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Il sogno del Cavaliere: un grande bagno elettorale per la sfida decisiva

20 Agosto 2013

di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 20 agosto 2013)

Additata dai compagni di partito come colei che aizza il Cavaliere, ne vellica gli istinti più bellicosi, e forte della sua protezione si permette di dettare la linea agli stessi ministri, Daniela Santanchè è nella realtà una moderata prudente educata interprete di quanto va uscendo dalla bocca di Silvio.

Silvio, col quale, ormai, la «Pitonessa » vive in simbiosi. Quando lei definisce la nota di Napolitano sulla grazia come «irricevibile, qualcosa che dall’arbitro istituzionale non mi sarei mai aspettata », si tratta di una rappresentazione (per quanto poco riguardosa sul piano istituzionale) ancora parecchio «chic » del pensiero berlusconiano.

L’uomo rimane politicamente inavvicinabile. Asserragliato nel bunker di Arcore tra le zanzare, in seduta permanente con gli avvocati, quando forse due passi nella villa in Sardegna avrebbero fatto bene al suo spirito. Offeso con il Capo dello Stato, che si è guardato bene dal dichiararlo vittima dell’ingiustizia. Determinato a riabilitarsi da sé, attraverso un bagno elettorale, se non vi provvederanno di corsa le istituzioni. Dunque sempre decisissimo a sfilarsi dalla maggioranza, dal governo, da tutto, qualora il 9 settembre la Giunta delle elezioni al Senato ne chiedesse la decadenza.

Visto il tono pessimo dell’umore, rotto solo da qualche imitazione in accento partenopeo del giudice Esposito che l’ha condannato, figurarsi con quanto scetticismo Berlusconi osservi l’agitazione di queste ore tra le cosiddette «colombe » Pdl. Le quali di colpo si sono rese conto che il loro leader non scherza, anzi fa disperatamente sul serio. Per cui escono allo scoperto nel tentativo di scongiurare un patatrac. Accusano i «falchi » di puntare al martirio giudiziario di Berlusconi, laddove loro viceversa vorrebbero salvarlo. Invocano un passo ulteriore di Napolitano, uno sforzo in più del Quirinale (sebbene gli stessi avvocati del Cavaliere privatamente riconoscano come il Colle nulla può al fine di impedire la decadenza di Berlusconi e la sua ineleggibilità). Chiedono al Pd di non precipitare l’Italia nel caos della crisi se non dopo averci ben riflettuto per tutto il tempo necessario.

La novità di queste ore è proprio il tentativo di stoppare le lancette dell’orologio, di imporre un «time out » che consenta a tutti di recuperare un briciolo di lucidità. In prima fila si segnalano la Gelmini e Cicchitto, Donato Bruno e lo stesso Schifani, fin qui sempre collocato a mezza via tra i «duri » e i «dialoganti ». L’appiglio è quello offerto da alcune voci autorevoli del diritto come Capotosti, che nella legge Severino scorge «criticità » censurabili sul piano costituzionale. Secondo il presidente dei senatori Pdl, non sarebbe un’eresia chiedere che si pronunci preventivamente la Corte Costituzionale. E comunque, nessun verdetto su Berlusconi senza prima avere letto perlomeno le motivazioni della condanna, ascoltato il parere del relatore in Giunta, se necessario l’autodifesa dello stesso imputato… Tutto va bene, pur di guadagnare tempo.

Ciò che non risulta ben chiaro al Cavaliere è cosa serva posticipare. Se fosse una strada per rimetterlo in gioco, magari tramite un «salvacondotto » presidenziale di cui nessuno vede al momento i presupposti, chiaro che la sinistra non ci starebbe. Lo stesso Berlusconi, con il giusto realismo, ci spera poco o punto. Lupi gli ha riferito al telefono delle sue conversazioni con il premier, a margine del Meeting ciellino a Rimini, senza peraltro convincerlo che un rinvio della Giunta sarebbe risolutivo. «Avrebbe soltanto l’effetto di prolungare l’agonia, di farci prendere in giro una volta di più », pare sia il netto pensiero berlusconiano a riguardo. Per il momento lascia fare, convintissimo però che il tentativo estremo di mediazione «non andrà da nessuna parte e costituirà la prova finale della malafede Pd ».

Destino segnato per il governo, dunque? Tutto farebbe ritenere di sì. A meno che, un attimo prima dell’irreparabile, Berlusconi non abbia un ripensamento. Magari sollecitato da quanti, come Ennio Doris e Fedele Confalonieri, metteranno sul piatto della bilancia l’interesse delle sue aziende. Che prosperano quando l’Italia va bene, e affondano se qualcuno la trascina nel caos.


Il Cavaliere, Craxi e quel discorso da evitare
di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 20 agosto 2013)

Se davvero Silvio Berlusconi pronuncerà il suo gran discorso contro i giudici al Senato, prima del voto che potrebbe espellerlo dal Parlamento, allora l’impressionante analogia tra la fine della Prima Repubblica e la crisi della Seconda sarà completa. E non sarà una buona notizia per l’Italia, perché la Storia non dovrebbe mai ripetersi. Una democrazia che vive per due volte in vent’anni il trauma di un collasso politico per via giudiziaria è infatti certamente malata.

Fu proprio un discorso alla Camera di Bettino Craxi a mettere una pietra tombale sull’assetto politico del Dopoguerra. E non mi riferisco a quello più celebre del 3 luglio del 1992, molto evocato in questi giorni, in cui il leader del Psi, ancora solo sfiorato dalle inchieste su Tangentopoli, usò il dibattito sulla fiducia al primo governo Amato per una formidabile chiamata di correo a tutti partiti sul finanziamento illegale: «Se gran parte di questa materia deve essere considerata puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’Aula che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo ». Nessuno si alzò. Ma nessuno ebbe neanche il coraggio di riconoscere che si trattava di un problema politico, da risolvere politicamente. Tutti sperarono che la campana suonasse solo per Craxi. E le cose andarono diversamente.

Dieci mesi dopo, il 29 aprile del 1993, il leader socialista fu infatti costretto a ripetere quelle frasi in un contesto ben diverso: non più per salvare il sistema ma per salvare se stesso, per chiedere all’aula di Montecitorio di respingere le richieste di autorizzazione a procedere della Procura di Milano contro di lui. Ed è a quell’intervento, l’ultimo mai pronunciato da Craxi in un’aula parlamentare, che il discorso cui starebbe lavorando Berlusconi pericolosamente si avvicina.

Fu infatti un attacco ad alzo zero contro i pm di Milano. Una requisitoria contro gli «arresti illeciti, facili, collettivi, spettacolari e perfino capricciosi… le detenzioni illegali che fanno impallidire la civiltà dell’habeas corpus… le violazioni sistematiche del segreto istruttorio… la giustizia che funziona ad orologeria politica… il teorema… le inchieste su di me, sulle mie proprietà, sui miei figli, sui miei amici… ». È difficile che , per quanto possa essere originale, Berlusconi riuscirà a fare di meglio: frasi e giudizi di quel discorso sono da allora diventati il canovaccio di ogni polemica sull’«uso politico della giustizia », per usare il titolo del libro di un altro socialista, Fabrizio Cicchitto, cui si dice che Berlusconi si stia ispirando in queste ore. Ma è anche impressionante che l’uomo che conquistò l’Italia sull’onda di Tangentopoli e della crisi del debito pubblico del ’92, chiamandola alla rivolta contro i vecchi partiti incapaci e corrotti, rischi ora di uscire di scena sconfitto sugli stessi fronti, i processi e i mercati, come se in questo ventennio di dominio elettorale non fosse riuscito a cambiare neanche una virgola dell’equazione politica nostrana.

Quell’ultimo discorso di Craxi ebbe un effetto straordinario. Positivo per lui nell’Aula, dove la sera, a sorpresa, e forse con l’aiuto segreto dei leghisti che puntavano a far saltare tutto, la maggioranza dei deputati respinse la richiesta dei pm sotto gli occhi di Giorgio Napolitano, allora seduto sullo scranno più alto di Montecitorio. Ma ebbe un effetto catastrofico, per Craxi e per tutta la Prima Repubblica, fuori dall’Aula. La sera dopo, davanti all’Hotel Raphael a Roma, ci fu la orribile gogna delle monetine, che cambiò per sempre la cultura politica del nostro Paese; il governo Ciampi e l’intera legislatura ne uscirono irrimediabilmente azzoppati; Craxi fu costretto a dimettersi da segretario, perse nel ’94 l’immunità parlamentare e prima che potesse essere arrestato fuggì ad Hammamet, da esule secondo i suoi sostenitori, da latitante secondo i suoi persecutori.

Un discorso analogo, non foss’altro che per scaramanzia, sembrerebbe dunque sconsigliabile oggi a Silvio Berlusconi, anche se bisogna ammettere che le differenze, tra tante analogie, non mancano. Craxi infatti, al momento in cui prese la parola in Aula, era già stato condannato dal tribunale dell’opinione pubblica, che aveva individuato in lui l’agnello sacrificale perfetto per liberarsi di una Repubblica da tempo sprofondata nella corruzione e nell’inefficienza, rivelate all’improvviso come all’alzarsi di un sipario dalla caduta del Muro di Berlino. Berlusconi ha invece ancora oggi una consistente parte dell’Italia dalla sua parte, e su quella evidentemente conta nell’ipotesi di un’ultima, forse disperata battaglia elettorale, nella speranza che l’Italia di oggi sia disposta a mettere per molti mesi da parte lo sforzo di ripresa economica per dedicarsi al duello finale tra giustizia e politica.

Soprattutto, la strategia di Berlusconi non può contemplare l’espatrio come extrema ratio. Non glielo consente la vastità degli interessi che sarebbe costretto a lasciarsi indietro, abbandonati a una sorte incerta: le aziende, i figli, le case, un partito. Senza contare che, a differenza di Craxi quando varcò il confine, Berlusconi non ha più il passaporto.


Ministri Pdl contro la Santanchè
di Luca Romano
(da “il Giornale”, 20 agosto 2013)

Se nel Pdl c’è chi opta per trovare una soluzione pacifica, dall’altro lato c’è chi non usa mezzi termini e difende a spada tratta Silvio Berlusconi.

Si chiama Daniela Santanchè, la quale non ha esitato a tuonare contro il capo dello Stato in riferimento alla nota diffusa dal Colle lo scorso 13 agosto a ridosso della sentenza della Cassazione sul leader Pdl .

“Trovo quella nota, per quanto mi riguarda, irricevibile, c’è, tra le righe, scritto che Berlusconi deve accettare la sentenza, deve farsi da parte, dimettersi da senatore. Tutte cose che non mi aspettavo dall’arbitro del Paese Italia. Perché, come ruolo, quello del Presidente è quello di far rispettare le regole che sono scritte nella nostra Costituzione”, ha dichiarato l’esponente del Pdl.

Che poi ieri ha precisato che, nel caso in cui il Pd votasse a favore della decadenza di Silvio Berlusconi, “noi parlamentari del Pdl non ci dimettiamo. Perché stare in Aula non vuole dire stare insieme ed essere alleati. Ma sono certa che un minuto dopo i nostri ministri non sarebbero più seduti allo stesso tavolo con i carnefici di Berlusconi. Si dimetterebbero, certo”.

Una posizione dura e netta. Che però, stando a quanto riporta il Corriere della Sera, non pare aver trovare consenso unanime. “Un conto è Silvio Berlusconi, che detta la linea politica e rispetto a cui noi saremo leali sempre. Altra cosa sono le posizioni di Daniela Santanché, dalla quale non prendiamo ordini”, scrive il quotidiano di via Solferino, sintetizzando il pensiero dei ministri del Pdl. La risposta della Santanchè non si è fatta attendere ed è arrivata su Twitter: “Prendere ordini da Napolitano …..invece va bene”.


Letta molla Berlusconi “Mi sta bene se il Pd lo caccia dal Senato”
di Redazione
(da “Libero”, 20 agosto 2013)

Hai voglia a parlare di larghe intese, di “comune sostegno al governo”, di “bene comune dell’Italia”. Enrico Letta non è un “tecnico” prestato alla politica, non è un esponente della “società civile”. E’ un politico di professione ed è un politico del Partito democratico. E oggi, in una intervista concessa a un giornale austriaco, ha gelato le speranze di chi vedeva in lui (nel suo stesso interesse di presidente del Consiglio) uno dei possibili mediatori in vista del voto in giunta delle autirizzazioni di Palazzo Madama, che deciderà sull’espulsione di Silvio Berlusconi dal Senato.

Dopo il discorso al meeting di Rimini, nel quale pareva richiamare a un “senso di responsabilità” in vista del “bene comune dell’Italia” più certe frange oltranziste e manettare del Pd che non i falchi del Pdl, oggi Letta è rientrato nei ranghi di uomo di partito. “Il Pd decidera’ in Commissione, le decisioni che assumera’ per quanto mi riguarda saranno le decisioni giuste”. E visto quale è l’orientamento degli 8 membri democratici della Giunta, di spazio per interpretazioni ce n’è poco: la giunta sbatterà il cavaliere fuori da Palazzo Madama e a lui, Enrico Letta, sta bene così. Prenderà atto. Quindi il monito, questa volta indiscutibilmente rivolto agli azzurri: “Il partito di Berlusconi si assumerà la responsabilità delle sue decisioni”.


Esposito. “Se becco Berlusconi gli faccio un mazzo…”
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 20 agosto 2013)

«Berlusconi mi sta proprio sulle palle. Se mi dovesse capitare a tiro gli faccio un mazzo così ». Parlava a ruota libera il giudice Antonio Esposito davanti ai commensali stupiti. Sono passati due anni da quella cena, ma il padrone di casa, Massimo Castiello, si ricorda ancora molto bene quelle parole. «Ce l’aveva col Cavaliere, i suoi non erano giudizi affrettati, si capisce che coltivava proprio un’antipatia profonda.
Non lo sopportava. E non si faceva problema nel comunicarlo a chi gli stava intorno ».

È l’agosto del 2011. Castiello, piccolo imprenditore sessantottenne con interessi nel mondo immobiliare, organizza una serata fra amici nella sua villa con vista Tirreno di San Nicola Arcella, in Calabria. «Io e Esposito ci conosciamo da una vita. Esposito faceva il pretore a Scalea, in provincia di Cosenza, non lontano da San Nicola Arcella, il mio paese. Insomma, sia pure a salti, con le intermittenze della vita, ci siamo frequentati. Anche se poi ci siamo persi per un certo periodo. Comunque, per l’occasione allargo gli inviti, anzi nella mia testa quel piccolo evento serve per far incontrare Esposito e un altro mio amico, anzi l’unico mio vero amico, Franco Nero ». Sì, il grande attore, l’interprete di tanti film indimenticabili. «Ho scoperto – riprende Castiello – che Esposito è un fan scatenatissimo di Nero, ha visto quasi tutti i suoi film, cita a memoria scene e battute, meglio di uno sceneggiatore, e insomma l’occasione è ghiotta. Nero in quell’agosto di due anni fa è ospite a casa Castiello ed Esposito, come d’abitudine, trascorre il periodo estivo a Sapri che non è molto lontana ».

Il menu d’ordinanza prevede pasta, patate e provola. «Un piatto delizioso, accompagnato da un buon vino locale ». Il tutto nella cornice meravigliosa di una terrazza porticata a strapiombo sulle acque del Tirreno. Una cena da cartolina. «Dunque a tavola siamo in sette: io e mia moglie Sandra, Esposito e la sua signora, altre due persone e lui, il mito. Franco Nero ».

Si parla e si sorride, ma è chiaro che la star della serata è Nero. Esposito s’informa e a un certo punto il discorso cade su un film che gli spettatori italiani non hanno mai visto: L’escluso, in cui Franco Nero è diretto dal figlio Carlo e recita insieme alla moglie Vanessa Redgrave. «È la storia di un avvocato italoamericano che fa di tutto per far assolvere il proprio cliente. La trama è ambientata negli Stati Uniti e la pellicola è stata girata negli Usa, alle porte di New York. In Italia però non è mai arrivata ». Pare che i diritti siano stati acquistati, combinazione, da Mediaset, comunque L’escluso qui da noi è un fantasma.

«Ora non ricordo bene – prosegue Castiello – ma forse, proprio a partire dal film il discorso è scivolato su Berlusconi. Sento ancora le parole del magistrato che mi hanno ferito non una ma due volte. La prima perché io ho sempre avuto simpatie berlusconiane, la seconda, molto più importante, perché chi parlava era il presidente della seconda sezione della Cassazione ». Un magistrato autorevolissimo, un giudice, che in teoria, avrebbe pure potuto trovarsi un giorno faccia a faccia con l’imputato Silvio Berlusconi ». Come poi puntualmente è avvenuto tre settimane fa quando la Suprema corte, presieduta da Esposito, ha condannato il Cavaliere a 4 anni di carcere per frode fiscale, al termine del processo Mediaset.

Due anni fa nessuno poteva prevedere che quello sarebbe stato il finale e però Esposito – se sono veritiere le affermazioni di chi lo invitò quella sera – avrebbe dovuto frenare.
E invece il giudice, davanti a una tavolata composita, con persone che in parte conosceva e in parte no, e con un personaggio famosissimo seduto vicino a lui, si lascia andare a briglia sciolta: «Berlusconi mi sta proprio sulle palle ». Niente male per chi dovrebbe essere un monumento all’imparzialità, alla terzietà, alla riservatezza e via elencando. Ma questo è solo l’antipasto, poi Esposito, almeno a sentire Castiello, ingrana la quinta: «Quello, Berlusconi, si salva sempre, grazie ai suoi avvocati… la prescrizione… ma se mi dovesse capitare a tiro gli faccio un mazzo così ». Testuale. Alla faccia della serenità della giustizia.

Gli esperti parlerebbero di pregiudizio, insomma se quella frase così ruvida, inammissibile per un magistrato, fosse stata recapitata a Berlusconi prima del verdetto fatale, sarebbe stata probabilmente motivo più che sufficiente di ricusazione. Esposito avrebbe dovuto passare la mano, la corte avrebbe avuto un altro presidente e la sentenza, chissà, forse avrebbe avuto un altro esito. Ma quella notte la frase, anzi le frasi riverniciate di antiberlusconismo militante, restano fra le mura di quel terrazzo porticato, affacciato sul Golfo di Policastro. Esposito parla sempre con Nero, ma già che c’è tira pure un pesantissima stoccata a Wanna Marchi, immancabile come un mantra nei suoi incontri conviviali.

I lettori del Giornale avranno già capito: Stefano Lorenzetto ha raccontato su queste pagine una cena, con successiva premiazione, in cui incrociò lo scintillante giudice. Siamo nel marzo 2009 e ci troviamo a Verona, all’hotel Due Torri, a centinaia di chilometri di distanza da San Nicola Arcella, ma a quanto pare le ossessioni di Esposito sono sempre quelle. Il Cavaliere e Wanna Marchi. Esposito si dilunga sul Cavaliere, fa sfoggio delle sue presunte intercettazioni a luci rosse, si diffonde sui testi in cui il Cavaliere avrebbe dato i voti alle prestazioni erotiche di due deputate del Pdl. E la Marchi? Quel giorno manca poco, pochissimo alla sentenza e Esposito anticipa a Lorenzetto il verdetto che leggerà di lì a poche ore: la condanniamo. La teletruffatrice non sta simpatica al presidente di Cassazione e lui fa di tutto per trasmettere questi sentimenti all’ex vicedirettore del Giornale.

Come si vede, il copione si ripete un paio d’anni dopo. In Calabria. La sentenza Marchi è ormai in archivio, ma Esposito la condensa, sempre secondo Castiello, in modo efficace: «C’era qualcosa prescritto, ma abbiamo fatto finta di niente ». Il plurale rimanda alla corte, composta da cinque membri, e dunque va preso con le pinze perché sarebbe la firma su una scorrettezza gravissima. Forse il presidente ha sintetizzato in modo brutale quel che è avvenuto nel segreto della camera di consiglio e l’ha in qualche modo volgarizzato. Non è chiaro. Per la cronaca Wanna Marchi è stata sepolta sotto una pena di 9 anni e 6 mesi di carcere e sempre per la cronaca l’ex venditrice, dopo aver letto i documentatissimi articoli di Lorenzetto, ha annunciato, attraverso l’avvocato Liborio Cataliotti, che ricorrerà alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo. E che, se dovesse vincere devolverà i soldi dell’indennizzo alle sue vittime.

Ma quella è un’altra storia. Sono i toni aspri dell’antiberlusconismo in salsa Esposito a rimanere impressi nella mente di Castiello. Il banchetto si chiude lì, anzi Esposito riceve pure un piccolo omaggio che lo riempie di gioia: la videocassetta dell’introvabile film di Nero, L’escluso. Poi, ed è cronaca recente, accade l’impensabile. Esposito, come presidente della sezione feriale, si trova a tiro il Cavaliere. E conferma la sentenza d’appello. Poi s’infila da solo nei guai, concedendo una spericolata intervista al Mattino in cui, fra una battuta in italiano e una in napoletano, anticipa le motivazioni che non sono ancora state depositate. È abituato a chiacchierare, Esposito. E non si tiene nemmeno in quella circostanza. Come aveva fatto a cena, a Verona, e a san Nicola Arcella. Il banchetto del 2009 è stato ricostruito da Stefano Lorenzetto, adesso sappiamo che davanti al Tirreno e alla pasta con la provola Esposito emise la sua sentenza definitiva. Irrevocabile: «Berlusconi mi sta sulle palle ».

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Qui la replica del magistrato


PDL: la spaccatura c’è
di Tommaso Labate per Corriere della Sera
(da “Dagospia”, 20 agosto 2013)

«Un conto è Silvio Berlusconi, che detta la linea politica e rispetto a cui noi saremo leali sempre. Altra cosa sono le posizioni di Daniela Santanché, dalla quale non prendiamo ordini ». La spaccatura c’è. E comincerà a vedersi molto presto visto che ieri mattina, davanti all’ennesimo capitolo della controffensiva della «Pitonessa », i ministri del Pdl hanno concordato una posizione comune.

«Una cosa sei tu, un’altra cosa è Daniela », è la sintesi del messaggio recapitato telefonicamente ad Arcore. Il cui sottotesto, riassunto da uno dei ministri, è che «d’ora in poi le colombe » non accetteranno «al buio » che la nuova Forza Italia venga «consegnata chiavi in mano » alla Santanché. Un tema sul quale la pattuglia di ministri del Pdl, adesso, chiede a Berlusconi che si faccia «chiarezza ».

La stessa chiarezza ostentata ieri, in un’intervista rilasciata al Quotidiano Nazionale, da Altero Matteoli, uno che da anni non s’è mai allontanato di un millimetro dal berlusconismo ortodosso. «Noi possiamo anche togliere il sostegno al governo. Ma non possiamo fingere di non sapere che il primo atto di una eventuale crisi non sarebbero le consultazioni ma le dimissioni di Napolitano », è il pensiero dell’ex ministro. Che tra l’altro ha pure aggiunto che, in caso di crisi di governo, «rischiamo di ritrovarci con Romano Prodi al Quirinale ». L’esatto contrario della provocazione con cui la Santanché, domenica alla Versiliana, aveva messo a verbale la sua «preferenza » per il Professore rispetto all’attuale inquilino del Quirinale.

Che uno smottamento dentro il Pdl sia possibile, sempre nel caso in cui Berlusconi opti per la linea dura, ormai l’hanno capito anche dentro il Pd. Dove ci sono lavori in corso per creare una «rete di protezione » su Palazzo Chigi che potrebbe anche portare – nell’ordine – a una nuova maggioranza e a un nuovo governo guidato da Enrico Letta.

«Adesso ci sono cose che non si vedono perché stiamo a riposo. Ma questa situazione è come l’elettrocardiogramma. La verità si scopre sempre sotto sforzo », sussurra Giorgio Tonini, uno dei parlamentari del Pd meglio sintonizzati con le antenne del Quirinale. Il senatore non fa esplicitamente riferimento a colleghi del Pdl che possano smarcarsi da Berlusconi.

Ma una cosa la dice: «Napolitano non contempla la crisi di governo. È il segno che chiunque si assume la responsabilità di farlo cadere, imboccando quella strada sa come entra ma non sa come esce ». In fondo, è la stessa tesi su cui medita Marco Meloni, uno dei deputati più vicini al presidente del Consiglio. «La forza di Berlusconi sono sempre stati i suoi voti. Ma questi voti, adesso, ce li ha anche perché sostiene un esecutivo che prova a portare il Paese fuori dai guai. Se prova a staccare la spina, un pezzo di elettorato si staccherà da lui ».

I lettiani la buttano sulla «slavina » nell’elettorato berlusconiano. Ma è evidente, anche se nessuno ne parla, che la prima rottura potrebbe materializzarsi tra i parlamentari del Pdl. Basta una ventina di senatori che escano dal gruppo e una maggioranza de-berlusconizzata sarebbe servita. Pronta a garantire quella stabilità, dice Tonini, «che l’Italia adesso non può permettersi di perdere. Soprattutto di fronte a un’opinione pubblica europea che, tra poco, assisterà alle elezioni tedesche ».

È l’«effetto Merkel », insomma. Nessuno ha dimenticato come l’anno scorso la Cancelliera tedesca, convocando Monti a una riunione del Ppe, provò a spaccare il Pdl arrivando vicina all’obiettivo. E che cosa succederebbe – si chiede l’ala governista del Pd – se il Ppe, con la Merkel rafforzata da una probabile nuova vittoria elettorale, tornasse a forzare la mano contro un Berlusconi indebolito dalle sentenze? «Succede che il Cavaliere è già finito », mormora Beppe Fioroni.

E proprio per questo, aggiunge l’ex ministro della Pubblica Istruzione, «ci penserà bene prima di provocare quella crisi di governo che non conviene neanche e lui ». Piuttosto, conclude, «stiamo attenti ai falchi che ci sono nel Pdl e a qualcuno che sta anche nelle nostre file ».

Fioroni non lo dice ma è evidente che, in cima alle sue preoccupazioni, ci sono i renziani. «Noi speriamo che il governo non cada. Ma se malauguratamente cadesse, non ci rimarrebbe che cambiare la legge elettorale e tornare al voto », scandisce Paolo Gentiloni, confermando che il voto anticipato potrebbe essere una delle possibili fiches che i renziani proveranno a lanciare sul tavolo verde.

Renzi, per adesso, sta in America e rimane in silenzio. Ma il suo nome, negli ultimi giorni, sarebbe risuonato più volte nelle chiacchierate tra i parlamentari di Sel e il loro leader Nichi Vendola. Se Berlusconi abbandonasse Letta, confessa il capogruppo alla Camera Gennaro Migliore, «noi proveremmo a convincere il Pd a formare un governo di scopo, che faccia la legge elettorale, rifinanzi la cassa integrazione e risolva il problema degli esodati ».

Per quell’ipotetico governo, anche se nessuno in casa Sel ne parla a microfoni aperti, il nome per Palazzo Chigi in cima ai desiderata di Vendola e dei suoi sarebbe proprio quello del sindaco di Firenze. E questo è uno spettro, l’ennesimo, che anche il Pdl sta cominciando a intravedere. E che fa paura pure a Berlusconi.


Ratzinger: «Le dimissioni ispirate da Dio »
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 20 agosto 2013)

«Me l’ha detto Dio ». Così il Papa emerito ha risposto – in un colloquio privato – alla domanda sul perchè delle sue dimissioni. «Non si è trattato – ha spiegato – di alcun tipo di apparizione o fenomeno del genere ». Piuttosto spiega il sito Zenit.org che riporta questi brevi virgolettati, il Papa emerito ha spiegato che è stata «un’esperienza mistica » in cui il Signore ha fatto nascere nel suo cuore un «desiderio assoluto » di restare solo con Lui, raccolto nella preghiera.

IL RACCONTO – A sei mesi circa dall’annuncio delle dimissioni che ha sconvolto il mondo, la decisione di Ratzinger fa ancora riflettere e interrogare. Qualcuno – spiega Zenit – ha avuto occasione di poter sentire dallo stesso Papa emerito le motivazioni di questa scelta. Nonostante la vita di clausura, Ratzinger concede infatti – sporadicamente e solo in determinate occasioni – alcune visite privatissime. Nel tempo Ratzinger – rivela la fonte che ha partecipato a uno di questi incontri e che preferisce rimanere anonima – ha dichiarato che questa«esperienza mistica » si è protratta lungo tutti questi mesi, aumentando sempre di più quell’anelito di un «rapporto unico e diretto con il Signore ».

PAPA FRANCESCO – «Inoltre, il Papa emerito – scrive Zenit – ha rivelato che più osserva il «carisma » di Francesco, più capisce quanto questa sua scelta sia stata “volontà di Dio” ». Anche Papa Francesco in diverse occasioni ha detto che «lo Spirito Santo ha ispirato » sia l’elezione in Conclave che il gesto umile della rinuncia compiuto dal predecessore. Nonostante Benedetto XVI si tenga molto defilato, il rapporto tra lui e l’attuale papa, Francesco, è, spiritualmente, molto stretto. «C’è qualcosa che qualifica il mio rapporto con Benedetto – ha spiegato lo stesso Bergoglio nella conferenza stampa sull’aereo di rientro dalla Gmg del Brasile – io gli voglio tanto bene. Sempre gli ho voluto bene. Per me è un uomo di Dio, un uomo umile, un uomo che prega ». «Lui adesso abita in Vaticano – ha aggiunto Francesco – ed è come avere il nonno a casa, ma il nonno saggio. Quando in una famiglia il nonno è a casa, è venerato, è amato, è ascoltato. Lui è un uomo di una prudenza! Non si immischia ».

A CASTEL GANDOLFO – Domenica Ratzinger è tornato per alcune ore a Castel Gandolfo in una delle rarissime uscite dal convento vaticano Mater Ecclesiae, dove, dopo un primo periodo proprio a Castel Gandolfo, ha dato inizio alla sua «seconda » vita. «Nascosto al mondo », come lui stesso aveva annunciato, in seguito alla clamorosa rinuncia al pontificato dell’11 febbraio scorso. Il Papa emerito, riferiscono fonti qualificate, è apparso «in salute e in ottima forma », notevolmente ripreso, «come del resto avevano già mostrato le immagini della sua ultima uscita pubblica vaticana », quando il 5 luglio scorso Francesco lo aveva invitato e aveva insistito perchè anche Ratzinger fosse presente nei Giardini vaticani alla cerimonia di inaugurazione di un monumento a San Michele Arcangelo.


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Bart