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Esposito, si cerca l’audio dell’intervista

11 Agosto 2013

di Redazione
(da “Libero”, 11 agosto 2013)

Grazia, commutazione della pena e amnistia: Sono queste tre le “strade maestre” perché Silvio Berlusconi ottenga “agibilità politica” dopo la sentenza della Corte di Cassazione che lo ha condannato per frode fiscale. Si tratta, tuttavia, di tre scenari che – almeno per ora – sembrano poco percorribili anche se il Cavaliere continua ad aspettare un segnale dal Colle prima di dare fuoco alle polveri. Su queste tre strade, l’ordine di scuderie è di tenere i toni bassi e aspettare.

Le altre ipotesi – Ma dopo l’intervista del giudice Antonio Esposito al quotidiano Il Mattino per la difesa del Cavaliere si sono aperte altre strade per modificare gli effetti penali prodotti dalla sentenza di terzo grado sull’inchiesta Mediaset. Come scrive Brunella Bolloli su Libero in edicola oggi, domenica 11 agosto, la difesa presenterà ricorso straordinario alla Corte europea. “Dopo avere saputo che il giudice aveva espresso giudizi poco lusinghieri sul Cavaliere (secondo quanto ha scritto Stefano Lorenzetto su Il Giornale) chiamandolo “grande corruttore”. Inoltre si cerca di ottenere, come scrive il Fatto, l’integrale della registrazione dell’intervista resa da Esposito al Mattino.

Audio integrale – Il quotidiano partenopeo sul suo sito ha pubblicato solo un minuto e mezzo della conversazione con il giornalista Antonio Manzo ma ci sono altri 35 minuti da ascoltare. Il direttore Alessandro Barbano vuole evitare che uno scoop giornalistico venga strumentalizzato politicamente e quindi ha chiesto di non diffondere la parte rimanente dell’audio. Per i legali in quella conversazione potrebbero esserci altri elementi che danno sostanza alla tesi del “fumus persecutionis” nei confronti del Cavaliere. Altri elementi a favore della difesa di Berlusconi potrebbero essere dati dall’indagine del Csm e degli ispettori inviati dal ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri per fare chiarezza sulla vicenda.

L’errore di fatto – Si sono aperte altre strade per neutralizzare gli effetti penali della sentenza, i legali si preparano alla controffensiva. C’è anche la possibilità di un ricorso per chiedere la revisione di un processo per un errore di fatto. Un errore che con la gaffe dell’intervista Esposito ha clamorosamente rivelato spiegando che il Cavaliere sapeva del reato. I legali aspettano il deposito della motivazione, ma se essa dovesse confermare quanto anticipato al Mattino, i legali sono pronti in quanto, sostengono da sempre, nelle carte non c’è traccia del fatto che Silvio fosse a conoscenza del reato di frode fiscale.


L’inevitabile successione
di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 11 agosto 2013)

È molto difficile chiudere l’era Berlusconi, ma è certo che in una prospettiva non troppo lontana la sentenza della Cassazione ha posto fine alla sua leadership politica. In un Paese civile le sentenze delle Corti, infatti, fossero anche le più infondate e discutibili, vanno eseguite. Su questo non possono e non devono esserci dubbi.

Fine della leadership di Berlusconi, dunque. Certo, il Cavaliere potrebbe sempre in qualche modo dirigere il Pdl da casa sua, mandare cassette registrate da trasmettere alla televisione, rilasciare un’intervista al giorno, collegarsi dovunque in teleconferenza. Ma il fatto di non poter essere eletto e far ascoltare mai la sua voce in Parlamento, di non poter farsi vedere in un comizio, di non potersi recare in alcuna riunione all’estero, tutto ciò rende di fatto impossibile qualunque suo reale ruolo di comando. È vero che egli non è uomo da rassegnarsi facilmente, e che l’Italia ha ormai abituato il mondo alle proprie numerose anomalie, ma si può immaginare un Paese o un partito guidati a questo modo? Cioè nel modo in cui si troverà Berlusconi tra poche settimane? Dunque prima o poi egli dovrà passare la mano in qualche modo. L’ora della sua successione è arrivata.

Anche se come si sa, egli non si è mai curato di prepararla. Non è un caso che finora, a quel che sembra, l’unica forma di successione che gli è venuta in mente non è all’interno del suo partito di plastica, bensì è quella personal-familiare nella persona della figlia Marina (che peraltro ha detto proprio ieri di non pensarci nemmeno): un’incredibile e, più che incredibile contraddittoria, trasposizione nella dimensione dinastica della vicenda più orgogliosamente self made man e più sfrenatamente egotista che abbia mai visto la politica italiana.

La verità è che finché si rimane nell’ambito del partito berlusconiano il problema di trovare una futura leadership è per la Destra un problema insolubile. All’interno del Pdl non esiste alcuna personalità in grado di essere realmente accettata da tutti gli altri come capo, e al tempo stesso di risultare credibile agli occhi dell’elettorato.

Per rappresentare nelle urne gli elettori italiani di destra è necessario perciò che oggi si avvii la nascita di qualcosa di nuovo e di diverso, che può essere il frutto solo di un grande rimaneggiamento di sigle, di famiglie, di gruppi e di storie politiche. Al quale – questo sembra essere il punto decisivo – deve partecipare attivamente anche quell’area moderata, non di sinistra, che finora si è detta di centro: si è detta tale, a me pare, per un solo motivo, in sostanza: per la comprensibile paura di essere confusa con la Destra esistente, vale a dire con Berlusconi, con il suo stile e le sue pratiche. Ormai, però, si è aperta una prospettiva in cui tale paura non ha più motivo di essere.

Le donne e gli uomini del Centro, gli ambienti che li esprimono, devono solo convincersi che in un Paese normalmente bipolare – e l’Italia ormai lo è definitivamente – essere di destra vuol dire semplicemente avere opinioni, valori e adottare politiche diverse da quelle della Sinistra. E che dunque se, come è il loro caso, non si hanno le opinioni e i valori della Sinistra, ciò significa inevitabilmente che si è di Destra, e che in ciò non c’è nulla di male. In una democrazia Destra e Sinistra, infatti, non sono l’una il male e l’altra il bene, o viceversa. Sono semplicemente due diversi luoghi dello schieramento politico, e in parte (ma solo in parte) anche due modi di pensare il mondo: entrambi legittimi perché a sostegno di entrambi possono essere addotte ottime ragioni. Se migliori in un caso o nell’altro, dipende solo dalle circostanze.

Se non si è di sinistra, dunque, è all’elettorato di destra che bisogna rivolgersi. Ma senza retropensieri e infingimenti. Senza fare, ad esempio, ciò che invece ha fatto rovinosamente il Centro nell’ultima campagna elettorale: e cioè di dare chiaramente a intendere che, se del caso, esso non escludeva dopo le elezioni di potersi alleare con la Sinistra. Oggi come oggi, infine, una ricostruzione politica della Destra a partire dal Centro dovrebbe anche avere chiaro che per interloquire con l’elettorato che per anni si è riconosciuto nel Pdl non si devono, no, tacere le ombre pesanti che via via si sono venute addensando su Berlusconi, ma al tempo stesso si deve non solo riconoscergli la parte imprescindibile e positiva che egli ha avuto a suo tempo nella trasformazione del sistema politico italiano, ma anche fare proprie alcune battaglie (perdute) che hanno caratterizzato la sua vicenda. A cominciare da quella altamente simbolica, ma assolutamente sacrosanta, per una riforma del sistema giudiziario.

È vero che in Italia per adottare la linea che ho sommariamente indicato bisogna superare un potentissimo interdetto socio-culturale: quello costruito per anni e anni dalla Sinistra, la quale ha sempre cercato di far credere che essere di destra voglia dire essere contro la democrazia (dimenticando, tra l’altro, che su questo piano essa stessa non aveva certo tutte le carte in regola…). Ed è pure altrettanto vero che nel nostro Paese, a partire almeno dagli anni 70 del secolo scorso, la borghesia corporativa e della rendita e il capitalismo senza capitali – pieni com’erano e come sono di scheletri negli armadi, e perciò oltremodo bisognosi di un protettore politico – hanno sempre trovato comodo cercarlo a sinistra: cioè nella parte che gli appariva di volta in volta più forte, più cattiva, o più alla moda. Ma tutto questo, se non m’inganno, il vorticoso incalzare dei tempi e l’urgenza dell’agenda politica se lo stanno ormai portando via. La crisi del Paese vuol dire la fine, tra tante altre cose, pure di questi antichi riflessi condizionati. Anche a destra è venuto il momento di voltare pagina.


Il 25 luglio è arrivato, il Cavaliere si rassegni
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 11 agosto 2013)

Ho già ricordato qualche giorno fa quanto accadde a Roma il 25 luglio del 1943 di cui ricorre quest’anno il 70 ° anniversario. Mi sembrava attuale: la liquidazione di Mussolini votata con larga maggioranza dal Gran Consiglio del Fascismo, il supremo organo del regime, ben più importante d’un Parlamento che da tempo era di fatto inesistente. Nello Ajello ha ripercorso quella vicenda con dovizia di particolari e di riflessioni politiche e psicologiche, descrivendo un Duce ormai diventato consapevole d’una sconfitta storica e della rovina che incombeva tragicamente sul paese che per vent’anni aveva ipnotizzato e magato col carisma della sua egolatria e la religione del Capo inviato dalla Provvidenza a riportare l’Impero sui colli fatali di Roma.

Nel frattempo è arrivata la sentenza della corte di Cassazione che condanna definitivamente il “boss” di Arcore a quattro anni di reclusione e alla pena aggiuntiva dell’interdizione dai pubblici uffici; il tema del 25 luglio è così diventato ancora più attuale.
Berlusconi ha ancora cinque processi che incombono sulle sue vicende pubbliche e private, uno più gravoso dell’altro. Le possibilità di scamparla sono inesistenti, i salvacondotti immaginati privi d’ogni consistenza. Ai suoi seguaci non resta che separare la sua sorte personale da quella d’un partito che da vent’anni ha riscosso il consenso di milioni di italiani, conservatori o liberali, moderati o estremisti.

Erano tutti stregati dall’ennesimo uomo della Provvidenza capace di creare ricchezza, gloria, prestigio internazionale, pari opportunità per tutti, solo che lo amassero e riponessero in lui la massima fiducia votandolo di conseguenza.

Il 25 luglio del ’43 restituì al Re i poteri che il fascismo gli aveva confiscato. I suoi promotori speravano che la monarchia – restaurata da quel voto – affidasse a loro il compito di riportare l’Italia sulla giusta via costituzionale e alla fine d’una guerra ormai perduta. Non sapevano che il Re aveva già incaricato Badoglio e con lui l’esercito di accudire al compito disperato della resa e del cambiamento del fronte di guerra.

Ma qui ed ora tutto sarebbe molto più facile. Il capo dello Stato è nel pieno esercizio delle sue prerogative repubblicane, un governo legittimo è in carica con la partecipazione anche del partito fondato da Berlusconi, le sorti di quel governo e il programma ad esso affidato è ampiamente gradito a tutte le potenze occidentali a cominciare dall’Unione europea della quale siamo uno dei principali paesi costitutivi e costituenti.

C’è soltanto da superare il generale discredito riguardante il carismatico buffone che ancora farnetica della sua indispensabilità.
Ma nessuno tra i “berluscones” pensa al ravvedimento. L’ipnosi ancora continua e condurrà al peggio se non sarà interrotta. Il tempo è quasi scaduto, venti giorni per decidere di sgombrare il campo dal gangster che ancora lo occupa o la rissa civile che accrescerà i guai della crisi anziché rafforzare i primi segnali di ripresa che cominciano finalmente a manifestarsi.

Napolitano è deciso, Letta è deciso, Epifani è deciso e con lui la maggior parte del Partito democratico. Occorre risolvere difficoltà non lievi ma tutt’altro che insuperabili, con quelli di loro disposti ad un operoso ravvedimento o senza di loro. È da loro che dipende l’alternativa.

L’incontro di due giorni fa a Castel Porziano tra Napolitano e i rappresentanti del Pd ne ha chiarito le premesse e le fasi di svolgimento. Non si naviga al buio ma con una rotta definita e timonieri capaci.

* * *
I segnali congiunturali – l’abbiamo già detto – tendono finalmente al meglio. L’Europa nel suo complesso è di nuovo al segno positivo per quanto riguarda il Pil, la produzione di beni e servizi, gli ordinativi delle imprese e le riserve. Gli Usa sono ancor più avanti, anche le cifre dell’occupazione registrano una costante ripresa. Qualche rallentamento si manifesta in Cina e in Brasile ma del tutto fisiologico e governabile.

In Italia fenomeni analoghi si manifestano ma con molta timidità, tuttavia dimostrano una continuità che non conoscevamo da molto tempo. Non ancora sul livello del reddito e dei consumi di massa, e tanto meno sull’occupazione, ma sicuramente nella produzione industriale, negli ordinativi e nelle esportazioni.

La pubblica amministrazione ha finalmente erogato 16 miliardi alle imprese creditrici, altri 20 saranno pagati entro la fine dell’anno; per un sistema strozzato dalla sua dipendenza dal credito questa liquidità è preziosa.

Tanto più lo sarà l’ingresso della Cassa depositi e prestiti sul mercato dei crediti a tassi accettabili e sul finanziamento di nuove infrastrutture con una disponibilità aggiuntiva di 97 miliardi, una cifra che può avere un effetto determinante sul mercato non solo della crescita ma del lavoro.

Infine il collocamento dei nostri titoli di Stato e delle emissioni obbligazionarie delle imprese. Il Bpt a medio termine va molto bene, il termometro dello “spread” è sceso a quota 250, con i risparmi che ciò comporta sugli oneri del Tesoro.

Insomma i segnali non mancano e le aspettative neppure; gli investitori esteri affluiscono, il turismo invece è ancora fiacco e quello è un punto che chiama soprattutto in causa le autorità territoriali. Incontri proficui avverranno questa settimana fra il Tesoro e i rappresentati dei sindaci. Per quel che si sa le prospettive di un accordo sono positive.

Sarebbe molto urgente una vera semplificazione burocratica. La legge sul “fare” è stata finalmente approvata ma è soggetta ad un’ampia serie di provvedimenti attuativi. Uno degli obiettivi è appunto la semplificazione, giustamente richiesta da economisti e operatori. Mi permetto solo di ricordare che l’economia Usa annovera una quantità di adempimenti burocratici diversi e moltiplicati dalla struttura federale che non ha riscontro in nessun paese del mondo; eppure la sua efficienza operativa è fuori discussione.

Il nostro vero problema (in questo giornale l’abbiamo segnalato da anni) sta soprattutto nella pluralità delle anime (uso volutamente questa parola per alludere alla molteplicità delle intenzioni) annidate nel Consiglio di Stato. Quello è il vero problema sul quale bisognerebbe intervenire rafforzando l’anima giurisdizionale di quel consesso e riducendo o addirittura annullando tutte le altre.

Quello che con brutta parola viene chiamato cronoprogramma di questo governo è comunque uscito rafforzato dall’incontro di Letta con i suoi più stretti collaboratori e di Napolitano con i rappresentanti del Pd.

L’Imu sarà abolita ma sostituita da una nuova imposta che avrà anche la casa come elemento ingrediente. L’aumento dell’Iva è praticamente scongiurato. Se non interverranno improvvisi tsunami Letta presiederà il semestre europeo di spettanza italiana e probabilmente nel 2015 il governo di scopo, o meglio il governo-istituzione, vedrà il suo termine.

Nel frattempo, in questo prossimo ottobre dovrebbe essere approvata la nuova legge elettorale con la maggioranza del “chi ci sta ci sta”. Quanto alla riforma costituzionale, premono la riforma del Senato, il taglio nel numero dei parlamentari, l’abolizione delle Provincie. Entro quest’anno si deve anche approvare l’abolizione del finanziamento dei partiti, la legge sull’omofobia e il lavoro giovanile con il concorso finanziario europeo.

La presidenza semestrale italiana sarà essenziale per proiettare l’Unione europea verso un percorso federale e l’Unione bancaria.
Queste sono le “cosucce” che attendono Letta e scusate se è poco.

* * *
Non mi viene molto da dire sul congresso del Pd. La data è stata praticamente fissata, la partecipazione alle primarie sul nuovo segretario sarà aperta, ma si vota per il segretario e non per il candidato premier. Questa carica è palesemente inopportuna mentre l’attuale presidente del Consiglio proviene dal Pd ed ha un impegno che – salvo sorprese – durerà due anni, strettamente abbinato con l’Autorità che ha il compito di nominare i presidenti del Consiglio e i ministri nonché quello dello scioglimento anticipato delle Camere quando ne ricorrano le condizioni e solo in quei casi.

I candidati alla carica di segretario sono numerosi, ciascuno con pregi e difetti come sempre e dovunque accade. La scelta è libera e il numero di possibili concorrenti è ampio. Quando saremo vicini al voto nei gazebo sceglieremo. Personalmente non sono tra quelli che considerano un logoro e inservibile “arnese” il Partito democratico e la sua classe dirigente.

Certo va risvegliata, rinnovata, svecchiata. Ma attenzione: non è l’anagrafe che comanda, è la capacità, la probità intellettuale ed anche l’esperienza. A me non piacciono molto gli uccelli canterini ma di più i seminatori e i coltivatori. Ognuno ha i suoi gusti.


Voto, braccio di ferro tra il partito e il Colle
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 11 agosto 2013)

Dall’Imu alla giustizia il rullo di tamburi è assordante, come se l’assalto finale del Pdl al governo sia questione di giorni, anzi di ore. Nel gruppo dirigente berlusconiano si vive un clima elettrico di vigilia, al punto che nessuno stacca realmente la spina, tutti si tengono pronti ad ogni accadimento. Cicchitto, per dire, passerà Ferragosto «a due passi da Roma perché non si sa mai ».

D’Alessandro, capo ufficio stampa del partito, confida: «Siamo tutti in pre-allarme, metti caso che scoppi il casino… ». Bonaiuti, che del Capo è consigliere e amico, vive costantemente al telefono. E solo ieri Mariarosaria Rossi, assistente del Cavaliere, è riuscita a prendersi qualche ora libera profittando del compleanno di Marina Berlusconi, che Silvio ha voluto festeggiare con la figlia. Ma senza allegria, in un clima che rimane cupo e depresso perché di spiragli al carcere domiciliare se ne vedono pochi, la grazia presidenziale sembra una sfuggente chimera. Potrebbe arrivare, forse; però non subito e certo non nelle forme assolutorie che Berlusconi gradirebbe. Dunque la tensione rimane altissima. I più scatenati ne profittano per spingere verso elezioni anticipate in autunno come estremo tentativo di rimescolare le carte, vedi mai che il centrodestra riuscisse a vincere, anche solo di un soffio (gli ultimi sondaggi di Euromedia danno il Pdl in vantaggio, al 29,1 per cento).

Questo è ciò che appare. Poi però gli stessi personaggi che in pubblico si avventano contro Epifani e Fassina, oppure tirano per la giacca il Capo dello Stato, privatamente riconoscono che far cadere il governo è un attimo, andare al voto invece sarebbe assai più complicato. Anzi, le elezioni in autunno rischiano di rivelarsi un sogno proibito perché, pure qui, c’è di mezzo Napolitano. Il quale mai scioglierà le Camere se prima il Parlamento non avrà approvato una legge elettorale nuova di zecca. La ragione è quella illustrata dal ministro delle Riforme Quagliariello, sempre in contatto con il Colle più alto: il 3 dicembre la Corte costituzionale si pronuncerà sul «Porcellum », e tutto fa ritenere che lo giudicherà illegittimo. Solo un folle manderebbe l’Italia alle urne con un sistema elettorale destinato alla bocciatura. C’è tempo per riformarlo in modo da votare a novembre?

Sulla carta sì, ma la nuova legge andrebbe approvata entro il 2 ottobre (questo è il calcolo fatto in alto loco), e al momento non se ne vedono i presupposti. Se il Pdl provasse a forzare la mano del Presidente, causando la crisi e addirittura facendo dimettere i propri parlamentari, Napolitano si dimetterebbe a sua volta, questo ha fatto sapere di nuovo con fermezza, costringendo le Camere a riunirsi per eleggere un altro Capo dello Stato disposto a sottoscrivere il decreto di scioglimento… Risultato: come minimo si voterebbe nella primavera 2014.

La strategia dei «falchi » berlusconiani più scatenati, insomma, mostra la corda. E pure nel gruppo dirigente le «colombe », o perlomeno il fronte dei perplessi, comincia a prendere le contromisure nei confronti del tandem Verdini-Santanché: considerati troppo spericolati e, al tempo stesso, troppo in simbiosi col Grande Capo. sul quale esercitano un ascendente giudicato eccessivo. Si moltiplicano in queste ore le pressioni su Alfano perché riprenda nelle sue mani la guida operativa del partito, a costo di lasciare il ministero dell’Interno e di tenersi la vice-presidenza del Consiglio. Pare che l’interessato ci stia seriamente riflettendo. Di sicuro, il caso kazako ha dimostrato che Angelino fa fatica a dividersi in tre. Nell’interesse della stabilità politica e di governo, gli conviene trascorrere più tempo ad Arcore.


Il giudice bugiardo ci querela ma non chiarisce il caso Ispi
di Massimo Malpica e Patricia Tagliaferri
(da “il Giornale”, 11 agosto 2013)

Il giudice Antonio Esposito si sente diffamato. Quello che ancora non conosciamo è invece l’umore del dottor Antonio Esposito, il tuttofare della scuola Ispi, quello che mette il suo numero di telefono tra i contatti per chi vuole fare master o esami nella sede locale dell’università telematica.
Non si sa, insomma, cosa pensano l’uno dell’altro. L’unica cosa certa è che sono la stessa persona e di fatto il giudice fa un doppio lavoro. La domanda allora è: si può fare?

Esposito promette querela. L’annuncio non lo fa di persona, ma si nasconde dietro l’associazione Antonino Caponnetto di cui è presidente onorario (e che sulla pagina Facebook «si stringe intorno al suo presidente e ai suoi familiari vittime di una campagna vergognosa e diffamatoria dopo la sentenza di condanna emessa a carico di Berlusconi »). In pratica tira in ballo una colonna della lotta alla mafia per ribadire quello che il Giornale in realtà non ha mai nascosto, e cioè che la sezione disciplinare del Csm lo ha sempre ritenuto estraneo a tutte le accuse. O meglio, a quasi tutte, visto che il 7 aprile del ’94 il plenum del Csm approvava a maggioranza la proposta di trasferimento d’ufficio dell’allora pretore di Sala Consilina, che venne destinato alla Corte d’Appello di Napoli nonostante lui avesse fatto presente che l’adozione del provvedimento gli avrebbe causato danni incalcolabili, ledendo irreversibilmente il suo onore e il suo prestigio professionale e denunciando che la relativa procedura sarebbe stata condotta con spirito persecutorio e diffamatorio nei suoi confronti, in esecuzione di un disegno comune ai convenuti ».

I suoi colleghi, insomma, conoscevano l’intreccio di interessi tra il pretore e la vita sociale ed economica di Sapri. E per questo lo hanno trasferito. Nell’ultima seduta del Csm i consiglieri ne hanno parlato a lungo, anche scontrandosi sulle diverse interpretazione di certi episodi. Ma alla fine sono stati d’accordo sul fatto che «la presenza ultraventennale di Esposito nella pretura di Sala Consilina e il suo coinvolgimento nella gestione dell’Ispi hanno determinato una situazione particolare che ha accresciuto il suo potere fino a dar luogo a qualcosa di diverso e di incompatibile con la funzione di pretore dirigente ».
Sulla scuola di formazione i consiglieri si soffermano a lungo, ipotizzando che il particolare tenore di vita del magistrato che risultava «proprietario di un villino a Roma, di una Jaguar e di un motoscafo avallassero l’ipotesi che l’Ispi avesse consentito la realizzazione di guadagni nell’ordine di centinaia di milioni, come sembrerebbe potersi evincere dai costi di iscrizione e dalle rette di frequenza ». Alla fine è stata proprio la gestione dell’Ispi a determinare il trasferimento. «Dovrebbe essere provato – si legge nel provvedimento – che Esposito svolga attività ulteriori rispetto a quella dell’insegnamento per il quale è stato autorizzato dal Csm ». E come emerge dagli accertamenti del capitano dei carabinieri Ferdinando Fedi. «Esposito – scrivono i consiglieri – poteva essere reperito sistematicamente presso i locali della scuola e i collegamenti con l’Ispi venivano tenuti anche in pretura. Pure i carabinieri a volte dovevano attendere perché nello studio del pretore erano a colloquio delle studentesse della scuola stessa ».

Ora, invece, Antonio Esposito deve chiarire il pasticciaccio della sua intervista al Mattino di Napoli. Qualche domanda se la sta facendo anche il ministro Cancellieri, che ha messo in campo gli ispettori di via Arenula per indagare sulla vicenda. Qualcosa non torna neppure al Csm, dove il presidente della prima commissione Annibale Marini e il vicepresidente Michele Vietti si sono affrettati ad acquisire l’audio integrale del colloquio. Il Mattino ne ha pubblicato on line solo una manciata di minuti. Il resto, quasi 40 minuti, non è irrilevante. Forse il primo a dover pretendere trasparenza è proprio il giudice Esposito. Chieda al suo amico giornalista di farci ascoltare tutto.


Marina B., l’impero economico è suo. E’ in grado di difenderlo con la politica?
di Piero Sansonetti
(da “Gli Altri”, 11 agosto 2013)

Il nonno non lo sa, ma Gabriele e Silvio ogni tanto si mettono la maglietta col faccione di Che Guevara. Gabriele e Silvio sono due fratellini rispettivamente di dieci e otto anni, e il nonno, che si chiama anche lui Silvio, come il nipotino piccolo, è Berlusconi. La mamma di Gabriele e Silvio tiene nascosta questa piccola “perversione” dei suoi ragazzini, per proteggerli da eventuali ire anticomuniste…

La mamma di Gabriele e Silvio, ovviamente, è Marina. E Marina Berlusconi (all’anagrafe Maria Elvira), è titolare di alcuni incarichi molto importanti, dalla presidenza della Mondadori a quella di Fininvest, alla presenza “pesante” nei consigli di amministrazione di Mediaset e di Mediolanum e – soprattutto – di Mediobanca, cioè della tolda di comando della borghesia italiana. Marina Berlusconi non è famosissima perché è sempre riuscita a tenersi fuori dalle cronache ed è molta parsimoniosa nelle sue uscite pubbliche, nelle interviste, nella presenza in Tv (presenze in Tv: zero); eppure la rivista americana specializzatissima e informatissima, “Forbes”, la considera tra le 50 donne più potenti del mondo e – senza rivali – la più potente d’Italia. Difficile che “Forbes” si sbagli su queste cose.

Chi è Marina? Certo, è la figlia del capo, cioè del più brillante imprenditore della storia italiana del dopoguerra, insieme – forse – a mitiche figure (molto diverse!) come Mattei o Olivetti. Però, con ogni probabilità, Marina è qualcosa di più: la sua figura e la sua personalità hanno una autonomia che probabilmente nessun altro nel cerchio magico del cavaliere ha mai posseduto. Marina non è solo la figlia, né solo l’emanazione del padre, è una figura di donna molto forte, intelligente, equilibrata, che non solo ha le doti per amministrare la grande fortuna politica-economica di famiglia, ma ha anche il punto di vista e il peso giusto per influenzare il padre e forse per iniziare a progettare un futuro del berlusconismo che viva anche senza il carisma e la dittatura di Silvio.

La biografia di Marina, a sfogliarla, è quasi inesistente. Vita piana, liscia, senza intoppi e senza soprassalti: la scuola, l’università e poi dritta in azienda. Prima di compiere i trent’anni era già presidente della Fininvest, e naturalmente l’impressione di tutti era che fosse semplicemente la “rampolla fortunata”. E invece lei ha sempre lavorato “da sola” e si è sempre concepita “da sola” e “da sola” ha costruito il suo potere. Fondato su doti professionali e umane completamente diverse da quelle del papà: Silvio è mostruosamente estroverso, Marina è introversa, è timida; Silvio ama la ribalta, Marina odia la ribalta; Silvio è impulsivo, Marina è riflessiva; Silvio è spiritoso, Marina no; Silvio è dilagante, a Marina piace “contenere”, difendere, proteggere.

Su una cosa non c’è dubbio: il futuro dell’azienda, e dell’impero economico dei Berlusconi, è sostanzialmente nelle sue mani. Il dubbio è un altro, anzi sono altri due: primo, Marina riuscirà a salvare non solo la “scatola” economia del berlusconismo, cioè le aziende e la cassaforte, ma anche la “scatola” politico-ideale, e cioè il ruolo fondamentale che il berlusconismo ha avuto negli ultimi vent’anni nella direzione della borghesia italiana? Cioè: Marina riuscirà a mantenere l’egemonia del berlusconismo sulla borghesia, resistendo al ritorno galoppante dell’agnellismo?

Secondo dubbio: Marina sceglierà, come ha fatto il padre, di combattere la battaglia con le armi della politica-politicante, o invece sceglierà un profilo più classico e si terrà fuori dalla lotta dei partiti, limitandosi a condizionarla, a correggerla, a indirizzarla e magari a dominarla?

Sulla prima questione propendo per la risposta positiva: si, Marina si pone l’obiettivo di prendere il ruolo di suo padre al vertice della borghesia italiana, e darà filo da torcere, molto filo da torcere agli “agnelliani” e ai “montisti”. Sulla seconda questione ho l’impressione che ogni previsione sia azzardata. I due Berlusconi stanno valutando i pro e i contro, e probabilmente tra i contro c’è anche la personalità di Marina. Che non sembra adattissima alla politica spettacolo. Se Silvio Berlusconi vent’anni fa decise che il modo migliore per salvare le sue aziende e le sue filosofie economiche era quello di proteggersi con “l’aeronautica”, e cioè di usare direttamente la politica, prendendone la guida, è anche perché sapeva di essere adatto, di avere doti politiche e di comunicazione straordinarie, che gli valsero il blitzkrieg del ’94, quando in quattro mesi inventò un partito e con quel partito vinse, da solo, le elezioni, sconfiggendo tutti i leader della Prima Repubblica. Per Marina è diverso. Lei non ha quelle doti. La politica potrebbe essere un rischio molto grande e a Marina non piace correre rischi.


Il “re tentenna” Enrico Letta è la copia carbone di Monti
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 11 agosto 2013)

L’osservazione disincantata della realtà consente di prevedere che questo povero governo, nato dalla disperazione, non durerà a lungo. Non tanto per gli attacchi che riceve da chi dovrebbe sostenerlo, quanto perché è del tutto evidente la sua incapacità di fare cose diverse da quelle esiziali cui si attribuisce il disastro italiano.
Probabilmente Enrico Letta, all’inizio dell’esperienza a Palazzo Chigi, era animato da sacro fuoco, tipico del novizio, e convinto di avere a portata di mano buoni risultati, come dimostrava il misurato ottimismo col quale si esprimeva nei discorsi programmatici. Ma con l’andare del tempo – poche settimane, invero – egli è andato sempre più assomigliando a Mario Monti. E, come questi, ora mostra di subire una pericolosa pulsione autodistruttiva. Se non reagisce in fretta, di sicuro arriverà al suicidio; politico, s’intende.
Bisogna riconoscergli di aver avviato parecchie iniziative lodevoli, peccato che non ne abbia portata a termine una, se si esclude la legge sul femminicidio, la meno importante ovvero la più inutile, per non dire dannosa, perché introduce nel nostro ordinamento discriminazioni di genere.
Esemplifico. Se io picchio mia moglie, la giustizia mi costringe a uscire di casa per evitare la reiterazione del reato. Ma se è mia moglie a picchiare me, che succede? Zero. Mi prendo le botte poiché la legge non mi tutela. Un po’ come si voleva fare con i gay. Insultare un omosessuale non si può, giusto; insultare un eterosessuale sarà pure sbagliato, ma insomma, non è il caso di esagerare con le punizioni. Va’ a capirli i progressisti politicamente corretti. E queste sono sciocchezze, perciò non la faremo tanto lunga.

Ciò che preoccupa maggiormente è la tendenza dell’attuale premier a barcamenarsi, caratteristica che lo accomuna al predecessore. E anche qui bisogna ricorrere a esempi pratici. Persino uno sprovveduto in materie economiche sa che a forza di aumentare le tasse si finisce per penalizzare i consumi, la produzione, l’occupazione e addirittura i cespiti fiscali. Quindi, inasprire i tributi non serve a sconfiggere la crisi, semmai la si incrementa. Sarebbe come sottoporre un anemico a prelievi di sangue quando, invece, necessita di trasfusioni per ristabilirsi.
Facile a dirsi. Letta è consapevole che l’Iva è preferibile non aumentarla e che l’Imu sulla prima casa è da abolirsi. Ma non se la sente di procedere secondo logica, per un motivo banale: non è in grado, causa opposizioni interne alla propria maggioranza, di compensare un momentaneo calo degli introiti fiscali con una proporzionale diminuzione della spesa corrente. Spesa che a parole, da trent’anni, chiunque afferma che si debba tagliare, ma che nessuno osa sfiorare con le cesoie.
Calzante la classica metafora della coperta troppo corta: o ti raffreddi i piedi o le spalle. Delle due, l’una. Se riduci le tasse crei le premesse affinché le imprese tornino a essere competitive, quindi a vendere i loro prodotti e ad assumere personale che poi avrà i soldi per consumare. Se invece non fai niente di tutto ciò e, al contrario, continui a martellare con le tasse, raccatti denaro nell’immediato, ma il Pil (la ricchezza nazionale) andrà ancora più giù e il Paese si impoverirà ulteriormente. Dato che questi sono concetti elementari, suppongo che gente come Monti e il suo epigono Letta li abbiano acquisiti da quando frequentavano l’università. Se dunque l’attuale presidente del Consiglio ha trascurato e trascura di tradurli in azione politica non è certo per ignoranza o dabbenaggine, ma perché ogniqualvolta ci ha provato ha sbattuto contro un muro. Il muro dei partiti che, da decenni, antepongono i loro (presunti) interessi di bottega a quelli nazionali, perpetuando una situazione di stallo: il mondo va avanti e noi rimaniamo fermi, cosicché scivoleremo verso gli ultimi posti della classifica economica.
Ecco il problema. Cui se ne aggiunge un altro. Se non ce l’ha fatta Monti, e se Letta ne ripercorre il cammino, fatalmente in autunno il governo in carica alzerà bandiera bianca. O si arrenderà spontaneamente o sarà obbligato a farlo perché il Pdl, non potendosi rassegnare al ruolo di gregario in una coalizione sfilacciata, ritirerà la propria delegazione con molte ragioni. Prima delle quali: la mancata realizzazione del programma. In un momento in cui è ferito, Silvio Berlusconi cercherà di rifilare agli avversari la zampata del leone. Forse.


Renzi potrà vincere perché somiglia al Cav
di Giampaolo Pansa
(da “Libero”, 11 agosto 2013)

Sapete perché Matteo Renzi alla lunga potrebbe vincere? Perché assomiglia tremendamente a Silvio Berlusconi. Nell’aspetto, nel carattere, nel modo di atteggiarsi. E soprattutto nella costruzione del proprio personaggio per farne la macchina adatta alla conquista del traguardo che si è dato. Se non fossimo davvero certi della fedeltà coniugale della signora Renzi madre, saremmo indotti a pensare che nella primavera del 1974 il Cavaliere sia passato per Rignano sull’Arno e abbia avuto un’intensa love story con la signora. Dopo di che, l’11 gennaio 1975 nacque un bimbo chiamato Matteo.

Ma quali sono i punti di somiglianza tra Renzi e Berlusconi? Primo di tutto la faccia. Silvio è stato il primo leader italiano a capire quanto il volto poteva essere importante in politica. Ancora oggi, nonostante l’età (77 anni il 29 settembre) e malgrado le infinite traversie giudiziarie, ha i tratti di un cinquantenne. Saranno le cure estetiche o il cerone, ma non appare per niente un vecchio signore. E quando compirà i 77 sarà ancora così. Lo aiuta la simbologia del gioco del lotto, dove quel numero significa le gambe delle donne.

A 38 anni compiuti, Renzi ha il viso di un ragazzo. Paffuto, la pelle fresca, qualche neo messo nel punto giusto, capelli neri e senza un filo di grigio. Anche la voce è quasi da adolescente. Abbastanza stridula, con alti e bassi che sorprendono sempre. Quando il timbro sembra svanire, dopo una concione di un paio d’ore, la voce riprende quota e stupisce gli ascoltatori o l’intervistatore.

Del resto la resistenza fisica di Renzi impressiona tutti di continuo. Il Cav è in grado di comiziare per un tempo infinito. Lo stesso può fare Renzi. Qualcuno ricorderà una puntata recente di Bersaglio mobile, il talk show di Enrico Mentana sulla Sette. Matteo ha parlato, parlato e parlato, sia pure dicendo anche un mare di banalità. Ma ha stracciato chi aveva di fronte: Mentana e i due giornalisti convocati per contrastarlo, Marco Damilano e Marco Travaglio che, di fatto, non hanno quasi aperto bocca.

La logorrea è sempre una spia del carattere. Quello di Matteo non è per niente da piacione a tutti i costi. In realtà è un duro, cattivo, anche arrogante, pronto a tutto pur di arrivare dove ha deciso. Un’altra spia di quale uomo sia il vero Renzi è la parola che lo ha reso famoso: rottamazione con il verbo che ne discende, rottamare. È un termine spietato, se rivolto a esseri umani. Sa di razzismo e, perché no?, di soluzione finale.

Matteo l’ha adoperata contro la nomenklatura del Partito democratico, zeppa di capi, sottocapi e funzionari cresciuti nel Pci o nella Dc, tutti avviati alla terza età. Con facce sempre rugose, e non lisce come il volto renziano. Segnate dalle tracce indelebili delle tante battaglie ingaggiate negli anni, con poche vittorie e molte sconfitte. Ma è uno slogan che domani potrebbe essere usato contro tutti gli over cinquanta.

Non so chi abbia creato questa parola semplice e spietata. Se sia stata partorita dalla fantasia di Matteo o di qualche diabolico spin doctor, un consigliere astuto quanto un demonio. Tuttavia è facile prevedere che la bandiera della Rottamazione verrà sventolata nelle prossime battaglie renziane. L’Italia è un paese che invecchia. Però sono gli anziani che occupano i posti di prima fila. Nel frattempo trionfa la retorica dei giovani senza futuro. È facile immaginare che Matteo si rivolgerà soprattutto a loro, urlando una parola d’ordine: mandiamo a casa le mummie perché adesso tocca a noi!.

È una strategia che Renzi ha già messo in atto a Firenze. Lo spiega bene un libro che nessun giornale importante ha recensito: Chi comanda a Firenze. L’ha scritto Duccio Tronci, un giovane giornalista fiorentino, e l’ha pubblicato in maggio l’editore Castelvecchi. La sua ricerca, per nulla encomiastica, ci ha aiuta a mettere a fuoco le mosse vecchie e nuove di Matteo. Più il cammino che il sindaco di Firenze intende percorrere.

Sul cammino l’unica certezza è che Renzi non intende fermarsi. Nelle ultime settimane era sembrato in letargo. Pensavamo che stesse meditando sul rischio di un’esposizione mediatica eccessiva. Ma forse stava soltanto riflettendo sugli obiettivi che vuole perseguire. Non sempre facili da delineare perché la strada da percorrere è terremotata, sotto le scosse continue delle incertezze che paralizzano il vertice democratico.

Quando tenere il congresso del Pd, chi sarà chiamato a votare il nuovo segretario, questo leader sarà anche il candidato premier nelle elezioni politiche che prima o poi ci saranno, oppure risulterà necessario indire delle primarie per scegliere l’uomo che contenderà Palazzo Chigi al centrodestra?

Adesso, ovvero all’inizio dell’agosto 2013, Renzi sembra aver deciso come muoversi. Sottolineo il “sembra” perché in casa democratica nulla è mai sicuro. Secondo un analista attento come Alberto Gentili del Messaggero, il sindaco di Firenze avrebbe delineato così la propria linea d’attacco: «Il modello sarà quello di Tony Blair. Lui prima conquistò il Partito laburista, poi lo cambiò da cima a fondo, svecchiandolo. Infine andò al governo. Ecco questo sarà il mio percorso ».

Un’impresa per niente facile. Neppure per un politico d’assalto come Renzi. Chi lo conosce bene racconta che Matteo confida soprattutto su due fattori. Il primo è la fortuna che lo ha aiutato a vincere sempre, tranne nelle primarie del 2012. Del resto, ricorda un suo amico, Napoleone non chiedeva ai generali di essere forti in battaglia, voleva che fossero fortunati.

Ma anche la sorte più favorevole deve essere aiutata. Con l’arma di oggi: la comunicazione spinta all’estremo e al suo prodotto principale: l’apparire. Su questo terreno Renzi ha già fatto passi da gigante. Due anni fa, al di là dei confini di Firenze, non era nessuno. Oggi lo riconoscono per strada dovunque. Lui saluta tutti e ricambia gli auguri. Si ferma a dare “il cinque” ai ragazzini. Rompe gli schemi che i capi del Pd considerano infrangibili. Un esempio per tutti: quando andò a trovare Berlusconi nella villa di Arcore. Qualche avversario di centrodestra sospira con rammarico: «Dovrebbe essere Renzi a raccogliere l’eredità del Cavaliere, non la povera Marina Berlusconi, costretta dal padre a scendere in una trincea che non conosce. E che le riserverà soltanto amarezze, ostilità che non ha mai incontrato e, Dio non voglia, l’assalto della magistratura rossa ». Ma questo è soltanto un sogno a occhi aperti. La realtà ci dice quale potrebbe essere l’unico vero ostacolo alla strategia immaginata da Renzi.

È l’aggravarsi improvviso della crisi politica italiana. Con un rottura delle larghe intese, a causa dell’Imu, dell’Iva o di qualche altra diavoleria. Risultato: nuove elezioni in autunno, un disastro per l’Italia, dopo i tanti sacrifici che il paese sta affrontando. Tuttavia contro questa sciagura esistono degli argini. Il primo è Giorgio Napolitano che ha già spiegato di non voler sciogliere le Camere. Il secondo è l’assenza di un nuova legge elettorale indispensabile a evitare il rischio che la Corte costituzionale annulli un Parlamento eletto con il Porcellum. Lo ha spiegato con elegante chiarezza il ministro per le Riforme costituzionali, Gaetano Quagliariello, uno dei cervelli pensanti del Pdl. E allora? Resterebbe in campo soltanto un nuovo governo guidato da Enrico Letta. A Renzi non piacerebbe per niente. Ma al Bestiario piacerebbe molto. Meglio un Letta oggi che un signor X domani. Forse Matteo dovrà attendere ancora un po’ di tempo, prima di proporsi come il nuovo Berlusconi di quest’epoca confusa. Dove tutto cambia e non sempre per il meglio.


Il Pornale
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 11 agosto 2013)

Da quando, il 23 maggio, ha avuto la sventura di essere nominato presidente della sezione feriale della Cassazione e, a luglio, vi ha visto piovere il processo Mediaset che andava trattato subito per evitarne – secondo le regole – la prescrizione, il giudice Antonio Esposito ha finito di vivere.

Sapeva che, per campare sereno, avrebbe dovuto calpestare la Costituzione, la legge e la sua coscienza annullando la condanna di B. possibilmente senza rinvio: insomma assolverlo, anche se dalle carte risulta inequivocabilmente colpevole. Non è vero, come scrivono i soliti tartufi, che gli sia stata fatale lintervista “inopportuna” al Mattino di Napoli per quella frase sul motivo del verdetto, mai autorizzata nel testo concordato con l’intervistatore (“non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva”), per giunta appiccicata a una domanda mai fatta sul caso specifico di B.. Anche se non l’avesse pronunciata nel colloquio informale con l’amico cronista che poi l’ha tradito, e anche se gli avesse buttato giù il telefono, Antonio Esposito sarebbe stato linciato ugualmente dal Giornale e dagli altri house organ della Banda B. Il peccato originale non è la frase o l’intervista: è la condanna.

Il pool Mani Pulite non disse una parola su B., eppure viene manganellato da vent’anni. Il giudice Mesiano non disse una parola dopo aver condannato la Fininvest a risarcire De Benedetti per lo scippo della Mondadori, eppure fu pedinato e sputtanato in tv per i suoi calzini turchesi. La giudice Galli non disse un monosillabo sul processo Mediaset, eppure prima e dopo la condanna d’appello fu diffamata addirittura perché figlia di un giudice assassinato dalle Br. “Non ce l’hanno con noi per quello che diciamo, ma per quello che facciamo”, ripete Piercamillo Davigo.

Con Esposito il Giornale ha esordito accusandolo di portare le scarpe da jogging e la camicia aperta, di alzare il gomito (essendo astemio), di aver anticipato in una cena la condanna di Wanna Marchi (emessa l’indomani da un collegio di 5 giudici), di aver raccontato telefonate sexy delle girl di Arcore (mai lette da nessuno e poi distrutte), di aver barattato la condanna di B. con la richiesta di archiviazione di un’indagine disciplinare suo figlio (avvenuta a gennaio, sei mesi prima che il processo Mediaset finisse sul suo tavolo) per una cena con la Minetti, di aver voluto vendicare l’estromissione del fratello Vitaliano su pressione del Pdl da subcommissario dell’Ilva. E perché, se sapeva tutte queste cose, il Giornale non le ha scritte prima della sentenza?

Poi, siccome ogni pretesto è buono per la caccia all’uomo che ha osato condannare B., il Giornale è passato dalla cronaca all’archeologia riesumando vicende che affondano nella notte dei tempi. Fino al 1980, quando Esposito era pretore a Sapri e alcuni esponenti Pci e Psi (tra cui Carmelo Conte, poi plurinquisito) l’attaccarono in varie interrogazioni parlamentari perché disturbava la quiete del paese con i suoi processi. Titolo: “Il magistrato inchiodato pure alla Camera. Nel 1980 il presidente della Commissione antimafia Pci denunciava al Guardasigilli: ‘Esposito fazioso e troppo protagonista’”. Purtroppo il Giornale dimentica di aggiungere che nel procedimento disciplinare che ne seguì Esposito fu prosciolto in istruttoria perché chi l’aveva denunciato “aveva motivi di inimicizie verso il pretore per i provvedimenti da lui emessi nell’esercizio delle sue funzioni”, in parte “sottoposte a procedimenti penali per gravissimi reati”.

Fu, secondo la commissione disciplinare del Csm, “un vero e proprio complotto contro l’Esposito…di tale portata e gravità da determinare la commissione a sollecitare il Csm a non abdicare al fondamentale ruolo di garanzia dell’indipendenza della magistratura… apprestando un’energica tutela al magistrato che è stato fatto oggetto di un così vasto attacco, scorretto nelle forme e illecito nei contenuti, da parte di un gruppo di persone che per soddisfare il proprio sentimento di vendetta o per salvaguardare i loro interessi posti in pericolo non hanno esitato a costruire a tavolino gli elementi di accusa e a coinvolgere nella disdicevole operazione rappresentanti del Parlamento”.

Non solo: l’ispettore ministeriale che aveva raccolto le accuse fu rinviato a giudizio per 30 capi di imputazione per interesse privato in atti d’ufficio, falso ideologico e diffamazione pluriaggravata ai danni di Esposito, condannato in primo grado a 1 anno e 4 mesi e assolto in appello per un dubbio sul dolo, dopo che Esposito aveva ritirato la sua costituzione di parte civile in seguito al risarcimento di 20 milioni di lire di danni e a una dichiarazione che attestava l’assoluta correttezza   del giudice e l’inganno in cui l’ispettore diceva di essere stato tratto dai suoi calunniatori.

L’altroieri gli archeologi del Giornale ruminavano e vomitavano fuori un altro procedimento disciplinare contro Esposito, accusato nel 1991 di: 1) scegliere i processi “mediatici per spirito di protagonismo”; 2) usare i messi comunali come autisti dei suoi famigliari; 3) farsi retribuire per una “sua scuola” di formazione, l’Ispi. In linea col suo proverbiale garantismo, “il Giornale dell’Archeologia” dimentica di aggiungere che il 9 agosto 1998 Esposito fu assolto perché: 1) si era assunto “doverosamente la responsabilità” di trattare un processo “in assenza di un collega”, “non certo (per) una disdicevole forma di protagonismo”; 2) “l’incolpazione non sussiste, in quanto è emerso da testimonianze acquisite che il messo comunale fungeva da autista al vicepretore onorario di Sapri, avv. F., suo difensore in una controversia di lavoro”; 3) la presunta scuola Ispi “non è una società di capitali, ma un’associazione culturale senza scopo di lucro” e “l’attività svolta dal dr.Esposito” è esclusivamente di “insegnamento”, senz’alcun coinvolgimento nei “profili gestionali dell’istituto”, incarico peraltro “ritualmente comunicato al Csm, da esso autorizzato ed espletato gratuitamente”. In due parole: tutto falso, nella migliore tradizione del Giornale modello Sallusti.

Il quale ora annuncia una grande iniziativa per l’estate intitolata “Controcorrente”, come la rubrica quotidiana che vi teneva in prima pagina il fondatore Indro Montanelli fino al 1994, quando fu messo alla porta dal “liberale” B. per affidarlo ai “liberali” alla Sallusti. “Controcorrente – spiega Zio Tibia – per questo Giornale è più di una parola, è la sua natura, lo spirito – mai tradito – che ha animato i suoi fondatori…Controcorrente sarà il titolo di un grande evento che si terrà a Sanremo dal 6 all’11 settembre quando porteremo sul palco del teatro del Casinò il meglio dei pensatori, degli intellettuali e dei politici dell’area moderata e liberale per rilanciare idee e progetti”. Il luogo prescelto, un casinò, è perfetto. Il parterre dei “liberali” sallustiani già possiamo immaginarlo. Vergogniamoci per loro.


“L’interdizione non è un meccanismo automatico”
Intervista a Piero Alberto Capostosti a cura di Liana Milella per La Repubblica
(da “Dagospia”, 11 agosto 2013)

La sentenza Mediaset «ormai è irrevocabile ». Berlusconi candidato? «Sarebbe opportuno un passo indietro ». La legge Severino? «Le Camere sono sovrane ». È questo il parere di Piero Alberto Capostosti, ex presidente della Consulta e del Csm. Che subito chiarisce: «I meccanismi di incandidabilità sono largamente inefficienti perché non immediati ed automatici ».

È possibile che Berlusconi si candidi alle prossime elezioni?
«Non sappiamo quando ci saranno. La data è importante perché se fossero tra molti mesi scatterebbe la decadenza prevista dalla legge Severino. Ci sarebbe tutto il tempo per la pronuncia della giunta e dell’aula. Sempre che la adottino, perché se non la adottano è evidente che non ci sarebbe alcun problema ».

Scusi, ma lo stop alla candidatura di un condannato a oltre due anni non è automatica?
«Sul piano della corretta applicazione del diritto coloro che sono in condizione di incandidabilità o anche di ineleggibilità, avrebbero il dovere giuridico di non presentarsi alle elezioni. Se non che può accadere che qualcuno creda o ritenga di non trovarsi in quelle condizioni e si candidi ugualmente. La parola definitiva, ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione, spetta solo alla Camera di appartenenza ».

Ma la corte di appello non può bloccare candidature “sporche”?
«Non rientra nelle sue competenze ».

Ma la legge Severino così non rischia di diventare solo un proclama?
«L’interrogativo è più che logico. Il meccanismo dell’ineleggibilità, cui oggi bisogna accomunare quello dell’incandidabilità, ha un vizio di origine: la possibilità che soggetti anche ineleggibili o incandidabili possano presentarsi alle elezioni acquisendo anche molti voti per poi vedersi dichiarati ineleggibili o incandidabili. La ragione è che nel nostro sistema la pronuncia ultima sui titoli di ammissione dei candidati – la cosiddetta verifica dei poteri – spetta unicamente all’organo presso cui si è eletti ».

Che succede se si vota in autunno?
“Scatterebbe l’incandidabilità prevista dall’articolo 1 della Severino, con le stesse conseguenze temporali. Io però sottolineo un aspetto molto rilevante. Non è ragionevole ipotizzare che dei leader di partito si presentino alle elezioni pur conoscendo benissimo la propria situazione di incandidabilità. Si tratterebbe di una sfida aperta alla pubblica opinione, quando invece sarebbero molto apprezzabili dei passi indietro spontanei onde evitare che in Parlamento e nel Paese si accenda una battaglia sull’interpretazione di una legge che è molto chiara nelle sue enunciazioni e prescrizioni ».

Le stesse regole valgono per l’interdizione dai pubblici uffici? Se la Corte d’appello di Milano dà tre anni a Berlusconi lui si può candidare?
«Mi rendo conto che la situazione che espongo ha aspetti paradossali, ma questi meccanismi – direi purtroppo – non sono automatici ed immediati, ma abbisognano di una pronuncia espressa della Camera di appartenenza. Ricordo il caso di Previti, simile a quello di Berlusconi, che alla fine si risolse, ma dopo molti mesi di battaglia parlamentare, con le sue dimissioni ».

Lei inviterebbe Berlusconi a dimettersi?
«Per quello che può valere la mia parola, certamente lo riterrei un gesto apprezzabile dalla pubblica opinione perché servirebbe a spegnere fuochi inutili nel Parlamento e nel Paese, dimostrando il senso dello Stato ».

Su tutto questo incidono le motivazioni della sentenza?
«La legge Severino ha come parametro di applicabilità solo la pena inflitta, a prescindere dalle motivazioni. L’importante è che si tratti di una sentenza definitiva, come quella di cui parliamo ».

Motivazioni della Cassazione: possono “saltare” se il presidente Esposito finisce sotto procedimento disciplinare?
«Assolutamente no. La sentenza ormai è stata pronunciata ed è irrevocabile. Eventuali sanzioni disciplinari riguardano personalmente Esposito, ma non hanno il benché minimo rilievo sulla validità della sentenza e sulla sua efficacia ».


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Bart