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LETTERATURA: I MAESTRI: La morte a Lisbona

19 Giugno 2013

di Alberto Arbasino
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, luned√¨ 19 gennaio 1970]

Fischiano le ambulanze in discesa, ogni qualche minu ¬≠to, nella strada sotto lo splen ¬≠dido ristorante. Pioveva poco fa a Madrid; ecco, ora piove anche a Lisbona. Ma baster√† un vento scuro su queste ar ¬≠chitetture coetanee di Cimarosa, per vedere soltanto con ¬≠trasti, o improvvisamente cre ¬≠pacci? Basta davvero il colore dell’inverno davanti a una va ¬≠canza senza sole per riattiva ¬≠re ¬ę la risonanza della solitu ¬≠dine, la qualit√† della dispera ¬≠zione ¬Ľ, derisoria, proprio so ¬≠pra le pi√Ļ squisite specialit√† della cucina portoghese, il flan di baccal√† e la carne di porco alle vongole?

Ristorante magnifico. Nel ¬≠l’ingresso, molte piastrelle compongono altissime tre figurette pastorali rococ√≤, az ¬≠zurre, venate di giallo e di grigio: le tinte delle eruzioni del Vesuvio nelle tempere napoletane. Brevi gallerie di specchi, a rettangoli affumi ¬≠cati; soffitti a tenda turchesca, di velo. Poltroncine da Ritz ai tavoli, nella sala da pranzo parata di damasco verdone, con tendaggi ugua ¬≠li, pesanti, al primo piano, sopra la discesa dove conti ¬≠nuano a passare le ambulan ¬≠ze, fischiando ogni qualche minuto. Capolavori d’argen ¬≠terie sono i monumentali car ¬≠relli: o piuttosto trofei di una architettura ipotetica del Pri ¬≠mo e Secondo Impero com ¬≠binati assieme. Questo e un altro a Lisbona, e cinque o sei (circa) a Madrid sono infatti posti d’una fastosit√† quasi inimmaginabile, nem ¬≠meno a Parigi: come sempre dove la distanza fra ricchi e poveri √® vastissima, e si ri ¬≠flette immediatamente, rea ¬≠listicamente, perfino nei ri ¬≠storanti. In quelli di Madrid si parlava molto di matrimo ¬≠ni e di cacce.

 

*

 

 

Cibi stupendi. Vini mera ¬≠vigliosi. Ma le facce…

Quasi spaventose. Ecco una grossa celebrazione fa ¬≠miliare. Due colazioni d’af ¬≠fari, ma forse tre: quella sventata con perle insieme a due obesi tremendi. Una mi ¬≠nestrina d’erbette fra tre in ¬≠validi facoltosi, con eccezio ¬≠nali apparecchi ortopedici. una regina (o una Sarah Bernharat, almeno) che rim ¬≠provera per due ore una sua piccina; e termina travolta da un attacco di tosse. Una tavolina di ciglia lunghe e di melodioso gorgheggio…

Fuori, la citt√† sarebbe in ¬≠cantevole perch√© non ha nean ¬≠che una smagliatura prodotta da guerre, poi √® tutta d’una medesima epoca √Ę‚ÄĒ met√†-Set ¬≠tecento, subito dopo il terre ¬≠moto √Ę‚ÄĒ quando si costruiva benissimo: pianta a scacchie ¬≠ra, stipiti e zoccoli di traver ¬≠tino, colorini da pastello bril ¬≠lante e giocoso, su e gi√Ļ per le colline all’estuario del Ta- go. Quindi ascensori neogoti ¬≠ci tra i livelli stradali, parchi, e limonaie pensili, archi trion ¬≠fali impennacchiati a meringa, cremagliere nelle gallerie, for ¬≠tezze ridicole, rovine da Ope ¬≠ra, cupole con la loro statua, piazze quadrate col loro ca ¬≠vallo di bronzo.

Insomma, la curiosa bellez ¬≠za ¬ę marginale ¬Ľ dei piccoli paesi periferici che non aggre ¬≠discono di petto col Louvre o con Brahms, ma esercitano i loro leggeri fascini casualmen ¬≠te, attraverso un portico, una insalata, un organetto. La sce ¬≠nografia urbana richiama ora Torino e l√¨ Amsterdam, qui Genova e pi√Ļ in l√† Copenha ¬≠gen, o l’operetta. Uguali alle inglesi, cabine telefoniche e in ¬≠segne di negozi, targhe di au ¬≠tomobili e cassette postali; tut ¬≠te le finestre, profilate di pie ¬≠tra chiara, come a Venezia; ma l’aria ha gli stessi colori limpidi e ventosi dell’Olanda.

 

 

*

 

 

Madrid appare sempre pi√Ļ smisurata e pi√Ļ cupa, giacch√© ogni secolo vi ha costantemen ¬≠te costruito con megalomania scriteriata, puntuale: edifici mostruosi, monumenti defor ¬≠mi, spazi scoraggianti, scorci deprimenti, accumuli demen ¬≠ziali di globi e festoni sopra pinnacoli, cupolotte, statue ala ¬≠te, torrette frananti. Gli aspet ¬≠ti di Lisbona, al confronto, presentano in tutta coerenza stilistica la grazia cinica e il garbo gi√† folle degli ultimissimi anni del Settecento. La si vede ricca, in centro, in forme solide e antiquate: vecchissi ¬≠me liquorerie e compagnie di navigazione insaccate in una tanina scura; cristallerie e con ¬≠fetterie e drapperie di una Bel ¬≠le Epoque senza Liberty, coi loro vecchi banconi di legno lisi. Pieno di argentieri e di li ¬≠brerie antiquarie; di calzolai su misura. E spiazzi larghi fra le case, orti botanici pieni di pavoni e di palme. Prospetti ¬≠ve di vie con tre o quattro sa ¬≠lite e discese in fila, e il mare in fondo, e le vele che passa ¬≠no… Sotto, fortezze sull’ac ¬≠qua come torri di marzapane, tra vasti depositi di mine del ¬≠la Marina. Davanti, prati in riva alle onde con giovanotti disoccupati che fan volare aquiloni, e vecchie chic in gri ¬≠gio che fanno passeggiare quat ¬≠tro cani bianchi con lo chauffeur che aspetta col plaid den ¬≠tro la Bentley.

Molte farmacie; ma le co ¬≠de si allungano, ogni persona in fila acquista poi venti o trenta scatolette e, presentando il tesserino della Mutua dell’Esercito. I giornali italiani annunziano che questa epidemia di influenza diventa in Portogallo pi√Ļ maligna che altrove. Le sirene delle ambulanze fischiano quasi continuamente; e i vigili bassi e grassi si dimenano urlando per infilarle nel traffico.

La nostra epoca ricopre fittamente ogni muro celestino e giallino e rosa-confetto di manifestini sommari per ripetere che il Mozambico √® portoghese da cinquecento anni, e guai a chi tocca la Guinea, e combattendo in Angola si difende la propria patria, e le donne portoghesi sono pregate di rammentare che la missione di Madri e di Spose √® grande come quella dei Com ¬≠battenti, mentre si avvertono gli uomini di votare per la Lista Numero Uno. Sulle spon ¬≠de del Tago sono piantati na ¬≠vigatori giganti di cemento ar ¬≠mato protesi verso l’Atlantico, Cristi felliniani con brac ¬≠cia allargate nel gesto pacelliano, vele che fendono, ara ¬≠tri che tracciano… E nei giar ¬≠dini bizzarramente intitolati a Edoardo VII si spalancano presepi monumentali che fino all’Epifania conducono a un colossale presepio di gesso, e dopo a un campo vuoto. Molti colonnati che non reggono niente; pilastri fine a se stes ¬≠si. E soldatini sentimentali che passeggiano senza soldi e sen ¬≠za palt√≤. Nelle vetrine, cele ¬≠brazioni di poeti ufficiali con testimonianze di carriere ¬ę che non sbagliano un colpo ¬Ľ.

 

*

 

Le testimonianze tangibili del fasto passato e del lusso moderno sono raccolte al Mu ¬≠seo nazionale d’arte antica, salsiere di Corte e gemme del ¬≠le Indie in una cornice Mon ¬≠tecarlo di parquets biondi e di marmi rosa. E alla nuovissima Fondazione Gulbenkian, sbalorditiva cornice di legni preziosi e moquettes e perspex per una gran collezione che di ¬≠venta leggendaria tra gli ogget ¬≠ti d’arte orientali. Ma gli im ¬≠pulsi di un Cinquecento deli ¬≠rante si sfrenano favolosi e an ¬≠ticlassici nell’impressionante chiostro dei Jeronimos, trion ¬≠fale cascata congelata di sformati di verdura, giungla fiammeggiante di cr√®me caramel. Accanto, subito, un Museo Marino sempre nuo ¬≠vissimo, curatissimo, proter ¬≠vo, grande quasi come la Fiera di Milano. E qui un disteso accumulo di strumenti nautici e relazioni d ammiragli e palle di cannone e stendardi da pennone e nodi da marinaio e zagaglie barbare e modellini di galeoni carichi di babordi e trinchetti finisce per funzionare come dissennato strumento di conoscenza anche involontaria.

Il percorso si articola infatti secondo le due coordinate costanti della colonizzazione sanguinosa e dell’estetizzante joie de vivre. Da un lato, campagne e spedizioni, quadrati difensivi, attacchi, assalti, conquiste, massacri; l’ingegno degli arsenali applicato di secolo il secolo ad armi di guerra sempre pi√Ļ crudeli e perfide; spaventosi ammiragli ricoperti di decorazioni fino alle spalle e ai gomiti; illustrazioni alla Achille Beltrame sistematicamente attraversate da torrenti di sangue; testimonianze tesoreggiate di una continuit√† impassibile da Vasco de Gama ai nostri Anni Sessanta. Ma l’altra parte, ecco la continua applicazione alla nave da repressione di un comfort da crociera, con ricchezza di suppellettili; e la stessa fantasiosit√† che fa sprigionare da ogni costruzione portoghe ¬≠se importante un’adorazione composita per la spirale, l’ovale, la calotta, la cupola, il ricciolo, l’ananas, il tur ¬≠bante, la trina di calycanthus, la serpentina di rose di pietra. Sempre la leggia ¬≠dra argenteria zoomorfica. Sempre la sfrenata poligonalit√† degli ambienti.

Al Museo Imperiale di Londra agonizza lo spirito di Kipling, ferito a morte fin dai tempi di Gordon. Al Mu ¬≠seo viennese della Guerra, dilapidati reduci absburgici spolverano durlindane tur ¬≠che e vessilli di rivolte qua ¬≠rantottesche. Allora soprat ¬≠tutto qui l’Occidente euro ¬≠peo non avr√† rimosso n√© ma ¬≠scherato i propri impulsi op ¬≠pressivi, anzi li magnifica ¬ę tali e quali ¬Ľ? Soltanto in questi alberghi, ogni d√©pliant turistico indica le colonie in rosso sopra un planisfero blu. Soltanto questo Museo espone soddisfatto le offen ¬≠sive armate e i sanguinosi massacri a fianco di un deli ¬≠zioso vascello reale che ha fatto un solo viaggio, da Estoril a Gibilterra, ai primi del secolo; e le tazzine della Compagnia delle Indie, e le plaquettes stampate dagli uffizialetti in pochissime co ¬≠pie, in Oriente, con un loro Inno al T√® ornato di prezio ¬≠si acquarelli, si inseriscono senza stacchi nella fila delle vetrinette della morte.

 

 


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Bart