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I negri di Sartori

19 Giugno 2013

di Leonardo Tondelli
(da “l’Unità”, 19 giugno 2013)

A quanto pare Giovanni Sartori si è molto arrabbiato col Corriere che ha pubblicato un suo editoriale, piuttosto critico sul ministro Kyenge, a destra e non a sinistra in prima pagina. Pare che la cosa faccia una certa differenza, presso il popolo dei lettori del Corriere di carta. Sartori perlomeno ci tiene ancora molto: dice che non gli hanno fatto uno sgarbo simile in cinquant’anni. Per quanto questa arrabbiatura possa sembrare assurda, io credo che un osservatore spassionato dovrebbe sforzarsi di capire le persone che provengono da una cultura diversa, anche in via d’estinzione, come quella dei lettori del Corriere di carta. Senza questo tipo di comprensione non v’è tolleranza, e senza tolleranza si sa dove andiamo tutti a finire, per cui desidero esprimere la solidarietà a Giovanni Sartori e invitare la maestranze del Corriere di carta a non pubblicargli più gli articoli nei posti sbagliati. O al limite a non pubblicarglieli proprio, specie quando sono inferiori al suo non mediocre standard.

In effetti, era così difficile rimandare il pezzo al mittente, magari con un invito cortese a licenziare il ghostwriter, o, come lo si chiamava ai suoi tempi, il “negro”? Quell’articolo è una cosa avvilente, che offende per primo l’autore che lo firma, e che andrebbe protetto da un abuso così sconsiderato del proprio cognome. Sartori ce l’ha col ministro Kyenge, va bene; la definisce “nera” tra incomprensibili virgolette, manco fosse una brutta parola o una misteriosa citazione; a parte questo, l’estensore dell’articolo chiaramente non sa molto di Cécile Kyenge; se ha letto la sua biografia si è fermato ai titoli di studio.

“Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di «integrazione », di ius soli e correlativamente di ius sanguinis? Dubito molto che abbia letto il mio libro Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei”

Il libro in questione, aggiungo io, è di tredici anni fa e su internette lo trovate a meno di otto euro, affrettatevi. Siamo evidentemente ai limiti dell’autoparodia e Sartori non se la merita: non ha bisogno di farsi le marchette da solo ed è troppo esperto di mondo per non sapere che i titoli di studio non riassumono le esperienze di vita. Una rapidissima occhiata a wikipedia avrebbe aiutato a farsi un’idea più solida su chi sia la Kyenge e su cosa abbia fatto negli ultimi dieci anni nel campo dell’integrazione: da attivista politica, non da ‘tecnica’, una differenza che Sartori o i suoi uomini di fatica sembrano non saper cogliere – così come non sembrano aver chiaro in cosa consistano le proposte della Kyenge, che non ha mai parlato di ius soli puro. Lo ha ribadito più volte: non è favore di uno ius soli puro. Chissà, forse scrivendolo molto in grosso, per chi comincia ad avere problemi di vista e non va per questo escluso dal dibattito (ci vuole tolleranza):

Cécile Kyenge non vuole applicare lo ius soli puro. è più chiaro adesso?

Tutto il pezzo del resto sembra scritto, più che da un ghostwriter, da un nemico del professor Sartori deciso a fargli recitare la parte del vecchietto bilioso e fuori del mondo, intento a distruggere improbabili feticci (“il terzomondialismo imperante”?) con vertici di comicità che è difficile immaginare involontaria. Sul serio il prof. Sartori può abbassarsi a scrivere “se lo Stato le dà i soldi si compri un dizionarietto”? Sul serio l’autore del fondamentale saggio  Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei – € 6,27 (Prezzo di copertina € 13,94 Risparmio € 7,67) può condensare tutte le sue assorte riflessioni sull’argomento nella massima popolare “mogli e buoi dei Paesi tuoi”? Caro autore dell’articolo di Sartori, sul serio: mogli e buoi? Scrivi che l’Italia non è un Paese meticcio; se ne può discutere, ma da quand’è che non entri in una scuola, una fabbrichetta, un bar? Magari per guardare una partita della nazionale? “Quanti sono gli immigrati che battono le strade e che le rendono pericolose?” Più o meno quanti sarebbero gli italiani che le batterebbero al loro posto, visto che la microcriminalità non è particolarmente aumentata.  Ostenti disprezzo per “i negozietti da quattro soldi”: è evidente che non hai mai avuto bisogno di fare una spesa rapida sotto casa in certi quartieri; però la libera impresa consiste anche in questo, in migliaia di negozi da quattro soldi con i quali migliaia di famiglie mantengono i figli, provano a far girare l’economia, eccetera. L’Italia non è un Paese sottopopolato, scrivi: magari un occhio alla piramide demografica?

E poi c’è l’India. Non è neanche la prima volta. Evidentemente c’è un collaboratore del prof. Sartori che ha particolarmente a cuore l’India, e cerca di infilarla un po’ in ogni discussione. Con esiti che non sono all’altezza del lato sinistro del Corriere, ma siamo sinceri: anche sul lato destro lasciano perplessi. Sono passati tre anni da quel memorabile fondo che definiva gli indiani «indigeni » come “buddisti e quindi paciosi, pacifici”; in seguito lo studente deve essersi preso una tirata d’orecchi e si è impegnato: ma i risultati sono ancora molto al di sotto della sufficienza. Si continua a considerare il Pakistan una “creazione” britannica: un’idea un po’ eurocentrica, ai limiti della nostalgia coloniale. Alla “signora ministra” viene impartita una mini-lezione sul sultanato di Delhi e sull’impero Moghul: “All’ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico”. Prendiamola come un’ammissione: tre anni fa avevamo letto su un fondo  firmato da Sartori che in India “le armate di Allah si affacciarono agli inizi del 1500″. Ok, non è mai tardi per correggersi, ma il senso adesso qual è? Siccome un millennio di dominazione islamica in una società rurale e castale non ha (non sorprendentemente) portato all’integrazione, ne deduciamo che l’integrazione è impossibile in Italia ora? Tanto vale rinunciare alla democrazia, visto che nel medioevo non siamo riusciti ad averne una. Qui non è solo una questione di nozioni; nessuna persona con una media cultura in Italia potrebbe scrivere una sciocchezza del genere. Viene il sospetto che Sartori stia delocalizzando i suoi collaboratori un po’ troppo


Legittimo impedimento, la Consulta respinge il ricorso di Berlusconi
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 19 giugno 2013)

No al legittimo impedimento di Silvio Berlusconi, all’epoca dei fatti premier, a partecipare all’udienza del primo marzo 2010 del processo Mediaset. La Corte Costituzionale ha respinto il conflitto di attribuzione tra poteri sollevato da Palazzo Chigi nei confronti del tribunale di Milano, dove era allora in corso il procedimento, nell’ambito del quale il leader del Pdl è stato condannato in primo grado e in appello a 4 anni di reclusione (3 coperti da indulto) e a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici, e che nei prossimi mesi approderà in Cassazione. Dunque salta la prescrizione.

«SOSTEGNO AL GOVERNO CONTINUA » -Dopo pochi minuti i ministri del Pdl si dicono «preoccupati e allibiti », dunque la Consulta «travolge ogni principio di collaborazione ». Ma è lo stesso Silvio Berlusconi a frenare: «Vogliono eliminarmi dalla politica, ma io vado avanti ». Poi conferma: «Continua il sostegno leale al governo ».

I MOTIVI – Nel dare ragione ai giudici di Milano che avevano detto no alla richiesta di legittimo impedimento di Berlusconi, la Corte Costituzionale ha osservato che «dopo che per più volte il Tribunale (di Milano, ndr), aveva rideterminato il calendario delle udienze a seguito di richieste di rinvio per legittimo impedimento, la riunione del Consiglio dei ministri, già prevista in una precedente data non coincidente con un giorno di udienza dibattimentale, è stata fissata dall’imputato Presidente del Consiglio in altra data coincidente con un giorno di udienza, senza fornire alcuna indicazione (diversamente da quanto fatto nello stesso processo in casi precedenti), nè circa la necessaria concomitanza e la non rinviabilità » dell’impegno, né circa una data alternativa per definire un nuovo calendario.

GLI AVVOCATI- Piero Longo e Niccolò Ghedini, legali di Silvio Berlusconi, criticano duramente la decisione della Consulta sull’ex premier. «I precedenti della Corte Costituzionale in tema di legittimo impedimento sono inequivocabili e non avrebbero mai consentito soluzione diversa dall’accoglimento del conflitto proposto dalla presidenza del Consiglio dei Ministri », assicurano. Per poi aggiungere: «Evidentemente la decisione assunta si è basata su logiche diverse che non possono che destare grave preoccupazione ».


L’antagonismo Renzi-Letta
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 19 giugno 2013)

Il problema di Matteo Renzi non è Pier Luigi Bersani ma Enrico Letta. Perché l’obbiettivo del sindaco di Firenze non è di diventare il segretario del Pd ma di usare la carica di segretario del Partito Democratico per candidarsi a Premier in alternativa ed in sostituzione dell’attuale Premier in carica. Posta in questi termini la questione sembra essere uno dei soliti personalismi della politica italiana. In realtà, dietro la competizione personale tra Renzi e Letta che si può anche comporre nel breve periodo come sta avvenendo adesso, c’è una questione politica grande come una casa. E tale questione, a differenza del contrasto da pollaio, non è affatto componibile.

Perché per un verso riguarda il fatto che i due hanno una comune strategia ed una stessa area politica di riferimento. E per l’altro è segnata dalla circostanza del contrasto netto ed inconciliabile tra il sindaco fiorentino e l’attuale inquilino di Palazzo Chigi sul modello di leadership da perseguire. La parte in comune che rende lo scontro irrisolvibile e permanente non dipende dall’identica origine democristiana dei due personaggi. La radice comune esiste ma non incide più di tanto nel conflitto visto che entrambi si considerato “cattolici adulti” e tendono a far dimenticare l’ormai antica provenienza. La parte in comune è quella della linea politica riformista. Che Renzi ha cavalcato con grande abilità ponendosi come il Blair italiano in grado di conquistare consensi non solo dentro l’area della sinistra tradizionale ma anche in quella del centro destra. E che Enrico Letta, formalmente suo malgrado ma sostanzialmente con grande soddisfazione, sta praticando di fatto alla guida di un governo di larghe intese che lo rende inevitabilmente trasversale ai due schieramenti canonici.

Renzi, in sostanza, si propone al paese come il personaggio in grado di realizzare ciò che Letta sta dimostrando di poter già fare adesso con innegabile abilità. E questo dato oggettivo li rende inevitabilmente sovrapponibili. E, quindi, alternativi ed in concorrenza perenne ed inconciliabile. Alla parte comune che divide si aggiunge poi la parte di diversità che accentua la divisione. Renzi ha una visione del partito ed, in generale, dell’attività politica ispirata al modello americano. Usa la carica di sindaco di Firenze per meglio portare avanti la sua campagna “presidenziale” permanente allo scopo di vincere plebiscitariamente le primarie e conquistare la candidatura a Premier. Imita Silvio Berlusconi, che ha introdotto in Italia il modello americano con venti anni di anticipo su di lui. E non a caso viene visto come una sorta di alieno da quella parte del Pd che detesta il cosiddetto berlusconismo, considerato una sorta di attentato alla Costituzione. Enrico Letta, al contrario, ha una visione del partito ed in generale della politica, molto più domestica. Non si pone come leader plebiscitario ma punta a consolidare il proprio ruolo di capo del Governo con un comportamento che ricorda in tutto e per tutto i comportamenti dei leader democristiani del passato.

Quelli che nascondevano la propria ambizione dietro la formula dello “spirito di servizio” e che non avrebbero mai rinunciato alla “forza tranquilla” della democrazia parlamentare in cambio delle avventure, magari esaltanti ma sicuramente rischiose e brucianti, imposte dalla democrazia presidenziale. Per il momento tra i due esiste un patto di non aggressione. Imposto solo dalla comune constatazione che il tempo dello scontro non è ancora maturo. Entrambi, però, sanno che la premiership è una sola e che, presto o tardi, la partita per la sua conquista dentro la sinistra riguarderà solo loro due.


Estate romana
di Barbara Palombelli
(da “Il Foglio”, 19 giugno 2013)

Estate romana. Mattino presto, Vaticano: casa di Santa Marta. Alla messa delle 7, è Papa Francesco a celebrare. Con una semplicità assoluta – meno paramenti che nella parrocchietta sotto casa – dialoga con i presenti e saluta tutti dopo la funzione. Il suo segretario presenta gli ospiti a un Pontefice cha appare, da vicino, molto più giovane e magro che in tv. Sembra di averlo sempre conosciuto, ti viene di dargli del tu. Non richiede inchini, appare davvero a disposizione: a parte il viaggio in Brasile e l’omaggio del prossimo ottobre al poverello di Assisi di cui porta il nome, non si muoverà da Roma, nel 2013. Verranno tutti da lui, a milioni. Nella casa di Santa Marta abitano una cinquantina di prelati, insieme a ospiti stranieri di passaggio. Si mangia tutti insieme, in mensa, il Santo Padre come uno dei tanti. Si sussurra, fra i cortili monumentali, che siano improvvisamente sparite le auto di grossa cilindrata dai parcheggi. Cardinali e funzionari sono stati indotti a una sobrietà assoluta. Uscendo, fa impressione – nella zona di Borgo Pio – il commercio dei santini. Tutto gestito da cinesi, si mescolano la maglia di Totti e i piattini con i due papi. Alberto Asor Rosa, che vive in zona, si scandalizza. Da ateo convinto, vorrebbe tuttavia “che madonnine e gesù bambini fossero maneggiati con un po’ di rispetto”. Gli artigiani indigeni hanno lasciato le botteghe a causa degli affitti troppo alti. Sono subentrati empori orribili e disordinati, si mangia ovunque per strada, sapori etnici e pizza.
E’ l’estate dei due papi, dei marziani a Roma, del sindaco nuovo che tutti scrutano e nessuno conosce, della silenziosa rivoluzione cittadina. E’ come se la rottamazione – invocata per il paese – qui da noi abbia travolto senza fare rumore tutte le autorità, divine e terrene. Nelle altre regioni, sono già tornati al potere i soliti volti. Qui, nella capitale, tutto è cambiato. In dialetto, si potrebbe dire che i cittadini si sono “dati una calmata” prima degli italiani. Colpa della crisi economica, che però infierisce su una città che non è mai stata ricca e neppure povera. Sempre a mezza strada, senza industrie e senza capitali, la metropoli si adatta, si appoggia, si spalma sulle panchine e aspetta che passi. Nelle piazze si manifesta, ci si scontra, a volte sembra di essere nei Settanta. Tanti posti di blocco, tante rapine. Chi potrà partirà, chi non potrà si arrangerà. Si sta bene anche sui prati, anche in piscina, anche di notte verso l’Eur. Dopo la strepitosa notte firmata da Giorgio Armani, sulle colline attorno al monumento che Mussolini volle dedicarsi – le nove arcate per lato sono le lettere del suo cognome – domani aprirà per tre mesi il Gay Village. Segno inequivocabile che il cuore della chiesa può convivere con la festa della trasgressione e viceversa. E’ una Roma più discreta e ombrosa, quella che sta per affrontare l’afa, i bagni nelle fontane e le notti magiche sotto la luna. La politica si è infrattata e quasi nascosta, si ritrova nei vicoli più che in trattoria. Non sa ancora bene prendere le misure alla nuova realtà.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart