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Chi ha vinto sull’Imu e i tanti nomi del vecchio Pci

29 Agosto 2013

Oggi mi interessa accennare ai due temi indicati nel titolo.

Partiamo dall’Imu.
Non vi è dubbio che quando si andrà alle elezioni il Pdl farà dell’abolizione dell’Imu la sua bandiera. Le resistenze del Pd sono arcinote, addirittura c’era chi in quel partito sosteneva che l’Imu è una tassa giusta, e dunque gli elettori sanno bene che la battaglia che ha sortito la vittoria finale è stata sostenuta dagli uomini del Pdl.

Naturalmente se si tratta di una vittoria mascherata lo si vedrà nel 2014 quando entrerà in vigore la Service Tax (Taser). Ma non sarà più Roma ad essere responsabile di un eventuale suo ritorno sotto altro nome, bensì le amministrazioni locali, e saranno quest’ultime a dover fare i conti con il loro elettorato. È evidente che chi terrà la prima casa fuori da ogni specie di tassazione avrà più chance nelle urne di chi si comporterà diversamente.
Ma la partita non incomberà più come una spada di Damocle sui governi centrali.

Ho sempre sostenuto che l’Imu era una tassa iniqua, perché andava a colpire i sacrifici degli italiani, desiderosi per tradizione di possedere un tetto dove trascorrere la loro vita e soprattutto la loro vecchiaia.
Per le residenze lussuose, l’Imu non è mai stato messo in discussione e, se ho capito bene, la loro disciplina ai fini della tassazione è restata invariata.

L’operazione di ieri va comunque anche a vantaggio del governo Letta e del Pd.

Perché? Letta ha mostrato di avere la capacità di trovare un buon compromesso tra i due maggiori partiti della coalizione di governo. L’accordo raggiunto sull’abolizione dell’Imu non è era un obiettivo scontato. Vi erano state nel Pd prese di posizione contrarie molto forti, a cominciare dall’ex segretario Pierluigi Bersani, e lo stesso Monti (altro socio della maggioranza) si era schierato contro. Ma Letta (forse grazie alla sua formazione democristiana) è riuscito a varcare il Rubicone, ed oggi appare agli italiani un leader capace di imprese impossibili. Così le sue promesse, dichiarate subito dopo l’intesa, di procedere ora sulla strada delle riforme elettorali e della riforma della legge elettorale, appaiono più credibili.

Di questa stima e autorevolezza guadagnate sul campo da Enrico Letta, il primo a beneficiarne è indubbiamente il Pd, e deve averne tenuto conto nel momento in cui è riuscito a vincere le resistenze interne. Un Letta ben visto dall’elettorato di ogni colore, è una carta in grado di contrapporsi a quella che calerà il Pdl per essere riuscito ad eliminare l’Imu.

Per i cittadini è un grosso risultato scoprire che vi è nella dirigenza politica qualcuno che è in grado per autorevolezza e considerazione di riuscire a trovare un punto di intesa tra due posizioni contrapposte, ed anche se il risultato riuscisse non completamente condivisibile, i cittadini sanno bene che per raggiungere un accordo entrambe le parti devono dirsi soddisfatte. E il Pd, in questa vicenda, lo è, al di là dei dissensi e delle insoddisfazioni di facciata, perché da oggi sa che può mettere in campo un candidato ben visto dall’elettorato, sul quale potrebbero convergere molti voti dei moderati, sottratti a Berlusconi o comunque al partito dei moderati, qualunque esso sia.

Pd e Pdl, dunque, hanno giocato la partita in vista di un futuro prossimo. Può averci rimesso Matteo Renzi, poiché Letta si presenterà ai moderati non con le chiacchiere e le promesse ma con i risultati. E se davvero entro il 2015 metterà in cassaforte alcune riforme costituzionali (anche della giustizia) e la riforma elettorale, sarà difficile che Renzi possa ostacolarne la leadership.

Letta potrebbe rivelarsi, una volta acquisiti questi risultati, il candidato migliore che mai il Pci-Pds-Ds-Pd, abbia presentato al corpo elettorale.
Due vincitori, perciò. Ma, se devo dirla tutta, il Pd ne esce con un leader forte e giovane. Il Pdl invece, può aver vinto una battaglia, ma non ha il leader che possa vincere la guerra, visto che Berlusconi si avvia ormai (per età e per consumazione della ribalta) al suo declino.

L’altro tema che desidero trattare è quello dei tanti nomi assunti dal vecchio Pci.
Perché? Perché qualche giorno fa, commentando un articolo altrui e scritto altrove, ho citato sbrigativamente con il nome Pd il partito che al tempo dei fatti che trattavo si chiamava Pds. E un lettore mi ha ripreso per rafforzare la sua tesi favorevole all’attuale Pd, distinguendo le sue responsabilità dal Pds di allora.

Mi è sembrata una distinzione leguleia, solo formalmente ineccepibile. Nella sostanza la linea che va dal Pci all’attuale Pd è una successione coerente per ideali e per concretezza di obiettivi. Il fatto che nei lunghi anni di vita si aggreghino nuovi nuclei ciò fa parte dell’evoluzione intrinseca di un qualunque partito, legata alla mutazione dei tempi. Se poi ci si volesse riferire alla presenza dei cattolici, più massiccia nell’attuale Pd, non dobbiamo dimenticare che già nel Pci essa era presente con l’ingresso (che sollevò clamore) di cattolici in vista quali quelli intorno alla figura di Raniero La Valle (fu direttore del Popolo e de L’Avvenire d’Italia), di cui, salvo La Valle, oggi sembrano perse le tracce (ricordo Grazzini, di cui ho smarrito il nome).

Perciò, perché discutere su quale fosse il nome del Pd negli anni passati? Del resto il cambiamento del nome, avvenuto più volte dopo la caduta del muro di Berlino, pare più rispondere al desiderio di chiudere di volta in volta periodi storici privi di una sicura identità, alla ricerca di una collocazione migliore sul nuovo scenario internazionale scasturito dalla caduta del muro.

Considero dunque fuorviante l’insistenza sulla distinzione. Del resto sarebbe massacrante, nel rifare la storia del Pci, andare a cercare ogni volta, e magari per lo stesso articolo, quale fosse il suo acronimo in occasione degli avvenimenti che si ricostruiscono. Alla fine il lettore non capirebbe più di quale partito l’autore stia parlando, frastornato dalle numerose sigle presenti nel testo.


Letto 1473 volte.


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