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La Cassazione ha fretta. Ma le motivazioni sprint sono piene di anomalie

30 Agosto 2013

di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 30 agosto 2013)

Proprio come aveva già detto Esposito nell’intervista al Mattino. Confermato, dunque: Berlusconi è stato condannato perché sapeva, mica perché non poteva non sapere. La motivazione della sentenza arriva a tempo di record, neppure un mese dopo il verdetto del primo agosto.
E all’indomani del provvedimento sull’Imu, che rischiava di far cadere il traballante governo Letta.
In più, è un unicum con la firma di tutti e cinque i giudici della Cassazione e non solo di relatore e presidente, come succede normalmente, proprio per ribadirne la collegialità e difendere dalle critiche Esposito.

Tutte ragioni che la fanno apparire ancor più una sentenza politica, che acriticamente ha confermato le due precedenti, quasi con un copia e incolla. Nel «gioco di specchi » del sistema di evasione fiscale di Mediaset l’immagine che rimbalzava era sempre quella di Silvio Berlusconi. Il leader Pdl, secondo la sentenza della Cassazione di cui ieri è stata resa nota la motivazione, era «l’ideatore » del «meccanismo del giro dei diritti tv che a distanza di anni continuava a produrre effetti illeciti di riduzione fiscale per le aziende a lui facente capo in vario modo ». La sezione feriale della Suprema corte deposita 208 pagine in cui spiega perché ha reso definitiva la condanna del Cavaliere.

Oltre alla fretta in cui, nella calura ferragostana, si è voluta mettere la parola fine sulla controversa vicenda che rischia di escludere dalla scena politica il capo del maggiore partito di centrodestra, un particolare è significativo: come abbiamo detto, tutto il collegio dei 5 giudici firma la sentenza e non solo il relatore Amedeo Franco insieme al presidente Antonio Esposito. Un fatto inusuale, se non addirittura unico, e il significato è evidente dopo le polemiche per l’intervista di Esposito, in cui ha anticipato questa stessa motivazione finendo sotto osservazione per un procedimento disciplinare e per un possibile trasferimento d’ufficio da parte del Csm. Ora che molte ombre pesano sull’imparzialità della sentenza gli altri giudici del collegio fanno fronte comune in difesa del presidente, sottolineando con il loro gesto l’unanimità della decisione e delle sue argomentazioni. E dando sempre più l’impressione di una sentenza politica, sulla difensiva rispetto alla gran mole di obiezioni che sono emerse in queste settimane in modo eclatante. Tutta di conferma delle due condanne precedenti.

«Berlusconi – si legge nella motivazione – conoscendo perfettamente il meccanismo ha lasciato che tutto proseguisse inalterato, mantenendo nelle posizioni strategiche i soggetti da lui scelti e che continuavano a occuparsi della gestione in modo da consentire la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale ». Anche dopo l’entrata in politica e l’abbandono delle cariche nelle aziende, per la Cassazione quei soggetti erano «in continuativo contatto diretto con lui ». Lo informavano della frode fiscale, anche quando era premier. È quel principio della colpevolezza «perché sapeva » e non perché «non poteva non sapere » che Esposito spiegava al giornalista del Mattino. Promuovendo le due sentenze di merito che hanno condannato Berlusconi, la Cassazione afferma dunque che la responsabilità diretta di Berlusconi è provata e non solo frutto di deduzioni basate su nessun fatto accertato, come sostengono i legali del Cavaliere. «Una sentenza con una motivazione inesistente e quindi una decisione del tutto fuorviante e totalmente sconnessa dalla realtà dei fatti », affermano commentando in una nota le motivazioni Niccolò Ghedini, Piero Longo e Franco Coppi. Che aggiungono: «Un collage delle precedenti decisioni ».

Le conclusioni della sentenza, dice la motivazione, «sono del tutto conformi alle plurime risultanze probatorie », valutate con «adeguate argomentazioni del tutto immuni da vizi logico-giuridici ». Per i giudici c’era sempre Berlusconi dietro il gioco di specchi per l’acquisizione dei diritti tv, che «rifletteva una serie di passaggi privi di giustificazione commerciale » e «ad ogni passaggio » comportava una lievitazione di costi «a dir poco imponente ». Mentre viene liquidata così la tesi della difesa: «L’assoluta inverosimiglianza dell’ipotesi alternativa che vorrebbe tratteggiare una sorta di colossale truffa ordita per anni ai danni di Berlusconi » da parte di «personaggi da lui scelti e mantenuti nel corso degli anni in posizioni strategiche ». Non era il Cavaliere un grande imprenditore? E come poteva essere «così sprovveduto » da farsi infinocchiare? Per i giudici il patrimonio del Cavaliere è nato così: «La definizione come sovraffatturazione appare quasi un sottodimensionamento del fenomeno descritto e, anzi, inadeguata a definirlo ». E a pagina 181: «È pacifica e diretta la riferibilità a Berlusconi dell’ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità del denaro separato da Fininvest e occulto ». Pacifica o provata, signori giudici?


Cassazione a piedi uniti per punire Berlusconi
di Filippo Facci
(da “Libero”, 30 agosto 2013)

Un libero, sin troppo libero convincimento del giudice. Anzi dei giudici, visto che tutto il collegio della Cassazione figura come estensore della sentenza. Una sentenza pedissequa, quasi in sudditanza psicologica verso i giudici dei gradi precedenti, oppure ecco, mettiamola così: senza scomodare espressioni come «teorema » o «prova logica » o peggio «non poteva non sapere », le motivazioni della sentenza della Cassazione contro Silvio Berlusconi per frode fiscale appalesano meramente un’opinione, una gigantesca e apparentemente motivata opinione. Dopodiché, spiace dirlo, nelle 208 pagine della sentenza i cosiddetti «teoremi » e le «prove logiche » e i «non poteva non sapere » abbondano eccome. Si tratta di capire, stringi stringi, in che misura sia inevitabile oppure appaia come una stortura.

La tesi confermata e non cassata, dunque, è quella che avrete letto e ascoltato a partire da ieri pomeriggio: fu lui, Berlusconi, a mettere a punto il «giro dei diritti » televisivi che aveva il fine di gonfiare i costi (suoi) attraverso vari passaggi tra diverse società fittizie; l’obiettivo era quello di esportare capitali, costituire fondi neri all’estero (specie nei paradisi fiscali) e naturalmente evadere il fisco; in pratica, gli uomini Fininvest trattavano con le major americane direttamente negli Usa ma poi, in un passaggio successivo, s’inseriva un’intermediazione che serviva solo a gonfiare le fatture (con soldi che in realtà rimanevano a Fininvest) e a inserire le cifre maggiorate nelle dichiarazioni italiane dei redditi. È stato ritenuto provato che una società d’intermediazione di Lugano, la Ims, fosse solo una società fittizia senza funzioni reali, solo la prosecuzione della vecchia «Fininvest service » svizzera. Di questo sistema, conferma la sentenza, Berlusconi fu l’ideatore e il beneficiario anche dopo la dismissione delle cariche sociali, tanto che, «conoscendo perfettamente il meccanismo, ha lasciato che tutto proseguisse inalterato mantenendo nelle posizioni strategiche i soggetti da lui scelti ». Ogni ipotesi alternativa, tipo che Berlusconi non sapesse e sia stato ingannato, denota «assoluta inverosimiglianza ».

Le domande – Ora: è attendibile che sia andata così? Fininvest adottò davvero questo sistema? Berlusconi ne era consapevole? Molto, sinceramente, porta a crederlo: perché appare estremamente logico, anzitutto, e secondariamente perché centinaia di indizi confortano questa tesi. Ma si tratta, appunto, di un’opinione: il che non significa che sia anche provabile in un tribunale, e soprattutto non significa che sia provabile una diretta responsabilità del proprietario di Fininvest. La differenza tra un’opinione e un fatto provato non è solo rilevante in punto di diritto, ma lo diviene in modo particolare se l’imputato è a capo di una forza politica a cui fa riferimento mezzo Paese. Per capire di che ambiguità stiamo parlando, tuttavia, facciamo parlare la sentenza. Questo passaggio, per esempio: «Ad agire era una ristrettissima cerchia di persone che non erano affatto collocate nella lontana periferia del gruppo Fininvest, ma che erano vicine a Berlusconi, tanto da frequentarlo ». Oppure: «La qualità di Berlusconi di azionista di maggioranza gli consentiva pacificamente qualsiasi possibilità di intervento, anche in assenza di poteri gestori formali ». Tutto stravero: e ciascuno, noi compresi, può farsi personali convinzioni in merito. Il che non toglie che queste, a esser pignoli, non sono prove: sono attribuzioni di una responsabilità oggettiva. Pagina 182: «Era assolutamente ovvio che la gestione dei diritti, il principale costo sostenuto dal gruppo, fosse di interesse della proprietà che, appunto, rimaneva interessata e coinvolta nelle scelte gestionali ». Forse era ovvio, ma compito di un tribunale non è stabilire che cosa è «ovvio » e che cosa «non è dunque verosimile » (ancora pagina 182). La Cassazione tuttavia si sofferma non poco sulla questione della «consapevolezza » di Berlusconi, benché mai provata: «La sentenza d’Appello », è scritto, «ha rilevato che rispondono del reato solo coloro che avevano consapevolmente partecipato al sistema in atto… Consapevolezza che poteva essere ascrivibile solo a chi aveva uno sguardo d’insieme, complessivo, sul complesso sistema, e non in chi ne aveva una visione solo parziale, pur prendendo parte ad alcuni degli atti ». Traduzione: Berlusconi e non i suoi sottoposti, pur non partecipando attivamente, aveva senz’altro «uno sguardo d’insieme, complessivo, sul complesso sistema », dunque sapeva. In questo, c’è da dire, la sentenza ricorda molto le motivazioni che il giudice Antonio Esposito aveva già anticipato nell’ormai nota intervista al Mattino, e sulla quale il Csm sta indagando.

Ora prendiamo un altro condannato del processo, Frank Agrama, principale intermediario dei giri di denaro e ritenuto una sorta di dipendente occulto di Mediaset; secondo la Cassazione (pagina 136) si denota la «mancanza di qualsiasi logica negli ingenti importi pervenuti all’imputato », cioè Agrama. Ma, anche qui: la mancanza di logica non è una prova, meglio, è una «prova logica ». Una prova che in qualche caso, peraltro, non è proprio suffragatissima: «È del tutto evidente che Agrama ha agito da intermediario di comodo e, seppure non vi sia sicura evidenza bancaria, non resta che ritenere del tutto logico che… ». È evidente. Non resta che ritenere logico che.
Ma il capolavoro d’ambiguità è a pagina 184 della sentenza, e si riferisce alla «doglianza a lungo espressa dalla difesa sulla riduzione delle liste testimoniali: «Va detto per inciso », è messo nero su bianco, «che effettivamente il pm non ha fornito alcuna prova diretta circa eventuali interventi dell’imputato Berlusconi in merito alle modalità di appostare gli ammortamenti dei bilanci. Ne conseguiva l’assoluta inutilità di una prova negativa di fatti che la pubblica accusa non aveva provato in modo diretto ». In lingua italiana: l’accusa non ha neppure cercato di provare che Berlusconi fosse direttamente responsabile, dunque era inutile ammettere testimoni che provassero il contrario, cioè una sua estraneità. Rileggere per credere. In altre parole non compaiono compiute risposte, in tutta la sentenza, alle principali opposizioni avanzate dalla difesa: che mai Berlusconi si occupò concretamente di diritti televisivi, che mai si occupò neppure degli organigrammi societari e tantomeno delle denuncie dei redditi e delle scelte finanziarie; che tutti i testimoni hanno confermato questo – ciò che conta in un’aula giudiziaria, al di là di ogni «verosimiglianza » – e soprattutto che i denari derivanti dalle plusvalenze sui diritti televisivi rimanevano in mano a questo Frank Agrama, non a Berlusconi. Erano soci occulti? Pare verosimile anche questo: ma prove (vere) non ne sono spuntate.
L’ambiguità – Una sentenza, dunque, buona per riaprire un vecchio dibattito: su che cosa sia effettivamente una «prova » e su quale sia, oggi, il ruolo di una Cassazione che appare ambiguamente divisa tra legittimità e merito. Tantopiù in questa sentenza nel complesso deludente, che non passerà certo alla storia della giurisprudenza: non solo perché è ricalcata sul giudizio d’Appello che a sua volta ricalcava quello di primo grado, ma perché lo fa anche piuttosto maldestramente. Il procuratore Antonio Esposito e i suoi colleghi, nelle loro 208 pagine, si atteggiano formalmente a controllori ma poi è come se sbracassero, come se cedessero a un tifo sfegatato per la sentenza che hanno confermato e di cui non fanno che riportare stralci. Pagina 136: «… non intacca in alcun modo la ricostruzione effettuata dai giudici di merito, e che questa Corte di legittimità condivide ». Ancora: «Lo spazio e l’attenzione che i giudici di merito hanno dedicato alla figura di Frank Agrama, con argomentazioni logiche e convincenti, sono di tale ampiezza ed approfondimento da consentire a questa corte di legittimità di affermare che il complesso probatorio a lui ascritto è di particolare consistenza ». Pagina 186: «Si è ritenuto di riportare integralmente le conclusioni formulate dai giudici di merito per poter affermare che sono del tutto conformi alle plurime risultanze probatorie ». Insomma, la Suprema Corte dovrebbe limitarsi ad assicurare la corretta osservanza e interpretazione delle norme di diritto, tanto che le sue sentenze, poi, diventano un orientamento della giurisprudenza nazionale. Difficilmente accadrà in questo caso, visto che – con rispetto parlando – è palese un compiaciuto e mero copia & incolla della sentenza d’appello. La difesa, perlomeno, attendeva qualche risposta giuridica circa l’impossibilità, sostenuta dagli avvocati Coppi e Ghedini, di configurare in punto di diritto il reato contestato a Silvio Berlusconi. Non hanno ottenuto neanche questo. Sarà stata la fretta. È una delle sentenze di Cassazione più insignificanti che pare di ricordare.


Condanna Berlusconi, ecco le prove documentali e le testimonianze
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 30 agosto 2013)

“Una sentenza allucinante basata sul nulla” sostiene Silvio Berlusconi trascinando nella sua indignazione per la “democrazia ferita” il coro dei fedelissimi del Pdl. Tutti a puntare il dito contro i giudici che sarebbero entrati nel merito invece che decidere soltanto sulla legittimità e che avrebbero costruito il solito “teorema” .

Ma i giudici della Cassazione,  Amedeo Franco Claudio D’Isa Ercole Aprile Giuseppe De Marzo e il presidente Antonio Esposito, ancora prima di ricostruire la vicenda e nelle prime 84 delle 208 pagine delle motivazioni, rigettano uno per uno i motivi d’appello delle difese degli imputati ritenendoli per lo più “manifestamente infondati” e solo dopo averli analizzati alla luce della giurisprudenza di legittimità. Quindi i giudici, riprendendo le motivazioni di primo e secondo grado considerate logiche e privi di vizi, riportano in alcuni casi integralmente i verbali di testimoni e le  prove documentali acquisite nei due gradi precedenti. E così che i giudici hanno potuto superare il ragionevole dubbio e hanno avuto la certezza che il leader del Pdl, l’ex presidente del Consiglio fu  “ideatore”, “dominus” e “beneficiario” del sistema che ha permesso una frode da 17,5 miliardi di lire nel 2000; 6,6 milioni di euro nel 2001; 4,9 nel 2002 e 2.9 nel 2003.

L’email che svelò lo “shell game” per evadere le tasse. Tra le prove documentali c’è l’email interna del 12 dicembre 1994 del contabile (Douglas Schwalbe) al presidente della distribuzione internazionale della Fox (Mark Kaner) che – facendo riferimento ad un colloquio avuto con l’addetto all’ufficio acquisti prima di Rete Italia e poi di Mediaset, tale Pugnetti – descrive il meccanismo delle società facenti capo a Berlusconi: “Mi sono incontrato con Guido Pugnetti venerdì, lui mi ha spiegato che Carlo Bernasconi  (uomo di fiducia di Berlusconi, dirigente che gestiva i diritti, ndr) stava ancora pensando a cosa fare per i contratti della Fox che avrebbe voluto in contrarsi con noi a Los Angeles la settimana prima del NATPE. Gli ho detto che andava bene. Quando gli ho fatto pressioni per il milione di dollari che mi doveva da 90 giorni mi ha spiegato quanto segue con la speranza che il tutto rimanesse tra me e lui. In due parole l’impero di Berlusconi funziona come un elaborato “shell game“. “E’ un gioco che consiste nel prendere tre gusci di noci vuoti e nascondere sotto uno di essi il nocciolo di una ciliegia. Chi gioca deve indovinare dove il nocciolo è stato nascosto”- con la finalità di evadere le tasse italiane“. La Principal, con sede a Lugano, compra licenze dei prodotti dagli Studios e successivamente li vende a Reteitalia. Se la Principal compra Mrs Doubtfire per 2 milioni di dollari, poi Canale 5 potrebbe acquistare la licenza per questo film (per fare un esempio) per 3 milioni di dollari. Questi 3 milioni di dollari in realtà rappresentano le vendite di Publitalia agli inserzionisti pubblicitari ed è essenzialmente un trasferimento perché non si vuole che Reteitalia faccia utili (o faccia figurare utili). I profitti vengono tenuti in Svizzera (come sappiamo le banche svizzere proteggono la privacy dei loro clienti). “La Principal poi ci paga con il ricavato degli spazi pubblicitari venduti da Publitalia. Tutto ciò funziona bene fino a che gli inserzionisti continuano a pagare Publitalia. Questo al momento non sta accadendo, perciò non ci sono soldi che vanno a Principal attraverso Reteitalia. In questo senso Daniele (Lorenzano, ndr) e Guido sono solo intermediari: Guido per esempio non ha idea di quanti soldi ci siano nella Principal e se loro sono realmente in grado di pagare o se stanno trattenendo il danaro. A rendere le cose peggiori al momento è arrivato il decreto del Governo italiano che dice che Berlusconi stesso deve disfarsi delle sue finanziarie e rendere pubblica la sua società. Stanno pianificando un ‘offerta pubblica per una società chiamata “BIG TV’ che includerebbe solamente le società televisive di Berlusconi (sono esclusi quindi la Mondadori ed i supermercati). Come si può capire, quindi, il grande problema è che i beni della società (prodotti di cui possiede le licenze) ed i profitti non sono proprio parte delle reti televisive italiane che sono state ideate per perdere soldi. Le reti televisive sono quindi poco appetibili per gli investitori. Anche se mi rendo conto che nulla di ciò ci è di aiuto penso che ci fornisca delle v informazioni utili. Ti prego di tenere per te queste informazioni visto che mi sono state comunicate in modo confidenziale. Nel frattempo continueremo a fare pressioni per il pagamento ed aspetteremo di parlare con il signor Bernasconi a gennaio, a Los Angeles, infine, senza in realtà dire nulla, Guido ha confermato che dovremmo smettere di concedere licenza per i prodotti di Telecinco fino a che non diventerà chiara la struttura della nuova proprietà visto che tutte le future licenze non saranno in alcun modo collegate alla Principal”.

La lettera-confessione di Frank Agrama. Un’altra prova documentale è quella che i giudici considerano la lettera-confessione dei Frank Agrama, “socio occulto” di Berlusconi per l’accusa.  In una lettera del 29 ottobre 2003, diretta all’avvocato Aldo Bonomo, all’epoca Presidente di Fininvest e ad Alfredo Messina, direttore di Finlnvest, Agrama dichiara di aver lavorato per le società del gruppo fin dal 1976 in qualità di loro rappresentante, precisando che Fininvest non spende un centesimo di più acquistando per il suo tramite e specificando, al riguardo, che i corrispettivi per le concessioni vengono trattati e concordati tra gli incaricati di Fininvest e gli Studios. “Dal 1976 anno in cui ebbe inizio la collaborazione con le Vostre società, ci adoperiamo in qualità di Vostri rappresentanti facilitandovi nell’acquisto di film per tutte le Vostre emittenti (Canale 5, Rete 4 e Italia I in Italia, Telecinco in Spagna e per un certo periodo La Cinq in Francia). Abbiamo sempre collaborato con il Dott. Silvio direttamente e anche con il compianto Sig. Carlo BERNASCONI.  Nel corso di precedenti incontri con Voi avevamo richiesto la sottoscrizione di un contratto con il quale le Vostre emittenti si impegnassero ad acquistare da noi programmi per un minimo di USD 40.000.000 l’anno; come noto, le Vostre società acquistano programmi per oltre USO 400.000,000 l’anno. Ci fu promesso che, anche senza un contratto scritto, la Vostra organizzazione avrebbe mantenuto la parola. Adesso però gli attuali responsabili si dicono all’oscuro del nostro rapporto e di quanto è stato da noi reso possibile per Vostro conto e non tengono fede al nostro accordo. La Vostra società non spende un centesimo di più acquistando per nostro tramite: infatti tutti i corrispettivi per le concessioni vengono trattati e concordati tra i Vostri Incaricati e gli Studios … .Di fatto, la nostra funzione nei Vostri confronti è quella di agente negli U.S. A., senza alcun costo aggiuntivo per l’acquirente europeo in quarto i nostri servizi sono retribuiti dagli Studios americani … La Vostra società non sta tenendo fede al nostro accordo  infatti nel 2003 il totale dei contratti sottoscritti è stato SOLO di USO 14.000.000, anziché USO 40.000.000. Vorremmo suggerire che l’accordo venga messo per iscritto, esponendo i fatti in modo chiaro, così da non dover costantemente tornare sull’argomento esprimendo rimostranze e spiegando l’accordo, con conseguenti perdite di tempo  per i Vostri responsabili”.

Ci sono poi le testimonianze come tutti i personaggi chiave  – Bernasconi Lorenzano e Agrama – fossero in diretto contatto con Berlusconi e che dimostrano che il leader del Pdl non è stato condannato perché non poteva non sapere ma perché era “dominus” di tutto il meccanismo, anche dopo la sua discesa in campo: Franco Tatò (amministratore delegato Fininvest 1993-1994),  Silvia Cavanna (addetta alla gestione contratti),  Gordon Bruce (presidente distribuzione internazionale della Paramount), William  Saunders   della Fox. Alcune tra le tante.

Ecco cosa racconta Tatò che ai giudici spiega di aver avuto una conoscenza solo indiretta dell’area diritti, pur trattandosi di un’area molto rilevante in quanto la responsabilità era di Bernasconi. Un’area quasi imprenetrabile anche per lui che aveva una posizione di vertice: “… Ognuno dei vertici delle operative aveva un rapporto diretto con Berlusconi il quale, in definitiva, aveva l’ultima parola su tutte le questioni di certa rilevanza. Non c’era la presenza fisica del dr. Berlusconi, era diventata una cosa occasionale, non era più una cosa regolare… ma si sapeva era raggiungibile tutti i giorni ad Arcore”.

Silvia Cavanna aveva spiegato che Bernasconi “rispondeva solo a Berlusconi, a cui riferiva andando in via Rovani, a Milano, o ad Arcore. Ed era quando tornava da tali riunioni che le diceva” di caricare i prezzi. Anche dopo la quotazione in Borsa di Mediaset, nel 1996, Bernasconi si occupava dei diritti e continuava ad andare dal Cavaliere. Nei primi anni ’90 Berlusconi trattava personalmente con gli uomini delle Majors e “Lorenzano era sempre al suo fianco…. era più l’uomo da assalto che andava a trattare … Bernasconi era più sulle condizioni di pagamento .. sulla parte amministrativa ma di dilazione di pagamenti “. E “quando Lorenzano in Italia” rientrava “veniva in ufficio e poi andava ad Arcore, sempre”. E a dimostrazione che i prezzi venivano gonfiati la Cavanna dichiara che i diritti che venivano da Agrama “erano il doppio, ci venivano fatturati al doppio delle altre società, dei costi che venivano fatturati dalle altre società”.

Gordon Bruce ricorda perfettamente il ruolo del Cavaliere nella negoziazione e di quanto fosse vicino ad Agrama:  ”Negoziavo i prezzi indifferentemente con il signor Lorenzano o con il signor Agrama, Quest’ultimo, prima di accettare, ne parlava sempre con il signor Berlusconi. Non so se il Sig Lorenzano consultava il signor Berlusconi prima di accettare però era lui a dire se gradiva o no il package”. Del produttore socio occulto aveva spiegato: “Ha sempre detto che era il suo migliore amico, che poteva chiamarlo senza problemi. Ha detto che aveva chiamato il signor Berlusconi per congratularsi con lui quando fu nominato Presidente del Consiglio…  Preciso che il signor Agrama ci diceva che continuava a riferire al signor Silvio Berlusconi sulle negoziazioni per l’acquisto dei film anche dopo la sua nomina alla Presidenza del Consiglio… Diceva che il Sig. Silvio Berlusconi era impegnato per giustificare il suo ritardo nel fornirci una risposta nell’ambito di queste negoziazioni”.

William Saunders  aveva raccontato anche il suo incontro con Berlusconi in persona:  ”È al MIP di Cannes (uno dei mercati più importanti, ndr) che ho incontrato il sig. Berlusconi. Voleva comprare dei film, serie … il sig. Berlusconi voleva soprattutto fare concorrenza alla RAI ed era quindi un acquirente molto ‘aggressivo’”.  Il dirigente Fox aveva spiegato che era il Cavaliere a negoziare, che poi era subentrato Bernasconi (“Per me era il braccio destro del sig. Berlusconi”) e infine Lorenzano “… un compratore per conto di Berlusconi Silvio. Ho trattato con Lorenzano però è un’altra persona che ha firmato i contratti per conto del sig. Berlusconi … Conosco Alfredo Cuomo (produttore romano deceduto) lavorava per il sig. Berlusconi; si recava a Los Angeles, visionava i prodotti, negoziava con me; tornava da Berlusconi per ottenere approvazione; era quindi molto vicino a Berlusconi”.


Siamo davvero in una democrazia?
di Enzo Maiorana (*)
(da “L’Opinione”, 30 agosto 2013)

Il Presidente della Repubblica, quale tutore della Costituzione, afferma un principio sacrosanto: «Le sentenze definitive vanno applicate ». Ciò sulla base di un principio imprenscindibile ,che la legge sia uguale per tutti ma anche che tutti di fronte alla legge siano uguali indipendentemente dal potere economico,dal ruolo politico o da cariche istituzionali. A questo principio non possono sottrarsi i magistrati che hanno il dovere e l’obbligo di attenersi nelle loro funzioni al rispetto della obiettività prevista dalla deontologia e dalla legge e che proibisce qualsiasi carenza di equilibrio nelle sentenze.

Queste norme sono a tutela dei diritti costituzionali di tutti i cittadini e devono rispettarle anche e soprattutto i magistrati ai quali viene affidato il potere di privare chiunque della libertà personale e dei diritti civili. Nel rigido controllo dei comportamenti dei magistrati sta la sicurezza di ogni cittadino e la realizzazione di quella dignità umana così faticosamente conquistata nel corso dei secoli. .Né si possono lasciare spazi a sensazioni o convincimenti personali nell’emanare una sentenza perché questi aprirebbero le porte alla personalizzazione della giustizia rinnovando i drammi della Santa Inquisizione. Nel mio impegno politico in difesa dei diritti e della dignità dei meridionali sono sempre stato critico nei confronti di tutti i politici di ogni schieramento per non aver mai realizzato quello sviluppo meridionale che oltre al principio di giustizia avrebbe realizzato quell’Unità Nazionale che non può che essere anche sociale ed economica. Non posso essere tacciato di berlusconismo pregiudiziale poiché difendo non il Berlusconi politico ma il cittadino Berlusconi nei cui confronti non può essere accettata una sentenza se non a condizioni che questa sia ispirata al rispetto della totale obiettività.

In questo caso a nulla varrebbero le istanze a Suo favore solo per essere stato votato da milioni di italiani. Ma possiamo affermare con assoluta onestà che le sentenze che hanno privato il leader del centro destra della libertà personale e dei diritti civili siano state ispirate a fatti obiettivi ed abbiano rispettato i dettami della nostra Costituzione? Credo che su questo la stragrande maggioranza degli italiani onesti abbia fortissimi dubbi, al contrario si ha la sensazione che una parte della magistratura politicizzata abbia perseguito una impropria lotta politica a danno del diritto.

Sarebbe un danno gravissimo ed un vulnus alla nostra Democrazia tale da giustificare un lutto nazionale. Solo gli stolti non possono non capire che un dramma del genere al di là degli effimeri vantaggi politici spalancherebbe le porte alla supremazia di un potere sugli altri. Sostenuta dal PD la cattolica Rosy Bindi dichiara che non si baratta la legalità con la tenuta del Governo. Giusto ma ritiene la parlamentare che in questo processo siano stati rispettati i principi del suo cattolicesimo, della Democrazia e della stessa legalità e che questi non siano stati barattati con la voglia di potere di una parte? Berlusconi pur non essendo il responsabile legale di Mediaset è stato condannato solo sull’assurdo principio per altro ipotetico del “Non poteva non sapere”, principio che non suffragato da riscontri certi è fortemente destabilizzante e permette di condannare tutti anche al di là delle reali colpe.

E poi una persona che fosse solo a conoscenza di un atto illegale fatto da altri può subire la stessa condanna prevista per chi né il responsabile diretto? Di fronte a queste legittime e preoccupanti perplessità riteniamo che il ministro della Giustizia ed il Presidente della Repubblica non possano solo chiedersi se dare o meno la grazia ma entrare nel merito del procedimento per i doveri imposti dalla loro carica. Senza questo non si può pretendere che gli italiani abbiano fiducia nelle istituzioni

(*) Membro della Comunità de L’Opinione e Presidente di “Noi Meridionali”


Quelle 208 pagine sulla «catena di comando »
di Luigi Ferrarella
(dal “Corriere della Sera”, 30 agosto 2013)

MILANO -Magari avesse potuto leggervi un bel «Berlusconi non poteva non sapere »: finito giovedì di studiare le 208 pagine di motivazioni della Cassazione alla sua condanna per frode fiscale, l’ex premier avrebbe tanto preferito rintracciarvi eco della colloquiale vaghezza affidata dal presidente Antonio Esposito all’intervista a Il Mattino . E invece, in un testo scritto non dal presidente e nemmeno solo dal relatore Amedeo Franco, ma anche dagli altri tre consiglieri Ercole Aprile, Claudio D’Isa e Giuseppe De Marzo, e da tutti revisionato e firmato in una apposita camera di consiglio mercoledì – l’ex premier si vede compilare un puntiglioso elenco di documenti, testimoni, perizie: le «numerosissime risultanze processuali, orali e documentali, analiticamente analizzate dai giudici di merito con adeguate argomentazioni immuni da vizi logico giuridici », in base alle quali ora anche la Cassazione conclude che il problema di Berlusconi rispetto all’eufemismo delle «sovrafatturazioni » estere nella compravendita di diritti tv Mediaset non è il non aver potuto non sapere, e nemmeno l’aver forse saputo, ma l’aver proprio fatto.

Fatto quel «meccanismo riservato, direttamente promanante in origine da Berlusconi, e avente sin dal principio valenza strategica per l’intero apparato dell’impresa a lui facente capo » giacché tramite gli ammortamenti di bilancio spalmati sulle varie annualità ha continuato a «produrre effetti (illeciti) di riduzione fiscale per le sue aziende » anche quando il Cavaliere ha abbandonato incarichi formali in Mediaset per entrare in politica. Nelle 208 pagine scorre la mail tra due dirigenti della major 20th Century Fox che già nel 1994 si raccontavano il metodo dell’«impero Berlusconi » come uno «shell game, cioè un elaborato gioco dei gusci vuoti, con la finalità di evadere le tasse »; viene esaminata la «lettera autoconfessoria » nel 2003 del produttore Frank Agrama all’allora presidente Fininvest Aldo Bonomo, nella quale la Cassazione scrive ora di «ritenere provati il rapporto continuativo con Berlusconi e la natura di Agrama di mero agente »; e si ripercorrono decine di «significativi testi », dall’ex dirigente della gestione contratti, Silvia Cavanna, sino a Franco Tatò, ex amministratore delegato di Fininvest che testimonia come «ognuno dei vertici delle società operative avesse un rapporto diretto con Berlusconi, il quale in definitiva aveva l’ultima parola su tutte le questioni di certa rilevanza ».

Una nota serale di Mediaset critica che la condanna di Berlusconi verta sullo «0,1% dei 6,5 miliardi di euro di tasse versate allo Stato negli ultimi 10 anni », e cioè i 4,9 milioni di euro del 2002 e i 2,9 milioni del 2003: ma la Cassazione mostra che questi sono solo gli ultimi ammortamenti del «meccanismo fraudolento » impiantato prima del 1994 e poi protrattosi nel 1994-1998, ed elenca la sfilza di prescrizioni che, grazie al dimezzamento dei termini imposto nel 2005 dalla maggioranza dell’allora imputato-premier con la legge ex Cirielli, hanno via via passato la spugna su centinaia di miliardi di lire di illeciti risparmi fiscali maturati negli anni precedenti. A Berlusconi che sostiene di essere condannato per qualcosa che nel 2002-2003 non avrebbe potuto commettere in Mediaset perché sedeva a Palazzo Chigi, la Cassazione oppone la constatazione che «l’avvio del sistema in anni di diretto coinvolgimento gestorio del dominus delle aziende, e poi l’evoluzione secondo schemi adattati alle modifiche societarie e anche alle necessità d’immagine esterna ma con sostanziale perdurare dei caratteri essenziali del meccanismo fittizio complessivo, acquistano evidenza probatoria alla luce dell’accertata continuità dei rapporti di tutti i personaggi-chiave, mantenuti sostanzialmente nelle posizioni cruciali anche dopo la dismissione delle cariche sociali da parte di Berlusconi » e «in continuativo contatto diretto con lui ».

Ciò riveste di «assoluta inverosimiglianza l’ipotesi alternativa che vorrebbe tratteggiare una sorta di colossale truffa ordita per anni ai danni di Berlusconi da parte dei personaggi da lui scelti e mantenuti in posizioni strategiche »; e segnala, se si vuole usare «l’argomento di chiusura del cui prodest », quanto Berlusconi sia la persona che anche senza più cariche «continuava a godere della ricaduta economica del sistema ideato e praticato ». Ecco perché «la mancanza in capo a Berlusconi di poteri gestori » negli anni di imputazione 2002-2003 « non è dato ostativo al riconoscimento della sua responsabilità ».


“Una sentenza allucinante”
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 30 agosto 2013)

Berlusconi è piombato nella notte a Roma perché in giornata conta di vedere Pannella. Non solo il leader radicale: nel giro di Arcore si ipotizzano colloqui segreti con esponenti Pd, nel tentativo di capire che cosa ne sarà del suo seggio di senatore.

Ma l’incontro con il leader radicale prefigura scenari politici ad alto tasso di imprevedibilità. Vorrebbe dire che il Cavaliere non crede più (o crede pochissimo) alle mediazioni, è già sicuro che la Giunta lo farà decadere dal Parlamento, dà come inevitabile la crisi di governo e dunque si prepara a sostenere in prima persona i referendum sulla giustizia messi in campo da Pannella. Che sono quanto di peggio si possa augurare la magistratura, secondo alcuni un colpo mortale al potere delle toghe (e non solo della casta più politicizzata).

Una ritorsione nei confronti della Suprema Corte, che giusto ieri gli ha rovesciato addosso le motivazioni della condanna? Sì, certo, c’è anche un sentimento di vendetta, sfogato nella telefonata a «Studio Aperto » subito dopo avere letto le 208 pagine «allucinanti e fondate sul nulla ». Inutilmente Letta (lo zio Gianni) e Bonaiuti hanno tentato di frenarlo: accanto al Cavaliere c’erano in quel momento i «quattro dell’Ave Maria », vale a dire Verdini, Capezzone, Bondi e la Santanché, il cui influsso si è fatto sentire sul padrone di casa.

Eppure la svolta referendaria, vivamente sconsigliata dagli avvocati Ghedini e Coppi, frenata nei limiti del possibile dalle «colombe » che ancora sperano nel compromesso, giudicata un fatale errore e forse definitivo di Berlusconi sul Colle più alto, non è semplicemente legge del taglione. Sottintende una sfida ancora più drammatica. Minaccia di alzare alle stelle il livello dello scontro. È come se il Cavaliere mandasse a dire a Napolitano, a Letta, al Pd: o voi mi concedete di tornare immediatamente alle urne per ricevere dal popolo una nuova legittimazione più forte delle mie condanne; oppure sappiate che presto dovrete fare i conti con cinque quesiti sulla giustizia molto ben formulati, su cui la Consulta nulla potrà obiettare, politicamente per voi devastanti, in grado di trasfigurarmi nella vittima dell’ingiustizia…

Pannella, che nella sua carriera ha cavalcato tutte le tigri, perfino le più indomabili, già pregusta una campagna referendaria infuocata come ai vecchi tempi, l’Italia che si divide pro e contro, i radicali più che mai nel vivo della lotta.

In realtà Berlusconi, che nell’animo rivoluzionario non è, si accontenterebbe di molto meno, anche semplicemente di un rinvio «sine die » della sua decadenza da senatore. Sa che a novembre, quando scatterà l’interdizione dai pubblici uffici, dovrà lasciare comunque il Parlamento. E tuttavia non tollera di esserne cacciato dal Pd con il marchio dell’intoccabile. Per cui da una parte dice ai suoi negoziatori «se voi mi garantite il risultato, okay, procedete pure con i vostri colloqui »; dall’altra fa irruzione come è avvenuto ieri sulle sue reti e da lì minaccia l’apocalisse: «Se qualcuno pensasse di eliminare con un voto in Giunta il sottoscritto, cioè il leader del primo partito (nei suoi sondaggi, ndr), allora si sarebbe davanti a una ferita profonda della democrazia… Milioni di italiani non lo consentirebbero ».

Nemmeno l’abolizione dell’Imu al Cavaliere basta più. Anzi, la considera con molto sospetto. Capezzone gli ha messo una pulce nell’orecchio, per cui «vigileremo », promette, «su questa service tax » in modo che non si risolva in una beffa per i proprietari di case. Inoltre ha capito che Alfano ci ha fatto una gran bella figura, però poi il conto rischia di pagarlo lui. Doppiamente. Primo, perché il Pd sconfitto sull’Imu diventerà intrattabile nella Giunta delle elezioni, quando dovrà votare sulla decadenza. Con Epifani, guarda caso, durissimo («Non c’è qualcuno più uguale degli altri, la Giunta si riunirà, valuterà le ragioni della difesa e poi deciderà »). Secondo, perché il decreto sull’Imu a Berlusconi lega le mani, gli rende più difficile causare la crisi. Se lui facesse cadere il governo, addio cancellazione dell’odiata tassa; anzi, per colpa del Pdl, gli italiani dovrebbero pagare la rata di dicembre, e pure quella di giugno. Per non parlare dell’Iva…


La vera ferita
di Ezio Mauro
(da “la Repubblica”, 30 agosto 2013)

Silvio Berlusconi è davvero un “soggetto speciale” come dicono i suoi uomini chiedendo alle istituzioni e alla politica di salvarlo dalla condanna definitiva proprio per l’eccezionalità della sua storia: e infatti la Corte di Cassazione ieri lo ha confermato, scrivendo nelle motivazioni della sentenza che è “pacifica e diretta” la responsabilità del Cavaliere “nell’ideazione, nella creazione e nello sviluppo” del “gioco di specchi sistematico che rifletteva una serie di passaggi senza giustificazione commerciale” dei diritti cinematografici, con un continuo aumento dei prezzi che truffava il fisco italiano mentre andava ad “alimentare illecitamente disponibilità patrimoniali estere”. Cioè fondi neri di un leader politico, da usare chissà come.

Qui sta la “specialità” di Berlusconi. Che invece di spiegare agli italiani come tutto questo sia potuto succedere, ieri ha parlato di “sentenza allucinante e fondata sul nulla”, nonostante tre gradi di giudizio abbiano confermato il meccanismo criminale che lo ha visto per anni dominus indiscusso, mentre frodava fisco, azienda e azionisti di minoranza, oltre agli italiani cui aveva raccontato la favola del libero mercato. Ora il quadro è chiaro e soprattutto è definitivo. La politica, ovviamente, non c’entra nulla, trattandosi di una truffa perpetrata a lungo, poi svelata, quindi provata e infine sanzionata secondo il codice penale. Ieri affacciandosi dalle sue televisioni Berlusconi ha detto che ogni tentativo di eliminarlo attraverso la sentenza sarebbe “una ferita per la democrazia”.

Ma il leader del Pdl dovrebbe rendersi conto, leggendo le motivazioni, che lui solo è l’autore della sua sventura, fabbricata con le sue stesse mani nei giorni dell’onnipotenza, inseguendo un potere improprio perché il potere legittimo non gli bastava.
Applicare la legge, perseguire i reati, pronunciare le sentenze ed eseguire le condanne fa parte in Occidente del normale funzionamento della democrazia che riconosce la separazione dei poteri e la loro libera autonomia. La vera “ferita” è una sola, l’eccezione al diritto e all’uguaglianza in nome della forza, del ricatto, della casta. O della paura.


Se la sinistra si vergogna di averci tolto una tassa
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 30 agosto 2013)

Dopo lunga e sofferta gestazione, il governo ha partorito una buona leggina che elimina una pessima legge: l’Imu sulla prima casa non c’è più. Sarà probabilmente sostituita da un’altra fregatura, dato che la politica nazionale è equiparata al gioco delle tre tavolette, ma intanto è sparita e gli italiani, oberati dalle rate del mutuo, umiliati da buste paga di magrezza biafrana e da bollette sadiche (gas, luce, telefono eccetera), tirano un sospiro di sollievo.

Il loro pensiero corre alla prossima tredicesima che non rischia di essere saccheggiata da quella schifezza di tassa che colpiva chiunque avesse lo straccio di un tetto sulla capoccia, foss’anche gravato da ipoteca.

Infatti, non dimentichiamo che il mattone, finché non hai saldato sino all’ultimo centesimo il debito con la banca, non è tuo ma della banca stessa. Comprensibile che i cittadini, sollevati dall’incubo Imu, festeggino, quantomeno sorridano. Ma non tutti. Sappiamo che i dirigenti del Pd nonché parecchi compagni della base sono sinceramente addolorati, addirittura corrucciati, alcuni in lutto stretto. Poveracci, non si danno pace all’idea che l’iniziativa di cancellare l’iniquo tributo sia partita – al tempo della campagna elettorale – dal condannato illustre: Silvio Berlusconi. Questo non lo possono proprio tollerare: per loro gettare una tassa nel cassonetto è un’occasione mancata per fare del male agli italiani, considerati agrumi da spremere o carne da macello.

Ciò che angustia i parenti alla lontana (e anche alla vicina) dei comunisti è la probabilità che al Cavaliere e al suo partito venga attribuito il merito di aver ucciso l’Imu. Temono che, in caso di elezioni, il detenuto in pectore rastrelli i voti del popolo che non apprezza le gioie fiscali. Un’altra vittoria alle urne del centrodestra provocherebbe un tale terremoto nell’ambiente rosso da ridurlo ad un ammasso di macerie. C’è una cosa che lascia basiti. In altre epoche la sinistra si batteva, almeno a parole, in favore delle cosiddette classi deboli: pensioni sociali a pioggia, libri gratis agli studenti della scuola dell’obbligo, assistenza sanitaria gratuita per chiunque, settimana corta (anzi cortissima), un mese di ferie, soppressione dell’apprendistato, evviva l’incremento cieco della spesa pubblica, amore libero, coppie aperte, avanti col divorzio e con l’aborto a carico dello Stato.

I conservatori, e specialmente i bigotti, erano sconvolti di fronte al bagaglio di novità proposte dal Pci e surrogati vari, ma alla lunga abbozzavano, ingoiando amari bocconi. Poi è accaduto quello che è sotto gli occhi di tutti: ora qualunque baciapile si rifugia nel Pd, che gode dell’appoggio della maggioranza dei parroci; i ricchi si proclamano amici di Guglielmo Epifani; si dice che Carlo De Benedetti abbia la tessera numero uno del Partito democratico; il compianto Tommaso Padoa-Schioppa non è ricordato per le sue opere, ammesso che ve ne siano, bensì per aver inventato lo slogan più scemo della storia: «Le tasse sono belle ».

Il piccolo mondo italico si è praticamente rivoltato: quelli di destra scopano con gioia, quelli di sinistra sono diventati puritani. Ieri chi non ha guardato i programmi televisivi si è perso uno spettacolo esilarante. Un numero elevato di parlamentari democrat si è avvicendato sul video, rilasciando dichiarazioni più comiche delle gag di Crozza. Di una comicità involontaria, quindi irresistibile. Certe facce da funerale dalla cui bocca uscivano frasi surreali: adesso studieremo come tassare gli alloggi in forma diversa dall’Imu; non rinunceremo mai agli introiti persi a causa dei «fasisti »; avendo noi ceduto sul versante immobiliare, il Pdl non potrà più opporsi all’aumento dell’Iva dal 20 al 21 per cento, che si rende necessario per far quadrare i conti.

I sedicenti progressisti, nel minacciare gli italiani col randello fiscale, lasciano trasparire un desiderio di vendetta: quel demagogo di cui non ci siamo ancora liberati, nonostante la sentenza della Cassazione, ci ha strappato l’Imu dal cuore? Gliela faremo pagare noi tra poco: seppelliremo il popolo sotto una caterva di imposte. Già. «Le tasse sono belle ». E giù con le teorie del menga secondo le quali se si abolisce un tributo bisogna sostituirlo con un altro di eguale entità. Non un deputato, neppure di terza fila, che abbia avuto il coraggio di esprimere un ragionamento diverso dalla vulgata sinistrorsa. Per esempio: smettiamola di confidare nella spirale delle imposte, che ha stroncato l’economia, e cominciamo a raccomandare ai Comuni (destinatari dell’Imu) di amministrare con giudizio i quattrini di cui dispongono.

Recentemente i giornali hanno pubblicato la foto di una schiera di pullman nuovi e abbandonati nei campi attorno a Bologna, pur essendo costati un’iradiddio. A Napoli «dormono » tram di lusso e carissimi: non si usano. Sono stati comprati e subito scartati. Invece di sprecare denaro in acquisti insensati, spendetelo per rendere migliore la vita dei cittadini, salvando i bilanci pubblici. Nossignori. La sinistra avveduta, illuminata, colta eccetera punta sulle tasse per seguitare a sperperare. E gode all’ipotesi di inasprire l’Iva. Strilla: a novembre, forse prima, le merci costeranno l’1 per cento di più. Così capirete, voi popolo bue, quanto siano belle le tasse. Prepariamoci: caleranno i consumi e la produzione. Andremo sempre più a fondo. Ma faremo baldoria perché Angela Merkel darà una pacca sulle spalla a Letta: «Bravo Enrico, tu sì che sei un europeista convinto ». Convinto di che? Che l’Italia debba andare in miseria e sdraiarsi ai piedi della Germania.


Crisi? Una questione interna al Pd
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 30 agosto 2013)

Il cerino della crisi è ora nelle mani del solo Partito Democratico. La linea di ottusa intransigenza scelta dai vertice del maggior partito della sinistra sulla questione della decadenza di Silvio Berlusconi ha prodotto questo singolare risultato. Dopo la sentenza della Corte di Cassazione il Pd ha puntato tutto sulla certezza che sulla questione della agibilità politica del proprio leader il Pdl avrebbe rotto il patto di governo ed aperto la crisi. Questa certezza ha indotto i rappresentanti del Partito Democratico a provocare oltre ogni limite i dirigenti del centro destra esibendosi nelle più spericolate manifestazioni di antiberlusconismo pregiudiziale.

Tutto nella convinzione che il Pdl avrebbe reagito aprendo una crisi che o sarebbe sfociata in elezioni anticipate utili a rinviare a data da destinarsi un congresso comunque lacerante o avrebbe spinto Giorgio Napolitano a reincaricare Enrico Letta per fargli mettere in piedi un esecutivo monocolore Pd retto da eventuali fuoriusciti del centro destra o di Cinque Stelle. Ma il Pdl ha resistito alle provocazioni. Ed invece di utilizzare la questione dell’Imu per far saltare la coalizione, ha trasformato l’abolizione della tassa sulla prima casa per fornire la dimostrazione della propria volontà di non puntare allo sfascio. Silvio Berlusconi, ha sua volta, ha colto al volo il percorso indicato da alcuni autorevoli giuristi per evitare che il 9 settembre diventi il momento dell’esplosione definitiva delle larghe intese. Ed ha proposto un rinvio della questione della decadenza alla Corte Costituzionale che, oltre ad essere una soluzione temporanea più che legittima e ragionevole, lancia al Pd la patata bollente della sorte del governo guidato da Enrico Letta.

Il problema della crisi, in sostanza, è diventato un problema totalmente interno alla sinistra. Chi la vuole non deve far altro che rompere l’alleanza delle larghe intese respingendo la soluzione ragionevole perseguita dal Cavaliere. Chi pensa che sia una follia mandare a casa un governo senza alternative è chiamato ad un difficile e dolorosa marcia indietro rispetto alle forsennatezze antiberlusconiane dei vari Casson, Zanda e dello stesso segretario Epifani. Il risultato è che il congresso, ancora non fissato e di cui non si conoscono oltre i tempi anche i modi, si dovrà svolgere in concreto entro il 9 settembre. Senza un dibattito, senza un approfondimento, senza un qualsiasi confronto di idee. Ma solo all’insegna dello scontro tra governativi ed antigovernativi, tra lettiani e renziani, tra vecchi marpioni e giovani che si definiscono turchi ma che sono solo sprovveduti. Nessuno si preoccupi più di tanto, però. Perché l’esito di questo confronto non sarà affatto traumatico.

Ma si risolverà, così come il caso Berlusconi, con un ennesimo rinvio a tempi diversi e meno drammatici e complicati di adesso. Presto o tardi, infatti, anche i più ottusi dovranno prendere atto che non è questo il momento di puntare alla crisi per risolvere le questioni interne del Pd. Basta guardare oltre il proprio naso e scoprire che è meglio aspettare le conseguenze della crisi siriana. A meno che, naturalmente, non si pensi di affrontare gli effetti del conflitto ed una possibile partecipazione alla guerra affidandosi a Grillo o a Vendola!


Napolitano nomina 4 senatori a vita: Abbado, Piano, Cattaneo e Rubbia
di Redazione
(da “Libero”, 30 agosto 2013)

Giorgio Napolitano nomina 4 nuovi senatori a vita. A darne notizia è una nota ufficiale del Quirinale. “Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha nominato oggi – si legge in una nota del Colle – senatori a vita, ai sensi dell’articolo 59, secondo comma, della Costituzione, il maestro Claudio Abbado, la professoressa Elena Cattaneo, l’architetto Renzo Piano e il professor Carlo Rubbia, che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo scientifico, artistico e sociale. I decreti – si aggiunge – sono stati controfirmati dal Presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Enrico Letta. Il Presidente Napolitano ha informato delle nomine il Presidente del Senato della Repubblica, senatore Pietro Grasso”.

Ribaltata la consuetudine costituzionale –  Il Colle però con questa scelta ha un pò ribaltato la consuetudine costituzionale. La Carta infatti prevede la nomina di 5 senatori a vita in totale. La legge e la Costituzione in merito sono chiare. Il Senato a vita è un’onorificenza interconnessa con la più alta carica dello Stato. Vi si accede di diritto dopo essere presedenti della Repubblica, appena finito il mandato. Oppure si è nominati per iniziativa del Capo dello Stato e anche qui si può rifiutare come fecero Indro Montanelli e Francesco Cossiga. Il presidente può scegliere 5 senatori a vita tra gli italiani con meriti scientifici, sociali, artistici e culturali. E’ incerto se  5 in totale, oppure 5 per ogni presidente, ma negli ultimi tempi l‘interpretazione è di cinque senatori complessivi che siedono contemporaneamente a palazzo Madama. In questo momento in carica sono due, Carlo Azeglio Ciampi e Mario Monti.  Ecco cosa dice l’articolo 59 della Costituzione: “È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica. Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Figure, quelle scelte dal Colle, indubbiamente di altissimo profilo umano e professionale. Altrettanto indubbiamente, nelle loro dichiarazioni pubbliche hanno, chi più chi meno, espresso negli anni posizioni più vicine alla sinistra che alla destra. (I.S.)


Senatori a vita. E anti Cav
di Domenico Ferrara
(da “il Giornale”, 30 agosto 2013)

Giorgio Napolitano si è detto sicuro che lavoreranno “in assoluta indipendenza da ogni condizionamento politico di parte”, ma i nuovi quattro senatori a vita, al netto degli incontestabili meriti professionali, non sembrano proprio super partes.
Almeno stando a quanto hanno dichiarato in tempi non sospetti nei confronti di Silvio Berlusconi.

Prendiamo per esempio Claudio Abbado? Nel 2001, sul quotidiano francese Le Figarò, criticò gli italiani definendoli dei “cretini” (per non dire altro) all’indomani della vittoria elettorale di Berlusconi: “Se volessi essere gentile, direi che gli italiani sono dei ‘creduloni’. Ma si possono trovare almeno altre due parole, meno benevoli, che incominciano e finiscono con le stesse lettere”. E non finisce qui. Nel 2003, a Tokyo, Abbado accusò Berlusconi di essere un monopolista: “È compatibile che nella parte più antica e nel cuore culturale del continente europeo ci sia un uomo che controlla l’80 per cento dei mezzi di informazione e che per di più quest’uomo sia il primo ministro?”.

Non è stato da meno Renzo Piano. “Berlusconi è un esempio terribile per il nostro Paese. L’Italia non è una nazione egoista ma lui ha dato ossigeno alle parti peggiori della società. Non c’entra la destra o la sinistra, è una questione morale. Qualcosa che va oltre le sue donne, la corruzione e l’egoismo”, ha detto l’architetto Piano in una intervista pubblicata sul Time magazine nel 2011. Un anno prima, in una intervista concessa ad Aldo Cazzullo, Piano aveva inoltre espresso non poche simpatie per Grillo: “È un caro amico, ci litigo spesso, ma sulla forma perché le sue battaglie civiche sono quasi sempre giuste”. La sinistra? “Mi fa soffrire. Ce l’ho nell’anima”.

E che dire poi di Carlo Rubbia? Il premio Nobel per la Fisica ha più volte criticato il leader del Pdl. Nel 2008, una volta insediato il governo Berlusconi, criticò l’assenza di un ministero per la Ricerca. E a chi gli chiedeva un’opinione sul nuovo esecutivo diceva: “Lo vedremo in atto”. Nel 2005 – all’epoca era presidente dell’Enea (l’ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente) – scrisse una lettera aperta su Repubblica in cui bacchettava il governo Berlusconi “per l’umiliazione che la ricerca in Italia sta subendo”.

Infine c’è la ricercatrice Elena Cattaneo, che si è opposta strenuamente al divieto di utilizzo delle cellule staminali embrionali previsto dalla legge 40, tanto da (come ha scritto Nando Dalla Chiesa) far causa a Berlusconi insieme con due sue colleghe. Insomma, se è chiaro il merito in campo scientifico-culturale e musicale e il lustro che questi personaggi hanno dato alla Patria, è anche chiara l’idea che nutrono su Berlusconi. Il loro operato invece lo giudicherà il tempo.


Berlusconi incastrato, non può far cadere Letta
di Claudio Brigliadori
(da “Libero”, 30 agosto 2013)

Un vertice, imprevisto, a Palazzo Grazioli. Silvio Berlusconi è tornato a Roma di volata (fino a ieri era ad Arcore, dove ha trascorso le ultime settimane, blindatissimo) per vedere lo stato maggiore del Pdl, dal segretario Angelino Alfano ai ministri del governo Letta. Una fretta sospetta, fa notare qualcuno. Quasi un’accelerazione della crisi, sussurrano altri. Il perché è presto detto. Al Cavaliere non è andata giù la “chiusura” della pratica Imu: il decreto conterrebbe una stangata sulle seconde case che ha fatto imbufalire il leader del centrodestra (“Dovevate stare attenti”, ha rimbrottato i suoi). E la polemica sull’Iva imbastita dal Pd (“Inevitabile aumentarla al 22%”, ha detto Stefano Fassina, viceministro dell’Economia) non ha migliorato il clima.

Il nodo decadenza – Imu, Iva e Service Tax (possibile nuovo incubo degli italiani, ma ieri sera il Cav prometteva: “Vigileremo”) non sono le uniche trappole con cui il Pd ha disseminato il campo delle larghe intese. Innanzitutto, la decadenza. L’approvazione dell’abolizione dell’Imu ha, da un lato, fornito un’arma elettorale notevole a Berlusconi, ma dall’altro l’ha scoperto: niente alibi, se vuol fare cadere il governo Letta sarà per i suoi guai giudiziari. E qui si arriva alla decadenza. Il giorno dopo la pubblicazioni delle motivazioni della Cassazione che l’ha condannato a 4 anni per il processo Mediaset (“Allucinanti”, le ha definite il Cav), tutti tra i democratici a cominciare dal segretario Epifani si sono schierati con le toghe, confermando come il voto in Giunta al Senato appaia, al momento, scontato e sfavorevole al capo del Pdl. “Questi ci vogliono fregare”, si è sfogato ad Arcore riguardo alle parole di Enrico Letta sul “governo senza scadenza”.

La fregatura dal Colle – Il premier si sente blindato, ora. Berlusconi annusa il pericolo e la nomina di 4 nuovi senatori a vita decisa dal presidente Napolitano rischia di inguaiarlo ancora di più. Rubbia, Cattaneo, Piano e Abbado non sono politici, sono figure di altissimo e indiscutibile merito, ma, fanno notare dal centrodestra, figure altrettanto notoriamente schierate a sinistra, anche senza terze narici. E siccome se Berlusconi deciderà di far cadere Letta, la partita si giocherà tutta al Senato, la conta non è irrilevante. Al Pd, che ammicca a possibili maggioranze alternative con Scelta Civica, Sel, dissidenti del Movimento 5 Stelle, Gruppo Misto e chi più ne ha più ne metta, altri voti “sicuri” farebbero comodo eccome. Oggi il Pd ne ha 108, per la maggioranza ne servono altri 51. Aggiungendo Sel, montiani, misti, una ventina di grillini in rotta con Beppe, all’appello ne mancherebbero 14. Aggiungendo i 6 dei senatori a vita (gli altri due sono Monti e Ciampi), ne mancano 8. Possibile, pensano a largo del Nazareno, che non si possano trovare altrettanti moderati del Pdl disposti a lasciare Berlusconi al suo destino? “Non basta un voto parlamentare per farmi fuori”, ha ammonito il Cav. Forse la riunione di oggi serve per ricordarlo anche a qualcuno tra gli azzurri.


Esposito, parla il giornalista del Mattino: “Il giudice mi chiamò 1 ora dopo la sentenza”
di (I.S.)
(da “Libero”, 30 agosto 2013)

Condannare in via definita il principale leader politico del centrodestra italiano, non capita tutti i giorni. Così il giudice, Antonio Esposito, un’ora dopo la lettura della sentenza della Cassazione per il processo Mediaset, ha alzato la cornetta e ha telefonato, probabilmente in preda alla vanità, al giornalista de il Mattino, Antonio Manzo. A quasi un mese da quella telefonata, parla chi era dall’altro lato della cornetta e racconta come andarono le cose. Antonio Manzo, in un’intervista a Tempi racconta che fu proprio il giudice a chiamarlo, un’ora dopo la sentenza: “Mi ha chiamato lui. Nemmeno un’ora dopo la lettura della sentenza Mediaset. Perché l’abbia fatto non lo so. Lo conosco da una vita, ma penso che non sia normale chiamare un giornalista sessanta minuti dopo aver letto la sentenza più pesante dell’ultimo ventennio”.

L’intervista – La telefonata che inchioda la toga avvenne qualche giorno dopo. “Dopo esserci sentiti la sera della sentenza, allorché tentai subito di tirar fuori una notizia, Esposito mi disse che al momento non poteva parlare ma che se l’avessi richiamato dopo qualche giorno mi avrebbe rilasciato un’intervista. Dovette ricordarmelo il direttore (del Mattino, ndr) Barbano. Fu lui a dirmi, ‘ehi, cosa aspetti a chiamare Esposito?’. Il resto è cronaca”.

Tutto in regola – Manzo infine respinge tutti gli attacchi ricevuti da Repubblica e il Fatto, che a suo dire si sono schierati con Esposito. Inoltre chiarisce ancora una volta: “Io quell’intervista la rivendico nella sua interezza dalla prima all’ultima parola. Ripeto: Esposito ha detto esattamente le cose che sono nell’intervista. I nastri sono a disposizione, le quasi-mitiche copie dei fax reciproci pure. Quando l’autorità giudiziaria ce li chiederà, se ce li chiederà, li metteremo a disposizione”.


Così hanno fottuto Silvio
di Beatrice Borromeo per Il Fatto Quotidiano
(da “Dagospia”, 30 agosto 2013)

L’avvocato Carlo Taormina, vicino al Cavaliere per una vita e poi “estraniato dal Pdl, per usare un linguaggio felpato”, ha passato la mattina di ieri a studiare i pareri pro veritate che dovrebbero salvare Berlusconi: “Peccato che siano quasi tutti inutili”.

Per esempio, avvocato Taormina?
Secondo lo studio Pansini, quando la legge Severino modifica l’espressione “dichiara decaduto” in “delibera la decadenza” implica che serve un’approfondita ratifica e non una mera ratifica. Non è così: tra “dichiarare” e “deliberare” non c’è grande differenza. Significa solo che le condizioni di legge devono essere accertate prima di applicare la sanzione. È un’ovvietà.

Poi ci sono Zanon, Caravita e Vergottini secondo cui stabilire l’incandidabilità futura dei condannati è un po’ troppo rigoroso, quindi incostituzionale.
È una tesi assolutamente infondata, senza alcuna possibilità di successo. Qui siamo nell’ambito legislativo e non spetta alla Consulta intervenire. Ma anche altri pareri sono di questo calibro: come quello che sostiene una mancanza di proporzione tra l’entità della sanzione e quella della pena. Il legislatore ha piena libertà e capacità di valutare, senza scomodare la Corte costituzionale.

Viene anche contestato il linguaggio: “Immediato” deve essere l’avvio del procedimento, non la conclusione.
Direi che questa puntualizzazione non serve assolutamente a niente. Mi pare parecchio fragile.

Per Roberto Nania i dubbi sulla costituzionalità dipendono dal carattere giurisdizionale della Giunta, che sarebbe un giudice a tutti gli effetti. E, come tale, ha diritto a rivolgersi alla Consulta.
Su questo sono perfettamente d’accordo.

Ma Berlusconi come ne beneficia?
Non saprei, dato che secondo me un problema di costituzionalità non si pone. Il ragionamento è legittimo, ma qui siamo di fronte a una mera questione di interpretazione: la Giunta e il Senato possono tranquillamente farsene carico. A me la norma, oltretutto, pare talmente chiara che francamente un intervento della Consulta non lo vedo necessario.
lux35 emilio fede carlo taorminalux35 emilio fede carlo taormina

Piuttosto, trovo grave che Dario Stefàno, il presidente della Giunta, abbia già dichiarato che Berlusconi decadrà e sarà reso ineleggibile. Questa anticipazione di giudizio lo espone alla ricusazione, se consideriamo la Giunta come un organo giurisdizionale.

E se fosse lei, oggi, a rappresentare il Cavaliere, cosa gli consiglierebbe di fare?
Intanto inviterei Stefàno all’astensione. Poi punterei tutto sulla questione della irretroattività, perché su questo punto Berlusconi ha perfettamente ragione. La sanzione introdotta è sicuramente irretroattiva. C’è un’omogeneità evidente tra le pene accessorie e la decadenza, quindi vanno trattate in modo analogo: sancendone l’irretroattività. Con buona pace di tutti, è questa la via.

Perché allora il Pdl ha votata la legge Severino?
Perché sono una massa di fessi, tutto qua. Oppure sono in malafede. Più probabilmente l’uno e l’altro. Qualcuno sarà stato negligente, altri non avranno capito e poi ci sono i furbi: qualcuno voleva tagliare le gambe a Berlusconi, e c’è riuscito.

A chi si riferisce?
Controlli dov’erano, il giorno del voto, gli avvocati di Silvio. Scommetto che non erano in aula. Il partito è dilaniato, e questa storia finirà malissimo. Perché, anche se Berlusconi tecnicamente ha ragione, la soluzione stavolta sarà politica. E per aver ragione devi trovare qualcuno che te la dia.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart