di Alberto Arbasino
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 19 gennaio 1970]
Fischiano le ambulanze in discesa, ogni qualche minu to, nella strada sotto lo splen dido ristorante. Pioveva poco fa a Madrid; ecco, ora piove anche a Lisbona. Ma basterà un vento scuro su queste ar chitetture coetanee di Cimarosa, per vedere soltanto con trasti, o improvvisamente cre pacci? Basta davvero il colore dell’inverno davanti a una va canza senza sole per riattiva re « la risonanza della solitu dine, la qualità della dispera zione », derisoria, proprio so pra le più squisite specialità della cucina portoghese, il flan di baccalà e la carne di porco alle vongole?
Ristorante magnifico. Nel l’ingresso, molte piastrelle compongono altissime tre figurette pastorali rococò, az zurre, venate di giallo e di grigio: le tinte delle eruzioni del Vesuvio nelle tempere napoletane. Brevi gallerie di specchi, a rettangoli affumi cati; soffitti a tenda turchesca, di velo. Poltroncine da Ritz ai tavoli, nella sala da pranzo parata di damasco verdone, con tendaggi ugua li, pesanti, al primo piano, sopra la discesa dove conti nuano a passare le ambulan ze, fischiando ogni qualche minuto. Capolavori d’argen terie sono i monumentali car relli: o piuttosto trofei di una architettura ipotetica del Pri mo e Secondo Impero com binati assieme. Questo e un altro a Lisbona, e cinque o sei (circa) a Madrid sono infatti posti d’una fastosità quasi inimmaginabile, nem meno a Parigi: come sempre dove la distanza fra ricchi e poveri è vastissima, e si ri flette immediatamente, rea listicamente, perfino nei ri storanti. In quelli di Madrid si parlava molto di matrimo ni e di cacce.
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Cibi stupendi. Vini mera vigliosi. Ma le facce…
Quasi spaventose. Ecco una grossa celebrazione fa miliare. Due colazioni d’af fari, ma forse tre: quella sventata con perle insieme a due obesi tremendi. Una mi nestrina d’erbette fra tre in validi facoltosi, con eccezio nali apparecchi ortopedici. una regina (o una Sarah Bernharat, almeno) che rim provera per due ore una sua piccina; e termina travolta da un attacco di tosse. Una tavolina di ciglia lunghe e di melodioso gorgheggio…
Fuori, la città sarebbe in cantevole perché non ha nean che una smagliatura prodotta da guerre, poi è tutta d’una medesima epoca â— metà-Set tecento, subito dopo il terre moto â— quando si costruiva benissimo: pianta a scacchie ra, stipiti e zoccoli di traver tino, colorini da pastello bril lante e giocoso, su e giù per le colline all’estuario del Ta- go. Quindi ascensori neogoti ci tra i livelli stradali, parchi, e limonaie pensili, archi trion fali impennacchiati a meringa, cremagliere nelle gallerie, for tezze ridicole, rovine da Ope ra, cupole con la loro statua, piazze quadrate col loro ca vallo di bronzo.
Insomma, la curiosa bellez za « marginale » dei piccoli paesi periferici che non aggre discono di petto col Louvre o con Brahms, ma esercitano i loro leggeri fascini casualmen te, attraverso un portico, una insalata, un organetto. La sce nografia urbana richiama ora Torino e lì Amsterdam, qui Genova e più in là Copenha gen, o l’operetta. Uguali alle inglesi, cabine telefoniche e in segne di negozi, targhe di au tomobili e cassette postali; tut te le finestre, profilate di pie tra chiara, come a Venezia; ma l’aria ha gli stessi colori limpidi e ventosi dell’Olanda.
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Madrid appare sempre più smisurata e più cupa, giacché ogni secolo vi ha costantemen te costruito con megalomania scriteriata, puntuale: edifici mostruosi, monumenti defor mi, spazi scoraggianti, scorci deprimenti, accumuli demen ziali di globi e festoni sopra pinnacoli, cupolotte, statue ala te, torrette frananti. Gli aspet ti di Lisbona, al confronto, presentano in tutta coerenza stilistica la grazia cinica e il garbo già folle degli ultimissimi anni del Settecento. La si vede ricca, in centro, in forme solide e antiquate: vecchissi me liquorerie e compagnie di navigazione insaccate in una tanina scura; cristallerie e con fetterie e drapperie di una Bel le Epoque senza Liberty, coi loro vecchi banconi di legno lisi. Pieno di argentieri e di li brerie antiquarie; di calzolai su misura. E spiazzi larghi fra le case, orti botanici pieni di pavoni e di palme. Prospetti ve di vie con tre o quattro sa lite e discese in fila, e il mare in fondo, e le vele che passa no… Sotto, fortezze sull’ac qua come torri di marzapane, tra vasti depositi di mine del la Marina. Davanti, prati in riva alle onde con giovanotti disoccupati che fan volare aquiloni, e vecchie chic in gri gio che fanno passeggiare quat tro cani bianchi con lo chauffeur che aspetta col plaid den tro la Bentley.
Molte farmacie; ma le co de si allungano, ogni persona in fila acquista poi venti o trenta scatolette e, presentando il tesserino della Mutua dell’Esercito. I giornali italiani annunziano che questa epidemia di influenza diventa in Portogallo più maligna che altrove. Le sirene delle ambulanze fischiano quasi continuamente; e i vigili bassi e grassi si dimenano urlando per infilarle nel traffico.
La nostra epoca ricopre fittamente ogni muro celestino e giallino e rosa-confetto di manifestini sommari per ripetere che il Mozambico è portoghese da cinquecento anni, e guai a chi tocca la Guinea, e combattendo in Angola si difende la propria patria, e le donne portoghesi sono pregate di rammentare che la missione di Madri e di Spose è grande come quella dei Com battenti, mentre si avvertono gli uomini di votare per la Lista Numero Uno. Sulle spon de del Tago sono piantati na vigatori giganti di cemento ar mato protesi verso l’Atlantico, Cristi felliniani con brac cia allargate nel gesto pacelliano, vele che fendono, ara tri che tracciano… E nei giar dini bizzarramente intitolati a Edoardo VII si spalancano presepi monumentali che fino all’Epifania conducono a un colossale presepio di gesso, e dopo a un campo vuoto. Molti colonnati che non reggono niente; pilastri fine a se stes si. E soldatini sentimentali che passeggiano senza soldi e sen za paltò. Nelle vetrine, cele brazioni di poeti ufficiali con testimonianze di carriere « che non sbagliano un colpo ».
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Le testimonianze tangibili del fasto passato e del lusso moderno sono raccolte al Mu seo nazionale d’arte antica, salsiere di Corte e gemme del le Indie in una cornice Mon tecarlo di parquets biondi e di marmi rosa. E alla nuovissima Fondazione Gulbenkian, sbalorditiva cornice di legni preziosi e moquettes e perspex per una gran collezione che di venta leggendaria tra gli ogget ti d’arte orientali. Ma gli im pulsi di un Cinquecento deli rante si sfrenano favolosi e an ticlassici nell’impressionante chiostro dei Jeronimos, trion fale cascata congelata di sformati di verdura, giungla fiammeggiante di crème caramel. Accanto, subito, un Museo Marino sempre nuo vissimo, curatissimo, proter vo, grande quasi come la Fiera di Milano. E qui un disteso accumulo di strumenti nautici e relazioni d ammiragli e palle di cannone e stendardi da pennone e nodi da marinaio e zagaglie barbare e modellini di galeoni carichi di babordi e trinchetti finisce per funzionare come dissennato strumento di conoscenza anche involontaria.
Il percorso si articola infatti secondo le due coordinate costanti della colonizzazione sanguinosa e dell’estetizzante joie de vivre. Da un lato, campagne e spedizioni, quadrati difensivi, attacchi, assalti, conquiste, massacri; l’ingegno degli arsenali applicato di secolo il secolo ad armi di guerra sempre più crudeli e perfide; spaventosi ammiragli ricoperti di decorazioni fino alle spalle e ai gomiti; illustrazioni alla Achille Beltrame sistematicamente attraversate da torrenti di sangue; testimonianze tesoreggiate di una continuità impassibile da Vasco de Gama ai nostri Anni Sessanta. Ma l’altra parte, ecco la continua applicazione alla nave da repressione di un comfort da crociera, con ricchezza di suppellettili; e la stessa fantasiosità che fa sprigionare da ogni costruzione portoghe se importante un’adorazione composita per la spirale, l’ovale, la calotta, la cupola, il ricciolo, l’ananas, il tur bante, la trina di calycanthus, la serpentina di rose di pietra. Sempre la leggia dra argenteria zoomorfica. Sempre la sfrenata poligonalità degli ambienti.
Al Museo Imperiale di Londra agonizza lo spirito di Kipling, ferito a morte fin dai tempi di Gordon. Al Mu seo viennese della Guerra, dilapidati reduci absburgici spolverano durlindane tur che e vessilli di rivolte qua rantottesche. Allora soprat tutto qui l’Occidente euro peo non avrà rimosso né ma scherato i propri impulsi op pressivi, anzi li magnifica « tali e quali »? Soltanto in questi alberghi, ogni dépliant turistico indica le colonie in rosso sopra un planisfero blu. Soltanto questo Museo espone soddisfatto le offen sive armate e i sanguinosi massacri a fianco di un deli zioso vascello reale che ha fatto un solo viaggio, da Estoril a Gibilterra, ai primi del secolo; e le tazzine della Compagnia delle Indie, e le plaquettes stampate dagli uffizialetti in pochissime co pie, in Oriente, con un loro Inno al Tè ornato di prezio si acquarelli, si inseriscono senza stacchi nella fila delle vetrinette della morte.