Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Il Papa a Lampedusa. Il messaggio è più forte dello strumento

9 Luglio 2013

di Gianni Riotta
(da “La Stampa”, 9 luglio 2013)

In pochi mesi, con pochi gesti e parole, Papa Francesco ha rivoluzionato il nostro modo – decrepito – di studiare la comunicazione. Da decenni eravamo grippati sul motto, spiritoso e vacuo, dell’ex critico letterario Marshall McLuhan, diventato studioso dei media: «Il mezzo è il messaggio », persuasi che il «mezzo », tv, giornale, radio o web, determinasse la natura profonda del messaggio.
Era un’incongruenza, specialmente nell’era ubiqua della comunicazione web, eppure la formula magica accecava teorici e pubblico, ipnotizzandoli sul «mezzo », la tecnologia corrente, e rendendoli distratti, indifferenti, al «messaggio ».

Papa Bergoglio ha compreso una verità che è insieme evangelica e filosofica: nel mondo dell’online 24 ore su 24 non è più lo strumento, ormai onnipotente e onnipresente, a contare. Ciascuno, cittadino o istituzione, artigiano o azienda monopolista, ha accesso al web, ma perché un messaggio risalti nel rumore di fondo assordante deve avere una sua verità, un significato. Come Gesù, serve parlare la lingua di tutti e in essa intrecciare i valori. Papa Wojtyla comunicava con la virilità del profeta che nella vita s’era scontrato con il totalitarismo e il consumismo. Papa Ratzinger è un intellettuale, professore adorato dagli studenti prima del 1968, in evidente disagio al ritmo ossessivo dei media.

Papa Francesco ha la felicità di comunicare in diretta mondiale come predicasse in parrocchia a Buenos Aires, di twittare come al catechismo dei ragazzi (e dovrebbe cambiare handle twitter, @pontifex troppo ieratica per lui), di andare sui giornali come se fossero bollettino di quartiere. La sua comunicazione incanta fedeli e no, «funziona » come si dice in gergo, perché priva di «spin doctor », nuda di strategia e public relations, quindi credibile. Il Papa persuade perché «è » autentico. Quando si proclama solo Vescovo di Roma dal balcone di San Pietro, dopo l’elezione, la piazza applaude l’umiltà spontanea, ma studiosi come Alberto Melloni segnalano subito l’apertura ai Cristiani ortodossi e infatti il Patriarca Bartolomeno va alla Messa di inaugurazione del Papa, ritorno storico dal remoto 1054.

La telefonata di scuse al giornalaio di Buenos Aires, il panino portato alla Guardia Svizzera, le lunghe ore di lavoro, l’appello brusco ai giovani «non lamentatevi », il monito a preti, suore, prelati a non indulgere al lusso, la decapitazione dei vertici Ior, una condotta «no nonsense », dove la semplicità schietta prevale sull’intrigo machiavellico, appassionano i cattolici e attraggono l’attenzione dei laici. Con la politica prigioniera del calcolo a breve, la cultura confusa nel labirinto snob-nichilista, spettacolo e sport preda di volgarità e materialismo, il mondo cerca leader che guidino con l’esempio, non con la comunicazione scaltra. E la stessa Chiesa Cattolica, non solo in Italia, ha avuto scandali al punto da far gridare a Ratzinger, nell’Omelia del Venerdi Santo 2005, l’allarme sulla sporcizia che sommerge la barca cattolica.

Papa Francesco non minimizza i problemi, ma, con buon senso da porteí±o di Buenos Aires, invita a rimboccarsi le maniche e darci dentro, senza troppo rognare, con un sorriso e sperando nella Provvidenza. Siamo tutti così assetati di valori positivi che ascoltiamo. Attenti, laici o fedeli, al messaggio, scordandoci del mezzo che lo trasmette, con la monotonia dei mass media standard scaldata a confidenza personale, da amico. Bergoglio archivia McLuhan, il mezzo non è più, finalmente, il messaggio: e McLuhan, devoto cattolico convertito da giovane alla Chiesa di Roma, non se la prenderebbe di certo a vedersi superato da «questo » Papa.


Evviva Papa Francesco, ma non i clandestini
di Maria Giovanna Maglie
(da “Libero”, 9 luglio 2013)

Il Papa è il Papa, segue strade che a noi sfuggono, fa il suo mestiere di evangelizzatore, e Papa Bergoglio con la saggezza che caratterizza le grandi istituzioni, e dalle quali molto il carrozzone Italia avrebbe da imparare, fa il suo come si conviene a un risanatore, a un rammendatore di fino di una Chiesa cattolica la cui tela si era sfilacciata, i colori offuscati. Non spetta al Papa, che sta provando a rischio e pericolo suo a occuparsi di Ior e corruzione delle gerarchie, decidere che fare in base all’uso e abuso che di una sua iniziativa farà, come ha già abbondantemente fatto, Laura Boldrini o qualche altro radical chic di Amnesty, o delle varie agenzie inutili dell’Onu, quell’esercito di burocrati che delle emigrazioni, della povertà, delle torture, delle guerre, della pena di morte, hanno fatto un mestiere per la vita. Il Papa resta se ha salute e forza, un presidente della Camera è di passaggio, figurarsi un Walter Veltroni accampato da Telese con l’ultimo libro invece che in Africa.

La premessa non è fatta per arrampicarsi sugli specchi, o per introdurre un sistema logico di quelli tipici del doppiopesismo italian style. Non sono qui a dire, io che del politically correct me ne infischio, che il Papa ha fatto bene ad andare in penitenza a Lampedusa da una parte, ma dall’altra ha fatto male ad andarci. Può fare quel che vuole, ma pur con le migliori intenzioni può aver fatto una scelta che ha effetti negativi nel Paese adiacente a quello in cui vive, nella capitale della quale è vescovo, nel governo con il quale anche un cardinale venuto dalla fine del mondo sa che potere di influenza e pressioni anche pesanti della Chiesa sono una prassi antica, sbagliata ma antica. Nella fine del mondo, vezzo con il quale Bergoglio definisce l’Argentina, il cardinale e gesuita la politica la faceva e come, da peronista e populista, da avversario fiero di certi presidenti come gli ultimi, i Kirchner. Dunque conosce bene le conseguenze delle parole e delle azioni di un prelato influente, figuriamoci di un Pontefice che agisca in quella che ora è casa sua – se, come accade qui in Italia, la posta in gioco su certi argomenti è pesante e dolorosa, la coincidenza strumentalizzabile, il tempo perfino sospetto.

Il Papa che è andato a Lampedusa senza occuparsi delle umane e miserabili cose come la discussione di una legge ideologica e pretestuosa che elimini il reato di clandestinità, da oggi avrà degli amici e degli alleati pelosi nel panorama politico italiano. Lui può infischiarsene, noi no. Noi non possiamo non ricordare l’ondata di critiche e proteste che accompagnò lo straordinario discorso sull’Occidente, la sua storia e la sua sorte, di Ratzinger; gli indignados del meticciato erano gli stessi che oggi plaudono saziati di meticciato a ciglio umido alla corona di fiori nel mare cimitero di Lampedusa, ma domani riprenderanno a massacrare la Chiesa e a calunniarla se serve per la causa dei matrimoni di preti e di omosessuali. Le istituzioni europee che oggi si congratulano entusiaste sono le stesse che non vogliono aiutare economicamente l’Italia nell’accoglienza, figurarsi, in realtà vogliono distruggere la nostra economia, gli immigrati sono un dettaglio del progetto; gli stessi che ci vogliono mollare l’intero fardello, gli stessi che in barba a Schengen hanno ripristinato le frontiere, hanno bloccato l’accesso a cittadini di alcuni Paesi comunitari in nome di sicurezza e difesa dal crimine che a noi negano; gli stessi che fanno sparare l’esercito all’arrivo di un barcone, chiedere conferma se hanno coraggio agli editorialisti lirici di Mundo, Pais, Figarò, che oggi gongolano perché il Papa ha bastonato l’Italia e ha snobbato i suoi politici.

Che poi i politici non avrebbe dovuto specificare di non volerli il Papa o la sua organizzazione, è bene che si siano tenuti lontano, voglio sperare per libera scelta, da una visita che solo loro assenti può rivendicare il ruolo meramente pastorale, di rilettura del Vangelo e di invito ai cattolici a scegliere un comportamento perfino eroico, ma esclusivamente individuale. Guai se ieri il governo Letta, qualche suo ministro, oltre al gesto cortese di mettere un aereo a disposizione del Papa, avesse pensato di accompagnare Bergoglio e condividere così non le parole del Vangelo ma l’interpretazione politica che prima di tutti alcuni vescovi, quello di Mazara, quello di Agrigento, hanno ritenuto di fare, speculando sulle parole.Quando il Papa parla di globalizzazione dell’indifferenza, come se tutta la cattiveria dell’umanità fosse concentrata qui e ora, dimentica la storia, e non dico le Crociate o Lepanto, dico anche la sua, perché sa benissimo che l’Argentina degli immigrati è stata costruita sullo sterminio degli indigeni. Lui deve farlo, noi no.


Giordano: per la Innocenzi chi vota Pdl va a prostitute
di Mario Giordano
(da “Libero”, 9 luglio 2013)

Ieri ha detto che gli elettori del Pdl vanno tutti a prostitute. Due giorni fa aveva attaccato il presidente della Camera Boldrini. Una settimana fa aveva denunciato l’indifferenza metropolitana nei confronti delle sue grida d’aiuto. E nel mezzo ha fatto rivelare al suo fidanzato, un tal Pif che fa programmi su Mtv, l’esistenza della loro relazione sentimentale («E se capita un figlio, benissimo »). A questo punto ci auguriamo che riprenda al più presto la trasmissione tv di Santoro, altrimenti la santorina Giulia Innocenzi, pur di guadagnare un po’ di visibilità, potrebbe pure denunciare di essere stata rapita dagli alieni che l’hanno trasportata col tele pensiero sul pianeta venusiano, per altro in tutto e per tutto simile ad Arcore. O magari potrebbe attaccare il Papa o l’Onu o dichiarare guerra alla Svizzera, noto rifugio di criminali tipicamente di centrodestra, come Heidi e Guglielmo Tell.

Lo vedete quanti danni produce l’esposizione prolungata ai riflettori tv? Appena si spegne la telecamera, per esempio, le santorine vanno in astinenza: niente cipria? Niente trucco? Nemmeno un faro che illumini questi bei volti telegenici? Nemmeno un potente del centrodestra da matare nell’arena? Nemmeno un applauso da strappare al pubblico amico? Voi capite: dev’essere terribile l’estate fra Rimini e Riccione, dove Giulia Innocenzi, 29 anni, professione velina politicamente corretta, è nata e si è rifugiata per sconfiggere la sua solitudine catodica. E così, mentre se ne andava in bicicletta lungo le strade della Romagna, si è accorta (toh, guarda) delle prostitute lungo i viali, è arrivata a contarne fino a trenta (e questo è rassicurante sulle capacità aritmetiche della ragazza) e poi si è domandata se non sia il caso di tassarle. Domanda più che legittima, per carità, non fosse che, messa così, la riflessione si nota meno di un paracarro in una giornata di nebbia.

Ed ecco allora l’aggiunta geniale della santorina, calata lì, con nonchalance tra due parentesi furbette, per definire i clienti delle prostitute in modo definitivo: «Elettori del Pdl ». Non c’entra nulla, non sarà vero, ma chi se ne importa? Ora tutti parlano di lei. E quasi quasi sembra di stare di nuovo in onda con Michele che si sbraccia. Che emozione. In effetti sui social network si scatenano i commenti. Non tutti entusiasti, per la verità. C’è chi si chiede: ma in Romagna non sono tutti del Pd? Chi ricorda Sircana e Marrazzo e si interroga sulla tessera politica dei clienti, nel caso si fosse trattato di trans anziché di prostitute. Ma voi capite che di tutto ciò alla santorina poco interessa: quello che conta è ritornare in primo piano, conquistare seppur per un attimo la luce dei riflettori. Due giorni fa ci aveva provato attaccando la presidente della Camera Boldrini, colpevole a suo dire di aver rifiutato l’incontro con Marchionne (secondo lei doveva presentarsi e insultarlo direttamente), ma aveva avuto poco seguito. Una settimana fa aveva provato a far la vittima di un’aggressione, ma il racconto piuttosto vago non aveva convinto nessuno. E anche il gossip sentimentale con tal Pif è sparito in un attimo dai rotocalchi, surclassato dai soliti Balotelli e Romina-Al Bano. Allora che fare? Prostitute, Pdl, Facebook. Et voilà, è sicuro: le luci s’accendono automaticamente…

Del resto la ricerca dei riflettori è sempre stata l’attività principale di questo virgulto del velinismo santoriano, che non a caso è passata nel giro di pochi anni dai giovani di Alleanza nazionale (a cui si iscrisse quando era sedicenne) all’associazione radicale Luca Coscioni, dal comitato di Montezemolo Italia Futura alla corsa per la segreteria dei giovani del Pd, dove ha militato un po’ tifando Renzi e un po’ tifando Bersani, salvo poi dire «nel Pd non c’è libertà », allineandosi alle posizioni di Travaglio&C. Fra un passaggio e l’altro, inoltre, ha trovato anche il tempo di fare un provino per entrare nella casa del Grande Fratello, come confessò lei stessa al Resto del Carlino nel 2008: «La Endemol mi ha chiamata, e io ci sono andata… ». Non l’hanno presa. Le è andato meglio, per sua fortuna, il provino con Santoro.

E lei così è diventata paladina dei precari e anti-berlusconiana convinta. Che nella redazione di Michele si respiri un po’ di spirito antiberlusconiano, del resto, è cosa nota. Ma ci sono persone intelligenti, a cominciare dallo stesso conduttore, che se non altro lo declinano ad un certo livello. Poi ci sono le Innocenzi che imitano l’originale senza averne i mezzi. E così scivolano lungo i viali. Che cosa ci volete fare? La velina da Servizio Pubblico, d’altra parte, ha condotto una trasmissione su Red Tv intitolata Punto G, ha fatto polemica con il direttore di questo giornale parlando a sproposito di «prostituzione giornalistica » e ha scritto il suo primo libro dal titolo quanto mai significativo: Meglio fottere. Evidentemente, quando l’altro giorno ha scatenato la polemica sugli elettori del Pdl che vanno a prostitute, si sentiva ferrata in materia.

«Meglio fottere », in effetti, è un bel programma professionale. E forse anche esistenziale. Però, noi che in fondo siamo sensibili al futuro professionale della giovane collega, vorremmo rivolgere un appello, più che a lei, cosa probabilmente inutile, al suo mentore Santoro: Michele, per favore, riprendi subito la trasmissione, almeno per finta, dai un palcoscenico a Giulia, falla esercitare davanti a una telecamera, sazia in qualche modo la sua voglia di farsi notare in questi mesi di pausa, altrimenti per lei sono guai. Perché ancor prima che gli elettori di qualsiasi partito, quella che va a puttane è la sua credibilità.


Boldrini, Grasso e “La ruota della fortuna”
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 9 luglio 2013)

La Costituzione formale vorrebbe che le massime cariche dello stato, cioè il Presidente della Repubblica ed i Presidenti di Camera e Senato, fossero imparziali ed al di sopra delle parti. La Costituzione materiale stabilisce, invece, due percorsi diversi per l’inquilino del Quirinale e per quelli di Montecitorio e di Palazzo Madama. Al primo, proprio a causa di una condizione di “super partes” posto ben al di sopra degli altri organismi costituzionali, assicura un potere di indirizzo politico superiore a quello del governo e del Parlamento. Ai secondi attribuisce il ruolo di espressione e garanti dei particolari equilibri politici da cui è dipesa la loro elezione. La polemica di Beppe Grillo contro Giorgio Napolitano ha come pretesto l’interpretazione formale della Costituzione e come obbiettivo la denuncia della avvenuta trasformazione della Costituzione materiale. E lo stesso vale per la polemica lanciata dal Pdl contro la Presidente della Camera Laura Boldrini ed il Presidente del Senato Pietro Grasso.

Con una differenza di non poco conto. La contestazione di Grillo nei confronti di Napolitano può trovare una soluzione solo in una riforma istituzionale destinata a formalizzare ed a definire il potere di superiore indirizzo politico che il Capo dello Stato già detiene grazie alle trasformazioni subite dalla Costituzione formale negli ormai lunghi decenni della storia dell’Italia repubblicana. L’attacco del Pdl alla Boldrini ed a Grasso può invece seguire, oltre la strada maestra di una riforma istituzionale destinata a fissare una volta per tutte il ruolo “ terzo” dei presidenti delle Assemblee legislative, un percorso diverso da realizzare sul terreno esclusivamente politico. I Presidenti di Montecitorio e Palazzo Madama non sono finiti nelle posizioni in cui si trovano per esperienza ed autorevolezza parlamentare. Sono dei neofiti del Parlamento e della stessa vita politica. E sono diventati la seconda e la terza carica dello Stato solo per il significato politico che la loro elezione avrebbe dovuto assumere. Nelle intenzioni dell’artefice dell’operazione, cioè dell’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, Grasso e Boldrini dovevano essere i garanti ed i testimoni del nuovo equilibrio politico che sarebbe dovuto scaturire dalla formazione di un governo guidato dallo stesso Bersani e sostenuto dal Movimento Cinque Stelle.

Non a caso l’elezione di Boldrini e di Grasso venne giudicata, al momento, come il segnale della mano tesa del segretario del Pd a Beppe Grillo e come un colpo da maestro di un Bersani ormai ad un passo dal coronare il sogno di entrare a Palazzo Chigi alla guida di un governo di sinistra-sinistra. La storia ha preso una piega diversa da quella ipotizzata dall’esponente del Pd. Grillo si è rifiutato di trasformare un movimento anti-sistema nella stampella del partito simbolo della conservazione del vecchio sistema. E Giorgio Napolitano ha fatto il resto. Con la conseguenza che oggi Laura Boldrini e Pietro Grasso non possono svolgere né il ruolo di figure terze, né quello di espressione di un nuovo equilibrio politico e possono limitarsi a rappresentare solo loro stessi. Cioè persone che non hanno alle spalle alcuna esperienza politica e nessuna autorevolezza acquisita in passato nell’attività parlamentare ma che sono finite ai vertici di Montecitorio e Palazzo Madama solo per caso. Possono al massimo diventare i testimoni di ciò che sarebbe stato ma non si è verificato.

Cioè dell’impossibile e contraddittoria alleanza tra gli anti-sistema ed i difensori più intransigenti del sistema. Ma oltre questo non possono andare. Se non prendere atto di essere stati una sorta di scherzo del destino (e dell’assurda testardaggine di Bersani) e di rassegnare le dimissioni per acquisire quell’esperienza parlamentare che non hanno e per liberare i rispettivi posti in favore di chi, come vorrebbe la Costituzione materiale, dovrebbe essere garante dell’attuale equilibrio politico delle larghe intese. Nessuno, ovviamente, immagina che Boldrini e Grasso possano minimamente pensare di lasciare volontariamente la poltrona fortunosamente conquistata.

Da un punto di vista umano vanno compresi. Quando mai riusciranno a vincere di nuovo questa sorta di lotteria di Capodanno? Da un punto di vista politico, però, è più che legittimo lanciare una campagna diretta a sollecitare le loro dimissioni. Sia perché sono di parte. E, per di più, di una parte che ha perso e che non può essere in alcun caso riproponibile. Sia, e soprattutto, perché uno stato che ha come seconda e terza carica gente capitata in quelle posizioni solo per caso, non appare come uno stato serio. Ma come la Repubblica de “La ruota della fortuna”!


Comunità L’Opinione, Facchinetti e Diaconale
di Redazione
(da “L’Opinione”, 9 luglio 2013)

LORIS FACCHINETTI (Vicepresidente della Comunità)

Va riaffermato con forza, nella vita pubblica, l’aspetto della “sacralità” della Libertà e della Persona. Uno Stato degno di questo nome ha, infatti, il dovere di garantire la libertà della Persona in tutte le sue espressioni: culturali, spirituali, economiche, politiche. È evidente come, da tempo, questo nostro Stato-sistema sia in piena crisi, incapace, sostanzialmente, di tutelare proprio questi aspetti fondamentali della civiltà occidentale. Abbiamo scelto di chiamarci “Comunità” (e non Associazione, Movimento o Partito), per riaffermare il carattere di “sacralità”, che una Comunità di persone sottintende. Perché una Società coincide, esattamente, con le diverse Comunità che la compongono. La Politica, negli ultimi decenni, è responsabile di aver tenuto lontane, dalle realtà più sensibili della vita e dello sviluppo del Paese, proprio le Comunità, le categorie, le associazioni, che rappresentano il cuore vivo, palpitante, forte, spiritualmente più impegnato, più ricco di sapere che esiste nel nostro Paese. E questa, forse, ancora più di quella economica, è la grande crisi culturale che dobbiamo superare. La Politica, in questi decenni, non ha premiato la Cultura, intesa come patrimonio del sapere dell’intero Paese! Sappiamo che qualunque realtà statuale e collettiva vince la sua partita gestendo saggiamente il proprio patrimonio del sapere: lo aumenta, lo distribuisce, ne fa la grande leva e lo stimolo per la crescita (anche economica) dell’intera Società. Con la scusa del Fisco, del contrasto all’evasione fiscale, si avverte un’indebita, totalizzante ingerenza e invadenza, da parte dello Stato, rivelatosi vessatorio e oppressivo, nei confronti dei singoli cittadini che, spesso, sono espropriati dei beni che hanno costruito con fatica, durante tutta una vita di sacrifici.. E questo è fonte di grande preoccupazione, assieme a tanti altri aspetti (la giustizia che non funziona, etc.), per il rischio che di scivolare verso uno Stato autoritario.

Quindi, ci siamo assunti l’impegno di essere noi di stimolo alla politica, attraverso l’affermazione di una nostra grande capacità propositiva, al fine di creare una nuova classe dirigente, che metta al centro della sua azione i valori fondamentali della libertà, della dignità e del rispetto della persona, in cui crediamo. Dobbiamo tornare ad avere una democrazia partecipativa, dove il Cittadino sia il vero protagonista, e dove il controllo sulle Istituzioni si riveli efficace, oltre che legittimo! Ci auguriamo, quindi, di esser utili al nostro Paese: l’obiettivo principale è quello di salvaguardare il futuro delle generazioni che verranno. In questi decenni, abbiamo delegato altri a fare la politica, Alcuni di costoro si sono comportati con onestà, con efficacia. Altri no! Quindi, anche qui va fatta una selezione, salvando e utilizzando tutto quel patrimonio di valori della politica che ancora ci sono e le persone che li rappresentano meritatamente, unendoli però a quella che è considerata la “Società Civile”, rappresentata, nel suo complesso, dalle “Comunità” che la compongono (quelle, per intenderci, del Sapere, della Cultura, del Lavoro, e così via). Questo, in sostanza, è il motivo per cui ci siamo riuniti in questa Comunità, intendendolo come un “atto sacrale”, riferito alla Persona nella sua interezza, da trasmettere integralmente, come concetto, alle generazioni future. In questo modo, forse, riusciremo a salvare l’Economia e la Politica.

ARTURO DIACONALE (Presidente e portavoce della Comunità) L’Opinione è il più antico giornale italiano. Nasce nel 1847 a Torino e ha avuto vicende alterne, in questi 187 e più anni di vita. Eppure, non ha mai derogato alla sua ispirazione iniziale di Libertà e di Unità Nazionale. È stato lo strumento che ha sostenuto le politiche di Cavour ed è stato un giornale che, in tutto l’Ottocento, ha svolto una funzione di innovazione. Non ci dobbiamo mai dimenticare, infatti, che i valori di Libertà, nel XIX e ancora oggi, sono stati quelli che hanno introdotto l’innovazione, il cambiamento nella Società italiana. Da vent’anni ho la ventura di essere Direttore de L’Opinione, ereditato dalle ceneri del Partito Liberale Italiano. Non è un giornale di Partito, ma è rimasto un giornale d’idee: quelle da portare avanti, su cui combattere, per contribuire a quel processo di innovazione che, oggi, è ancora più indispensabile, a distanza di 170 anni dalla sua nascita! Noi viviamo in una fase, oltre che di “Declino” (come sostiene Oscar Giannino), che sottende un rischio di “Regressione” drammatica di questo Paese, e che rappresenta un ritorno al passato, così come indicano tutti i dati economici in nostro possesso! Stiamo tornando ai livelli del 1970, per quanto riguarda l’occupazione, ad esempio! E noi, rispetto a questa Regressione, ci dobbiamo porre il problema di che cosa fare. La Comunità dell’Opinione nasce da questa esigenza, per mettere assieme, tra di loro, gli amici che sono legati a questo giornale, per rapporti ideali, personali, etc.. Rapporti che nascono dalla coerenza con cui questo giornale ha sempre portato avanti battaglie di libertà.

Tutti costoro hanno pensato di aggregarsi, per dare un loro contributo alla lotta contro la Regressione, per combattere una battaglia contro questo arretramento, che incombe sul nostro Paese. Non abbiamo nessuna intenzione, però, di fare un.. “Partito”, preferendo a quest’ultimo un’aggregazione, che porti avanti idee non semplicemente “astratte”! Infatti, intendiamo proporre delle misure concrete. Il Paese non ha soltanto bisogno di “Principi”, ma necessita di riforme, in primo luogo, ispirate ai principi di libertà che noi sosteniamo, tali da incidere in profondità “incidano” su quest’abnorme struttura burocratico-assistenziale. Questo “Moloch” è cresciuto nel corso dei decenni, nel nostro Paese, innestandosi su di un sistema burocratico centralista sabaudo e fascista, dilatandosi a dismisura nel 2^ Dopoguerra, trasformandosi in quel mostro burocratico, clientelare e assistenziale, che ben conosciamo! Per battere la crisi, ci dobbiamo liberare di questa Camicia di Nesso! Non esiste altra strada diversa da quella delle riforme, per uscirne fuori! Noi sosteniamo cinque riforme cardine, a partire da quella istituzionale. Infatti, sostengo da sempre che se, alla fine della 1^ Repubblica, fosse stata fatta una riforma ispirata al modello semipresidenziale alla francese, noi in questi ultimi 20 anni avremmo avuto una serie di ricambi di classe dirigente imposti dalla norma costituzionale. Se lo avessimo fatto allora, avremmo, infatti, già risolto il problema (che viene considerato tale!) di “Berlusconi”, dato che non avrebbe potuto svolgere le sue funzioni di Presidente della Repubblica per più di due mandati consecutivi! Al termine di quel periodo sarebbe stato costretto a fare come i Presidenti francesi, o americani, a farsi da parte, dedicandosi magari a scrivere le proprie memorie, consentendo così il ricambio fisiologico di leadership! E questo ricambio non avrebbe investito il solo Centro Destra, estendendosi alla stessa Sinistra, che ha fattivamente contribuito a costruire questo abnorme Stato assistenziale, cercando di perpetuarne il relativo mantenimento, per garantirsi la propria sopravvivenza! Il sistema presidenziale è l’unico modo per rompere, dal punto di vista istituzionale, questa Camicia di Nesso, che io chiamo il.. “Burqa”! Trovo la vecchia Costituzione, per quanto mi riguarda, una sorta di Burqa, per l’appunto, sotto la quale si nascondono le nefandezze più incredibili! Viviamo tempi in cui l’Islam è alle nostre porte, quindi la metafora del Burqa può essere utile.. Se la nostra Costituzione antica non viene rinnovata produce soltanto Regressione! Dunque, come prima cosa, sosteniamo la riforma costituzionale in senso presidenziale, che deve trasformarsi da spinta ideale in attività pratica! Noi, come Comunità dell’Opinione, vogliamo e dobbiamo sostenere la battaglia del Prof. Guzzetta.

La raccolta delle firme per un’iniziativa popolare, è un modo concreto (non per raggiungere un risultato pratico, presumibilmente..) per far crescere nel Paese la consapevolezza che la riforma costituzionale, in senso presidenziale, rappresenta la madre di tutte le riforme! A quest’ultima noi intendiamo aggiungerne altre: quella del lavoro, in particolare.. Lo Stato burocratico-assistenziale si fonda su di un insieme di norme che sono ormai superate e hanno prodotto questa enorme stratificazione di poteri burocratici. Qualora non riuscissimo a liberarci da tutto ciò, con una riforma adeguata del Lavoro, ispirata -per quanto ci riguarda- alle indicazioni di Marco Biagi, noi non ne usciremo mai! Voglio soltanto citare solo l’ultima sentenza della Corte Costituzionale, riguardo alla Fiom, che può essere considerata significativa, da questo punto di vista.. Se non si libera quel meccanismo e quel reticolo, che impone solo a certe forze sindacali la rappresentanza, e che costringe le Aziende a dei condizionamenti tali da spingerle -quelle che possono- a “fuggire”, la ripresa del nostro Paese non si realizzerà mai! La riforma del Lavoro si deve affiancare a una Riforma Fiscale, dato che in questo Paese, come diceva Loris, stiamo rischiando di cadere in una Stato di polizia fiscale! Noi abbiamo accettato, infatti, senza battere ciglio, che, in nome della sacrosanta lotta all’evasione fiscale, l’Agenzia delle Entrate e gli esattori delle tasse potessero impunemente entrare nelle banche, per controllare i nostri conti correnti.

E questo rappresenta soltanto la punta dell’iceberg di un meccanismo perverso, che ci tiene tutti quanti sotto controllo. Noi ci stupiamo, protestiamo e ci ribelliamo, quando sui giornali si parla del Grande Fratello americano, che controlla tutte quante le telefonate nel mondo, e no battiamo ciglio di fronte al fatto che un signore può entrare impunemente nei nostri conti bancari e valutare le nostre vite a suo piacimento e discrezione! Una riforma fiscale ispirata alla difesa e alla tutela dei diritti inalienabili del cittadino! La Riforma fiscale serve, ma deve essere affiancata da altre incisive riforme, come quella delle Autonomie. Abbiamo letto che la Corte Costituzionale ha bocciato il decreto che stabilisce l’abolizione delle Province. Ma era scontato che lo facesse, visto che quello stesso decreto andava a incidere sulla Carta Costituzionale, in cui è sancita l’esistenza delle Province stesse, le quali, quindi, non si possono cancellare con un provvedimento che non abbia forza costituzionale! Ma, il problema delle Autonomie non si risolve correndo dietro alle campagne demagogiche, portate avanti da certi giornali e da certi media e dai Partiti che le sostengono, che nascondono, dietro quelle prese di posizione demagogiche, una difesa concreta degli interessi (corporativi, lobbistici,..), che sono sottesi e tutelati dalla vecchia struttura costituzionale. Non si può pensare di risolvere il problema delle Autonomie liquidando soltanto le Province! Perché quel problema riguarda le Regioni a statuto speciale e ordinario, che negli ultimi 40 anni hanno creato immense voragini nei conti dello Stato! La questione delle Autonomie implica l’analisi del Territorio, così come si è sviluppato negli ultimi trent’anni.

Le Città Metropolitane hanno, infatti, occupato le Province e , in alcuni casi, gran parte delle Regioni stesse! Diventa indispensabile, a questo punto, poter ragionare sulla necessità di un accorpamento non solo di province e comuni, ma anche di Regioni, per razionalizzare il meccanismo. E tutto ciò, di certo, non si può fare correndo dietro alle demagogie.. si dice: aboliamo le Province e risparmieremo tot. Miliardi.. E a che servirebbe, visto che la loro soppressione ne trasferirebbe integralmente i costi (soprattutto di personale!) sulle Regioni? Senza una riforma complessiva seria è inutile parlarne! La quinta grande riforma che serve a questo Paese è quella della Giustizia. Qui il problema non è Berlusconi, ma il Cittadino! Berlusconi, infatti, si può difendere e reggere l’attacco giudiziario per 20 anni. Il normale cittadino non regge neppure per sei mesi! Come tutti sappiamo, la giustizia, in questo Paese, non funziona da tempo immemorabile! Io voglio rimuovere la questione del rapporto con il Cavaliere, che non ci deve riguardare! Il nodo della giustizia, che dobbiamo affrontare, impedisce oggi a questo Paese di crescere. Non possiamo mettere un intero Paese nelle mani di un singolo Pm, che una mattina si sveglia e smantello un intero sistema produttivo, come quello della siderurgia! Non possiamo permetterci di tollerare processi che durano all’infinito; sentenze che non vengono applicate; carceri che esplodono per sovraffollamento e che sono diventate sostitutive, come luoghi di tortura, delle strutture di ricovero coatto, abolite con la legge 180. Noi intendiamo sostenere i referendum radicali per una giustizia giusta e ci impegneremo su questo terreno, perché quella è l’unica strada, al momento, che può portare a una riforma! Queste nostre cinque proposte di riforma, tuttavia, vanno inserite in un quadro più complessivo, che è quello del “Bipolarismo maturo”.

L’idea che si possa tornare ai meccanismi della Prima Repubblica, credo che sia totalmente sbagliata: no si può tornare indietro! Occorre far sì che il Bipolarismo sia un sistema maturo, e non un coacervo di lotte tribali tra gruppi contrapposti, divenendo un vero e proprio sistema dell’alternanza, come del resto accade nelle democrazie più avanzate. Un sistema maturo, quindi, che preveda anche una riforma dei Partiti. Infatti, oggi, i Partiti tradizionali non sono più canali di trasmissione della volontà popolare: il disastro è sotto gli occhi di tutti. I canali di trasmissione delle istanze popolari e dell’opinione pubblica si sono moltiplicati a dismisura. Sono associazioni di scopo, come quelle che presiede alla riforma presidenziale. Quelle di volontariato, che perseguono degli obiettivi sociali. Di supplenza dello Stato. I giornali, quelli grandi e quelli piccoli. I centri studi e tutto quel mondo fatto di piccoli segmenti, che hanno peso politico, ma non hanno un ruolo politico! Da giornalista, faccio l’esempio del rapporto tra i Partiti e i giornali: ma quante volte, ad es. la linea sposata dal Giornale o da Libero, i grandi giornali del centro destra, ha superato o sopravanzato, anticipato e, in qualche caso anticipato e, in qualche caso, anche schiacciato quella del Pdl?Quasi quotidianamente, direi.. E quante volte, sull’altro versante, la linea adottata dal “Fatto” condizione pesantemente tutta la sinistra?Allora: il Giornale da un lato e il Fatto, dall’altro,non sono espressione della Società? Sì, ovviamente.. ma hanno un ruolo che non è riconosciuto e che si rivela assolutamente “irresponsabile”, perché non c’è nessuna responsabilità da attribuire loro. Io vorrei, dopo l’estate, chiamare a raccolta, per discutere, tutti quanti i giornali di area, per dire loro: “Ma, quale ruolo volete svolgere all’interno della vostra area? Siete consapevoli del peso e della responsabilità che avete? Naturalmente, ciascuno rispetto al proprio ‘peso’, alla propria incidenza e ruolo”.

I nuovi Partiti dovranno ispirarsi al modello americano, liberi dalle strutture burocratiche ed elefantiache dei vecchi Partiti di massa, e aperti agli apporti dei diversi segmenti della società. Ecco, io credo che noi ci si debba impegnare su questo terreno e, per questo, abbiamo raccolto un gruppo di amici che, sia pure con opinioni differenti, intendono muoversi nella direzione di marcia dell’innovazione nel cambiamento, all’interno del quadro fondamentale del recupero dell’Identità nazionale. E, qui, io cerco veramente di rifarmi all’ispirazione originale dell’Opinione, osservando come questo nostro Paese abbia, di fatto, perduto la propria identità, senza la quale non può stare sul mercato globale, perché rischia l’omologazione e l’annullamento. In sintesi: il quadro complessivo è quello del Bipolarismo maturo, con la riforma dei Partiti e con le altre grandi riforme che possano impedire il regresso del Paese. E, prima ancora di tutto questo, vi deve essere la concezione del recupero di una forte identità nazionale, che non vuol dire “nazionalismo” ma il recupero della consapevolezza di ciò che siamo stati, ieri e oggi, e di ciò che saremo nel futuro, con la speranza che lo si possa costruire questo futuro.


La legge elettorale contro i trasformisti
di Titta Sgromo
(da “L’Opinione”, 9 luglio 2013)

Non mi pare di aver scoperto l’America individuando nei Mestieranti della politica il Male assoluto del Pianeta Italia. Ma il Male diventa più grave se tra i Mestieranti si annidano i TRASFORMISTI e sono purtroppo tanti, proprio nell’ambito del centro Destra. Ricordate il Giovane Radicale Della Vedova, quando, predicando il sacro verbo di Pannella, invocava la liberalizzazione della Droga, con particolare riferimento a quella leggera. Il Personaggio, tramontato il suo Leader, o meglio ridimensionato, ha pensato bene di ingrossare le fila di Forza Italia prima e del PDL successivamente, dopo aver fatto un passaggio fugace in AN. Ma il personaggio non ha finito di stupire scegliendo la via della diserzione dal PDL, in favore del Partito creato da Fini il rinnegato.

Se non che, dopo lo strappo, Berlusconi, cedendo alle pressioni del Monarca Napolitano, che dopo averlo nominato, non si sa per quali meriti, Senatore a vita, ha individuato nel Prof Mario Monti il Premier de Governo tecnico, si è dimesso avallando il Decreto Salva Italia ed altri Decreti, in compagnia dei catto comunisti. Sciolte le Camere, a seguito del ravvedimento del Cavaliere che si è, sia pur tardivamente, reso conto della trappola, che fa il nostro personaggio, si candida in quota Scelta Civica preoccupandosi di scegliere un Collegio diverso da quello di Pertinenza di Fini. Nel mentre per il rinnegato non c’è stato nulla da fare, il giochino riesce per il Della Vedova, eletto Senatore in quota Montiana, in Lombardia. Eccolo, pertanto, divenire protagonista delle trasmissioni televisive, durante i dibattiti quotidiani dai quali si evince un solo risultato, Le larghe intese sono uno slogan, mentre di fatto si assiste ad una contrapposizione continua tra i protagonisti del Governo più burlesco dell’Era contemporanea. Mentre la Ravetto, insiste nel ribadire la linea del Governo in tema di Abolizione dell’IMU, di Riduzione della Pressione fiscale e di riduzione della Spesa pubblica improduttiva, il Della Vedova, pur confessando di aver votato, all’epoca nella quale faceva le fusa a Berlusconi, l’abolizione dell’ICI sosteneva che quel provvedimento era sbagliato e che abolire l’IMU è altrettanto sbagliato, il tutto perché l’Europa ed il FMI si sono permessi di intervenire nelle politiche economiche dei singoli Stati.

Ma perché Monti ed i suoi mercenari, sconfitti sonoramente alle Elezioni Politiche, sono stati chiamati dal Monarca Napolitano a dar vita ad un Governo del quale fa Parte Berlusconi e tutti gli impresentabili che lo circondano, visto che Monti e l’accozzaglia di trasformisti che lo circondano, si sono purificati nella Lourdes della massoneria. Fa proprio bene il piccolo grande uomo Prof Brunetta a puntare i piedi sull’attuazione del programma governativo, che non è il programma solo berlusconiano, ma di tutti, compresi gli esponenti di Scelta Civica. Uno Stato che si rispetti non può supinamente accettare i moniti del FMI, il più delle volte dimostratosi inattendibili e dannosi, così come non può al suo interno il Governo sopportare La presenza di una burocrate elevata a Ministro di Giustizia, che disprezza e non vuol tenere in alcun conto la categoria professionale che è l’unico baluardo rimasto a tutela degli interessi dei cittadini, martoriati dal pessimo esercizio della Giurisdizione. Se questi sono i caposaldi del governo delle conflittuali intese, hanno ragione gli Italiani e fra questi il giornalista del Corriere della Sera, Verderami, che chiede ai politici il perché debbano martoriare i cittadini, se non condividono nulla di quanto concordato.

In fine non si riesce a comprendere il perché sono stati nominati quaranta saggi per le riforme se hanno solo il permesso di parlare tra loro non proponendo nulla di concreto. Mi perdonerà il Cavaliere, il quale annuncia riunioni con i capigruppo e con i legionari, totalmente inutili, se non per i mestieranti della Politica, e non insiste per la indispensabile riforma della legge Elettorale. Pensi, se fosse stata già attuata, i trasformisti come Della Vedova e Mauro non farebbero parte del Parlamento!


Il teste chiave sulla “compravendita” dei politici da parte del banana sarebbe fini
di Conchita Sannino per “la Repubblica”, tratto da “Dagospia”, 9 luglio 2013)

Due, parallele “campagne acquisti” in Parlamento, datate 2007 e 2010. Missioni distinte per le modalità impiegate e per i “registi” incaricati. E due elenchi di presunti “traditori” ricoperti di gratitudine dall’entourage berlusconiano. Ad esempio.

C’era anche il diniano di ferro ed ex della Margherita Giuseppe Scalera – come già racconta a verbale l’ex faccendiere “pentito”, Arcangelo Martino – tra i senatori che nel 2007 furono remunerati perché impallinasse con la sua astensione in aula il governo Prodi?

E tre anni dopo, nel 2010, quali utilità e vantaggi avrebbero ottenuto Catia Polidori, Grazia Siliquini e Luca Barbareschi del Fli per aver drasticamente voltato le spalle, in circostanze diverse, al presidente Gianfranco Fini?

Scalera, Siliquini e Polidori al momento non risultano indagati. Ma toccherà alle Procura di Napoli e Roma separare le semplici illazioni da eventuali evidenze e ricostruire i “patti scellerati” che hanno inquinato la dialettica parlamentare della Repubblica.

Il primo atto sarà l’udienza preliminare fissata per il 19 luglio a Napoli: il giudice Amelia Primavera dovrà decidere sulla richiesta di patteggiamento ad un anno e otto mesi per il senatore reo confesso Sergio De Gregorio (“comprato” con 3 milioni di euro), in aula non è escluso possa comparire anche l’imputato Silvio Berlusconi, difeso dagli avvocati Niccolò Ghedini e Michele Cerabona, oltre al coimputato Valter Lavitola.

Si scriverà la prima pagina sulla corruzione che deviò il corso del governo Prodi. Un filone che non è estinto, né all’ombra del Vesuvio, né a Roma. Spuntano nomi. Affiorano squarci di vecchie votazioni. Emerge anche un interrogatorio, rimasto inedito, di Gianfranco Fini, sentito a Napoli come testimone.

È il 5 aprile. Fini non è più parlamentare, chiede riserbo. Entra nella caserma della Finanza, sentito dai pm Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock che guidano l’inchiesta sull'”Operazione Libertà” con i colleghi Alessandro Milita e Fabrizio Vanorio. Negli uffici del Nucleo di Polizia tributaria guidato dal colonnello Nicola Altiero, Fini parla di Valter Lavitola, dell’operazione “casa di Montecarlo” e non si sottrae, a fine verbale, a riflessioni sulla sorpresa che gli provocò il voto di alcuni dei suoi in quel dicembre 2010.

Dice, in sintesi, Fini: del coinvolgimento di Lavitola nella storia di Montecarlo, e della lettera sequestrata nel computer dell’avvocato Carmelo Pintabona con cui l’ex direttore de
L’Avanti! ricattava l’ex premier Berlusconi, l’ex presidente della Camera apprese «dalle agenzie, prima di entrare in una trasmissione televisiva » (disse di getto: «Berlusconi è un corruttore, e ora mi quereli »).

Quanto al coinvolgimento del presidente panamense Ricardo Martinelli, aggiunge Fini, «vi rimando a un capitolo del libro di Italo Bocchino, “Una storia di destra” », in cui il suo ex delfino racconta di essere stato avvicinato da una fonte del Pdl che gli spiffera che dietro l’operazione “Montecarlo” c’è l’aiuto «di Martinelli ».

Bocchino e Fini se la ridono: pensano al deputato di An Marco Martinelli. Ma il versante che costa di più a Fini, al di là dei verbali, è quello che riguarda il voto di fiducia del 14 dicembre 2010, in cui le due parlamentari Fli, Catia Polidori e Grazia Siliquini, votarono a favore di Berlusconi. Era notte, la vigilia di quel voto, quando la Polidori, tesissima, rimase chiusa in stanza con Fini e Bocchino. Lei poi votò contro Fli, come la Siliquini. La prima diventò viceministro, dopo.

La seconda fu nominata nel Cda delle Poste: ma la Siliquini si aspettava di diventare presidente delle Poste, ci rimase male e tornò in parlamento. Guarda caso, era lo stesso Cda delle Poste citato da Lavitola nella sua lettera del ricatto: «Berlusconi (…), ho ottenuto da lei che la Ioannucci andasse al Cda delle Poste ». Due campagne, due registi. Nella prima, agiva lo spregiudicato Lavitola con capitali cash. Nella seconda, il più accorto Verdini. Il resto, è ancora da scrivere.


Processo Mediaset, udienza il 30 luglio
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 9 luglio 2013)

È arrivato martedì mattina in Cassazione il ricorso della difesa di Silvio Berlusconi contro la condanna a quattro anni di reclusione per frode fiscale e a cinque di interdizione dai pubblici uffici nell’ambito del processo Mediaset. E la data dell’udienza è stata immediatamente fissata il prossimo 30 luglio davanti alla sezione feriale della Suprema Corte. Immediata la rivolta dei legali dell’ex premier e degli esponenti di spicco del Pdl che vedono nella decisione della Suprema Corte l’ennesimo «attacco » a Berlusconi. E c’è chi, come Giancarlo Galan, commenta ironico in riferimento ai «normali tempi di giudizio, irrisolvibili »: «Ancora una volta si conferma il fatto che Berlusconi è l’unico in grado di compiere imprese grandiose e straordinarie ». Insieme a Berlusconi sono imputati il produttore cinematografico egiziano Frank Agrama e i due ex manager Mediaset Gabriella Galetto e Daniele Lorenzano. L’Agenzia delle Entrate si è costituita parte civile. L’udienza sarà pubblica. Il ricorso è contro il verdetto emesso lo scorso 8 maggio dalla corte d’appello di Milano.

COPPI: «ESTERREFATTO » – Non ci sta il professor Franco Coppi, entrato nel collegio difensivo di Silvio Berlusconi, che commenta: «Sono esterrefatto, non si è mai vista una cosa del genere, che determina un aggravio delle possibilità di difesa – commenta l’avvocato Coppi – perchè contavamo di avere più tempo per svolgere i nostri approfondimenti e ora dovremo fare in venti giorni quello che contavamo di fare con maggior respiro ». Quanto alla possibilità che al Palazzaccio il processo sia stato calendarizzato, in tempi stretti, proprio per l’ipotesi di una prescrizione intermedia, ossia riguardante una parte del reato contestato a Berlusconi, che scatterebbe il prossimo settembre, il penalista risponde: «In Cassazione di casi di prescrizione intermedia se ne vedono abitualmente e spesso sono gli stessi giudici a rideterminare la pena ». E l’avvocato Coppi conclude: «Ci batteremo comunque per ottenere l’annullamento con rinvio della sentenza di condanna inflitta a Silvio Berlusconi ».

RIVOLTA NEL PDL – Fa eco all’avvocato Coppi Daniela Santanchè: «Le parole di Coppi che per chi ancora avesse dei dubbi, sono la certezza che la giustizia non c’è per il presidente Berlusconi – dichiara la deputata del Pdl – Che cosa facciamo noi? Aspettiamo ancora l’unica manifestazione che forse riusciremo a fare, e cioè quella di accompagnarlo in carcere? Non ci sto. Basta divisioni. Serve passare all’azione ». E il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, sottolinea come «milioni di italiani aspettino giustizia per anni, ma per Silvio Berlusconi la Cassazione viene convocata in tempo record »: «Non si è mai vista una cosa del genere » aggiunge il ministro Lupi. Per Maria Stella Gelmini si tratta «solo di un’ulteriore conferma: esiste un disegno per eliminare dalla scena politica il leader del centrodestra attraverso l’uso politico della giustizia ». E, in riferimento all’articolo pubblicato dal Corriere della Sera martedì mattina, il capogruppo Pdl in commissione Giustizia alla Camera, Enrico Costa, attacca: «Il Corriere detta, la Cassazione scrive. Dopo l’articolo pubblicato sul quotidiano di via Solferino, in cui si paventava il rischio di dover «rinviare di un anno » l’eliminazione politica di Silvio Berlusconi, la Suprema Corte ha preso le contromisure ».

«MOBILITAZIONE DI MASSA » – Se «si dovessero realizzare i sospetti » nutriti dal Pdl – sottolinea invece il coordinatore del Pdl, Sandro Bondi – sul fatto che dietro ai processi a Silvio Berlusconi si celi un disegno «teso ad eliminare politicamente l’ex presidente del Consiglio, il partito si troverebbe nella necessità di attuare forme di resistenza seppure non violente ». Idea rilanciata dal deputato Pdl, e presidente della commissione Finanze a Montecitorio, Daniele Capezzone: «È in gioco molto più del destino di una persona. Oggi, la difesa del cittadino Berlusconi coincide con la difesa della democrazia. Condivido l’approccio di Bondi: serve una grande risposta non violenta, una iniziativa di massa che coinvolga i cittadini ».


Letto 2610 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart