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L’anomalia che rischia di uccidere il paese

1 Agosto 2013

di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 1 agosto 2013)

La regola è che un indizio è un indizio, due indizi sono due indizi ma tre indizi sono una prova. Estendendo la stessa regola si può tranquillamente affermare che un processo è un processo, due processi sono due processi, tre processi possono ancora essere solo tre processi. Ma quando il numero dei procedimenti penali diventa a due cifre la faccenda cambia aspetto e diventa persecuzione giudiziaria. Si può capire lo sforzo dei giudici della Cassazione di non tenere conto di questa considerazione e di cercare di trattare la “causa n.8” come una delle tante e normali cause su cui sono chiamati a giudicare. Nessuno può e deve pretendere che il loro giudizio possa essere influenzato o condizionato dalla circostanza che l’esito della “causa n.8” possa provocare la caduta del governo, l’apertura di una crisi senza sbocco, il ritorno della speculazione finanziaria internazionale e lo sconquasso generale del paese.

Al tempo stesso i giudici della Cassazione non possono e non debbono pensare di avere l’occasione di correggere l’anomalia della persecuzione giudiziaria emettendo una sentenza di assoluzione od essere tentati di eliminare quella che da altro punto di vista viene considerata la causa principale dell’anomalia, cioè il ruolo politico dell’imputato Silvio Berlusconi. Questi obblighi non sono un limite per la Cassazione. Al contrario, la possibilità di affrontare la “causa n.8” senza tenere minimamente in conto l’anomalia rappresentata dalla persecuzione giudiziaria nei confronti di un leader o, al contrario, quella di un leader politico che è la causa dell’anomalia a causa della sua inguaribile tendenza a delinquere, è un vantaggio incommensurabile per i magistrati del Palazzaccio di piazza Cavour. Non spetta a loro, infatti, il compito di esaminare l’anomalia che grava sul paese e che dopo averne condizionato gli ultimi vent’anni minaccia di condizionarne il futuro immediato ed anche quello più lontano.

Il compito spetterebbe alla cosiddetta politica. Che dovrebbe innanzi tutto capire le ragioni per cui si è verificato un fenomeno di persecuzione giudiziaria di durata ventennale o, ipotesi contraria, per vent’anni un delinquente abituale è stato al vertice di uno degli schieramenti politici del paese assumendo per lungo tempo anche la carica di Capo del Governo. Ma la politica è in grado di svolgere il compito che non spetta alla magistratura, sia essa della Cassazione che di qualsiasi Tribunale? La risposta è nei fatti. La politica non è in grado di compiere una impresa del genere. L’anomalia nasce proprio dal fatto che in tutti gli ultimi vent’anni una parte della politica ha sperato che la magistratura eliminasse attraverso una clamorosa persecuzione giudiziaria il proprio principale avversario politico e la parte politica di questo personaggio si è preoccupata esclusivamente di usare l’arma politica per creare ostacoli di tipo giudiziario alla macchina perversa di una magistratura caricata di compiti non propri.

Pensare che la politica possa riempire di colpo il vuoto lasciato da se stessa è farsi delle assurde illusioni. Purtroppo la sentenza della Cassazione che potrebbe cambiare le sorti del paese è destinata a non cambiare nulla da questo punto di vista. A meno che la politica responsabile non incominci seriamente a riflettere che la causa principale del declino italiano sia stata proprio la delega lasciata irresponsabilmente dalla politica ad una magistratura non titolata (ed incapace) di svolgere un ruolo così alto ed impegnativo. Nell’agenda del governo Letta, dunque, come dimostra anche il caso Fiat, il ritorno della politica nel vuoto lasciato da se stessa sotto forma di riforma della giustizia dovrebbe assumere il primo posto. In caso contrario l’anomalia è destinata ad uccidere il paese!


Sentenza Mediaset, quello sconto sull’interdizione è a rigor di legge
di Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”, 1 agosto 2013)

Se un Parlamento dedito al malaffare non avesse trasformato la tradizionale prigione a pane e acqua in un “tana libera tutti”; oggi non staremmo a discutere degli anni di interdizione che si merita un presidente del Consiglio che ha depredato il Paese per circa venti anni, fregandogli alla fine, tra annualità prescritte e no, più o meno mezzo miliardo di euro. Quello che conta dovrebbero essere i 4 anni di cella che gli toccano. Ma si sa, 3 anni sono vanificati dall’indulto del 2006 e uno lo passerà affidato in prova ai servizi sociali (non ci sono parole…) o agli arresti domiciliari in una delle sue regali ville. Così parliamo almeno degli anni in cui, per via dell’interdizione, potremmo levarcelo dai piedi. La complicità della classe politica con i delinquenti in genere e con gli evasori fiscali in particolare trasformò, nel 2000, una legge che doveva essere un’arma di distruzione di massa dell’evasione in uno strumento di impunità. Ne ho parlato più volte: io scrissi (con altri valenti esperti) il testo originario, il Parlamento lo distrusse sapientemente. Quello che ne saltò fuori, fu un  sistema chiuso che non poteva essere integrato con le norme di diritto penale comune, anche quando il trattamento di favore assicurato agli evasori gridava vendetta. Forte era la tentazione di utilizzare la truffa, l’appropriazione indebita, il peculato e altri reati comuni per processare quelli che la legge penale tributaria graziava.

Per esempio, una dichiarazione infedele inferiore a 100 mila euro di imposta evasa non era considerata reato; che vergogna! E se lo processassimo per truffa ai danni dello Stato (art. 640, 2 ° comma codice penale)? Non si può. Omesso versamento Iva; per molti anni non è stato previsto come reato; ma potremmo processarli per appropriazione indebita (646 codice penale), l’Iva  da versare non è loro, sono soldi dello Stato! Non si può. Le norme speciali prevalgono su quelle generali.

Ora capita che l’art. 12 della Legge 74/2000 (la sciagurata figlia di chi scrive) prevede una interdizione specifica per i reati fiscali: da 1 a 3 anni. Mentre l’art. 29 del codice penale la prevede, per tutti i reati puniti nel minimo con più di 3 anni, per 5 anni (misura fissa). Dunque la norma penale tributaria è un po’ più severa per i reati meno gravi e molto meno severa per i reati più gravi. Perché sia così non si sa: c’entrano probabilmente il desiderio di non gravare troppo i grossi evasori e l’opportunità di dimostrare, vessando i piccoli, che non si facevano sconti a nessuno. Sia come sia, il sistema penale tributario è un sistema chiuso; la norma generale non si può applicare.

La Corte d’Appello ci ha provato e ha fatto un ragionamento molto intelligente: “Non c’è ragione di trattare più favorevolmente i reati fiscali rispetto a quelli comuni posto che la stessa legge penale tributaria li considera così gravi da prevedere l’interdizione anche per quelli puniti con pene lievi”. A me pare che non stia in piedi; ma oggi vedremo cosa deciderà la Cassazione.

Quello che, per i poveri cittadini italiani, è grave è che, se avessi ragione io (e il procuratore generale e le difese di Berlusconi), questo tornerebbe in circolazione in tempo per fare altri danni. A questo punto non c’è che sperare che la Corte applichi bene l’art. 37 del codice: quando la durata dell’interdizione non è espressamente determinata, essa è eguale a quella della pena detentiva. E siccome a Berlusconi sono stati ficcati 4 anni, e anche se la legge penale tributaria prevede una forbice – per l’interdizione – tra 1 e 3 anni, Berlusconi dovrebbe essere interdetto per il periodo massimo previsto, 3 anni appunto.

Ma come, non era un sistema chiuso? Non si dovevano applicare solo le norme previste dalla legge e non quelle comuni previste dal codice? Sì, certo, quando entrambi, codice e legge penale tributaria, prevedono disposizioni sulle stesse circostanze. Ma quando nulla è previsto nella legge speciale, si deve applicare quella generale; dunque il codice penale.

E proprio perché l’interdizione che tocca a Berlusconi è fissa, non discrezionale (3 anni, si è detto), non c’è bisogno di un nuovo processo. La Corte corregge l’errore di diritto (legge penale tributaria e non codice penale) e ridetermina la durata dell’interdizione. E Berlusconi conclude la sua ingloriosa carriera.

Così dovrebbe andare. Ma, sapete com’è, se il diritto fosse semplice basterebbe un computer. Invece servono i giudici che, quando assolvono Berlusconi sono brave persone e quando lo condannano persecutori comunisti.

 

 

 

 

 

 

Per Berlusconi arriva il giorno più difficile: «Ma tutto è possibile »
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 1 agosto 2013)

Il D-Day è arrivato. Comunque vada. E Silvio Berlusconi oggi potrà finalmente liberarsi della camicia di forza che ormai da settimane gli ha cucito addosso Franco Coppi, l’avvocato che – non solo con le buone – lo ha invitato a tenere una linea prudente e a non dire una parola che fosse una sulla sentenza della Cassazione.
Il Cavaliere ha resistito, al punto che le ultime 48 ore le ha passate in una sorta di isolamento forzato in quel di Palazzo Grazioli.

Ammessi nella residenza romana dell’ex premier solo Gianni Letta, Paolo Bonaiuti, gli avvocati difensori (Niccolò Ghedini e Coppi) e lo staff ristretto che quotidianamente lavora a via del Plebiscito. Nessuna eccezione e pure la maggior parte delle telefonate che arrivano vengono cortesemente rimbalzate.
Un Berlusconi, dunque, che alla fine è riuscito davvero a tenersi fuori dalla mischia come gli aveva chiesto Coppi, convinto che una linea non conflittuale nei confronti della Cassazione fosse la premessa necessaria di una sentenza favorevole. E infatti sono giorni che – a parte qualche fantasiosa eccezione – i giornali faticano nei consueti retroscena su sfoghi e umore del Cavaliere. Che, a dire il vero, è sostanzialmente altalenante: a volte pessimista (come Ghedini), altre ottimista (come Coppi che ancora ieri ribadiva a Berlusconi di essere convinto che la Cassazione dovrebbe almeno derubricare il reato da frode fiscale a false fatturazioni). Un «Cavaliere Insciallah », lo definisce uno dei suoi più stretti collaboratori per far capire quanto sia ormai fatalista l’approccio dell’ex premier. Ed è questa, nella sostanza, la sintesi di quel suo pencolare tra fiducia e disfattismo. In privato, infatti, Berlusconi continua a lamentarsi della «persecuzione giudiziaria » e professarsi innocente, ma è consapevole che «tutto è possibile ».

A seconda di quale sarà la sentenza, però, il Cavaliere tarerà la sua reazione. Che, in ogni caso, ci sarà e si farà sentire. L’unica vera certezza, insomma, è che oggi finirà l’isolamento e il silenzio forzato. Perché anche ieri Berlusconi è stato sul punto di esplodere, infastidito com’era per la requisitoria del procuratore generale della Cassazione Antonio Mura che aveva parlato di una «continuità » nel sistema delle false fatturazioni di Mediaset. Un’uscita che l’ex premier non ha gradito, tanto dal preparare una durissima nota che poi è stata prontamente stoppata. Per affondare i colpi, è stato il ragionamento, ci sarà tempo e adesso è inutile avvelenare il clima e dare dei pretesti all’accusa. Per la stessa ragione, d’altra parte, è stata ripensata l’idea di una manifestazione di solidarietà sotto Palazzo Grazioli questo pomeriggio, proprio mentre la Cassazione si riunisce per la sentenza. E, ancora una volta, dietro il cambio di programma ci sarebbe la reazione (che definiscono «molto alterata ») di Coppi.
La consegna del silenzio, dunque, sembra superare la prova della tesa vigilia. Ma quale reazione avrà l’ex premier di fronte alla sentenza è scommessa che nessuno si azzarda a fare. «Sarà difficile da contenere, sia che il verdetto vada in un senso che in un altro », ammette chi è di casa a Palazzo Grazioli. Anche per questo non è ancora dato sapere come Berlusconi deciderà di commentare la sentenza: se con una semplice nota, una conferenza stampa o, magari, una passeggiata per via del Plebiscito come fece in occasione della bocciatura del lodo Alfano. Nessuna decisone, infatti, è stata presa. Il Cavaliere pare che ieri abbia preferito dedicare il tardo pomeriggio a vedersi l’amichevole del Milan contro il Manchester City. Non di buon auspicio visto il 5-3 a favore degli inglesi.


“Non c’è reato penale. Sentenza da annullare”
di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 1 agosto 2013)

Roma – I fatti, così come li racconta Franco Coppi nell’aula Brancaccio della Cassazione, sono di una semplicità disarmante. Silvio Berlusconi non è colpevole di frode fiscale: il reato non c’è com’è stato configurato nelle due sentenze che lo hanno portato all’ultimo grado di giudizio, perché riguardano un comportamento «non penalmente rilevante ».

Con un’arringa che fa capire, anche ai più digiuni di diritto, perché merita appieno il titolo di principe dei cassazionisti, il legale del Cavaliere chiede l’annullamento della pronuncia d’appello, «frutto di un pregiudizio cementato dal collante del cui prodest » e di un «abnorme travisamento della prova », per descrivere il leader del Pdl come «il “dominus ” di una catena truffaldina », mentre non gestiva più il suo impero dalla discesa in politica del ’94 ( come dimostrerebbero altre sentenze, Mills e Mediatrade, mai acquisite).

Solo in subordine, Coppi chiede l’annullamento con rinvio alla Corte d’appello: se la sua tesi non venisse accolta il reato di frode fiscale andrebbe derubricato in quello di false fatturazioni. La pena sarebbe più bassa e, per i termini ridotti di prescrizione, sarebbe già estinto o a rischio di estinzione.
«Berlusconi doveva essere assolto già in primo grado – dice l’avvocato – le prove sono state travisate e i fatti che gli vengono contestati non sono di rilevanza penale ».
Il professore parla con uno tono sempre misurato e più che rispettoso della corte, spesso si scusa per le ripetizioni di tesi già espresse dagli altri legali. Comincia a parlare alle 17 e 30, dopo Niccolò Ghedini e per oltre due ore inaugura, nella difesa di Berlusconi, uno stile tutto nuovo: spiega con garbo, argomenta con rigore, analizza, documenta e smonta le accuse con motivazioni che appaiono più che convincenti.
Premette, citando il giurista Francesco Carrara (permettemi la sottolineatura: fu un grande lucchese. bdm), che «quando la politica entra dalla porta del tempio, la giustizia fugge impaurita dalla finestra ». È solo con le ragioni del diritto che Coppi vuole vincere.
Così, se nella prima parte dell’arringa entra nel merito delle sentenze, sempre sul piano della legittimità, nella seconda tira fuori l’asso nella manica e, con il sorriso sulle labbra, distrugge alla radice la ragione stessa del processo.
In punto di diritto, il professore afferma che per questi fatti si poteva parlare semmai di «abuso di diritto » con finalità di «elusione » delle tasse, cioè solo di un illecito amministrativo e tributario. Che potrebbe avere conseguenze penali in una precisa circostanza qui assente: il contrasto con una disposizione antielusiva.
Per Coppi, della legge 74 del 2000 sui reati tributari, va preso in considerazione l’articolo 2 (dichiarazione infedele) e non il 4 ( dichiarazione fraudolenta), com’è stato fatto per la condanna di Berlusconi. «Siamo fuori – spiega – dall’ambito di applicazione dell’articolo 2 e della frode fiscale, che comporta fatture per operazioni inesistenti ». Quelle per l’acquisto di diritti tv, sono invece operazioni reali, di società «non fittizie », con pagamenti «fatturati » e un rincaro di prezzo «giustificato ». Cambia, dunque, la loro stessa «fisionomia ».
L’avvocato cita diverse sentenze della Cassazione civile, sezione tributaria, oltre a pronunce delle Sezioni Unite e verdetti come quello per gli stilisti Dolce e Gabbana. Alla sezione feriale, presieduta da Antonio Esposito che come gli altri segue con massima attenzione ogni sua parola, offre la possibilità di scrivere una pagina nuova nella giurisprudenza della Suprema Corte traendo conclusioni già implicite negli altri pronunciamenti.


Berlusconi, in caso di condanna ai domiciliari. Ma leadership dimezzata e non più Cavaliere
di Liana Mirella
(da “la Repubblica”, 1 agosto 2013)

ROMA – Raccontano che solo una, in queste ore, sia la vera preoccupazione del Cavaliere. Che rischia pure di perdere questo titolo concesso dal Quirinale e che lo ha reso famoso nel mondo. Confida la paura agli amici e a loro si raccomanda: “Vada come vada, ma datemi garanzie che non debba essere costretto a passare per la galera, anche solo per poche ore, subendo quelle umilianti procedure che mi raccontano debba sopportare chi varca quelle porte”. Niccolò Ghedini, il suo avvocato, lo ha rincuorato e gli ha ricordato che proprio il suo ex ministro della Giustizia Angelino Alfano ha fatto una legge per cui chi deve scontare un anno di pena va ai domiciliari. In ogni caso c’è pure la legge Simeoni-Saraceni, niente carcere sotto i tre anni, ma l’affidamento ai servizi sociali. Certo, deve chiedere l’uno e l’altro, ma anche qualora non lo facesse, grazie al caso Sallusti e all’orientamento della procura di Milano diretta dall’ex leader dell’Anm Edmondo Bruti Liberati, la detenzione in casa è comunque assicurata.

Detto questo, l’eventuale condanna di Berlusconi a quattro anni, tre coperti dall’indulto, rappresenta un unicum nella storia italiana per l’indiscutibile rilievo politico del personaggio. Ex premier per quattro volte, leader del Pdl, fama internazionale, si ritroverà a fare i conti con una pena che, anche se solo di un anno, cambierà profondamente la sua vita personale e pubblica. Né, per lui, potranno essere sovvertite le regole che valgono per i normali cittadini. Se alla pena si aggiungerà anche l’interdizione – 3 o 5 anni poco cambia – Berlusconi rischia di trovarsi anche senza la copertura parlamentare che comunque gli garantisce spazi più ampi di movimento.

Una cosa è certa. Per lui, a pena definita, vada ai domiciliari o affidato ai servizi sociali, non sarà più possibile, senza una preventiva autorizzazione dei magistrati di sorveglianza, svolgere liberamente l’attività politica, fare telefonate, rilasciare interviste, soprattutto se dovesse perdere anche lo scranno di senatore. Per capire l’eventuale futura vita del forse ex Cavaliere conviene seguire passo dopo passo che cosa può accadergli da oggi se, dal palazzaccio della Cassazione, dovesse arrivare la conferma della condanna.

Da lì, tempo 24 ore, partirà una doppia comunicazione, una per il Senato con la notifica del dispositivo che riguarda l’interdizione, l’altra per Milano, per la procura generale se la pena dovesse essere diversa da quella di primo e secondo grado, per la procura se la pena è la stessa. Qui Bruti Liberati si ritroverà alle prese con un caso identico a quello del direttore del Giornale Alessandro Sallusti, finito poi con la grazia di Napolitano. Per Berlusconi, di certo, non ci sarà un intervento del Colle che è già stato smentito.

In tempi rapidissimi, dalla procura partirà un ordine di esecuzione con un contestuale decreto di sospensione. Sta qui, proprio in questo decreto, la matematica certezza che Berlusconi non finirà in cella. Bensì avrà 30 giorni di tempo per scegliere come vuole scontare il carcere, se in affidamento ai servizi sociali, oppure agli arresti domiciliari. C’è chi, nel suo entourage, sostiene che non voglia chiedere nulla ai magistrati, ma in tal caso, la linea di Bruti Liberati è quella di applicare la legge Alfano (ampliata da 12 a 18 mesi dall’ex Guardasigilli Paola Severino) con l’obbligo dei domiciliari.

Berlusconi poi, in quanto over 70, ne ha doppiamente diritto perché il suo reato, la frode fiscale, è tra quelli che grazie alla legge Cirielli consente comunque gli arresti in casa. Ma proprio da casa che vita personale e politica potrà fare Berlusconi? A sentire i magistrati di sorveglianza, tutto dovrà essere regolato proprio dalle toghe, per quanto tempo potrà uscire, gli incontri, le eventuali telefonate, i contatti con la stampa. Niente potrà essere più come prima. Questo spiega la tensione e anche l’angoscia con cui l’ex premier, ma anche i suoi avvocati, attendono il verdetto.

Ovviamente, la sua posizione di senatore, finché l’aula di palazzo Madama non voterà sull’interdizione che potrebbe anche essere respinta a maggioranza grazie al voto segreto, è destinata ad agevolare lo stato di condannato. Sempre facendo una regolare richiesta, Berlusconi potrà andare al Senato e lì sarà “libero” di svolgere il suo “lavoro” di parlamentare. Non potrà, invece, tenere un comizio o una manifestazione pubblica. Per incontrare qualcuno dovrà chiedere il permesso. Dalla sua casa non potrà uscire senza il sì del magistrato di sorveglianza, pena il reato di evasione (successe così a Sallusti). Tutto lascia pensare, per chi lo conosce, che sarà un inferno.


La “madre delle tangenti” è sempre incinta, ma in Mps non ce n’è traccia
di Redazione
(da “Il Foglio”, 31 luglio 2013)

La “madre di tutte le tangenti” è sempre incinta, a giudicare dalla frequenza con cui in Italia viene evocata da giornalisti, analisti e politici d’assalto. Eppure questa signora gravida, sempre utile a solleticare i peggiori istinti di piazza, dalle parti del Monte dei Paschi di Siena non è stata ancora avvistata. Ieri doveva essere il grande giorno per lo “scandalo del millennio”, come fu ribattezzato dopo lo scoop del Fatto quotidiano dello scorso 22 gennaio relativo a un’operazione di ristrutturazione di titoli derivati tra Mps e due banche internazionali, eppure tanto scandalo sembra finito a lenticchie. La procura di Siena ha depositato l’avviso di chiusura delle indagini sull’acquisizione del 2007 della Banca Antonveneta da parte di Mps, avvisando 11 indagati che saranno imputati solo dopo l’eventuale rinvio a giudizio, comunque atteso per settembre. Di accuse di corruzione non c’è traccia (“Di tangente – ha detto ieri il pm Antonino Nastasi ai giornalisti – avete parlato solamente voi”). Certo, l’ex presidente di Mps, Giuseppe Mussari, risulta indagato assieme ad altre 8 persone; lui anche per insider trading perché, “essendo in possesso di informazioni privilegiate e, in particolare, di informazioni relative all’avvenuta stupula dell’accordo con Banco Santander per l’acquisizione di Banca Antonveneta, comunicava dette notizie” al sindaco e al presidente della provincia di Siena (che avevano ovviamente un ruolo nella Fondazione controllante Mps) e a un responsabile di JpMorgan. Mussari poi, assieme all’ex direttore generale Antonio Vigni e l’ex Cfo Daniele Pirondini, è indagato per concorso in false comunicazioni sociali (agli azionisti e al pubblico) e ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza (cioè Banca d’Italia). Per illeciti amministrativi, invece, sono indagate la stessa Mps e JpMorgan. Tutte questioni che – se dimostrate – certificheranno un modo di fare banca tutt’altro che impeccabile, spesso clientelare e inefficiente.

Tuttavia non c’è traccia alcuna di tangenti, o di quella “finanza opaca e massonica” di cui parlò il Fatto quotidiano, o della “nuova Tangentopoli che – avvertiva Repubblica – sta terremotando l’Italia”. Allo stato dell’arte si potrà ritenere pure che l’acquisizione di Antonveneta, venduta nel 2007 da Santander a Mps per 10 miliardi di euro, sia stata oltremodo onerosa. Qualcun altro potrebbe obiettare che eravamo allora alla vigilia della crisi, che Mps temeva in quel momento di rimanere esclusa da una stagione di fusioni bancarie significative, che si applicarono criteri utilizzati in operazioni simili di altri paesi. Si potrà imputare anche un certo tasso di sprovvedutezza, ma al momento, dopo mesi di indagini giudiziarie e gogna mediatica preventiva, non c’è prova che “l’esborso di Mps fu appesantito da una mazzetta” (Fatto). Che fosse per i dirigenti Mps, per Santander, per il Pd locale, per quello nazionale, per i partiti tutti, quella mazzetta al momento non c’è. E di che “mazzetta” abbiamo almanaccato per mesi, in piena campagna elettorale! Rep., che nell’ottobre 2012 aveva parlato di “madre di tutte le tangenti” per la vicenda di Finmeccanica in India, lo scorso gennaio cambiò subito cavallo.

Per i cronisti Carlo Bonini e Andrea Greco la “madre di tutte le tangenti” era diventata quella di Mps, “l’ipotesi investigativa principale su cui si muovono i pm della procura di Siena Giuseppe Grosso e Antonino Nastasi”, altro che robette come insider trading e aggiotaggio: “I 9 miliardi vengono versati in due tranche e su conti distinti. 7 miliardi direttamente a Santander. 2 miliardi su un conto di una banca londinese nella disponibilità dello stesso Santander – scrivevano – E’ la provvista della tangente. O, almeno, è questa l’unica logica spiegazione”. Un “Armageddon giudiziario” tale che i giudici – chissà per quale slancio di bontà – avrebbero voluto “attendere l’esito del voto di febbraio prima della sua ‘discovery’”. Alla stessa logica ferrea si piegò anche il Sole 24 Ore, giornale della Confindustria. Titoli strillati e piazze grilline piene. Qualche mese dopo, la discovery c’è e la tangente ancora no. Mps, certo, è coinvolta in altri filoni d’inchiesta, come quello sulle operazioni finanziarie Alexandria e Santorini, o quello su alcuni dirigenti dell’area finanza accusati di fare la “cresta” su certe operazioni (la cosiddetta “banda del 5 per cento”, come fu enfaticamente ribattezzata). Intanto però abbiamo già saputo, due settimane fa, che il contratto di scambio titoli tra Mps e Nomura – “ovviamente” stretto per coprire i buchi dell’acquisto tangentizio di Antonveneta – non era illecito né occulto; lo ha certificato il gip respingendo una richiesta di sequestro e lo hanno confermato i giudici del riesame. Le novità però non sembrano finite, direbbe qualche collega d’assalto.


Coltiva le tue origini dentro di te
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 31 luglio 2013)

Sfreccio in treno davanti al mio paese natale e mi appare, come i santi, dentro una campana di vetro chiamata finestrino. In quella scatola trasparente e sfuggente c’è tutto il mio mondo d’origine, le persone, i luoghi, gli anni più cari, compresi in rapido riassunto tra due torri di guardia sul mare. Stento a riconoscere nella velocità del passaggio sagome di case, strade, campagne, strisce di mare all’orizzonte, abbozzi di vita e ombre di campanili. Intravedo al passaggio due figure umane fra gli ulivi e, improvvisato sciamano, entro nei loro panni e mi situo nel loro paesaggio.

Tramite loro respiro quell’aria, tocco quei tronchi, entro nella loro inerzia. Il tuo paese natale non è il luogo dove resti pietrificato una vita e nemmeno il luogo che abbandoni e cancelli; ma ti resta per sempre, irraggiungibile ma sempre vicino nella sua lontananza. Quella cartolina che scorre al passaggio è la cassaforte dove sono depositati i tuoi tesori, viventi o sepolti. La cassetta di sicurezza dei tuoi gioielli immateriali, ma non privi di corpo. Coltiva un paese dentro di te, un posto che ami, dov’è la tua origine e che devi lasciare. Un paese ci vuole per andarsene via, dice Pavese.

Ma quel paese poi torna, nei sogni, nelle pause, nei lampi del viaggiatore che sfreccia veloce davanti ai suoi primi vent’anni; risale ai secoli addietro da cui proviene e risale ai secoli postumi in cui tornerà in quel posto, in mezzo ai suoi cari, e sarà terra tra i suoi conterranei. Alla fine del viaggio si prega restituirmi al mittente.


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Bart