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«Matrimonio nell’interesse del Paese. Il governo non è legato ai processi »

19 Maggio 2013

di Aldo Cazzullo
(dal Corriere della Sera”, 19 maggio 2013)

Ministro Alfano, il governo ha avuto una partenza difficile. Una grana a settimana: l’Imu, Brescia, la giustizia, la legge elettorale…
«Questo è il governo che nessuno si aspettava prima del voto. Ed è il governo che solo Silvio Berlusconi aveva pensato fosse quello giusto dopo il voto. Ci sono voluti due mesi, ma alla fine l’Italia ha avuto un governo. È chiaro che il governo non vive della solidarietà delle forze politiche che lo compongono; vive della comune volontà di realizzare il programma. Il destino del governo è legato al destino del programma ».

Questo significa che il governo non ha limiti temporali? Può essere un governo di legislatura?
«Non bisogna farsi illusioni, ma non bisogna deprimersi. Piedi per terra e sguardo rivolto al futuro: non dobbiamo aumentare l’Iva, dobbiamo detassare l’assunzione dei giovani per incentivare gli imprenditori a fare occupazione, semplificare la burocrazia, riaffermare che essere proprietari di una casa non è una colpa. Lo scopo che realmente sorregge tutto è tirare fuori l’Italia dalla crisi economica. L’obiettivo ultimo è tirarci fuori dal guaio in cui una serie di scelte sbagliate anche di politica economica ci ha cacciati ».

Si riferisce a Monti?
«Non è il tempo delle lamentazioni. È il tempo di pensare al futuro e di come regalare ai nostri figli giorni migliori di questi ».

Scusi, il governo appare già in bilico, e lei pensa ai figli, al futuro remoto?
«Sì, proprio ai nostri figli. Sa qual è una considerazione che ho fatto? Che i miei due figli Cristiano e Federico sono coetanei dei figli di Enrico Letta e delle nipoti di Anna Maria Cancellieri. Nunzia De Girolamo ha una bambina piccola. Al Quirinale ho visto i ragazzi di Josefa Idem. Una caratteristica di questo governo è che tutti hanno dei bambini in casa. Se questo governo dice di voler regalare giorni migliori ai propri figli non è una metafora, non è un’immagine letteraria; è esattamente l’idea di un’Italia che pensa al futuro, con lo sguardo di un padre che lo vorrebbe regalare bellissimo ai propri figli ».

Nel frattempo avete cominciato a litigare sulla giustizia e sul Porcellum.
«Il primo Consiglio dei ministri non l’abbiamo dedicato alla giustizia e neanche alla legge elettorale, ma all’economia e alla sobrietà della politica. Chi vuol fare il ministro lo fa gratis. I lavoratori in difficoltà sono aiutati con la cassa integrazione guadagni. Alle famiglie viene detto con chiarezza che supereremo la tassazione sulla casa. Devo riconoscere una perfetta corrispondenza tra il discorso di Enrico Letta che ha avuto la fiducia delle Camere e quello che è stato fatto nel primo Consiglio dei ministri operativo ».

Vale a dire?
«È stato chiaro lo scarto tra le polemiche sui giornali e l’azione del governo. I giornali si sono occupati di una cosa, i partiti hanno litigato su altre cose, il governo ha preso decisioni che servono a tirare fuori l’Italia dalla crisi e altre ne deve prendere. È evidente che questo governo è stato accolto con favore dall’opinione pubblica, che chiede provvedimenti che aiutino le famiglie e i lavoratori in difficoltà, e con la grande diffidenza, se non con l’ostilità, di quello che chiamerei il “comparto dell’indotto del conflitto” ».

Chi c’è dietro “l’indotto del conflitto”?
«È un comparto trasversale tra politica, economia e giornalismo, che dal conflitto trae lucro. Pensi a certi giornali “rosiconi” che, di fronte ai dati positivi della Borsa, additano solo i buoni risultati del gruppo fondato da Berlusconi. Pensi all’enorme letteratura antiberlusconiana, che perde appeal nel momento in cui la sinistra fa l’accordo con lui ».

Lasci stare i giornali. In realtà la sinistra è in grande sofferenza, proprio per l’accordo con Berlusconi.
«Anche il nostro elettorato non ama la sinistra. Né sarebbe veritiero, sebbene romantico, definire questo come un matrimonio d’amore. È un matrimonio d’interesse: la cosa bella è che l’interesse non è quello degli sposi, delle parti, ma quello del Paese. Finché i coniugi avranno la percezione di fare l’interesse del Paese, e il Paese condividerà questa percezione, allora il governo andrà avanti. Per questo occorre tenere al centro la questione economica, che è la ragione più profonda dell’accordo ».

Siete soddisfatti del compromesso sull’Imu?
«Le esclusioni in riferimento al blocco dell’Imu coincidono con quelle del 2008, quando fu eliminata l’Ici. Mi sento portatore di un fortunato e singolare record: al primo Consiglio dei ministri operativo della scorsa legislatura facevo parte del governo che tolse l’Ici; ora, con una coalizione molto differente, il primo Consiglio dei ministri segna il blocco dell’Imu. Senza considerare il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, e il riconoscimento del principio che i debiti fiscali dei privati e i loro crediti siano compensabili ».

In effetti lei è l’unico a essere stato ministro sia nel governo Berlusconi sia ora. È anche vicepresidente del Consiglio e segretario del Pdl. Non è un po’ troppo?
«Io sono vicepresidente in quanto segretario del Popolo della libertà. E sono segretario di un partito che ha il suo leader, che è Silvio Berlusconi. Una leadership forte, vitale e indiscussa ».

Appunto. Il “matrimonio d’interesse” ha un suocero ingombrante. Non c’è il rischio che lei e i suoi combattiate una battaglia al governo e fuori Berlusconi e i suoi combattano la loro battaglia, contro la magistratura e non solo?
«La battaglia nostra al governo è la battaglia per fare uscire l’Italia dalla crisi. E il governo nasce per la tenace volontà di Silvio Berlusconi di farlo nascere. Quindi nasce grazie a Berlusconi, non nonostante Berlusconi. Altro che suocero ».

Questo significa che la sorte del governo non è legata alle sentenze dei suoi processi?
«È così. Gli interessi a confondere le acque sono stati tali da non aver valorizzato un concetto molto chiaro e molto forte espresso proprio da Silvio Berlusconi: nessun fallo di reazione sulle vicende giudiziarie. Del resto ci sarà un motivo per cui l’opinione pubblica sta premiando il suo atteggiamento responsabile, “pro patria”… »

Sulle intercettazioni come finirà?
«Lei parla con chi ha dato il nome a un tentativo di riforma, ma qui siamo in presenza di una situazione molto chiara: ci sono iniziative e leggi, in ogni ambito, che solamente un governo di centrodestra potrebbe portare avanti. E ci sono iniziative e leggi che potrebbe portare avanti solamente un governo di centrosinistra. La conseguenza è che questo Parlamento e questo governo non faranno ciò che solo il centrodestra potrebbe fare, né ciò che solo il centrosinistra potrebbe fare… ».

Quindi niente stretta sulle intercettazioni da una parte, niente “ius soli” e unioni di fatto dall’altra?
«…Per fare ciò che ciascuna parte vorrebbe fare, occorrerà attendere le prossime elezioni. Chi vincerà, realizzerà il proprio specifico programma, quello che esprime la propria identità in ogni ambito. Adesso invece si potrà fare solamente ciò che il centrodestra e il centrosinistra sono capaci di condividere ».

Ma come si può cancellare dall’agenda di governo un tema decisivo come quello della giustizia?
«Ho grande considerazione e rispetto per Annamaria Cancellieri. Sarà lei a individuare ciò che in materia di giustizia può essere condiviso dal Pdl, dal Pd e da Scelta civica ».

È vero che siete disposti a cambiare l’attuale legge elettorale solo accanto a una riforma presidenzialista?
«Noi non abbiamo una posizione che dipenda dalle nostre utilità. Il Mattarellum, basato sui collegi uninominali, è stato usato tre volte: due volte, nel ’94 e nel 2001, abbiamo vinto noi. Anche l’attuale sistema è stato usato tre volte: nel 2006 hanno vinto loro, nel 2008 noi, la terza volta è questa… Non c’è un sistema che ci fa vincere e uno che ci fa perdere. Il sistema elettorale serve a contare i voti; se non hai i voti, non vinci. È evidente che adesso sarebbe sbagliato trovare la soluzione definitiva sulla legge elettorale. Se si va a Parigi, trovi semipresidenzialismo e doppio turno. A Berlino trovi il cancellierato e il proporzionale ».

Voi quale sistema preferite?
«La nostra posizione è quella consolidata dal voto al Senato nella primavera scorsa: elezione diretta da parte dei cittadini del presidente della Repubblica; disponibilità ad approvare una legge con il doppio turno di collegio. Sto leggendo il libro di Veltroni e vedo che su questo punto la pensiamo allo stesso modo ».

Com’è andato il litigio con Letta nel viaggio verso il convento?
«Guardi, con Letta ci conosciamo da più di vent’anni, ma abbiamo sempre militato su fronti diversi. Veniamo da due diverse metà campo e questo è emerso spesso, l’ultima volta a Spineto. È possibile che riemerga in futuro ».

E di Renzi cosa pensa?
«Abbiamo collaborato sul tribunale di Firenze quand’ero ministro della Giustizia. Ma mi pare evidente che stia giocando una partita sempre più dentro la sinistra italiana, per assumerne la leadership ».

Con Letta state litigando anche sulla scelta del capo della polizia?
«La decisione è imminente e di certo non deve avere la spillina di partito appuntata al petto. Spero verrà fuori la scelta migliore per il nostro Paese. È chiaro che la prima richiesta che farò al prossimo capo della polizia sarà catturare Matteo Messina Denaro ».

Lei ora è al Viminale e deve battersi contro le mafie che gravano sul Sud e si infiltrano al Nord.
«Lei mi sta intervistando nel giorno del compleanno di Giovanni Falcone. Stamattina (ieri, nda ) ho dedicato un pensiero di gratitudine a lui. Credo che chi milita nelle istituzioni, e soprattutto in ministeri delicati, debba sempre sforzarsi di onorare la memoria dei tanti eroi che famosi o no hanno dedicato la propria vita e il proprio sangue alla nostra Italia. Ci sono anche eroi che nessuno conosce. Giovedì alla festa della polizia ho visto più di un bambino accanto alla propria mamma ritirare la medaglia del padre poliziotto che non c’è più, dopo aver salvato altre vite dagli esiti di un catastrofico incidente stradale o vittime innocenti da un rapinatore. Un bambino ha salutato mio figlio e mi si è stretto il cuore. Quei bambini devono sempre sapere che il loro papà è morto per un qualcosa di grande, per un qualcosa di giusto. E noi dobbiamo essere capaci di onorarne la memoria ».


La proposta rivoluzionaria di Hollande all’Europa
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 19 maggio 2013)

Riformisti o rivoluzionari? Questa domanda sta al centro del problema italiano ed europeo, ma può essere declinata in molti altri modi. Per esempio: socialisti o liberali? Progressisti o moderati? Di destra o di sinistra? Innovatori o conservatori? Sostenitori dei diritti o anche dei doveri?

Spaccare la società in due è quasi sempre una semplificazione e semplificare i problemi complessi è quasi sempre un errore. Senza dire che bisogna analizzare con attenzione il significato delle parole. Se restiamo alla prima domanda che tutte le riassume, arriviamo alla conclusione che spesso una riforma fatta come le condizioni concrete richiedono può rappresentare una svolta radicale e quindi una rivoluzione; mentre accade altrettanto spesso che una rivoluzione che abbatta tutta l’architettura sociale preesistente spesso sbocca nel suo contrario, cioè in una dittatura.

Ma applichiamo questa griglia di domande all’Europa di oggi e all’Italia chiamando in soccorso anche qualche esperienza storica che possa aiutarci a capire il presente col ricordo di un passato analogo e quindi attuale.

La moneta unica europea è stata una riforma rivoluzionaria: ha reso impossibili le svalutazioni delle monete nazionali come strumento di competitività, ha unificato il tasso del cambio estero per una popolazione di oltre 300 milioni di persone, ha consentito un mercato libero per le persone, le merci e i capitali.

Un’altra riforma rivoluzionaria è stata quella del servizio sanitario nazionale. Un’altra ancora quella della scuola dell’obbligo. Una quarta il divieto di licenziamento senza giusta causa, una quinta il riconoscimento di pari diritti tra uomo e donna, una sesta quella delle pari opportunità e cioè della lotta contro le diseguaglianze nelle posizioni di partenza. Infine ultima della serie la tutela della libera concorrenza sul mercato degli scambi economici.

È pur vero che alcune di queste conquiste, tutte avvenute nel mezzo secolo trascorso dopo la fine della guerra, sono state in parte vanificate o deformate da interessi precostituiti che ne hanno impedito o limitato la piena realizzazione. Ed è altrettanto vero che nuove esigenze, nuovi bisogni e nuove tecnologie sono nel frattempo emersi rendendo necessari ulteriori mutamenti che spesso sono mancati. La necessità di una continua manutenzione e di mutamenti successivi è una dinamica indispensabile senza la quale le riforme effettuate si trasformano in uno stato di fatto che non progredisce ma invecchia. Il riformismo correttamente inteso coincide con l’innovazione, se diventa consuetudine cessa di esistere.

Purtroppo l’Europa e gli Stati che ne fanno parte versano in questa condizione. Il dinamismo delle riforme è cessato da almeno 20 anni e forse più. Perciò molti invocano la rivoluzione e rimproverano i riformisti di essersi addormentati. Ma che cos’è la rivoluzione quando è sganciata dal riformismo ed anzi gli si oppone?

* * *

La rivoluzione che si oppone al riformismo di solito si ispira all’utopia. I rivoluzionari utopisti si propongono la distruzione dell’esistente, non il suo ammodernamento. Perciò usano il “senza se e senza ma” e dicono di no a tutto. Nove volte su dieci finiscono in una dittatura.

Nel suo libro appena uscito col titolo “E se noi domani – L’Italia e la sinistra che vorrei” Walter Veltroni ricorda e concorda su una frase che Piero Calamandrei pronunciò in un ampio discorso da lui tenuto all’Assemblea costituente il 5 settembre 1946. La frase è questa: “Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dall’impossibilità di governare dei governi democratici”.

Veltroni ricorda anche che l’ultimo governo democratico governante fu quello dell’Ulivo presieduto da Romano Prodi dal ’96 al ’98. Dopo di allora i governi arrancarono e dal 2001 al novembre del 2011 furono gestiti dal populismo berlusconiano con la breve parentesi del biennio prodiano 2006-2008 che registrò il penoso spettacolo d’una coalizione che andava da Mastella a Bertinotti e un solo voto di maggioranza al Senato.
Per fortuna – aggiunge Veltroni – si susseguirono al Quirinale Scalfaro, Ciampi e Napolitano che sono stati i migliori presidenti della Repubblica che l’Italia abbia avuto ed hanno supplito alle terribili carenze del sistema.
Concordo pienamente con questi giudizi e con la necessità d’un profondo mutamento dei partiti e della società. Siamo percossi da una terribile crisi economica e sociale e in Italia ma anche in Europa da uno smarrimento della pubblica opinione. E siamo schiacciati da due populismi contrapposti e dalla crisi profonda del partito che ha la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e quella relativa al Senato, ma non è in grado di risollevarsi dalla crisi che l’ha atterrato.

Quanto all’Europa, versa anch’essa in condizioni che dire drammatiche è dir poco: una marea di disoccupati, una recessione che ha colpito quasi tutti i Paesi che la compongono, una politica economica profondamente sbagliata, una politica bancaria in fase di stallo, una lentezza decisionale che aggrava i malanni e vanifica le incerte terapie.

Questa è la situazione. Ci sono speranze di riportarla sulla giusta rotta?

* * *

La speranza (lo dico con le parole di Calamandrei) è un governo che governi e che duri. Quello di Enrico Letta è nato per necessità e si regge su una maggioranza anomala e rissosa ma, allo stato dei fatti, senza alternative. Grillo non è un’alternativa e i suoi voti, quand’anche saltassero ancora in avanti (ma i sondaggi attuali lo danno al 23 per cento) da soli non bastano. Dal bacino elettorale di Berlusconi non succhia più, anzi sta avvenendo il contrario: è Berlusconi che si sta riprendendo i voti dei delusi che erano emigrati dal Pdl verso l’astensione o verso Grillo.

I cinque stelle continuano invece ad affascinare i giovani di sinistra, i delusi del Pd, i sognatori della palingenesi, quelli che sono rimasti schifati dall’apparato chiuso e correntizio d’un partito che nel 2008 si era presentato come una sorta di partito d’azione moderno, aperto, che avrebbe dovuto plasmare una società civile forte e porsi al suo servizio.

Su questi delusi i cinque stelle esercitano la loro tentazione che però ha un punto debole: non esprimono nulla che sia di sinistra, né di quella tradizionale né di quella che pensa in termini di cultura moderna. Ce ne sono ancora nel Pd e molti, ma non pare che abbiano voce o almeno non abbastanza, capace di rovesciare gli equilibri malsani che ancora dominano quel partito.

Un Pd moderato non corrisponde alla sua genesi e soprattutto non riempirebbe alcun vuoto, al contrario ne aprirebbe uno a sinistra con conseguenze letali nel quadro italiano ed europeo.

Il Pd può avere, dovrebbe avere, i voti dei liberali, che non sono affatto moderati nel senso conservatore del termine. Nelle democrazie mature i liberali sono sempre stati alleati della sinistra riformatrice, è sempre stato così dovunque, in Inghilterra, in Usa, in Francia, in Germania, in Spagna. Ed anche in Italia, nei rari momenti di democrazia vincente. Rari, perché una parte rilevante di italiani non ama lo Stato, lo considera estraneo se non addirittura nemico e soggiace alle lusinghe della demagogia e del populismo. Predomina in loro un elemento anarcoide ed un’indifferenza verso la politica che porta inevitabilmente verso forme a volte nascoste e a volte palesi di dittatura.

Questo è il dramma italiano, un risvolto del quale, certamente non marginale, estende l’antipatia verso lo Stato nazionale ad un’analoga antipatia verso l’ipotesi di uno Stato europeo. Da questo punto di vista il populismo berlusconiano coincide con il populismo grillino: lo Stato italiano, per quel che poco che esiste, dev’essere raso al suolo e lo Stato federale europeo non deve nascere. Quel tanto che esiste dell’uno e dell’altro dev’essere completamente abbattuto. Poi, sulle loro ceneri, si potrà forse edificare il nuovo. Ma se li interroghi sul come distruggerli e come ricostruirli, riceverai come risposta una scrollata di spalle e un generico “si vedrà”.

* * *

Non è così che si costruisce il futuro dell’Europa e quello dell’Italia che le è strettamente legato. Da questo punto di vista giovedì scorso è avvenuto un fatto nuovo di straordinaria importanza: il presidente francese Hollande per la prima volta nella storia politica della Francia ha abbandonato la posizione tradizionale del suo paese di scetticismo e di ostile distacco verso un’Europa federata ed ha chiesto in modo perentorio la nascita entro il 2015 d’un governo unitario europeo con un bilancio comune, un debito pubblico sovrano comune, una politica economica, estera e di difesa comuni, un sistema bancario ed una Banca centrale con i poteri di tutte le Banche centrali dei paesi sovrani.

Non era mai accaduto prima, la Francia era anzi vista come un ostacolo insuperabile a questa evoluzione, imposta ormai dall’esistenza d’una società mondiale globale. Il progetto di Hollande prevede anche l’elezione del presidente dell’Europa col voto diretto dell’intero popolo europeo.

Il governo spagnolo si è già dichiarato pronto a sostenere la proposta francese. Il nostro presidente del Consiglio Enrico Letta aveva anch’egli sostenuto per primo questa necessità ma non aveva fissato date. Hollande ha rotto gli indugi: due anni di tempo e se gli altri paesi europei (la Germania soprattutto perché a lei è rivolto il messaggio di Hollande) non saranno d’accordo, la Francia andrà avanti con chi ci sta.
I partiti italiani finora non si sono fatti sentire; i giornali hanno riportato la notizia ma senza rilevarne la novità e la fondamentale importanza. Questa sì, sarebbe una rivoluzione: un governo ed un presidente eletto di uno Stato europeo fra due anni. Le elezioni tedesche che avranno luogo in autunno dovranno cimentarsi soprattutto su questo tema e così pure quelle italiane quando avverranno e le elezioni europee che si svolgeranno interamente su questi temi. La messa in comune dei debiti sovrani nazionali fu, non a caso, il primo passo della Confederazione americana verso la Federazione.

Il futuro si può costruire soltanto così e soltanto così può rinascere la speranza nel cuore degli europei e degli italiani.


Ruby è proprio come Audrey, usa il sorriso in cerca di riscatto
di Vittorio Macioce
(da “il Giornale”, 19 maggio 2013)

Chissà se Ilda Boccassini ha mai letto o visto Colazione da Tiffany. Probabile. È bella Holly. È l’archetipo dell’eleganza femminile. Sempre. Quando cammina a piedi nudi appena sveglia, quando sbadiglia, perfino quando va in giro troppo brilla il sabato sera.

Holly ha un gatto nero svampito con un collier di diamanti sul collo. È capricciosa, certo, ma le perdoni tutto. E poi ha il volto di Audrey Hepburn, e quando canta Moon River alla finestra potresti anche morire. Miss Holly Golightly è il modello che molte ragazze, dal 1958, hanno cercato di imitare. C’è qualcosa però che mettiamo sempre da parte. Anche se è lì, chiaro, sbattuto in faccia e lo scrive Truman Capote senza pudori, come faceva lui, perché la vita è vita, e non riesce a nasconderlo neppure Blake Edwards nel film, che pure più di qualcosa sfuma, per esempio gli amori saffici. Andate a vedere cosa si nasconde sotto gli occhiali scuri di Holly, scrutate cosa c’è oltre lo sguardo da cerbiatto di Audrey Hepburn e ci trovate il volto sfatto di certe notti senza fine, ci trovate una ragazza cinica e furba in fuga dalla provincia, e la paura di una vita randagia, e la voglia di dare scacco al destino per quelle carte sbagliate pescate all’inizio del gioco. E la voglia di sicurezza, quella che arriva solo dai soldi e il lusso e i gioielli e a ramengo tutto il resto, costi quel che costi. La verità? Sotto gli occhiali di Holly c’è Ruby Rubacuori.

Non lasciatevi ingannare dalla musica di Moon River. Ruby e Holly sono la stessa persona. Impossibile? Andate oltre. Holly spara cavolate, spesso. «È una matta autentica. E sai perché? Perché Holly è convinta di tutte le idiozie che afferma ». Holly porta a spasso un nome che non è suo. Lula Mae sta a Holly come Karima El Mahroug sta a Ruby. Holly è furba, di quella furbizia che solo le comari del paesino, le stesse di Bocca di Rosa, possono definire «orientale ».

Holly non ha scrupoli. Non si affeziona. È randagia. «Qualche volta è bello essere presa per una balorda ». Holly vuole solo dimenticare l’odore del posto da cui viene ed è per questo che sorride ai miliardari. Non vuole essere un modello per nessuno. E non lo è. Perché bisogna guardare il mondo con i suoi occhi, pensare che il tempo corre e quelle come lei non hanno voglia di aspettare e allora cercano la strada breve, la scorciatoia, ed è una storia antica. Non è solo per i gioielli o per fare colazione da Tiffany. È per riscattarsi e guadagnarsi la sicurezza che il destino non sempre ti offre al primo colpo. «Certe luci della ribalta rovinano la carnagione, a una ragazza ».

Ci sono altre strade. Ma chi siamo noi per condannare Holly e le sue paure? No, dottoressa Boccassini, l’idea di fare in fretta non è un’invenzione di troppe giovani delle ultime generazioni. Vada a rileggersi Capote. Il mondo non è cambiato vent’anni fa. Quelle ragazze disposte a tutto pur di andare in televisione non sono una malattia di questo secolo. Capote quando ha scritto il romanzo aveva in mente un’altra attrice, dalla sensualità più forte, sfacciata, ancora più fragile magari, anche lei con un altro nome all’anagrafe: Norma Jean, o se preferisce Marilyn Monroe. La ragazza di Los Angeles che per fare pochi metri ed arrivare a Hollywood ha fatto tappa negli uffici di troppi produttori. La finta bionda di Happy birthday Mr. President. Così forse il paragone è più chiaro. O a fare la differenza sono solo le forme, più o meno eleganti, nel tubino?

L’intuizione di Holly come Ruby è di Gaetano Cappelli, uno scrittore raffinato, che conosce quell’America poi non così lontana da quella di Capote, e sa quanto dista certe volte il mondo dalla Basilicata. Quelle come Holly, come Marilyn, come Ruby cercano un taxi di soldi e potere. Ma chissà cosa cerca invece il tassista? Il miliardario, il presidente. Fuggono anche loro, spesso dalla solitudine. Quella che ti prende quando resti solo a casa la sera e non hai uno straccio di amico con cui confidarti. Fuggono dall’ultimo fallimento sentimentale, quello che ti spezza per sempre, con tutte le croci, di moglie, amiche e amanti. È quello che spiega Richard Gere a Julia Roberts in Pretty Woman. È magari il pensiero del principe mentre guarda sul trono nudo la scarpetta di Cenerentola. Lei vuole la favola, lui una donna a cui regalarla. Non è solo una questione di sesso. È avere una ragazza di cui preoccuparsi, «un diamante allo stato grezzo ». È così che l’affarista Edward Lewis (Richard Gere) definisce Vivian. Vivian arguta e con i piedi per terra: «Non stiamo insieme. Lo uso solo per il sesso ».

Ricordate cosa canta Holly alla finestra? È lì che abbandona il disincanto e parla dei suoi sogni. «Moon River… due sponde per uscire e vedere il mondo. Abbiamo passato la stessa fine dell’arcobaleno. Sognatore, rubacuori, dovunque tu stia andando io verrò per la tua strada ». Lei e il suo vero nome. Holly e Lula. Come Karima e Ruby. Ruby rubacuori.


Mercoledì 15 e giovedì 16 maggio mi trovavo nel bel paese friuliano, San Vito al Tagliamento, e ho respirato subito un’aria incantata. Pareva d’essere in un paese da favola, pulito ordinato, con una umanità accogliente e affabile, lontana dal chiasso e dai vizi della vita moderna. Ho pensato subito a Carlo Sgorlon, uno dei miei narratori preferiti, nato non molto distante, a Cassacco, i cui romanzi ricordano tali atmosfere quasi irreali, rpovenienti da oltre i misteriosi confini della Terra. Tornato a casa, ho cercato qualcuno che lo ricordasse e ho trovato questo bell’articolo di Luca Negri, scritto su “L’Opinione”, a poco meno di un anno dalla sua scomparsa, avvenuta il giorno di Natale del 2009.

Carlo Sgorlon, la fierezza e l’orgoglio di essere un conservatore
di Luca Negri
19 Dicembre 2010

Carlo Sgorlon se n’è andato da un anno. Ha lasciato alla terra le sue spoglie mortali il 25 dicembre 2009, e a chi lo ha conosciuto ed amato è sembrata cosa molto armonica che il giorno della dipartita fosse quello di Natale. Lo scrittore forse più votato al senso del sacro fra i contemporanei, moriva proprio nel giorno della nascita di Gesù Cristo.

Eppure non osava definirsi cattolico e nemmeno cristiano, poiché “non sono religioni per uomini comuni, ma per santi”. Ammetteva però che la sua vita e la sua opera vivevano “per intero nell’ambito della cultura e dell’etica cristiane”; con qualche fuga nella teosofia e pronte all’incanto politeista, però. Forse più che un cristiano, era un pagano che credeva in Cristo, come diceva di sé il filosofo colombiano Gí³mez Dávila.

Non apparve strano che Elio Vittorini, prima fascista e poi comunista, bocciò i libri di Sgorlon, perché vi percepiva “il piangere la morte di Dio”. Erano romanzi nei quali si cercava di riconsacrare il mondo, si raccontavano vite terrestri scandite dai ritmi naturali delle stagioni e non da quelli della trionfante società industriale. Opere debitrici delle leggende contadine quanto delle letture di Kafka, Mann, Borges, Elsa Morante e Buzzati; sostenute dall’esperienza di vita a contatto con la sua terra madre friulana come dalle meditazioni di Elémire Zolla, Mircea Eliade, Carl Gustav Jung. Grandi narrazioni vergate nel solco della Bibbia, che Sgorlon sentiva scorrere nel sangue di credenti e non credenti, e sempre pervase da un’atmosfera da fiaba.

Era nato nel 1930 in provincia di Udine, là “dove il Friuli si venetizza”, in un “lembo di estrema periferia dell’Italia”, luogo già profetico per la sua condizione di solitario ed anarchico, del tutto estraneo agli ambienti egemoni nel mondo culturale degli anni Sessanta e Settanta. Non andava assolutamente d’accordo con la neo-avanguardia di Sanguineti e Balestrini. Per lui lo scrivere non doveva ridursi a sperimentalismi chiusi alla comunicazione con l’altro, si considerava un narratore, un artigiano del racconto che voleva produrre atti “d’amore e di pietà nei confronti degli uomini, non certo di guerra verso la letteratura precedente”. Convinto che per essere originali occorresse tornare alle origini, era alieno al “culto del divenire” e del progresso e amava quello che resta oltre il cammino della Storia, ciò che dura: archetipi, etica ed epica, miti, fiabe, saghe.

E proprio non poteva ritrovarsi nell’esistenzialismo con la nausea indotta degli anni ‘50, nel marxismo schematico del neorealismo. Meno che mai nella confusione del Sessantotto, da lui esperito dietro una cattedra di liceo (insegnò per quasi trent’anni). Da quell’anno, a parer suo, la società aveva fatto la “scelta della via più comoda”, alimentando “una folla di frustrati”.

Orgogliosamente conservatore, era contrario al divorzio e fino all’ultimo sostenne che “l’aborto volontario è un assassinio”. Ci teneva a ricordare quanto la mentalità atea portasse ancora l’impronta del materialismo ottocentesco invece di aggiornarsi alle scoperte del Novecento sulla fisica quantistica. Si era finalmente giunti alla conclusione che la materia è energia, come già insegnavano tutti i testi sacri.

“La terra è una cassa armonica, risonante di favole o di cose scomparse”, scriveva, e la difendeva con un ecologismo radicale, non ideologico ma comunque estremista e spesso ingenuo. Aveva perfino dato vita in un suo romanzo ad una “notte di San Bartolomeo” delle automobili, durante la quale i protagonisti si cimentavano in un’opera di raffinato luddismo per demolire i veicoli inquinanti.
Però tutto succedeva, ripetiamo, in un’atmosfera fiabesca, sempre allietata dalla presenza di personaggi femminili sospesi fra la natura da fata e quella da strega.

E ne aveva scritti molti di romanzi, quasi trenta quelli pubblicati e ancora molti gli inediti. Fra i più importanti ricordiamo Il trono di legno (premio Campiello 1973), La carrozza di rame (romanzo storico incentrato sull’inestirpabile bisogno di mito per l’uomo, con personaggi sedotti dai surrogati nazionalisti o socialisti, dal Risorgimento agli anni ’70), L’armata dei fiumi perduti (premio Strega 1985), narrazione epica dei cosacchi antibolscevici comandati dal generale Vlasov, quelli che nel secondo conflitto mondiale furono usati dai tedeschi contro i partigiani del Nord Italia e poi consegnati, finite le ostilità, dagli inglesi agli aguzzini sovietici, (come racconta anche Solgenitsyn, preferirono il suicidio di massa piuttosto che finire rinchiusi nei Gulag).

Non mancavano infatti nelle opere di Sgorlon le tragedie della storia: la guerra, il disastro del Vajont, il dramma delle foibe. Sul silenzioso genocidio attuato dai partigiani di Tito ai danni della popolazione istriana di stirpe italiana, era stato uno dei primi a sollevare il velo di silenzio e falsità calato dall’egemonia culturale del Pci. Pagò con l’ostracismo dalle antologie scolastiche e con l’opera vigliacca di solerti assessori progressisti che cancellarono i verdetti di giurie popolari a lui favorevoli in più di premio letterario. Qualcuno fu meno diplomatico e firmandosi “brigate rosse” gli spedì una pallottola in busta chiusa ed imbrattò con vernice rossa il muro della sua casa promettendogli la giustizia proletaria.

Certo Sgorlon non era tipo da lasciarsi intimidire e quasi godeva della sua condizione di isolato, amato dal pubblico e snobbato dalla critica ufficiale. Negli ultimi anni scrisse abbondantemente, al ritmo di un romanzo ogni due anni, passando dalla resistenza di Vienna all’assedio turco del 1683 a Tangentopoli, dalla vita degli zingari al misterioso Priorato di Sion ed alle leggende templari (lontano però anni luce da ogni banalità alla Dan Brown). Nel 2008 era uscita per Morganti la sua bella autobiografia La penna d’oro, all’inizio del 2010 Mondadori ha pubblicato l’ultimo capolavoro postumo, Il circolo Swendenborg.

Avrebbe scritto ancora molto se la malattia non l’avesse ucciso. Anzi, è stato lo spirito che il folklore friulano chiama “mari de gnot”, quello che ruba i bambini rimasti fuori casa al calar delle tenebre, a portarselo via.


Letto 1822 volte.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart