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Santanchè vuole Marina leader: “In panchina non ci sono geni”

12 Agosto 2013

di Redazione
(da “Libero”, 12 agosto 2013)

Daniela Santanché non si dà per vinta. Nonostante Marina Berlusconi abbia fatto capire chiaramente che preferisce occuparsi delle aziende di famiglia più che di politica, la pasionaria del Pdl, continua a sperare che sia lei a guidare Forza Italia 2.0 che debutta oggi sui muri delle città e sugli organi di informazione con pubblicità a tutta pagina e mega manifesti. Possibile che non ci sia nessuno nel Pdl in grado di sostituire il Cavaliere? “Non c’è nessuno che si chiama Berlusconi”, risponde Santanché dalle colonne del Tempo ribadendo il suo giudizio su Marina: “E’ una donna in gamba e molto intelligente”

Dinastia Berlusconi –  Per l’azzurra “Berlusconi in questo Paese ha una storia, un percorso. E questo significa molto. Per molti italiani. Come i Bush, i Kennedy, le dinastie americane della politica che hanno fatto la storia del loro Paese. Io voglio una dinastia Berlusconi in Italia, per il bene del Paese”. A Massimiliano Lenzi che facendo l’esempio del figlio di Bossi e di Di Pietro, le fa notare che da noi le dinastie non funzionano, Santanché ribatte: “Io amo gli Stati Uniti e la democrazia americana. Per cui dico: ben vengano anche in Italia le dinastie. E poi sa, geni in panchina non ne vedo“.


Da Letta a Berlusconi, i governi ‘vedono la ripresa’ (che non c’è) e chiedono stabilità
di Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”, 12 agosto 2013)

Sugli attenti, trattenete il fiato, la ripresa sta arrivando. Ne dà notizia il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ultimo cantore dell’imminente uscita dalla crisi. Ultimo perché quando si entra in Parlamento o si sale al governo, insieme ai portaborse, viene fornito uno speciale paio di occhiali che permette di vedere il futuro con ottimismo, anche quando i fondamentali sotto gli occhi di tutti dicono il contrario e i più – sforniti delle apposite lenti – continuano a vedere nero. Su tutti, gli economisti non arruolati che si ostinano a dar retta ai dati ufficiali e a preoccuparsi per il record di disoccupazione, i continui cali degli ordinativi dell’industria, il segno negativo davanti al Pil per otto trimestri consecutivi. Per capire l’arcano bisogna andare oltre i lieti annunci e dare il giusto peso alla postilla che spesso li accompagna. Saccomanni la dice così: “Se dovessimo andare a elezioni anticipate – avverte il ministro – il progresso delle riforme sarebbe dannoso mentre se il governo durerà fino alla fine della presidenza europea sarà in grado di completarle e dar corso alla ripresa”. Due giorni dopo è Letta in persona a esplicitare il messaggio: “La ripresa appare finalmente all’orizzonte ma non ci sono alternative alla stabilità politica, a meno che non si voglia gettar via l’unica chance di agganciarla”.

Finalmente: abbiamo tirato la cinghia, la disoccupazione è alle stelle e la povertà mai così alta. Ma dopo anni di sacrifici, finalmente, vedremo  i frutti.  Qualche maligno guastafeste sostiene però che non sia così, che soltanto la paura di cadere del governo stia trasformando la crisi in ripresa, nulla più. E l’esperienza, a dire il vero, conforta il sospetto. Ogni volta che un premier italiano traballa, non si sa perché,  vede di colpo la luce in fondo al tunnel: Berlusconi, Prodi, Monti e Letta hanno tutti giocato questa carta come stampella, facendo di un tema serissimo come la crisi strumento di propaganda e condizionamento politico. Tutti gli annunci, puntualmente smentiti, erano accompagnati da un monito sulla “necessaria stabilità”. La loro, naturalmente. Ecco quante volte ci hanno venduto una ripresa che sempre inizia e mai arriva.

Berlusconi e la ripresa à la carte
Andando a ritroso nel tempo si ricorderà il senso di Silvio Berlusconi per l’ottimismo. La prima uscita su l’imminente ripresa risale, niente meno, alla discesa in campo del 1994. Era il 4 giugno e Silvio Berlusconi, da Napoli, affermava solennemente che “i dati che emergono da alcune indagini, non estese a tutto il territorio nazionale, registrano che la ripresa è già cominciata”. E quindi l’immancabile postilla: “Il fatto stesso che oggi in Italia ci sia questo governo, con certe ricette e certe persone, ha di per sé dato fiducia ed entusiasmo agli imprenditori”. Berlusconi citava allora una cena con alcuni amici economisti – rimasti anonimi – dai quali erano arrivate imprecisate indicazioni in questo senso. Durante i suoi governi, del resto, Berlusconi ha negato più volte la crisi, fino al celeberrimo segnale dei “ristoranti pieni” del maggio 2011, con l’Italia a un passo dal baratro e l’Europa pronta a metterci alla berlina. Col fiuto dell’imprenditore, additando i soliti gufi del pessimismo che siedono a sinistra, ha anticipato il vento della ripresa più e più volte: nel 2002, nel 2005, nel 2007, nel 2009, nel 2010. Il leitmotiv era “non disturbate il manovratore, lasciateci lavorare”. Di anno in anno la ripresa viene però rinviata. Ancora nel 2010 il Cavaliere la vede all’orizzonte, alla vigilia di Natale si lancia in una spericolata previsione:    “Ritengo che il 2011 sarà un anno di ripresa di cui già abbiamo iniziato a cogliere qualche segnale. L’Italia è al riparo da attacchi speculativi, ed è merito del governo che ha tenuto in ordine i conti pubblici (…) Se si fosse aperta una crisi di governo le conseguenze avrebbero potuto esser gravi, e per questo sentiamo il dovere di continuare a governare”.  Si sa poi come è andata a finire: nell’autunno 2011 la ripresa annunciata non si è presentata e i mercati hanno invocato a suon di spread la defenestrazione del Cavaliere. Restano alle cronache autentiche perle. Nell’ottobre 2001, a un mese dall’attacco alle Torri Gemelle e all’esordio della guerra in Afghanistan, B. proclama la fine alla crisi generata dall’instabilità mondiale. Il leader di Forza Italia fa le sue previsioni (per fortuna) durante una riunione di partito che viene però seguita dalle agenzie che – inclementi – la riportano. Nessuno sapeva quanto sarebbe durata la bufera ma lui sì, poteva già dire che “siamo alla fine della fase iniziale del ciclo negativo e questo fa presumere che ci sarà un rimbalzo e un risultato economico positivo”. Il mondo, dodici anni dopo, ancora lo aspetta.

Monti e la ripresa (tecnica)
Nessuno si sottrae. Anche i super professori, in realtà, hanno vaticinato l’imminente uscita dalla crisi. E se lo dicono loro, che sono emersi dalle università blasonate per salvare l’Italia, non c’è motivo di dubitarne. A un passo dalla fine l’ex presidente Bocconi sorprende tutti: “Ho visto i dati appena diffusi dal Fondo Monetario e per quanto riguarda il 2012 ha rivisto al rialzo le stime diffuse ad ottobre sul Pil, da -2,3 a -2,1. Sebbene il dato sia negativo, dimostra che l’azione del governo per il consolidamento dell’economia prosegue e i dati del Pil del terzo trimestre sono migliori delle attese” (23/1/2013). Il crollo delle illusioni arriva puntuale con la nota Istat successiva che certifica per il IV trimestre un calo dello 0,9 sul precedente e del 2,7 rispetto a quello di un anno prima. Non era la prima volta che il fondatore di Scelta Civica cannava previsioni spargendo ai quattro venti profumo di ripresa.  Alla vigilia della manovra di stabilità, ottobre 2012, Monti è atteso più d’ogni altro al consueto meeting di Cernobbio. E’ accolto come un salvatore in Patria ma la tensione a Villa D’Este è palpabile. Di li a qualche giorno il prof incontrerà i leader della sua “strana maggioranza”. Quale migliore occasione per incoraggiarli a non staccare la spina: “Alla ripresa – assicurava davanti alla platea degli imprenditori Coldiretti – mancano pochi mesi”. Sulla base di quali incontrovertibili segni non si saprà mai. Ma ecco il grande classico italiano: “Il paese – dice il premier – ha dimostrato capacità di affrontare provvedimenti restrittivi ma siamo nella fase in cui dobbiamo sforzarci di più perché nulla vada sprecato in termini di fiducia, toccando con mano benefici che non si vedono e malefici che per fortuna abbiamo sventati”. E poco importa se i primi non sono mai pervenuti, il messaggio è recapitato a Pd e Pdl. Abbiate fiducia nel professore, lui vede la luce. Qualche giorno dopo, incontrando le parti sociali che lo  incalzano sui “segnali” di ripresa, il prof elaborerà un’interessante teoria sui segnali debolissimi: “Anche se la  ripresa non si vede nei numeri, invito tutti a constatare che è dentro di noi. Adesso è alla portata del nostro Paese e credo che arriverà presto” (5/9/2012). Questa la spiegazione tecnica del perché la ripresa c’è ma non si vede, è nascosta dentro di noi.

Il centrosinistra e la fiducia in cambio della fiducia
Tra i professori della fiducia spicca anche Romano Prodi. Sono pagine di giornale ormai ingiallite ma buone per capire quanto sia bipartisan l’attrazione fatale verso la (falsa) ripresa. A febbraio del 2007 Prodi è costretto a chiedere la fiducia alle Camere dopo lo scivolone sull’Afghanistan che ha visto deflagrare la sua maggioranza. La ottiene al Senato ma non alla Camera. Ed è qui che il professore, il 3 marzo 2007, legge un discorso cruciale nel quale gioca la carta della ripresa per trovare sui banchi del centrodestra il puntello venuto a mancare a sinistra: “I dati dell’Istat – diceva allora Prodi – sono assolutamente confortanti. Il Pil all’1,9 per cento dimostra che c’è una crescita bilanciata che coinvolge tutto il paese. Non siamo ancora al grande slancio, ma possiamo favorirlo”. Da qui, la richiesta di collaborazione al centro destra: “Siamo divisi su molti punti ma dobbiamo avere l’obiettivo comune di consolidare la ripresa appena iniziata e non dispero che su alcuni punti si troverà un consenso più ampio della maggioranza”.  Quel consenso non arriverà mai. E neppure il “consolidamento della ripresa”. Pierluigi Bersani la ripresa non la vedrà mai, pur avendo sponsorizzato un incauto “Festival della ripresa” a Pisa nel 2009: prima era colpa di Berlusconi, poi dei tagli recessivi di Monti. Causa incarico fallito non potrà dare vita a un governo e dunque salire sulla poltrona da cui si vede improvvisa la luce. L’ottimismo a sinistra si chiude idealmente con Enrico Letta. Anche lui lo sparge senza fornire indicatori precisi e sempre subordinandone gli effetti alla sopravvivenza del proprio governo. Ma incalzato sulla mancanza di dati, dal suo entourage arriva il colpo di genio, l’ammissione di una ripresa che c’è ma non si può vedere: “Sarà una ripresa di crescita senza lavoro” è la formula (Ansa, 9/8/2013). Ed ecco tappata la bocca a chi, sommessamente, fa notare la stonatura tra l’ottimismo del governo e l’ennesimo record di disoccupazione (12,2% di senza lavoro). Tre milioni e passa di italiani senza lavoro dovranno accontentarsi e continuare ad avere, ma soprattutto dare, fiducia. La ripresa, infondo, è sempre in arrivo.


La casa, trincea di Berlusconi
di Ilvo Diamanti
(da “la Repubblica”, 12 agosto 2013)

È l’Imu il terreno conteso dai partiti della “maggioranza per caso” (e necessità) che sostiene il governo guidato da Enrico Letta. La frontiera invalicabile per il Pdl e per Silvio Berlusconi. Cancellare l’Imu sulla prima casa. Senza se e senza ma.

Senza limitazioni e senza mediazioni. Senza alternative. E non importano i problemi di bilancio e di risorse. Tanto meno i moniti delle autorità monetarie internazionali e della Ue. Niente Imu per tutti. Indipendentemente dalla misura, dall’uso, dalle condizioni, dalla localizzazione della casa. A poco è servita la contrarietà espressa dal ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, che ritiene l’abolizione della tassa sulle prime case “iniqua” e difficilmente sostenibile. Perché l’Imu non è un’imposta, ma una bandiera. Tagliarla non costituisce tanto un provvedimento con finalità economiche e di bilancio. Ma, piuttosto, politiche e di propaganda. Riflette il modello di marketing, utilizzato e imposto in tempi di campagna elettorale permanente, da Silvio Berlusconi. Oggi, in particolare, è divenuta il suo prodotto di bandiera. Il marchio della sua comunicazione politica, tanto più e a maggior ragione in seguito ai dubbi sollevati da ministri tecnici e da leader politici, dell’altra parte politica. Della sinistra e di centro.

Non è un argomento nuovo. Anzi: è un tema sperimentato con successo. Basti pensare a un paio di campagne elettorali fa. Alla vigilia del voto del 2006, quando, in occasione del secondo e ultimo faccia a faccia in tivù, con Romano Prodi, Silvio Berlusconi, nell’appello conclusivo, quando non era possibile alcuna replica, lanciò la “promessa finale”. Il colpo di scena inatteso. Con un sorriso ammiccante, guardò gli italiani dritto negli occhi. E annunciò: “Noi aboliremo l’Ici sulla prima casa. Anche sulla vostra”. La tassa sulla casa. Quell’annuncio contribuì non poco alla risalita del centrodestra, guidato da Silvio Berlusconi. Che, lo ricordiamo, perse le elezioni del 2006 per una manciata di voti. Poco più di 20mila. Poi, nel 2012, è stata sostituita dall’Imposta municipale propria sui fabbricati. L’Imu, appunto. Introdotta dal governo Berlusconi nel 2011, non doveva riguardare la prima casa e sarebbe entrata in vigore nel 2014. Monti ne anticipò l’avvio, per motivi di bilancio. E Berlusconi ne fece il tema portante della sua campagna. Contro il Pd e contro Monti – per far dimenticare di aver governato negli ultimi 5 anni. Negli ultimi giorni prima del voto, con una lettera inviata a milioni di famiglie (e di elettori), si impegnò, per quel che riguarda la prima casa, a rimborsare l’Imu versata nel 2012 e ad abolirla, in futuro. Un coup de théí¢tre che ha prodotto effetti significativi sull’opinione pubblica, secondo i dati di Ipsos e LaPolis-Università di Urbino (presentati da Nando Pagnoncelli e Roberto Biorcio nel volume Un salto nel voto, edito da Laterza).

La promessa di abolire l’Imu (com’era avvenuto nel 2006 con l’Ici) ha, dunque, favorito la ripresa elettorale del Pdl e del centrodestra, partiti in grave svantaggio, all’inizio della campagna elettorale. Per questo, oggi, Berlusconi insiste tanto sull’argomento. La resistenza dei tecnici e dei leader degli altri partiti non fa che accentuarne l’intransigenza. E i toni, ultimativi. L’Imu: la linea del Piave, da cui il Pdl non intende retrocedere. Tanto meno ora, che la polemica sulla condanna e sull’ineleggibilità di Berlusconi rischia di spostare il dibattito pubblico su un terreno sfavorevole al centrodestra. Perché l’Imu, ora, come l’Ici, ieri, offre il tema – e l’esempio – ideale della comunicazione politica sviluppata da Berlusconi per consolidare il consenso del suo elettorato tradizionale. E per attrarre altri settori dell’elettorato.

Per alcuni motivi, piuttosto evidenti, che, preferisco riproporre.
1. Anzitutto, si tratta di un provvedimento che interessa un’ampia parte di italiani e di elettori. Visto che circa 3 famiglie su 4 hanno una casa in proprietà. E il 20% almeno un’altra.

2. Il che sottolinea l’importanza della “casa” per gli italiani. Come bene simbolico, garanzia per il futuro, trasferibile, di generazione in generazione. Dai genitori ai figli. Il binomio famiglia-casa, in altri termini, fornisce un riassunto efficace dell’identità nazionale. Peraltro, il ricorso di numerose famiglie a mutui, talora onerosi e a lunga scadenza, dimostra e, al tempo stesso, moltiplica, l’importanza della casa in proprietà. Come simbolo di status ma, prima ancora, come segno di riconoscimento sociale.

3. La restituzione e l’abolizione dell’Imu, però, servono anche a comunicare le capacità e le differenze di Berlusconi dagli altri leader. Perché si tratta di “politiche” che producono risultati rapidi e vistosi. Infatti, a differenza delle politiche economiche e del lavoro, che dispiegano i loro esiti in un arco temporale più lungo, spesso in modo poco coerente e non sempre esplicito, l’abolizione dell’Imu avrebbe un impatto generalizzato, percepito da tutti. In fretta.

4. Ciò può rafforzare il mito dell’Imprenditore in grado di produrre benefici immediati e concreti per tutti. Se il governo Letta ha promosso il Dl del Fare, il Pdl, di conseguenza, intende presentarsi come l’Impresa di Berlusconi. Semplicemente e direttamente: “l’uomo che fa”. E, non per caso, in passato, ha denominato la sua coalizione: “Casa” delle Libertà.

Per queste ragioni ritengo che l’abolizione dell’Imu sia davvero, per Berlusconi e il Pdl, un obiettivo dell’agenda di governo non negoziabile. E non rinviabile troppo a lungo. Per queste stesse ragioni Enrico Letta, ieri, ha “rovesciato” l’ultimatum del Pdl e Berlusconi. Avvertendo – e minacciando – che “per riformare l’Imu c’è bisogno di un governo e di un Parlamento. Se non ci fossero, gli italiani pagherebbero la rata dell’Imu di settembre”. Tuttavia, mi pare difficile che Letta, il Pd e Monti possano accettare l’abolizione dell’Imu tout court, senza una riforma complessiva delle imposte sugli immobili, come ha proposto il ministro Saccomanni. Non solo per ragioni di equità e di sostenibilità finanziaria. Anche per evitare che lo scopo di questo governo di scopo si avvicini – e assomigli – troppo allo scopo (principale) di Silvio Berlusconi. Determinato a resistere. A marcare il suo territorio. A lasciare il suo segno anche sulla prossima campagna elettorale. Impugnando la bandiera della Casa. Proprio lui, imprigionato in casa.


Un campionato truccato
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 12 agosto 2013)

La magistratura di sinistra, ideologica e settaria, non è un’invenzione, o addirittura una paranoia, del berlusconismo.
Nel corso degli anni le toghe rosse hanno seminato tracce documentali che le configurano come una setta a tratti segreta. Lo ammise anche Massimo Caprara, segretario particolare di Palmiro Togliatti e membro del comitato centrale del Pci. Nel 2005, testimoniando a Trento in un processo per diffamazione, Caprara svelò l’esistenza di un registro segreto di magistrati iscritti al Pci che era custodito a Mosca. Craxi, in tempi non sospetti, confidò di essere venuto a conoscenza di scuole del Pci per formare magistrati organici al partito e Cossiga, nel 1997, ascoltato dalla commissione stragi, sostenne che la magistratura occupava uno dei livelli della Gladio rossa, la struttura paramilitare e clandestina che doveva essere pronta a ribaltare lo Stato democratico. A metà degli anni Sessanta accadde un fatto nuovo, destinato a cambiare per sempre la giustizia italiana. Alcuni magistrati uscirono allo scoperto fondando, cosa senza precedenti in Paesi occidentali, una corrente ideologica di sinistra chiamata Magistratura democratica, alla quale aderì (e aderirà più tardi) la maggior parte dei pm e dei giudici italiani, poi protagonisti delle inchieste che azzerarono tutti i partiti meno il Pci (Tangentopoli) e più di recente della maggior parte dei 42 processi contro Berlusconi. Il Pm indaga e propone, il suo compagno di corrente giudice dispone. Chi è iscritto a Magistratura democratica fa politica, dichiara la sua fede e combatte apertamente le altre, partecipa a convegni e dibattiti per orientare scelte legislative, alcuni si fanno eleggere in Parlamento, ne abbiamo pure visto uno, Ingroia, fondare un partito e candidarsi premier contro i suoi inquisiti di centrodestra. Una anomalia che ormai si è radicata in tutti i livelli di giudizio. Nella corte che ha confermato il carcere per Berlusconi ben due giudici, De Marzo e Aprile, erano di area Md. Può un magistrato che dichiara la sua idea politica, e sostiene di volerla imporre, giudicare serenamente politici di segno opposto? È come se un giocatore arbitrasse la partita della vita della sua squadra. La partita sarebbe truccata a prescindere, come quella che ha visto in campo Berlusconi. E questo lo sa bene anche Napolitano, che da quel mondo viene.


Grasso, lo stratega immobile che sogna il perdono del Colle
di Giancarlo Perna
(da “il Giornale”, 12 agosto 2013)

È dall’infausto cilindro di Pier Luigi Bersani che è uscita la presidenza del Senato di Pietro Grasso. Lo stesso cappello da cui balzò Laura Boldrini, l’omologa di Montecitorio. Scelte che l’ex segretario del Pd, perduto il senno con la delusione elettorale di febbraio, ha fatto in odio al Pdl.
Il presidente del Senato Pietro Grasso in Aula
Non volendo il Cav tra i piedi, il geniale piacentino ha improvvisato candidature a uso esclusivo di sinistra e grillini. Il risultato è che guidano Camera e Senato due pesci fuor d’acqua che rappresentano poco e male la nazione.

Sono le storie personali a renderli avulsi. Boldrini è un’ex funzionaria Onu che, nella sua visione globale, considera l’Italia una semplice piattaforma adagiata sul Mediterraneo per favorire gli attracchi dal terzo mondo. Grasso, all’opposto, è un doppio provinciale, come magistrato e come siciliano. Poiché, per lui, la lotta alla mafia è il massimo problema d’Italia – e anche del mondo, se potessimo leggergli nel cervello – è pronto a relegare in soffitta ogni altro bisogno della settima Potenza economica mondiale. Per intenderci: come i suoi colleghi, magistrati e siciliani, è pronto a inchiodare la politica su una questione come la cosiddetta trattativa Stato-mafia, che è probabilmente una bidonata, sicuramente la miccia per una guerra tra bande o, se qualcosa di vero c’è, un agreement di necessità – com’è avvenuto decine di volte – per stornare guai peggiori.
Con questo, entriamo nel vivo di Pietro Grasso, oggetto di questo articolo. Quando nel 2012, si pose il problema delle intercettazioni di Napolitano proprio sulla presunta trattativa, Grasso era ancora Procuratore nazionale antimafia. Con discrezione, il Quirinale lo pregò di intervenire presso la Procura di Palermo, responsabile dell’intercettazione, per fare cessare la scandalosa ingerenza. Ma Grasso, che non voleva grane, non si mosse. Anzi, in un’intervista, si vantò dell’immobilismo, presentandolo come lodevole neutralità. Il Colle se lo legò al dito, tanto più che di lì a poco la Consulta, cui Napolitano si era rivolto, gli dette piena ragione ordinando ai palermitani di distruggere le registrazioni che riguardavano il presidente. Per inciso, appena appresa la decisione, Grasso esclamò entusiasta: «È stata fatta chiarezza! ». Lo disse con il tono trionfale di chi ha vinto una battaglia personale, mentre, in realtà, aveva rifiutato di combatterla. Un opportunismo che ritroveremo.

Diventato parlamentare del Pd pochi mesi dopo questi avvenimenti e addirittura presidente del Senato, l’ex magistrato ha fatto piroette per ottenere il perdono di Napolitano. Si è fatto ritrarre in tutte le salse accanto al capo dello Stato – sul Colle, in ricevimenti, sfilate, funerali – per mostrare al mondo che non c’erano più ombre tra loro. È stato così che abbiamo scoperto come Pietro inalberi un sorriso fisso del tutto slegato dalle circostanze allegre o tristi. Si discute se si tratti di un tic o del vezzo di un bell’uomo che si ispira – per chi ancora lo ricorda – a Rossano Brazzi.
Questo desiderio cieco di ingraziarsi Napolitano ha raggiunto vette semi eversive. Due episodi, entrambi dello scorso luglio. Durante il dibattito sulla mozione di sfiducia al ministro dell’Interno, Alfano, un senatore grillino alluse a non so quale «colpa » di Napolitano. Appena sentito il nome, Grasso, che dirigeva i lavori, saltò su: «Non sono ammessi riferimenti al capo dello Stato, lasciamolo fuori da quest’aula… ». L’altro tentò di insistere ma Pietro lo zittì a brutto muso: «Lei non può citarlo ». Passi la piaggeria, ma qui siamo al sopruso. Non esiste un cenno nel regolamento del Senato (né della Camera) che vieti di chiamare in causa il capo dello Stato. Sarebbe contrario alla tradizione parlamentare. Si può dunque ipotizzare che Grasso, per eccesso di zelo, sia ricorso, con riflesso pavloviano, alla discrezionalità (rectius: arbitrio) cui sono avvezzi i magistrati. L’altra brutta pagina è quella in cui in un’intervista a la Repubblica, ha detto di essere «certo » che, in caso di bizze del Pdl, Napolitano avrebbe cercato nuove coalizioni per tenere in piedi il governo. Due magagne in una frase: la prima è che, non autorizzato, si è finto portavoce del Quirinale; la seconda è che, invece di essere arbitro e neutrale, ha appoggiato una soluzione politica anti destra e filogrillina.
D’altra parte, che Pietro sia inadatto traspare dalla sua biografia di uomo digiuno della politica, tendente a barcamenarsi. Sessantasette anni, nato a Licata ma palermitano d’adozione, il magistrato Grasso si fece un nome come estensore delle settemila pagine di sentenza del maxiprocesso di Cosa Nostra (1985). Amico di Giovanni Falcone, lo seguì a Roma quando – va detto a suo merito – tanti gli avevano voltato le spalle, per un incarico al ministero, con Claudio Martelli Guardasigilli. Fu, dal 1999 al 2005, procuratore capo di Palermo, succedendo a Gian Carlo Caselli. Nonostante il savoir faire, si attirò nell’ufficio le antipatie dei nostalgici «caselliani », con in testa – altra sua medaglia – Antonio Ingroia e i suoi amici giornalisti tanto che quelli del Fatto gli danno tuttora addosso.

Nel 2006, Grasso divenne Superprocuratore antimafia grazie al Pdl. In lizza con lui, c’era il solito Caselli. Costui era favorito ma, notoriamente comunista, dava l’orticaria alla destra al governo. Così, fu fatta una leggina che escludeva Caselli per ragioni di età e promuoveva automaticamente Pietro. A cose fatte, la Consulta dichiarò incostituzionale l’inghippo. Grasso, che ormai aveva intascato la nomina, commentò: «Sono contento. Era una legge che non ho condiviso ». Non la condivideva ma ne aveva approfittato. Non è forse lo stesso Pietro che, per la sentenza che condanna l’intercettazione di Napolitano, gioisce come se avesse vinto la battaglia che invece non volle combattere? Grasso è così: un passo avanti, uno indietro, ma con l’occhio alla carriera.
Un ultimo esempio, e concludo, del come si è barcamenato tra sinistra e destra. Nella ricorrenza 2010 della strage di Via dei Georgofili a Firenze (1994) dichiarò ai parenti delle vittime che la mafia aveva messo le bombe per «agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero esaudire le sue richieste ». Allusione scopertissima a Forza Italia e Berlusconi. Scoppiata la polemica disse di essere stato frainteso. In realtà, aveva parlato a vanvera. Tanto che, nel 2012, il Cav mafioso diventò eroe antimafia. «Gli darei un premio speciale. Con le sue leggi abbiamo sequestrato alla mafia beni per quaranta miliardi », proclamò il Superprocuratore che di lì a poco, con la casualità di un terno al lotto, è arrivato alla testa del Senato.
Un colpo al cerchio, uno alla botte. È il modo di Grasso di attraversare la vita.


Il “Fatto” come Almirante. “Abolire l’ergastolo? Un favore alla mafia”
di Piero Sansonetti
(da “Gli Altri”, 12 agosto 2013)

La civiltà giuridica, nel mondo, va avanti. Sia in Occidente sia nei paesi più poveri. In Italia no. Vent’anni fa le principali forze politiche, e i grandi giornali, erano favorevoli all’abolizione dell’ergastolo. Contro c’era solo il Msi. Con quale argomento? Se si abolisce l’ergastolo, dicevano i neofascisti, si favorisce la criminalità e la mafia. Beh, ieri proprio questo titolo si trovava sulla prima pagina del “Fatto Quotidiano”: “Abolire l’ergastolo è un favore alla mafia”. La curiosità sta solo nel fatto che la grande maggioranza dei lettori del “Fatto”, che oggi si trova sulle posizioni delle quali fu portabandiera Giorgio Almirante, all’epoca erano di sinistra e persino vagamente garantisti.

Il titolo del “Fatto” di ieri si riferisce a una intervista al Procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi, cioè al numero due di una delle Procure più importanti d’Italia. Non uno qualunque. Il quale con grande serenità regala all’intervistatore tre perle.

La prima riguarda – come abbiamo detto – l’ergastolo, la seconda la carcerazione preventiva, la terza i gradi di giudizio. Sulla carcerazione preventiva il dottor Teresi sostiene, testualmente: “Con l’abolizione della custodia cautelare in carcere (per il reato di favoreggiamento, ndr) sarà molto più difficile far parlare coloro che ospitano in casa i boss o fanno loro da autisti piuttosto che da vivandieri. Perché d’ora in poi avranno molta meno paura delle conseguenze”. Cosa intende dire Teresi? Semplicissimo, il carcere preventivo ci serve a far “cantare”. Con quali metodi non lo sappiamo, certo il fatto che la “paura” da incutere ai testimoni (in cella) sia un elemento essenziale delle indagini, fa supporre quantomeno delle piccole Guantanamo. Del tutto illegali. Le finalità del carcere preventivo – bisognerà spiegare al dottor Teresi – sono puramente cautelari, in Italia, non di tortura. E le affermazioni di Teresi sfiorano l’istigazione a delinquere verso se stesso e altri magistrati.

Chissà se il Csm interverrà… Improbabile.

La terza perla riguarda l’esecuzione della sentenza. Teresi propone di mantenere i tre gradi di giudizio, ma di rendere esecutiva la sentenza di secondo grado. Ora c’è un problema. Tutto ciò è contro la Costituzione, e sembra strano che proprio nella stessa pagina dell’intervista, il “Fatto” raccolga le firme per difendere la Costituzione. Recita l’articolo 27 della Costituzione: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione. Non è ammessa la pena di morte”. Visto che Teresi propone di abolire i primi due commi dell’articolo 27, perché non abolire anche il terzo comma e ripristinare la fucilazione? Sarebbe un colpo alla mafia…


Lo strapotere di un potere prepotente
di Francesco Alberoni
(da “il Giornale”, 12 agosto 2013)

Panebianco ha messo in evidenza che la magistratura ha un potere maggiore della politica. Lo ha acquistato all’epoca di Mani pulite, distruggendo per via giudiziaria i quattro partiti che avevano governato l’Italia per decenni: la Democrazia cristiana, il Partito socialista, quello socialdemocratico e quello repubblicano. La magistratura non avrebbe potuto farlo se non ci fosse stata una rivolta popolare contro la corruzione, in cui Di Pietro divenne un vero e proprio capo carismatico.

L’incontro fra la condanna popolare e la condanna giudiziaria produsse nella classe politica uno stato di panico ed un senso di colpa e di indegnità per cui, nel 1993, il Parlamento rinunciò ad una parte sostanziale della immunità parlamentare sopprimendo la richiesta di una previa autorizzazione per sottoporre i parlamentari a procedimento penale e l’obbligo di richiedere l’autorizzazione per dare esecuzione ad una sentenza di condanna. La magistratura apparve come l’unica forza pura e purificatrice e da allora si dice che le sue sentenze non vanno discusse, cioè che non sbaglia mai. Aggiungiamoci che per venti anni la sinistra l’ha sostenuta quando processava un suo nemico politico. Ma sbaglia Panebianco pensando che non ci sia nulla da fare se non creare un diverso corso di studi in cui «si iniettino dosi massicce di sapere empirico e in cui si riequilibra il formalismo giuridico con competenze economiche e statistiche ». È come dire: visto che ha il potere, diamole le competenze per governare meglio.

No, io credo che l’eccesso di potere della magistratura vada corretto mettendo anche nella nostra Costituzione i tre poteri di cui parlava Montesquieu: il legislativo, il giudiziario e l’esecutivo. Oggi non c’è un esecutivo, il presidente del Consiglio non conta nulla, il governo è in balia di tutti i capricci del Parlamento. Occorre creare un esecutivo eletto dal popolo che abbia il potere del presidente americano, o di quello francese, o del primo ministro inglese. Esso prenderebbe decisioni rapide e definitive su innumerevoli problemi che oggi si trascinano nell’incertezza e che finiscono sempre di più nelle mani di una magistratura sovraccarica e inefficiente che aumenta così il suo potere.


“Da grande faccio il barbiere alla Camera”. 136 mila euro all’anno e pensione d’oro, ecco la paghe di chi lavora a Montecitorio
di (I.S.)
(da “Libero”, 12 agosto 2013)

“Mamma da grande voglio fare il barbiere alla Camera dei deputati”. Potrebbe essere questo il sogno delle future generazioni che entreranno nel mercato del lavoro. Guardando gli stipendi dei dipendenti di Montecitorio la voglia di prendere in mano pettine e lametta per la barba potrebbe venire a chiunque. Una scheda pubblicata sul sito della Camera alza il velo sulle retribuzioni di chi lavora a Montecitorio. In media un dipendente a fine carriera guadagna ben 8mila euro al mese. Dopo 40 anni di anzianità, gli operatori tecnici lasciano il lavoro con una retribuzione pari a circa 136mila euro l’anno. Più cresce la qualifica, più aumenta lo stipendio, con scatti che fanno raddoppiare i guadagni in 20 anni.

Barbiere Paperone – Come racconta la Repubblica il “Paperone” di Montecitorio è il segretario generale di Montecitorio. A lui va uno stipendio di 406.399,02 euro, destinato a crescere del 2,5% ogni due anni. I suoi due vice raccolgono invece 304.847,29 euro. Subito dietro ci sono gli operatori tecnici. Barbieri, elettricisti, centralinisti, falegnami appena mettono piede alla Camera, subito dopo l’assunzione, portano a casa circa 30.351, 39 euro. Già dopo 20 anni guadagna 89,528,05 euro, mentre dopo 40 anni di servizio raggiunge quota 136 mila euro. Non sono da meno i “commessi” che hanno una busta paga che supera i 100mila euro annuali. Stipendi da nabbabi anche per i tecnici audio, delle riprese e delle tv interne che oscillano tra i 30.619,24 euro percepiti al momento dell’assunzione fino ai 152.663,23 con un’anzianità di servizio di 40 anni.

Azienda Montecitorio – A Montecitorio c’è posto per tutti. Quasi fosse un’azienda. 1494 persone, al cui vertice si rintraccia il segretario generale. I consiglieri parlamentari sono 176, mentre gli interpreti e traduttori 4. I documentaristi, tecnici e ragionieri sono 288, mentre i segretari parlamentari 397. I collaboratori tecnici toccano quota 156, 411 sono gli assistenti parlamenti e 59 gli operatori tecnici. Insomma lavorare alla Camera è come fare 6 al superenalotto. Chi resta fuori deve accontentarsi dei soliti 800-1000 euro al mese nonostante si provi a fare il barbiere sotto casa.


I primi novant’anni di un genio chiamato Albertazzi
Intervista di Emilia Costantini a Giorgio Albertazzi per il “Corriere della Sera”
(da “Dagospia”, 12 agosto 2013)

Vive circondato dalle donne, segretarie, addette alle pubbliche relazioni, musiciste, attrici e naturalmente soprattutto la moglie Pia de’ Tolomei. A 90 anni suonati Albertazzi non si stanca di essere un irriducibile libertino. Non a caso festeggerà il suo novantesimo compleanno il 20 agosto recitando, anzi, celebrando Gabriele D’Annunzio, un suo cavallo di battaglia dai tempi della Dannunziana. “Io ho quel che ho donato” si intitola lo spettacolo con cui festeggerà il genetliaco alla Versiliana.

«Eh sì! Novanta belli scoccati. Ma io ogni sera mi armo come un guerriero, scendo nell’arena per uccidere il toro e invece…. Mi trovo davanti a una platea di uomini e soprattutto donne che sono desiderosi di abbracciarmi, complimentarsi, baciarmi… ormai tutti mi vogliono toccare come fossi un santo ».

E racconta un aneddoto: «Un mio amico mi disse che quando Mussolini era impegnato nella campagna del grano, un giorno si avvicinò un uomo che spingeva davanti a sé la moglie tenendola per le anche. E gridò al Duce “Pigliala! Voglio un figlio da te!” ». Si ferma un attimo e commenta: «Ci manca poco che lo chiedano pure a me. Anzi… ora che ci penso, me l’hanno chiesto. Qualche anno fa, in un teatro, mi è venuta a salutare una bellissima e giovane donna, dicendomi “devo dirle due cose importanti: la prima è che voglio un figlio da lei” » .

E la seconda?
«Non gliel’ho fatta dire…se quella era la prima, figuriamoci la seconda ».

Lei non ha avuto figli…
«Veramente un paio di volte ci sono andato vicino. La prima volta fu con una ragazza con cui ebbi una breve storia alla fine della guerra, mentre scappavamo dal fronte sud. Dopo qualche tempo mi disse che era rimasta incinta… ma poi ho scoperto che la figlia che nacque non era mia. La seconda fu con Bianca Toccafondi. Eravamo ragazzi, lei aveva lasciato per me marito e casa… sono stato uno scassafamiglie, insomma. E rimase incinta, ma abortì involontariamente. Ricordo che non avevo i soldi per ricoverarla e farla curare ».

Ma avrebbe voluto diventare padre?
«Forse mio figlio è stato quello di Bianca, che non è mai nato. No… non mi è mai mancato il ruolo di padre, anche se Vittorio Gassman mi diceva sempre “devi fare un figlio, è un’esperienza eccezionale!”, ma io non sono tagliato… e probabilmente le donne, che si adattano alle circostanze, l’hanno capito e non me l’hanno mai chiesto. Ho fatto un po’ da padre, questo sì, ad Antonia Brancati, figlia della mia adorata Anna Proclemer ».

Albertazzi è stato più Casanova o Don Giovanni?
«Assolutamente il primo. Le geometrie mentali del Don Giovanni, dove quel che conta è solo il numero e non il sentimento, non le capisco. Casanova invece è uno che ama la bellezza femminile e non si vanta, anzi, accetta anche le sconfitte. È un artista. Per quanto mi riguarda, ripeto sempre che tutti i fatti artistici della mia vita sono stati ispirati da una presenza femminile ».

Albertazzi trasgressivo come D’Annunzio?
«D’Annunzio era un erotomane, che si riempiva pure di tante parole. Quando copriva il corpo della sua amante di petali di rose, più che un gioco trasgressivo, era un gesto poetico. Per me, come spesso accade agli amatori, conta solo il fatto di far diventare la cosa un atto indimenticabile.

È stato anche oggetto di attenzioni maschili…
«Sì, Luchino mi chiese “qualcosa di più” oltre alla nostra sincera amicizia. Ricordo che eravamo in una stanza, nella sua casa. Passammo a qualche azione di tenerezza, forse un bacio, ma niente di più ».

Lei è stato spesso definito un compagno paterno e generoso.
«Sono generoso per ringraziare le donne della loro presenza nella mia esistenza. E, in omaggio a loro, sto scrivendo una commedia che si intitola Memorie di un grande amore, dove un novantenne che, nella sua vita, ha sempre pagato le femmine per andarci a letto, vuole passare una notte con una giovane vergine: solo per guardarla nuda mentre è addormentata ».

Toccafondi, Proclemer, Elisabetta Pozzi, Mariangela D’Abbraccio… compagne di vita e di palcoscenico… Ha amato molto: ha fatto anche soffrire molto?
«Ho anche sofferto molto io. Ricordo la terribile gelosia retroattiva che provavo per la Proclemer: volevo impossessarmi del suo passato e, per questo, la tormentavo ».

Al traguardo dei 90 anni, un bilancio: molte le occasioni mancate?
«Tantissime, ma nella carriera e per ragioni politiche. Mi hanno massacrato. Ancora mi chiedo com’è stato possibile che abbia potuto fare il direttore del Teatro Stabile di Roma, forse perché all’epoca si impuntò Veltroni. Le istituzioni con me non sono state generose. Prendo la pensione più bassa d’Italia, con tutti i miliardi che ho versato! ».

Cosa la infastidisce di più della vecchiaia?
«La vecchiaia è più corporea della giovinezza, ti costringe a fare i conti con il tuo corpo, che reclama le sue esigenze. Quando sei giovane non ti accorgi di averlo, ti obbedisce, se vuoi fare un salto lo fai, se ti vuoi piegare ti pieghi… Poi arriva il momento che ti dice “no, questo non lo puoi fare”. Allora, prendi in mano un oggetto con la mano destra, pensi di averlo afferrato e invece ti scivola, così tenti di recuperarlo con la sinistra… e ti scivola di nuovo anche dalla sinistra: quando sei vecchio, insomma, tutto tende a terra! Le scale, poi, sono il peggior nemico: quella salita si rizza sempre più, diventa come una scala a pioli, diventa una parete! E per me, che mi sono sempre mosso come un felino, è una vera disdetta ».

Molti acciacchi fisici?
«Ho una gamba che mi dà fastidio e a volte anche in palcoscenico uso il bastone. C’è un brano di Memorie di Adriano dove l’imperatore, da me interpretato, descrive proprio un suo problema fisico. Dice “questo corpo mi è caro, mi ha servito bene, ma nessuno può nulla sulla natura e ora le gambe non mi sorreggono più tanto bene durante le cerimonie ufficiali”. È il caso mio! »

Ha paura della morte?
«È un avvenimento importante, è l’assoluto. È un mistero. Non mi fa paura, temo solo se fosse accompagnata dalla sofferenza: insomma, essere aggredito dalla morte. Non mi dispiace morire, mi disturba solo perché penso di essere ancora utile a persone che hanno bisogno di me ».

Crede nell’aldilà?
«C’è più aldilà nell’aldiqua di quanto non si pensi. E poi, se davvero esiste l’inferno, come diceva Flaiano, i peccatori sono tutti nudi, e magari ci si può anche divertire ».

Le piacerebbe morire in scena?
«A tutti gli attori piacerebbe: è la massima celebrazione. Quando Molière morì in scena, il pubblico in sala, che non si era accorto del decesso, mormorò: “stasera è morto male”… ed era morto davvero! Perché la finzione scenica è più veritiera del reale, in quanto rappresentazione della realtà. Morire in scena è uno sberleffo! ».


I 70 anni di Rutger Hauer
Malcom Pagani e Federico Pontiggia per “il Fatto quotidiano”
(da “Dagospia”, 12 agosto 2013)

I piedi nudi, la camicia a scacchi, un computer. Chiama la reception per un cappuccino, gliene portano due. Altri intristiscono sul vassoio. Sul tavolo una bottiglia di Chianti, succo e birra a morire nei bicchieri, due pacchetti di Camel vuoti, il terzo in corsa per raggiungerli. Rutger Hauer ride, riflette, ricorda e ogni tanto, tra una smorfia e un’onomatopea, assecondando il lento flusso di agosto, si prende le sue pause. Nella stanza d’albergo con vista zoo in cui Dino Risi trascorse i suoi ultimi anni, il replicante di Blade Runner si è lasciato la vita difficile alle spalle.

A gennaio l’uomo che vide cose che gli umani non avrebbero potuto immaginare, compirà 70 anni. Lo guardi negli occhi, e gli credi; lo vedi frangersi tra mimica, caricature e memorie, e non dubiti. Sciolte le lacrime nella pioggia e fissati i tatuaggi sulle spalle, oggi Hauer sorride. Tornare a uno dei monologhi più famosi della storia del cinema: “Volete che ve lo reciti?”, lo spinge al soliloquio: “Io ne ho viste di cose che voi umani non potreste immaginarvi / navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione… certo che non l’ho dimenticato.

Parole che sembrano la sintesi della mia vita, il riassunto dei miei momenti più importanti. I miei genitori, Arend e Teunke erano attori. Due intellettuali, due bohemiennes. Casa mia era un porto di mare, ci vivevano in 29, in un clima libertario, originale. Osservavo questo mondo e mi chiedevo come mai, per mio padre e per mia madre, tutto pareva interessante tranne me. Come avrei attirato la loro attenzione? Mi annoiavo e sognavo la fuga.

La realizzò?
Da adolescente, alla fine degli anni ‘50, abbandonai la famiglia per imbarcarmi su un mercantile. A scuola ero un disastro, cercavo qualcosa di più appassionante dell’epopea di Guglielmo III e la trovai in mare. Volevo andare verso la libertà, spiegare le vele, spaccarmi la schiena per 50 euro al mese.
Blade RunnerBlade Runner

I suoi si opposero?
Mi agevolarono. Io ero un cavallo selvaggio, un fuggiasco nato. E loro due persone distratte, non cattive. Non fecero nulla per fermarmi. Il mare era un’antica eredità. Gli antenati di mia madre, secoli prima, avevano navigato. Un giorno mamma mi disse: “Se vuoi partire, Rutger, ti aiuterò”.

Fatica?
Mi aveva avvertito: “Sulla nave sarai destinato a mansioni di grande responsabilità. Preparerai le colazioni, strapazzerai le uova, rifarai i letti e pitturerai le pareti arrugginite dalla salsedine. Non chiedevo di meglio. “Sarà meraviglioso” le dissi. Preparai una borsa e senza avere mezza idea di cosa avrei fatto nella vita, chiusi la porta senza rimpianti.

Vide il mondo?
Il Pakistan, il Golfo Persico, Saigon. Un anno da vagabondo, imparando nuovi linguaggi e introiettando il senso di una disciplina che sui banchi di scuola mi rifiutavo di accettare.
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Ribelle?
Non so. Ero nato in un piccolo, ridicolo villaggio, in cui originalità e indipendenza erano viste con sospetto. Ero indolente, rifiutavo l’autorità costituita e rispondevo con una pernacchia a qualunque cosa mi proponessero. Il viaggio itinerante mi aiutò a considerare l’ipotesi che per arrivare da qualche parte mi sarei dovuto impegnare. Quando tornai in Olanda mi iscrissi a un corso di teatro. Di giorno lavoravo come elettricista, muratore e carpentiere per pagarmi l’affitto. Di notte recitavo. Guardate i calli sulle mani, non mento. Per capire che sarei potuto diventare un attore però, impiegai molto tempo.

La morale dalla fatica?
Non credo nelle morali, soprattutto nelle morali a posteriori. Quando qualcuno pretende di dettarne una universale, state sicuri che mente.

In cosa crede allora?
Nei percorsi individuali. Ognuno ha il suo. Non diversamente da quanto mi era capitato sui banchi di scuola, ai corsi di teatro sbadigliavo senza ritegno. Le voci baritonali degli insegnanti, la vita che scorreva fuori dalle aule. Il tedio. Teoria, teoria e ancora teoria. Guardavo i miei compagni e mi chiedevo se non ci stessero truffando. A forza di interrogarmi sulle prospettive future, venni svegliato dalla realtà. La cartolina del servizio militare, arrivata a metà dei ‘60, fu uno choc.

Soldato Hauer.
Nei ‘60 le istituzioni militari avevano la pericolosa tendenza a formare gente da mandare sul fronte. Ogni divisa doveva diventare un perfetto John Wayne e nonostante sollecitare il fisico non mi dispiacesse, Wayne non sarei mai diventato. Ero allucinato dall’idea che ogni due ore, come nelle parodie, ci si trovasse tutti in gruppo, davanti a un signore impettito che gridava ordini indistinti e la sera, nella stessa formazione per soli uomini, i discorsi vertessero su birra, culi, fighe e sport. Avvertii un’asfissia. Respirare e accarezzare il sogno di scappare si trasformarono rapidamente nello stesso sentimento. A quel punto, architettai un piano.
SYLVESTER STALLONESYLVESTER STALLONE

Quale?
Fingermi pazzo. Dare di matto. Costringerli ad allontanare dal-l’esercito olandese un elemento inaffidabile, una fonte di rischio per i suoi stessi compagni di camerata.

Ci riuscì?
Non fu semplice. Mi preparai con un amico attore. Studiavo le smorfie, le risposte, i tempi di reazione. La sera prima di iniziare lo show, il mio amico mi consigliò di dormire un’ora per presentarmi stravolto e dare una patina di verità alla follia.

Come andò?
Feci del mio meglio. Cominciai a confondere bandiere nazionali e tovaglie, a rispondere male, a fare strane facce e a ridere in coincidenza di un’intimazione. Costrinsi il comandante a mandarmi dallo psicologo. Lì iniziò una partita a scacchi lunga due settimane. Non erano persuasi che fossi veramente pazzo, fisicamente stavo benissimo e venni sottoposto a molti fottutissimi esami. Quando mi congedarono, per un istante, non mi fidai. Sapevo di giocarmi il presente. Temevo che mi leggessero nel pensiero e potessero scoprirmi. Così, al momento della notizia, mi finsi sorpreso e dispiaciuto: “Signor Hauer, lei è un cittadino libero”. Cominciai a urlare, a batter i pugni sul tavolo, a implorarli di poter rimanere: “Non avete il diritto di farlo , bastardi! Amo il mio paese, non potete impedirmi di servirlo!”. Un rischio calcolato. Di lì a 10 minuti ero fuori dalla caserma. Fu molto divertente. Come tutta la mia vita.

Una volta fuori?
Non avevo risolto del tutto il mio problema. Dentro l’istituzione, si trattasse della scuola di teatro o dell’esercito, mi trovavo a disagio. Non mi ricordo un solo volto tra i miei insegnanti, ma degli uomini che mi hanno offerto un lavoro o delle città incontrate per raggiungerlo, ho una perfetta memoria fotografica. Per mia figlia, 50 anni dopo, è la stessa cosa. Irregimentata, non riesce a stare. Non è colpa loro, il padre non le ha dato le basi.

Come passò dal teatro alla tv?
Per un’incredibile coincidenza. Durante gli stage incontrai alcuni attori che stavano per iniziare una serie tv, Floris. Mi invitarono sul set e molto prima di avere un ruolo, ne rimasi rapito. Pensai: “Ma questo è veramente bello! Voglio provare a essere un attore”. Parlai con il manager, non ci piacemmo. Lo guardai negli occhi e capii che lui faceva il suo mestiere per sé stesso e per nessun altro. Nonostante il brusco approccio, venni assunto.

Floris, la sua prima serie Tv ebbe un buon esito?
Fu un enorme successo. Andava in onda di domenica e al momento della trasmissione, il Paese si bloccava. Per quanto per strada mi fermassero, il fenomeno rimaneva relegato ai confini nazionali. E io volevo evadere, avere qualcosa di più grande. Quello che avevo mi sembrava troppo piccolo.

Non si accontentò.
Come a volte accade, ebbi un colpo di culo. Nel ’73 Paul Verhoeven mi offrì il ruolo di protagonista in Fiore di Carne, tratto da un libro molto venduto che trattava temi universali. La liberazione del sesso. Il dolore. L’amore che sfiorisce. La malattia.

Anche il film andò bene.
Un trionfo. Tre milioni di spettatori nella sola Olanda. La nomination all’Oscar come miglior film straniero. In un minuto, sembrava che il mondo fosse esploso sul mio volto. Non volevo perdere quell’occasione e al tempo spesso non riuscivo a rendermi conto che quell’occasione fosse toccata proprio a me. Ero così grezzo, selvaggio, impreparato. Ero felice e turbato. Eravamo paragonati a Ultimo Tango, accostavano Paul a Bertolucci e Marlon Brando a me. Il tutto con un minuscolo film prodotto da un piccolo paese ed esportato ovunque. Non facevamo in tempo a chiedere dove fosse stato venduto che la lista dei paesi si allungava: Austria, Italia, Germania , Francia. Un delirio. Paul Verhoeven girò poi Robocop e Basic Istinct.

Per il primo dei due film, senza dar seguito all’idea, pensò a lei. Rimpianti?
Nessuno. Robocop non era fatto per me e non riesco a pensare a nessun attore al mondo che avrebbe potuto interpretare meglio di Douglas il suo ruolo in Basic Istinct. In più, particolare decisivo, Paul non me lo propose mai. (Ride).

Il seme dell’odio con Poitier e Micheal Caine non bastò per conquistare Hollywood, abbracciata solo grazie al violentissimo i falchi della notte del 1981.
Dell’81? Sicuri? È già passato tanto tempo? Maledizione. Mi divertii molto. Interpretavo un terrorista spietato, in una città che molti anni dopo dal terrorismo sarebbe stata duramente colpita.

Ne I falchi della notte lei era cattivissimo.
Non ho mai avuto paura di interpretare un cattivo. Recitavo con Sylvester Stallone, eravamo agli antipodi come ruoli, ma insieme ci trovammo benissimo. Nella scena finale, ci affrontiamo per ucciderci a vicenda.

“Ne rimarrà in piedi uno solo”, giusto?
Il buono era lui, ma proprio nel finale gli ricordo una verità che è valida in moltissimi casi: “In fondo io e te facciamo lo stesso sporco mestiere, a cambiare è solo l’obbiettivo”.

Poco dopo Ridley Scott la chiamò per Blade Runner. “Nessuno” – disse – “si sarebbe mai aspettato un esito simile”.
Non fu così romantico. Non mi chiamò Ridley, ma il capo del casting. Era tutto maledettamente professionale e organizzato, al di là di qualunque immaginazione e la vittima di tanto zelo ovviamente eri tu.

L’impatto con Hollywood?
Hollywood è solo il nome di un infinetesimale segmento di una città con più di 20 milioni di abitanti. Un posto di merda, un circo per turisti, una specie di Disneyland. Sei contento se hai la parte in un film, guadagni, vai sui giornali e magari scopi tutte le sere. Altrimenti, ti ammazzi. Avete idea di quante persone siano morte cercando di avere fortuna a Los Angeles, di quante si siano smarrite a metà del percorso?

Molte?
Non le giudico perché essere insicuri, perdersi e non sapere ciò che si desidera a Hollywood è la cosa più semplice del mondo, ma sì, moltissime. Io sono stato fortunato perché Hollywood è un luogo che ammette soltanto due generi di finali. O il successo. O il crollo. Le vie di mezzo non sono previste.

Sente di appartenergli?
Siete pazzi? Io appartengo solo al posto in cui mi trovo e mi sento felice.

In Blade Runner lavorò con Harrison Ford. Si dice che i vostri rapporti siano stati complicati.
Non erano i nostri rapporti a essere complicati, complicato era lui. Ha avuto problemi con tutti. Problemi con me, con Ridley, con il film, con la sua reputazione. Non riusciva a ritrovarsi perché Harrison, un centro, non ce l’ha. Non ama la vita, non conosce niente, non sa nulla. Ce l’aveva con sé stesso tutti i giorni, emanava un’energia negativa. Sembrava andasse a marcia indietro. Il mio opposto.

Duro.
Era così negativo che immaginai fosse sotto l’effetto di qualche droga, ma a dire il vero, non ho mai capito di quale sostanza si trattasse. Lui era l’eroe, ma in quelle vesti si trovava malissimo.

Litigaste sul set?
Lavorammo insieme per 4 o 5 giorni al massimo, la maggior parte del tempo divisi da un muro. Harrison ogni tanto era dietro il muro della finzione e molto spesso dietro il suo muro personale.

Il film proponeva anche scene rischiose. Una volta dovevate girare in notturna, due stuntman si infortunarono e allora provò a lanciarsi lei. Incoscienza, follia, cos’altro?
L’attrezzista voleva che saltassi da un palazzo all’altro. Mi chiese: “Ce la fai?”. “Così no” risposi. Poi rilanciai: “Ma se mi avvicini il palazzo di un metro, forse sì”. Il film era girato negli studios e dopo due ore di rumore e casino, il palazzo era stato spostato davvero. Così mi lanciai, Niente di così eroico o pericoloso. Sapevo di avere un fisico adatto alla prova. Volevo tentare e dopo essermi allenato su un trampolino per un po’, lo feci. Ero sicuro di salvarmi. In The Hitcher, anni dopo, mi andò molto peggio. Saltando da una macchina in corsa, mi spaccai un dente con il calcio del fucile.

Lei ha girato più di 100 film. Le dispiace essere ricordato soprattutto per un film?
Neanche un po’. Sono felice che sia diventato un evento collettivo. Essere ricordati per qualcosa di epocale, è meglio di essere dimenticati ed è bello che avvenga per un film che al centro della sua poetica ha il tema dell’identità.

Cosa la affascinava nel film?
Quello che mi è sempre piaciuto di Blade Runner, sono i suoi moltissimi livelli di lettura. L’idea alla base è semplice: “Io non so chi sei e voglio assolutamente scoprirlo”. Ci dimentichiamo sempre ciò che siamo. Non ci diamo il tempo necessario a capirlo. In Blade Runner, Ridley provava a dare una risposta.

Ebbe un buon rapporto con lui?
Eccellente. Una volta stabilito un contatto, le cose andarono magnificamente. Gli domandavo lumi su Roy Batty: “Cosa vuoi che esca dal mio personaggio?”. Lui mi suggeriva di lasciarmi andare: “Non pensarci”. Altre volte gli facevo proposte di modifica del copione e lui diceva: “Ok, proviamo”. Il massimo. Le uniche discussioni erano filosofiche: rispetto alla sceneggiatura non credevo che nello scontro conclusivo tra umani e androidi, si dovesse scimmiottare l’epica di Bruce Lee o di Superman. C’era qualcosa di più profondo, di più nascosto, di più sottile. Ridley era d’accordo e io in effetti, del finale del film, mi sento molto responsabile.

È vero che l’idea di far volare la colomba fu sua?
Contribuii. Cosa c’era di più bello di far tenere una colomba in mano e poi farla volare dalle mani di un replicante che tenta disperatamente di somigliare a un essere umano? Nel film e per il film, comunque, diedi tutto.

Dicono che lei litighi spesso. Con i registi e con i colleghi. Che assoldarla, nonostante il talento, corrisponda sempre a un rischio.
Il marinaio non può andare sempre contro le onde, a volte deve affrontarle lateralmente. Provando a essere furbo. Fino a un certo punto della mia vita ciò che dite è accaduto. Ho nuotato controvento combattendo con l’ego, poi, dal 1985, mi sono liberato. Da allora sono un altro uomo.

C’entra sua moglie, Ineke Ken Take?
La conobbi nel ’67, la sposai nell’85. Lei c’entra sempre.

Lei è un monogamo e sta con la stessa donna da un trentennio. Un’attitudine che contrasta con la mitologia delle sue imprese.
La fedeltà non è facile, ma se ci si sceglie, si fa un tratto di strada insieme e se si sta bene, quel tratto diventa un viaggio senza stazioni di arrivo.

Lei ha lavorato con molti registi italiani. Wertmüller, Tessari, Ferrara, Olmi. Il suo preferito?
Ermanno. Un maestro. Con Scott, uno dei due registi della mia vita in assoluto. Un uomo di intelligenza superiore capace di tirare fuori la mia essenza più delicata. Per La leggenda del santo bevitore con Ermanno ci incontrammo a Parigi, lui non parlava una parola di inglese. Mi conquistò in due minuti tendendomi un tranello. Mi propose di partecipare a un film d’azione. Lo guardai negli occhi e svelai il bluff.

Vi siete ritrovati 25 anni dopo ne Il villaggio di cartone.
È stato come se quegli anni non fossero passati. Speriamo di girare presto un altro film insieme. Ermanno, sbrigati, non abbiamo molto tempo. (Ride).

Si sente vecchio? Rutger?
Vi sembro vecchio? Senza una valigia e un copione da leggere non saprei stare. Il segreto dell’attore in fondo è sempre lo stesso.

Quale?
Rendere credibile ciò che interpreti. Riempire una sala di gente che si emoziona. Conta solo quello. Il resto, credetemi, sono stronzate.


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Bart