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LETTERATURA: Pesci d’aeroporto di Angelika Overath – Keller editore

31 Marzo 2013

di Francesco Improta
(dal “Corriere Nazionale“)

La scena conclusiva di Nostalghia di Andrej Tarkovskij, ricordata all’ini ­zio con dovizia di particolari e alcuni versi di La terra desolata di Thomas Stearns Eliot offrono anche al lettore più distratto la chiave di compren ­sione dell’ultimo romanzo di Angelika Overath, Pesci d’aeroporto. La storia, ambientata in un aeroporto, luogo simbolo della nostra precarietà e solitudine esistenziale, ruota intorno a tre personaggi e si svolge nel breve giro di poche ore. Elis, la protagonista femminile, fotografa freelance è in piena crisi professionale: l’equipaggiamento che si porta dietro – macchine fotografiche, obiettivi, filtri e rollini – comincia a pesarle, le fotografie scattate le appaiono confuse, prive di significato e comunque non le comu ­nicano più vere emozioni. Lei che era capace di indossare la luce e non solo per esigenze di lavoro, ora brancola nel buio. La sua stessa vita sen ­timentale risulta fallimentare; Elis, infatti, non è riuscita a riscattare né a compensare il senso di perdita conseguente alla fine della sua storia con un pilota eppure dei sentimenti provati rimane solo una labile traccia, un’om ­bra forse perché più che di progetti la sua vita è fatta solo di traiettorie. Ed è questo probabilmente che la rende consapevole del vuoto della sua vita. Non diversamente dall’anonimo signore, un affermato biochimico, che nell’area riservata ai fumatori, cerca di affogare nell’alcool e nel fumo, ripreso dopo un lungo periodo di astinenza, il fallimento del suo matri ­monio trentennale, convinto com’è, o come vuol credere, che non siano il fumo e l’alcool a danneggiare la salute bensì la vita stessa. Fedele in maniera maniacale alla religione del lavoro, officiata con convinzione e assiduità, aveva ritenuto che il matrimonio non fosse un progetto a cui dedicare le proprie energie psico-fisiche, ma una semplice cornice per il suo successo professionale e per la sua affermazione sociale ed aveva finito col trascurare la moglie che non a caso lo aveva abbandonato. Ora, in quell’aria, pesante e densa di fumo, spera di sentirsi avvolto nell’ab ­braccio scuro di uno spazio chiuso e protettivo. Il terzo personaggio, pro ­babilmente il più importante perché sarà lui alla fine ad operare il “miracolo”, è Tobias, l’uomo che si prende cura con dedizione e premura paterna dei pesci che nuotano nell’acquario, intorno al quale si svolge la vita frenetica dell’aeroporto. Tobias che da anni svolge questo lavoro con professionalità ed amore è ormai entrato in simbiosi con questo mondo acquatico e guarda le cose e le persone attraverso i vetri dell’acquario. La sua è una forma di difesa dalla vita, un modo per non lasciarsi coinvolgere, per rimanere alla finestra, in uno spazio chiuso e rassicurante. Tutto in ­torno la vita scorre: una madre che vuole essere fotografata con il figlio da un padre recalcitrante ed annoiato: due vecchi sgualciti di sesso indefinito, persone che si sfiorano senza parlare, rumori metallici, voci amplificate dagli altoparlanti, musiche che passano sulla testa di un’umanità tanto in ­daffarata quanto distratta e indifferente, carte, giornali, bottigliette abban ­donate. Un mare di persone e di oggetti inutili che Tobias vede filtrati attraverso i vetri, eppure in questo mare di solitudine, di abbandono e di indifferenza sembra che in seguito all’incontro tra Elis e Tobias si possa accendere una fiammella o quanto meno un barlume di speranza, che qual ­cosa sia pure faticosamente possa nascere: un tenero amore, una nuova vi ­sione del mondo e delle cose o altro ancora? Ai lettori il piacere della sco ­perta. Non ci sono spiegazioni, né snodi narrativi, solo il rincorrersi di sen ­sazioni, memorie, lunghe e lente riflessioni che contribuiscono a creare un’atmosfera che finisce col pesare come una cappa sul terminal aero ­portuale di una non meglio identificata città. La Overath si rivela ancora una volta abile tessitrice di storie in cui situazioni contingenti e individuali rispecchiano condizioni esistenziali universali.

Fredda, lucida e tagliente, come la lama di un bisturi, la scrittura che si av ­vale di termini tecnici e scientifici e di citazioni letterarie e cinematogra ­fiche senza alterare il registro linguistico che rimane piano, scorrevole e godibile.


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Bart