La settima stella di Maria Pia Romano – Casa editrice Besa

di Francesco Improta

Leggendo La settima stella di Maria Pia Romano, casa editrice Besa (2008), ho avuto la conferma, chiara e inconfutabile, di essere in presenza di un’autentica poetessa, prestata di recente alla narrativa e mi riferisco in particolare agli ultimi due romanzi scritti da Maria Pia: L’anello inutile (2011 Besa editore) e La cura dell’attesa (2013 edizioni Lupo). La sua prima esperienza narrativa, invece, Onde di follia (2006 Besa editore), è contemporanea ad altre prove poetiche, quasi Maria Pia non fosse ancora convinta della strada da seguire e non riuscisse a reprimere quell’urgenza di poesia che sentiva dentro di sé e che, a mio avviso, continua a sentire se è vero che gli ultimi due romanzi, e in particolare L’anello inutile, sono vere e proprie sinfonie, capaci di sciogliere le parole in musica o viceversa, dando vita a echi, armonie e vibrazioni decisamente suggestive. A questo punto, però, sorge spontanea una domanda: “All’alba del terzo millennio, alla luce di tante ipotesi e sperimentazioni, valgono ancora le formule definitorie, le distinzioni tra i vari generi letterari, la netta separazione tra poesia e prosa? Il discorso ci porterebbe troppo lontano e non credo che questa sia la sede adatta per affrontarlo, per cui, a mio avviso, sarebbe preferibile limitarsi a distinguere chi scrive bene da chi scrive male, o volendo semplificare ancora di più i libri belli da quelli brutti, e La settima stella è un libro senza tema di smentite di straordinario spessore e qualità. E Maria Pia scrive molto bene, utilizzando, con sagacia, competenza e sensibilità, immagini evocative, allusive, simboliche e un linguaggio deci ­samente innovativo, suggerito e dallo splendido paesaggio del Salento, che ti prende alla gola e ti sa rubare l’anima, e da un animo decisamente poetico, che nonostante gli studi scientifici o forse proprio in virtù di quegli studi, non rinuncia ad espandersi nell’armonia della natura e del mare in particolare, verso il quale sente un’irresistibile attrazione, tanto da inebriarsi di iodio e di salsedine e di poter essere definita una donna liquida dentro, come Alba, la protagonista di La cura dell’attesa.

Non è un caso che le parti in cui si divide questo testamento liquido sono contras ­segnate dalla presenza ossessiva dell’acqua: Con l’occhio liquido a Sud; Danze d’acqua sulla vita; Gli amori liquidi e Sotto il livello del mare. Acqua intesa nelle sue molteplici valenze ed implicazioni simboliche: liquido amniotico, elemento lustrale, regno dei venti, del mistero e dell’av ­ventura, solcato dalle vele e da mitici mostri marini (Moby Dick), e principio dell’essere nel divenire. I temi di fondo della raccolta sono il Sud a cui, nonostante incomprensioni e rifiuti, sente di appartenere “Nella terra che non capisce le mie lettere / Eppure conosce il mio alfabeto. / A sud.; i Sogni che accompagnano l’adolescenza e che trasformano coloro che li coltivano in “Spettatori di visioni / aggrappate all’oro del cielo / a deglutire stupori / a mani giunte”; la Natura colta con tanto amore e commozione nel semplice planare di un gabbiano “Non c’è nulla di complicato / nella compiuta bellezza / del volo di un gabbiano” (mi torna alla mente la conclusione di Attesa sul mare di Francesco Biamonti: “Gabbiani, intonacati d’aria, andavano al mare come a un letto di pace), oppure in un magico plenilunio in riva al mare “E il cuore si ferma / prima che la notte ricominci / a spalmare di luna il mare”. Né bisogna dimenticare quella malinconia di fondo che porta alla solitudine, al silenzio, alla consapevolezza di essere un sassolino levigato di una spiaggia infinita o di essere immerso nel gran mare dell’essere senza alcuno approdo all’orizzonte. Il tema, comunque, dominante del libro è, a mio avviso, l’Eros nella sua accezione più ampia e comprensiva, come viene confermato dall’ultima sezione tutta dedicata all’amore e dal sotto ­titolo miscuglio di seme di sesamo e di riso che è una delle posizioni del Kamasutra e più precisamente uno degli abbracci possibili il Tila-Tandu ­laka. Amori anch’essi liquidi, fragili, cangianti e precari, ma pervasi da una profonda sensualità che porta a succhiare / la vita / dalla bocca della notte” o a reclamarla sfinendo di baci / la notte rotonda.

Sullo sfondo, poi, non il fragore della storia ma il suo respiro smorzato, come nella bellissima poesia La casa delle mandorle, dove si accenna alle lotte sindacali e alla crisi della sinistra: “mentre l’autunno caldo / fiatava ancora sul collo / delle ore del Sud / bandiere della fede tradita / ondeggiavano incredule / in lacrime di scirocco” versi questi ultimi che mi hanno riportato alla mente le bandiere rosse di P.P. Pasolini che cadevano senza vento.
Il linguaggio di Maria Pia, decisamente figurato, è caratterizzato oltre che da una ricca strumentazione retorica dalla penuria, talvolta dalla mancanza assoluta, di punteggiatura che trasforma in onde concentriche o in volute di spirale i suoi componimenti e logicamente i pensieri e i sentimenti che vi prendono forma risolvendosi o in immagini decisamente suggestive o, più spesso, in arcane vibrazioni. Una poesia, quella di Maria Pia, fatta della sostanza stessa dei sogni e della materia altrettanto friabile dei rimpianti: “una sottile demarcazione / tra la pelle del sogno / e l’involucro della nostalgia / la linea della vita.

So bene che non è corretto antologizzare, scegliere cioè da una raccolta qualche immagine isolata o qualche strofa, ma ci sono dei versi che lasciano il segno, che graffiano l’anima e che rimangono dentro, dando senso e sapore alle nostre letture e colmandoci al contempo di suoni, di colori e di odori. E ne La settima stella sono tanti i fiori pregiati che s’impongono alla nostra attenzione ma che inseriti nel loro contesto risultano ancora più belli, profumati e significativi. Vale la pena ricordare che alle poesie della silloge si alternano alcune prose che poco o nulla hanno da invidiare ai versi e che confermano quanto affermato in prece ­denza che non solo in Maria Pia coesistono entrambe le forme di espre ­sione ma anche che oggi certe distinzioni non hanno più ragione di esistere.

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