’inciucione Pd-Pdl, che l’attuale inquilino del Colle considera come una sorta di premio alla carriera.

Subito da tutte le televisioni si sono levate grida di giubilo da parte di giornalisti convocati all’uopo: uno ha detto addirittura che quella di Napolitano era “una mossa da fuoriclasse”.  Negli osanna si sono naturalmente distinti i leader di cui sopra: adesso, mentre i saggi saggiano, potranno dedicarsi serenamente alla campagna elettorale. Crisi e disoccupazione possono attendere. Una frase di circostanza giunta dal M5S ha fatto andare in un brodo di giuggiole qualche novello esperto: un caso psichiatrico, direbbe Grillo, visto che il movimento ha come scopo dichiarato la distruzione completa dell’attuale sistema dei partiti. Dopo la pausa pasquale vedremo come la supercazzola sarà accolta dai mercati, mentre già in Europa si stenta a credere che con i suoi giganteschi problemi l’Italia continui ad affidarsi al governo Monti, sfiduciato in tutti i sensi. Attenzione, gli italiani sono pazienti, ma se si arrabbiano sono guai.


I saggi dell’inciucio e la salvezza di Berlusconi
di Paolo Flores d’Arcais
(da “MicroMega”, 30 marzo 2013)

Sono le ore 18 e 20 di sabato 30 marzo, lavoravo al computer tenendo aperta una finestra delle news in attesa che dal Quirinale uscissero i nomi annunciati per le due commissioni di “personalità diverse per la loro connotazione”, con cui uscire dallo “stallo” dei veti incrociati. Da pochi minuti avevo anzi messo sul facebook di MicroMega questo breve messaggio:

“La formulazione del Presidente Napolitano sui ‘gruppi’ di ‘personalità diverse per la loro connotazione’ lascia corposi margini di ambiguità, poiché non si capisce se con il plurale “connotazioni” si intendano due aree di opinione, quelle del centro-destra e del centro-sinistra (tradizionale), o anche una terza area, quella della “Altrapolitica”, che si è espressa negli ultimi dieci anni in numerose lotte e iniziative diopinione, e che elettoralmente ha votato larghissimamente per il M5S. Solo i nomi delle commissioni volute da Napolitano ci diranno perciò se esse rispecchiano o meno l’impetuosa volontà di rinnovamento espressa anche dalle urne, o se si tratterà di un escamotage di establishment perché nella sostanza nulla muti”.

Tuttavia, non immaginavo che il mio preoccupato pessimismo fosse travolto da una decisione che lascia sbigottiti per l’improntitudine costituzionale e politica che la informa.
E’ difficile dire se i nomi proposti da Napolitano per le due “commissioni” costituiscano una indecenza o una esplicita provocazione contro milioni e milioni di cittadini che chiedono che si volti pagina.

Si tratta infatti di “commissioni” per l’inciucio più spudorato, non per la soluzione dei problemi del paese. La commissione “istituzionale” vede il sen. Mario Mauro (cioè Monti), il sen. Gaetano Quagliariello (cioè Berlusconi) e il prof. Luciano Violante (che non rappresenta neppure il Pd, ma solo l’ala più becera del Pd). Secondo Napolitano il M5S non fa parte del Parlamento? Una epurazione del genere è al limite del golpismo. Quanto all’unico “intellettuale” o “tecnico”, l’ultima esternazione del professor Onida è avvenuta su Radio popolare, rilanciata prontamente ed entusiasticamente dal Giornale (di Berlusconi) per sostenere che Berlusconi è perfettamente eleggibile (ma pensa un po’). Avevo sostenuto che Napolitano stava disputando a Cossiga il titolo di peggior Presidente della Repubblica, ma è ormai palese che lo ha definitivamente superato.

Quanto alla commissione “economico-sociale” stendiamo un velo pietosissimo, visto che rappresenta un insulto bruciante ai milioni di nuovi poveri, di disoccupati, di precari, di pensionati. Avesse davvero avuto come bussola il bene comune Napolitano non avrebbe potuto esimersi di nominare un grande sociologo come Gallino, e qui invece siamo al punto establishment nel senso più “di classe” del termine.

Spero che una grande ventata di democratica indignazione sia già cominciata a soffiare tra i cittadini italiani che hanno ancora a cuore la Costituzione e i suoi valori di giustizia e libertà.

Sia chiaro, Grillo e Casaleggio hanno fatto malissimo a non proporre loro un nome per la Presidenza del Consiglio, limitandosi a ripetere che “deve dare il governo a noi” (se non fate un nome per il Presidente del Consiglio nessuno può dare al M5S nessun incarico), ma è ormai lapalissiano che Napolitano vuole semplicemente salvare Berlusconi, malgrado in Parlamento vi sia per la prima volta una maggioranza potenziale che potrebbe decretarne l’illeggibilità, liberando il paese dai miasmi di un quasi ventennio di illegalità, rendendo possibile una inedita soluzione governativa e consentendo all’Italia di tornare ad essere credibile in Europa.


Fini, disoccupato e demotivato
di Giulia Romiti
(da “Lettera 43”, 31 marzo 2013)

A Montecarlo non c’è andato davvero. Perché nei giorni scorsi ha preso possesso dell’ufficio che gli spetta di diritto – per 10 anni, con due collaboratori assunti – come past president di Montecitorio, a Palazzo Marini. Una vacanza, però, Gianfranco Fini se la farà di sicuro. «Non ci sono uomini per tutte le stagioni », ripete a tutti gli ex parlamentari amici che incontra.

IL RITIRO DALLA POLITICA. Dopo la batosta elettorale che lo ha escluso dal parlamento, il leader di Fli ha deciso di ritirarsi dalla politica attiva. Assumerà, questo sì, la presidenza della Fondazione della Camera. Non si sa fino a quando, però, visto che l’ente è in via di scioglimento. L’ente è stato creato nel 2002 da Pier Ferdinando Casini per «realizzare una più ampia conoscenza e divulgazione dell’attività della Camera, di promuoverne l’immagine, di favorire e sviluppare il rapporto tra i cittadini e l’istituzione ». Il tutto per il modico costo di 600 mila euro l’anno.
Impegni che evidentemente non bastano all’ex delfino di Berlusconi, colui che ha traghettato il Msi in An prima e nel Pdl poi.

«È DEPRESSO E DEMOTIVATO ». «È depresso, demotivato, parla poco », dice chi lo ha visto. Ha diradato gli impegni, schiva il più possibile i contatti umani ed è arrivato, per farlo, a cambiare alcune sue abitudini, come quella di accompagnare le figlie a scuola o passare dall’edicolante.
Non lo si vede più. E quando compare non dà confidenza.

L’INVITO AI DUE ELETTI. Ha addirittura invitato i due parlamentari eletti con Fli all’estero a «lasciar passare qualche tempo, sedimentare le cose ». Schiantatosi contro la soglia di sbarramento, seppur col misero risultato elettorale Fli ha comunque portato Aldo Di Biagio in Senato e Mario Caruso alla Camera, entrambi nella circoscrizione Estero Europa. Si sono iscritti al gruppo di Scelta civica per Mario Monti.

NIENTE RIMBORSI. I due deputati non sono però serviti a fare ottenere al partito nato dalla scissione del Pdl i rimborsi elettorali, né a conservare una struttura attiva.
Così il quartier generale di Fli, a due passi dalla Camera, ha chiuso. I dipendenti sono alla ricerca di un nuovo posto. Ognuno, a questo punto, fa per sé.
Fini si è limitato a chiedere ai suoi fedelissimi di trovargli un altro spazio, gratis, con un pc e una connessione. Per continuare a lavorare.
L’ex leader, tra tutti, è certamente il più fortunato, in virtù dei suoi 30 anni di parlamento. Montecitorio gli staccherà un assegno di «reinserimento », cioè la liquidazione dei parlamentari, di circa 260 mila euro, e potrà prendersi il vitalizio subito, circa 6.200 euro al mese.

Disertati gli appuntamenti pubblici e silenzio sui social network

Ma è solo sicurezza economica. Non certo una soluzione. Perché, come sosteneva Giulio Andreotti, «il potere logora chi non ce l’ha ».
E Fini logorato lo sembra parecchio. Nelle ultime settimane ha saltato tutti gli appuntamenti pubblici delle ultime settimane: solo una fugace – quanto dovuta – visita alla camera ardente dello scomparso Antonio Manganelli. Niente funerali di Pietro Mennea. Ha rifiutato gli inviti alle trasmissioni tivù e radiofoniche. La sua scelta di farsi da parte è testimoniata anche dal suo silenzio sui social network.

L’IDEA DI FORMARE UN NUOVO PARTITO. Le sue ultime parole, a caldo, dopo la sconfitta elettorale sono state: «Se amare l’Italia ha un costo ma ne vale comunque la pena, non rientrare in parlamento non è un motivo sufficiente per desistere dal tentativo di rappresentare da destra un’Italia mille miglia lontana dal berlusconismo e dal grillismo ». La dichiarazione si concludeva così: «Con gli amici di Futuro e libertà valuteremo come dar vita ad una nuova stagione di impegno politico ».
Poi, però, deve avere cambiato idea. Di «amici », del resto, ne sono rimasti davvero pochi, quelli attivi almeno. E l’assenza di strutture non aiuta a fare rete.

BOCCHINO E GRANATA SCOMPARSI. Italo Bocchino pare abbia ripiegato sulla Campania, è scomparso da Twitter e dagli organi di stampa dal 7 marzo scorso. Peggio Fabio Granata, altra ex punta di diamante di Fli, muto dal 25 febbraio, il giorno delle elezioni. Si sta muovendo, dicono, con una nuova iniziativa politica: il 6 aprile, a Roma, Granata convocherà gli ex militanti di Fli e tenterà di lanciare un nuovo soggetto politico. Fini, però, non sarà della partita.
Scomparso dalla Rete anche Carmelo Briguglio, che sarebbe tornato nella sua Sicilia.

MENIA, VITA SU TWITTER. L’unico dei colonnelli rimasto in attività sulla Rete è Roberto Menia: commenta i più importanti fatti politici del giorno, condendo I 140 caratteri consentiti con dure frasi antiberlusconiane.
BONGIORNO TORNA ALLO STUDIO. L’ex capogruppo Benedetto della Vedova, eletto al Senato con la lista Monti, là resta; mentre l’ex presidente della Commissione Giustizia di Montecitorio, Giulia Bongiorno, è tornata ad occuparsi del suo studio (e di Raffaele Sollecito, suo assistito, visto che la Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione nel processo che lo vede imputato con Amanda Knox per l’omicidio di Meredith Kerchner) e dell’associazione contro lo stalking fondata insieme con Michelle Hunziker, Doppia Difesa.
Nessuno di loro si è stupito che Silvio Berlusconi, dal palco della manifestazione di Piazza del Popolo di sabato 23 marzo, abbia rivendicato la «disoccupazione » del presidente uscente della Camera come un suo successo personale, sollecitando i manifestanti a mandare un «caro saluto » all’ex leader di Fli, un tempo suo numero due.

IL BUSINESS DI TULLIANI NON DECOLLA. Tutto fermo, per ora. Anche il business della compagna del presidente, Elisabetta Tulliani, sembra a un punto di stallo.
In piena campagna elettorale, il 18 gennaio, Tulliani aveva partecipato a Pitti Bambino, presentato la sua linea di abbigliamento Dandyl’En fondata insieme con l’attrice Nicoletta Romanoff, prodotta da un candidato mancato della lista Monti, Mario Totaro.
«Vendiamo bene all’estero, soprattutto Russia e Medio Oriente, ma vogliamo mettere radici anche in Italia », disse la signora Elisabetta.
Ma il sito resta «under construction », e i like su Facebook sono soltanto 149.


Su twitter Filippo Facci ci fa conoscere questa foto di una giovane Merkel nuda.


Letto 2757 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart