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Quei giornalisti collusi con le toghe

29 Agosto 2013

di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 29 agosto 2013)

Sì, la vera storia d’Italia degli ultimi venti anni è stata accuratamente occultata agli italiani delle ultime generazioni e non per caso e non per distrazione, ma per distruzione. Ieri leggevo quel che scriveva Piero Ostellino sulla presa di potere da parte di un segmento della magistratura (e non si tratta soltanto di toghe «rosse » ma anche di alcune toghe aristocratiche) e mi sembrava l’integrazione di quel che avevo scritto il giorno prima quando ho raccontato che la grande corruzione, Tangentopoli, era operante, nota e perfettamente tollerata anzi protetta già dagli anni Settanta: i magistrati facevano semplicemente finta di non vederla, salvo scatenarsi a comando tredici anni dopo.
Portavo come prova l’incauta e a suo modo eroica confessione di Franco Evangelisti, che spiegò per filo e per segno nel 1980 quel che succedeva, ma che nessuno voleva vedere.

Poi ci fu il take over, la presa del potere reale da parte di un segmento di magistratura, che però non agì da solo perché creò una sintonia operativa con un simmetrico segmento del giornalismo. Un nuovo giornalismo che si sparse come la gramigna soffocando e sostituendo il nostro vecchio e onesto giornalismo d’inchiesta. Il nuovo giornalismo aveva altre caratteristiche. La prima è che non fa mai scoop propri, ma li fa sempre e soltanto sulle carte giudiziarie passate sottobanco. Il bravo giornalista diventa un esportatore di verbali, è un cane da riporto delle intercettazioni specialmente quando sono illegali (so di che parlo perché sono stato illegalmente intercettato e subito diffuso dal nuovo giornalismo).

Fu così portata a maturazione un’operazione di genere nuovo in politica, equivalente per molti versi alla presa del potere attraverso forme di violenza, cioè al colpo di Stato. Curzio Malaparte in Tecnica del colpo di Stato spiegava nel 1931 come le rivoluzioni di per sé siano incapaci di prendere il potere, se manca il meccanismo del colpo di Stato. Lenin porta le masse nelle strade, ma non prende il Palazzo d’Inverno. Il Palazzo d’Inverno lo prende Trotsky con un una ventina di armati con cui entra, taglia le gole, blocca i telefoni, distrugge le comunicazioni, liquida le guardie.

Da noi non c’è stato un colpo di Stato in senso classico, ma una forma sofisticatissima di presa del potere attraverso il combinato disposto formato dalla sintonia fra alcuni giornali e giornalisti e alcuni magistrati.

Io appartengo alla generazione di vecchi giornalisti che quando cercavano e trovavano lo scoop – l’intervista che fa cadere un ministro, spiegare un mistero irrisolto – si sforzavano di dare una descrizione di una realtà che attendeva di essere raccontata. Quando Giampaolo Pansa affondava gli stivali nel fango del Vajont e descriveva la catastrofe dall’altezza della melma, faceva quel genere di giornalismo. Così erano (eravamo) allora i cronisti, questo chiedevano i direttori, di questo si compiacevano gli editori vedendo il loro prodotto venduto per la qualità. Le divisioni politiche e le faziosità ci sono sempre state, ma quel che accadde a partire dall’inizio degli anni Novanta costituisce una mutazione progressiva e una deformazione caricaturale del giornalismo, già agonizzante per la nascita della cronaca in streaming e del telefonino.

Ha ancora ragione Ostellino quando parla di quei direttori di giornale che diventano commissari e trasmigrano da una testata all’altra sorvegliando l’attuazione della linea politica. Ed è fuori di dubbio che Berlusconi, fin da subito, anzi da un bel po’ prima che si desse alla politica, era l’obiettivo: il cinghialone numero due, da abbattere in continuità con l’abbattimento di Craxi. Ecco dunque che la natura stessa del giornalista che conta subisce una mutazione. Il suo talento è misurato non dall’intraprendenza e dalla sua autonomia, ma dalle fotocopie giudiziarie che crescono nelle sue tasche.

Alcuni magistrati si trasformano in feudatari circondati da giornalisti affamati amici che li lusingano, pronti a disporre su loro istruzione alcune bombe a orologeria. Il lettore non avrà difficoltà a immaginare qualche nome che io però non faccio, perché si tratta di gente che usa la querela come nel West si usava la Colt e vince tutte le cause dissanguando chiunque osi illuminarlo con un raggio non conformista.

Un grande editore mi ha raccontato davanti al registratore che la star di una famosa Procura si era ficcata in testa che una star del giornalismo (che lavorava per il grande editore che me lo raccontava) possedesse delle foto compromettenti di Berlusconi durante le cene ad Arcore. La star della procura era furiosa perché convinta che la star del giornalismo con cui era in rapporti strettissimi, le avesse negato l’ambito trofeo che considerava dovuto. La foto non esisteva, la star del giornalismo non le aveva nascosto nulla, ma l’intreccio, la commistione erano talmente inestricabili e patologici e isterici da impressionare persino quel grande editore.

Dietro il nuovo giornalismo fatto d’archivi – di cui è certamente campione Marco Travaglio e questo è anche un suo merito – viaggia l’intendenza del giornalismo moralista, d’invettiva, quello che con autorevolezza autoreferente manda al confino i matti liberi liberali e anarchici dopo averli marchiati con il «cono d’ombra » (un’invenzione sinistra e felice del fondatore di Repubblica) e crea di fatto un’antropologia, una fattoria degli animali in cui – di nuovo, sulle orme di Orwell – i maiali sono sì uguali, ma molto più uguali degli altri.

Quel giornalismo, come genere e come tecnica, come abilità e come potenza politica e propagandistica, è totalmente sconosciuto al campo opposto, quello che per comodità possiamo anche chiamare «berlusconiano », che si è sempre lasciato massacrare e mettere al bando, senza trovare mai una linea di contrasto capace di difendersi e contrattaccare ad armi pari.

In questo modo, più di mezza Italia è stata delegittimata come canagliesca e cafona, rozza e torbida, secondo il comandamento che la vuole dominata dalla «pancia »; mentre dall’altra parte, nel mondo dei buoni, omologati dai magistrati e dai giornalisti che esercitano il potere di fatto, si muovono folle virtuose che sembrano i nuovi Hare Krishna coi loro mantra.

Il giornalismo moralista è un’altra novità: fino a vent’anni fa noi giornalisti raccontavamo i fatti, poi sono arrivati i predicatori con i loro carri, le pozioni, le trasmigrazioni televisive sulle reti omologhe e analoghe più che analogiche e questa seconda novità ha chiuso la tenaglia: magistrati che nutrono giornalisti assicurandone la fama e ricevendone fama (doppio rapporto referenziale) accompagnando ed esaltando inquisizioni, creando eroi e mostri anche al di là di quanto il mondo reale suggerirebbe e allevando letteralmente con il loro biberon una, e forse ormai due generazioni di italiani immemori, esentati dal contatto diretto con la realtà perché il sistema appena descritto sostituisce perfettamente la realtà, o la corregge come un barbiere: sfumature basse, satira omologata, invettiva del calibro d’ordinanza e il gioco è fatto. Tutto ciò, e molto di più, è accaduto negli ultimi vent’anni, quelli della lobotomia, una psicochirurgia che con un bisturi sottilissimo disabilita una parte del cervello.


Manovre sul Lodo Violante: scende in campo Gianni Letta
di Francesco Cramer
(da “il Gironale”, 29 agosto 2013)

Il lodo Violante frantuma il Pd, rischia di illudere il Pdl e lascia la patata bollente nelle mani di Napolitano. Il quale, nelle sue valutazioni,non è aiutato dall’entourage di amici storici e stretti: anche loro, infatti, vanno in ordine sparso sia nel merito della proposta lanciata dall’ex presidente della Camera sia sulla questione agibilità politica.

Violante, che aveva aperto un varco alla possibilità di ricorrere alla Consulta per sciogliere in nodi di presunta costituzionalità della legge Severino, ieri è tornato sull’argomento: «Se ci fossero i presupposti potrebbe essere legittimo il ricorso alla Corte costituzionale o, per altre ragioni, alla Corte di giustizia di Strasburgo », ha ribadito. Una posizione di aper ­tura tutt’altro che condivisa da buona parte del Pd, che vive una vera e propria crisi di nervi. La maggioranza del partito non vede l’ora di dare il colpo di grazia finale all’odiato Cavaliere e non vorrebbe lasciarsi sfuggire l’occasione con un voto a favore della decadenza. E proprio per non mettere troppo in difficoltà i vertici di via del Nazareno, Violante s’è affrettato ad aggiungere che «La mia è un’opinione personale. Quella del partito è quella espressa dal segretario che io rispetto. Anche se Berlusconi ha diritto di difendersi e noi il dovere di ascoltare e decidere ».

Già, decidere. Il centrosinistra marcia in ordine sparso. Beppe Fioroni è aperturista: «Se il Pd rifiuta chiarimenti e approfondimenti darebbe l’idea di un partito che,improv ­visamente, è diventato arrogante o con un atteggiamento prevenuto nei confronti di Berlusconi ». Ma il segretario Epifani è sempre stato tranchant: «Voteremo sì alla decadenza del Cavaliere », ha sempre detto nei giorni scorsi. Con lui, e se possi ­bile più oltranzisti, i due membri della giunta Stefania Pezzopane e Felice Casson, ma anche il dalemiano Nicola Latorre, il giovane turco Matteo Orfini, i renziani e il capogruppo al Senato, Luigi Zanda e il viceministro all’Economia, Stefano Fassina. Ma solo per citarne alcuni. Tre le opzioni in campo che stanno sbriciolando il Pd: votare la decadenza subito; decidere di non decidere e votare per un rinvio per studiare i pareri pro veritate dei giuristi; spedire tutto il malloppo alla Corte costituzionale affinché dirima la questione.

Nella breccia aperta da Violante, naturalmente, si sono infilati gli ambasciatori pidiellini con migliori capacità di dialogo. Angelino Alfano, Gaetano Quagliariello ma anche Maurizio Lupi e gli altri ministri, e persino il montiano Mario Mauro. Tutti a cercare di rendere maggioritaria una posizione dei democrats che per ora resta minoritaria. Ma il vero deus ex machina delle trattive resta Gianni Letta, che si spende su due fronti: quello piddino per la questione «incandidabilità » e quello quirinalizio sulla questione «clemenza ».Due fronti paralleli e convergenti perché Berlusconi sarebbe spacciato anche se il Senato coinvolgesse la Consulta senza però che Napolitano concedesse la grazia sulla pena accessoria che riguarda l’in ­terdizione.

Molto è quindi nelle mani del capo del capo dello Stato, i cui amici più cari si dividono. Se Umberto Ranieri e Valerio Onida si sono già espressi per un’apertura in merito al rinvio alla Consulta, un napolitaniano doc come Emanuele Macaluso ieri ha demolito ogni illusione: «Il lodo Violante è solo un rinvio, una proroga. Ma non c’è soluzione,Berlusconi si rassegni ».E sull’ipotesi grazia,Macaluso taglia corto: «Il capo dello Stato ha già spiegato come stanno le cose. La grazia ha le sue regole e la prima è la domanda individuale e l’accettazione della sentenza ».Cosa che Berlusconi non farà mai.


L’ultimo compromesso
di Massimo Giannini
(da “la Repubblica”, 29 agosto 2013)

Dunque, le Larghe Intese non moriranno per l’Imu. Non è ancora escluso che possano “morire per il Twiga”, come vorrebbero le pitonesse del Pdl, sempre pronte a immolare se stesse e l’Italia sull’altare della decadenza e dell’incandidabilità del pregiudicato Silvio Berlusconi. La cancellazione totale dell’imposta sulla prima casa per il 2013 è un compromesso che allunga la vita del governo. Resta da capire se salva anche quella dei molti italiani che soffrono i morsi della recessione e della disoccupazione. Quando si riducono le tasse, in un Paese che vanta il peggior livello di servizi e la maggior pressione fiscale d’Europa, una boccata d’ossigeno arriva comunque.

Se si considera che fino al 2012 molte famiglie hanno ipotecato persino la tredicesima per pagare la stangata sugli immobili, un risparmio di 4 miliardi non è poca cosa. È condivisibile la soddisfazione di Enrico Letta, che parla di “scelta coraggiosa ed equilibrata”. Il coraggio va apprezzato: rinunciare a un intero anno di imposta, in un’Italia che combatte con il più alto debito pubblico del mondo e che oscilla pericolosamente intorno al tetto del 3% di deficit concordato con l’Europa, è un bell’azzardo.
L’equilibrio va dimostrato: che l’Imu fosse iniqua è oggettivo, ma il modo in cui la si cambia è decisivo.

C’è un groviglio tecnico, ancora tutto da districare. Come sarà coperto il buco enorme che si apre quest’anno nelle casse dei Comuni, private del gettito Imu? Per la prima rata è più o meno chiaro: qualche taglio di spesa (benché ancora vago), un prelievo su giochi e scommesse, un po’ di Iva in più grazie alla nuova tranche di pagamenti dello Stato alle imprese. Per la seconda rata è buio pesto: tutto è rinviato alla legge di stabilità di ottobre, che promette di essere ricca di incognite e povera di risorse. E cosa succederà l’anno prossimo? L’Imu sarà sostituita dalla Service Tax, sulla quale gli enti locali scaricheranno tutti i tributi attualmente in vigore per i servizi connessi agli immobili. Vedremo come funzionerà. Ma Prima e Seconda Repubblica insegnano: cambia il nome, non cambia il senso. Tra la vecchia e la nuova, sempre di tassa stiamo parlando.

C’è un nodo politico, ancora tutto da sciogliere. Il premier sostiene che l’accordo sulla cancellazione dell’Imu “è merito di tutti”. È comprensibile che lo dica: non vuole lasciare che la destra si intesti la titolarità esclusiva del risultato, e che alla sinistra resti il “premio di consolazione” di una manciata di spiccioli per la Cassa integrazione e per altri 6.500 esodati. Ma è Berlusconi che canta vittoria, parlando di “promessa mantenuta” e addirittura, con un impeto di comicità involontaria per un condannato, di “etica della politica”. È Alfano che, a Consiglio dei ministri ancora in corso, “cinguetta” su Twitter “missione compiuta”. Sono i ministri del Pdl che, a fine giornata, ringraziano il Cavaliere “per questo successo”, che “senza di lui sarebbe stato impossibile”.

È evidente che sull’Imu il premier e il Pd hanno giocato in difesa, finendo per cedere al “primo ricatto berlusconiano”. L’hanno fatto su un terreno nel quale tutti gli italiani hanno qualcosa da guadagnare, come le tasse, e dunque pagando un prezzo politico modesto. Ma questo non può non pesare, sui prossimi appuntamenti che aspettano la maggioranza. Vincendo sull’Imu, Berlusconi ha perso un alibi: per far cadere il governo che non risolve i suoi problemi di “agibilità politica” voleva usare l’inciampo dell’odiata tassa sulla casa. Ora non può più farlo. Se vuole “assassinare” le Larghe Intese, che non gli garantiscono l’impunità giudiziaria, deve farlo a viso aperto, e deve avere la faccia tosta di spiegarlo agli italiani.

Non è escluso che lo faccia, conoscendo la dismisura culturale e istituzionale dello Statista di Arcore. Ma adesso è per lui oggettivamente più difficile. Non a caso Letta può osare e può dire che a questo punto il governo “è senza scadenza”. Non è detto che sia vero. Ma certo tutto questo conferisce al Pd il massimo di libertà e di responsabilità, nel maneggiare il “secondo ricatto berlusconiano”. Sull’abolizione dell’Imu il compromesso è possibile. Sulla concessione del salvacondotto è inaccettabile.


Il governo di Letta è salvo
di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 29 agosto 2013)

L’Imu al Pdl, gli esodati al Pd, il rifinanziamento della cig ai sindacati, il saldo dei conti pubblici intonso all’Europa. Il premier Enrico Letta, nel giorno dell’abolizione dell’imposta sulla casa, non scontenta nessuno e si assicura la sopravvivenza del governo. Almeno fino al 15 ottobre quando il provvedimento sarà discusso in Parlamento con la legge di stabilità.

L’entusiasmo del vicepremier Angelino Alfano, che su Twitter aveva annunciato «missione compiuta », non si spegne neanche quando Letta, in conferenza stampa, dice che la cancellazione dell’Imu era una «necessità di tutti i partiti » che volevano il superamento di una tassa non equa soprattutto a causa delle rendite catastali mai aggiornate.

Ma benché non si conceda la vittoria al Pdl, ad essere soddisfatto oltre ad Alfano che ha sottolineato come la parola sparirà dal vocabolario, è lo stesso Silvio Berlusconi che sottolinea: «Il Popolo della Libertà ha rispettato il patto con i suoi elettori e il presidente Letta ha rispettato le intese con il Pdl ».

La soluzione adottata dal governo, particolare non trascurabile, è «tax free » ovvero ci saranno tagli alla spesa pubblica e altre scelte virtuose ma non nuove tasse. La Service Tax, la cui determinazione sarà in mano ai Comuni, entrerà in vigore dal 2014 e ingloberà anche la Tares ma non sarà un’Imu camuffata perché riguarderà i servizi e non il concetto di proprietà. Con buona pace di quei cittadini, ovviamente antiberlusconiani, che fino a ieri sostenevano di «voler pagare l’Imu per avere servizi », (ma quali?) senza ammettere che l’imposta, nata come sperimentale, altro non era che una patrimoniale su un bene come la prima casa.

Al di là dei benefici per gli italiani, questo decreto serve, oltre a non parlare soltanto di Imu, a dimostrare la coesione dell’esecutivo e la possibilità di guardare al futuro, molto prossimo, con maggiore fiducia. Diciamo la verità, le tensioni sulla stabilità dell’esecutivo non spariscono, ma si rimandano al 9 settembre quando si riunirà la Giunta per le elezioni di Palazzo Madama che dovrà esaminare la possibile decadenza da senatore di Berlusconi e la sua non candidabilità a causa della condanna per frode fiscale. Sempre che la Giunta non blocchi i lavori in attesa della sentenza della Consulta sulla legge Severino e non si pronunci Strasburgo.


Il momento di liberali e riformatori
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 29 agosto 2013)

È arrivato il momento di risvegliare gli ardori sopiti dei liberali e dei riformatori. E ridare loro voce sia per intervenire sulle vicende politiche contingenti, sia e soprattutto, per impedire che il futuro del centro destra italiano venga determinato da chi esprime valori diversi da quelli della cultura liberale e riformista e condannerebbe la cosiddetta “maggioranza silenziosa” del paese ad una nuova ghettizzazione o ad una miserevole marginalizzazione.

Il Pdl non esiste più e Forza Italia non è ancora rinata. Nessuno dubita che nel momento in cui Silvio Berlusconi darà il via alla operazione destinata a sostituire il vecchio Popolo della Libertà con la ripresa del movimento politico delle origini tutti i militanti ed i simpatizzanti dell’attuale centro destra risponderanno con decisione ed entusiasmo all’appello del Fondatore. Ma se si vuole che la rifondazione non si risolva con un semplice cambio di sigla e che la nuova Forza Italia sfugga alla trappola della riedizione del ridotto della Valtellina e riaccenda le energie e la passione della maggioranza degli italiani, è necessario che i liberali ed i riformatori partecipino con decisione al processo di cambiamento.

Non per cercare posti , prebende e privilegi che al momento non neppure ci sono. Ma per dare alla nuova forza politica che si propone di tornare a rappresentare la maggioranza degli italiani decisa a cambiare il paese in nome dei valori di libertà, l’unica identità che può raccogliere i consensi necessari per battere il declino imposto dal regime dei professionisti delle burocrazie e dell’assistenzialismo.

In passato la questione dell’identità dell’area del centro destra è stata rimossa e non affrontata. Sia perché rischiava di alimentare la conflittualità già intensa tra le componenti di diversa origine della grande area dei moderati. Sia perché sembrava in contrasto con la natura leaderistica di un soggetto politico tenuto insieme solo ed esclusivamente dal carisma indiscusso del proprio fondatore.

Ma abbiamo visto i risultati prodotti dalla formula del 30 e 70 inventata da chi voleva a parole difendere l’identità della destra post-fascista e ne ha provocato la diaspora. E dopo il fallimento di quella fusione fredda appare ormai evidente come la natura leaderistica del partito non possa minimamente essere intaccata dalla definizione di una identità forte del partito stesso. Identità, peraltro, perfettamente impersonificata da chi per vent’anni ha rappresentato la maggioranza silenziosa degli italiani e per questo motivo è stato e continua ad essere oggetto di una persecuzione politico-giudiziaria tipica dei regimi di stampo post-comunista.

Per i liberali ed i riformatori del centro destra, ma anche per quelli di altre aree politiche consapevoli che il futuro del paese non passa attraverso la conservazione del regime burocratico assistenziale dei post cattocomunisti, è dunque arrivato il momento di scendere in campo per far sentire la propria voce e far contare le proprie idee. Se si dovesse andare a votare in autunno bisognerà essere della partita. A maggior ragione se il voto sarà in primavera e ci sarà più tempo per definire e modulare la partecipazione.
Con Berlusconi, che con la condanna è l’esempio del rischio che corrono tutti quegli italiani che non si piegano al regime dei responsabili della crisi!


Qui si possono leggere le motivazioni della condanna di Silvio Berlusconi, depositate oggi. E qui.


Caso Mediaset, depositate le motivazioni della Cassazione
di Luca Romano
(da “il Giornale”, 29 agosto 2013)

Berlusconi sapeva, anche se non era più a Mediaset e anche se in quel momento era impegnato a palazzo Chigi. E’ questo il teorema dei giudici. Poco dopo mezzogiorno è stata depositata la sentenza della Cassazione sul processo Mediaset con le motivazioni per cui i giudici della Suprema Corte hanno confermato la condanna a Silvio Berlusconi.

E la sentenza somiglia molto, moltissimo, alle motivazioni che il giudice Esposito ha anticipato nell’intervista al Mattino e sulle quali il Csm sta indagando. Tutto il collegio dei giudici della Cassazione che ha confermato la condanna a quattro anni per Berlusconi per frode fiscale nel processo Mediaset figura come estensore della sentenza, e non il solo relatore, come di solito avviene.

“Silvio Berlusconi fu ideatore del meccanismo del giro dei diritti che a distanza di anni continuava a produrre effetti (illeciti) di riduzione fiscale per le aziende a lui facenti capo in vario modo – è scritto nelle motivazioni -, conoscendo perfettamente il meccanismo, ha lasciato che tutto proseguisse inalterato mantenendo nelle posizione strategiche i soggetti dal lui scelti e che continuavano a occuparsi della gestione in modo da consentire la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale.” Insomma, quello che il giudice chiacchierone aveva detto al cronista del quotidiano di Napoli: “Non è che Berlusconi non poteva non sapere, sapeva”. (Ascolta l’audio)

“C’è l’assoluta inverosimiglianza dell’ipotesi alternativa che vorrebbe tratteggiare una sorta di colossale truffa ordita per anni ai danni di Berlusconi da parte dei personaggi da lui scelti e mantenuti nel corso degli anni in posizioni strategiche – prosegue il documento-. Non è dunque verosimile che qualche dirigente di Fininvest Mediaset abbia subito per vent’anni truffe per milioni di euro senza accorgersene”. Inoltre per i giudici della Cassazione, “Berlusconi, pur non risultando che abbia intrattenuto rapporti diretti con i materiali esecutori della gestione finanziaria Mediaset, ha lasciato che tutto proseguisse inalterato mantenendo nelle posizioni strategiche i soggetti da lui scelti e che continuavano ad occuparsi della gestione in modo da consentire la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale”. Quindi, questo è il ragionamento dei giudici, anche se Berlusconi si era dimesso e non ricopriva alcun incarico all’interno di Mediaset ed in quel periodo era presidente del Consiglio, è comunque responsabile di quello che succedeva nell’azienda di Milano2.
I legali di Berlusconi: sentenza sconnessa

Quella della Cassazione “é una sentenza con una motivazione inesistente ed è quindi una decisione del tutto fuorviante e totalmente sconnessa dalla realtà dei fatti”, affermano i legali di Silvio Berlusconi, Niccolò Ghedini, Piero Longo e Franco Coppi in una nota. “Nella fretta di voler confermare la sentenza emessa a Milano la Corte di Cassazione, con una motivazione inesistente che altro non è se non un collage delle precedenti decisioni – scrivono congiuntamente i tre avvocati – non ha, con ogni evidenza, tenuto conto alcuno delle reali risultanze probatorie e delle conclamate violazioni del diritto di difendersi provando”. “Mai – ribadiscono i legali – il Presidente Berlusconi ha avuto incarichi in Mediaset. Mai il Presidente Berlusconi si è occupato degli acquisti dei diritti televisivi. Mai il Presidente Berlusconi si è occupato degli organigrammi societari che fra l’altro sono continuamente cambiati nel corso degli anni. Ma il il Presidente Berlusconi ha avuto alcun ruolo nelle denuncie dei redditi o nelle scelte operative in particolare quelle finanziarie”.

“Si ricordi fra l’altro – prosegue la nota – che la contestata evasione fiscale è pari a poco più dell’1% delle imposte pagate che negli anni oggetto di contestazione hanno superato i 560 milioni di euro. Tutti i testimoni, nessuno escluso, hanno confermato tali situazioni, soprattutto dopo la discesa in politica del presidente Berlusconi nel 1994. Nessun fondo estero è mai stato rinvenuto, né poteva esserlo perchè mai vi è stato. Tutti i denari derivanti dalle plusvalenze sui diritti televisivi rimanevano in capo ad Agrama e agli altri operatori del settore e ciò risulta dagli atti. Cos ì come risulta che Agrama pagasse sistematicamente i dirigenti del settore acquisti dei diritti di Mediaset. Ciò avveniva ovviamente senza che alcunché di ciò fosse noto alla dirigenza o al presidente Berlusconi. Del resto se il presidente Berlusconi fosse stato socio occulto di Agrama mai avrebbe consentito che questi pagasse i dirigenti Mediaset a cui sarebbe stato sufficiente una precisa indicazione per convincerli agli acquisti”.

“È quindi una decisione del tutto fuorviante – concludono i legali – e totalmente sconnessa dalla realtà dei fatti. Trattandosi poi di una decisione della Corte di Cassazione, la sentenza è ancora più deludente sul piano strettamente giuridico nella misura in cui non ha dato ragionevoli risposte agli argomenti proposti dalla difesa a dimostrazione della impossibilità di configurazione in punto di diritto del reato contestato al Presidente Berlusconi”.


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1 commento

  1. Commento by zarina — 30 Agosto 2013 @ 00:51

    “C’è l’assoluta inverosimiglianza dell’ipotesi alternativa   ………..”  
    Allora, se non ho capito male: se   l’IPOTESI alternativa   (quella della difesa) non è verosimile , viceversa   è verosimile l’IPOTESI dell’accusa:   in sostanza si ammette che la condanna si basa su IPOTESI!!!!
    Ma non si vergognano neppure un po?

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