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Mediaset, Berlusconi vuole la revisione del processo

7 Settembre 2013

di Redazione
(da “Lettera43”, 7 settembre 2013)

La via d’uscita per evitare la decadenza che farebbe venire meno «l’agibilità politica » di Silvio Berlusconi potrebbe essere nascosta nella carte in arrivo dalla Svizzera. Che permetterebbero, secondo i piani dell’ex premier e del Popolo della libertà, di chiedere la revisione del processo Mediaset, dopo che la Corte di cassazione ha sentenziato la condanna per il Cavaliere a quattro anni di reclusione (la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici deve essere rivalutata dalla Corte di Appello di Milano).

Nei documenti che non sono mai stati acquisiti nei dibattimenti, è scritto che Frank Agrama, il produttore cinematografico egiziano a sua volta condannato nel processo per i diritti televisivi Mediaset, non sarebbe il ‘socio occulto’ sentenziato dai giudici, ma «l’intermediario ufficiale » ed esclusivo tra la Paramount e molte tivù europee’, come ha spiegato il quotidiano Il Giornale.
LA STRATEGIA DI BERLUSCONI. Da quanto riferito da La Repubblica, quindi, il Cavaliere e i suoi fedelissimi non vorrebbero chiedere al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la grazia. Piuttosto vorrebbero la revisione il processo per cancellare la condanna. E con il via al nuovo iter giudiziario, Berlusconi riuscirebbe ad ottenere la sospensione della pena, congelando la necessità di scegliere come scontare l’anno che gli resta dopo l’indulto (affidamento ai servizi sociali o arresti domiciliari).
Inoltre, l’ex premier riuscirebbe anche a fermare i lavori della giunta per le elezioni e le immunità parlamentari del Senato, perché la revisione del processo renderebbe vani i lavori, almeno fino all’eventuale nuova decisione dei giudici.


Berlusconi, spunta la revisione: stratagemma per bloccare la pena
di Liana Milella
(da “la Repubblica”, 7 settembre 2013)

Adesso la parola magica che fa sperare Berlusconi è “revisione”. Del processo Mediaset, ovviamente. Gli articoli 629, 630 e 635 del codice di procedura penale che disciplinano i casi di revisione di un processo già chiuso, ma che è possibile riaprire riconsiderando la sentenza già passata in giudicato, in presenza di un fatto nuovo. Con l’obiettivo di ottenere dai giudici della Corte di appello di Brescia – grazie all’articolo 635 – anche la sospensione della pena. Un atto discrezionale quest’ultimo, non obbligatorio, ma che le toghe non potrebbero negare all’ex premier, per via della sua età e della sua storia personale e politica. Un passo possibile per via delle carte svizzere, mai acquisite in dibattimento, su Frank Agrama, che non sarebbe quel “socio occulto” nel commercio dei diritti televisivi disegnato nella sentenza Mediaset ma, come ha scritto il Giornale martedì 3 settembre pubblicando un atto giudiziario presentato come inedito, “l’intermediario ufficiale ed esclusivo tra la Paramount e molte tv europee”. Un fatto nuovo che, per lo staff legale di Berlusconi, giustifica ampiamente il ricorso a Brescia.

Non è la grazia da chiedere, quasi come un’elemosina, a Napolitano. Bensì una mossa che avrebbe il vantaggio, qualora dovesse effettivamente risultare vincente, di cancellare del tutto la condanna, quella macchia sulla fedina penale che Berlusconi considera “insopportabile e ingiusta”. Mossa che, ancor prima di eliminare la condanna a 4 anni per il reato di frode fiscale, produrrebbe l’effetto di sospendere subito la pena liberando così il Cavaliere dall’incubo, ormai incombente, di dover scegliere entro il 15 ottobre se scontare l’anno che gli residua dopo l’indulto agli arresti domiciliari oppure con un affidamento ai servizi sociali.

Non solo: la richiesta di revisione del processo, nell’ottica di chi elabora le strategie difensive di Berlusconi, avrebbe anche l’obiettivo di congelare la procedura della decadenza nella giunta per le immunità del Senato. Con un’istanza di questo genere, che potrebbe cambiare completamente la storia del processo fino ad annullarne le conclusioni, sarebbe arduo per la giunta andare avanti sulla decadenza come se niente fosse. All’opposto – secondo la strategia elaborata ad Arcore – la giunta dovrebbe valutare l’importanza della mossa di Berlusconi e procedere subito alla sospensione della pratica. Che resterebbe lì, congelata, in attesa che da Brescia arrivi la cancellazione della sentenza di condanna.

È nel pranzo ad Arcore tra Berlusconi, Schifani, Brunetta e Ghedini che si materializza l’ipotesi della revisione. Succede quando, per l’ennesima volta dalla condanna, si esaminano quali potrebbero essere le vie per fermare l’esito e le conseguenze del processo Mediaset. Al ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, si aggiunge la strada impervia e difficile della revisione del processo, finora tenuta in secondo piano in assenza di fatti nuovi. Ma ora il verbale su Agrama cambia la situazione.

Subito Berlusconi si entusiasma, anche al solo pensiero che l’odiata sentenza Mediaset possa essere cancellata perché ingiusta. Sa che il ricorso a Strasburgo – la legge Severino viola l’articolo 7 della Convenzione per i diritti umani perché viene applicata retroattivamente – è pronto. Ieri sera lo stesso Ghedini stava apportando gli ultimi ritocchi, anche se è tutto da vedere se sarà presentato già oggi presso la giunta delle immunità, oppure lunedì mattina. L’attesa di 48 ore sarebbe giustificata dal fattore tempo. Spedita all’ultimo momento essa, nelle previsioni del Cavaliere, dovrebbe obbligare il relatore Andrea Augello, anche egli esponente del Pdl, a chiedere una moratoria per poter leggere le carte. Lo stesso relatore, nel frattempo, sta preparando la sua mossa “anti-Severino”, nel suo caso rivolgersi alla Corte di giustizia del Lussemburgo (cosa che solo un giudice può fare) e alla Consulta (idem). Ma i tre ricorsi non sono risolutivi, perché la giunta a maggioranza potrebbe ignorare quello di Berlusconi a Strasburgo, anche qualora dovesse chiedere una sospensiva. Stesso discorso per le eccezioni di Augello che potrebbero essere bocciati dalla solida maggioranza Pd, M5S, Sel, Sc.

Ma la mossa risolutiva sarebbe quella della revisione del processo che il vice presidente della Giunta Giacomo Caliendo aveva ipotizzato nei giorni scorsi. Fatta la richiesta alla Corte di appello di Brescia, il Cavaliere potrebbe chiedere di sospendere la pena e, nelle more, domandare anche alla giunta per le immunità se è possibile sospendere l’iter della decadenza in attesa del giudizio. Ovviamente un ricorso del genere è tutto in salita e non è affatto detto che risulti possibile e non si risolva subito in una sconfitta.

Quando il pm scriveva che il Cav era la vittima
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 7 settembre 2013)

Febbraio 2005. L’inchiesta Mediaset sui diritti tv è a un bivio. La procura di Milano è convinta che Silvio Berlusconi sia socio occulto del produttore americano Frank Agrama, ma in realtà non ha certezze: a palazzo di Giustizia sospettano che la realtà sia invece capovolta.

Forse il Cavaliere non è complice ma vittima dei giochi di prestigio di Agrama e del suo amico Bruce Gordon, responsabile del comparto vendite della Paramount. Forse la carta coperta di Agrama è proprio Gordon e allora prende corpo un’altra ipotesi: la coppia specula sui pacchetti dei film in arrivo dalla Paramount e destinati al magazzino Mediaset. Come si vede, non è una sfumatura ma appunto il copione rovesciato. I pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo si rivolgono alle autorità americane, in particolare a Daniel Goodman del dipartimento di Giustizia, e chiedono la verifica di questa interpretazione. Un documento importantissimo, come si può facilmente intuire, ma anche sconcertante a seguire la trama degli eventi: De Pasquale e Robledo fanno dunque partire una complessa rogatoria per gli Stati Uniti, ma pochi giorni dopo, il 23 febbraio 2005, chiedono il rinvio a giudizio di Berlusconi e degli altri imputati per una sfilza di reati che vanno dal falso in bilancio alla frode fiscale e all’appropriazione indebita.

In quel momento, la risposta dagli Stati Uniti, ovviamente, non è ancora arrivata, e oggi si può affermare che le domande puntualmente e scrupolosamente poste dai pm di Milano si sono perse nel nulla. Nessuno ha mai replicato ai quesiti. Ma già in quel mese di febbraio la macchina da guerra dei pm di rito ambrosiano si mette in moto e scrive l’atto d’accusa nei confronti del Cavaliere. Parte il processo che arriverà fino alla sentenza della Cassazione che ha certificato la condanna del fondatore di Forza Italia a 4 anni per frode fiscale.

Eppure in quelle carte si legge, senza tanti giri di parole, che la coppia Gordon-Agrama non la racconta giusta: «Da alcune dichiarazioni che abbiamo acquisito, anche in sede rogatoriale, è univocamente emerso che i rapporti commerciali fra la Paramount e Fininvest/Mediaset sono stati esclusivamente gestiti da Bruce Gordon che, di fatto, ha imposto, sin dall’inizio, che le vendite dei diritti Paramount fossero necessariamente e sempre intermediate da Agrama, non consentendo in alcun modo una trattativa diretta con la controparte. L’interposizione di Agrama – prosegue la Procura – non aveva alcuna utilità di carattere commerciale o di altra natura, se non quella di essere funzionale a interessi esclusivamente economici dello stesso Agrama e di Bruce Gordon, in accordo con soggetti riferibili al gruppo Berlusconi ».

Ecco il tassello che mancava: Agrama e Gordon sono l’anello di collegamento fra Hollywood e Cologno Monzese e forse, dentro la Fininvest, c’è qualche dipendente infedele che gioca di sponda con loro. E danneggia la casa che paga i film a prezzi stratosferici. De Pasquale e Robledo hanno fatto due conti: «Tale ricarico è quantificabile, allo stato, in circa 170 milioni di dollari nel periodo 1988-98 ». Una cifra imponente. Un vero e proprio tesoro. Ma c’è di più: seguendo le mosse disinvolte del duo americano, si scopre che anche la Paramount ci perde. O, per dirla in soldoni, viene fregata. «Peraltro – proseguono i pm – i prodotti Paramount venivano ceduti da Gordon ad Agrama a prezzi inferiori a quelli di mercato, così danneggiando anche la stessa Paramount. Da alcune dichiarazioni risulta che Gordon partecipava direttamente ai profitti illecitamente conseguiti ».
De Pasquale e Robledo la sanno lunga: «È stato accertato che, con riferimento a Gordon e Agrama, venne disposta da Jonathan Dolgen un’inchiesta interna, in seguito alla quale Gordon fu allontanato, e che vi fu un successivo intervento di Gary Marenzi, a perfetta conoscenza della situazione sopra descritta ».

De Pasquale vorrebbe sapere molte cose che non quadrano. E fa i suoi passi: chiede di interrogare Dolgen e con lui Kerry Mac Cluggage, «che era il capo di Gordon »; poi vorrebbe risentire Marenzi, che era già stato ascoltato ma la cui deposizione non convince: «Su questa vicenda ha rilasciato nell’audizione di Los Angeles dichiarazioni di segno diverso rispetto a quanto ora ricostruito! ».

De Pasquale e Robledo formulano quesiti a raffica e alla fine salutano Goodman augurandosi che «con la piena collaborazione del tuo ufficio sarà possibile risolvere tutte le questioni evidenziate ». Invece, i nodi non verranno sciolti. La procura andrà dritta per la sua strada senza attendere oltre. Per la cronaca il tribunale dirà no all’audizione di Gordon e alla stessa conclusione arriveranno anche la Corte d’appello e la Cassazione.


Decadenza Berlusconi, mossa della difesa: ricorso alla Corte europea di Strasburgo
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 7 settembre 2013)

È stato depositato alla Giunta per le elezioni del Senato il ricorso a Strasburgo da parte dei legali di Silvio Berlusconi contro la sentenza di condanna a 4 anni per frode fiscale, resa definitiva dalla Cassazione. Secondo quanto si apprende, nel ricorso si sosterrebbe che le norme al vaglio della Giunta, la Legge Severino, introdurrebbe sanzioni di tipo penale e che dunque non possono essere applicate in modo retroattivo. La Corte di Strasburgo non è un’istituzione della Ue e non va confusa con la Corte di giustizia dell’Unione Europea del Lussemburgo. Nata in seguito alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, vi aderiscono tutti i 47 membri del Consiglio d’Europa. Si pronuncia sui ricorsi individuali o statali che riguardano presunte violazioni dei diritti civili e politici stabiliti dalla stessa Convenzione.

«CRITERI EUROPEI » – Anche il capogruppo dei senatori, Renato Schifani, si era richiamato ai principi di giustizia europei, spiegando politicamente la scelta tecnica dei difensori del cavaliere. «Non siamo disposti ad accettare provocazioni di esponenti del Pd che dichiarano l’intenzione di votare in modo giacobino contro Silvio Berlusconi ancora prima di esaminare le carte – aveva detto Schifani ribadendo l’avvertimento di possibili ripercussioni sulla tenuta del governo Letta in caso di voto sfavorevole al leader del Pdl -. Al contrario ci aspettiamo dal Pd la disponibilità ad ascoltare le nostre obiezioni che non sono campate in aria ma basate sui principi di giustizia europea e che, se davvero la legge vale per tutti, valgono anche per il nostro presidente ».


Eterna guerra civile e stalinisti di ritorno
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 7 settembre 2013)

In uno stato di diritto tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Ma non è uno stato di diritto quello in cui la legge si applica in maniera persecutoria per vent’anni di seguito nei confronti di un cittadino che ha come colpa principale quella di essere il leader carismatico dello schieramento politico che per due decenni di seguito ha impedito alla sinistra di conquistare stabilmente il potere. Il buon senso, a dispetto di quanto vanno sostenendo i commentatori dei media politicamente corretti, si applica solo partendo da questa considerazione. Chi pretende che scatti sulla base della sentenza della Cassazione e della interpretazione da plotone d’esecuzione della legge Severino, ragiona con la stessa logica di chi negli anni trenta non aveva nulla da ridire nei confronti dei processi di Mosca contro i nemici di Stalin perché in quei procedimenti penali venivano rigorosamente applicate le leggi dello stato sovietico.

Naturalmente i sostenitori della necessità di ghigliottinare al più presto il Cavaliere in nome del rispetto delle leggi dell’Italia repubblicana non prendono neppure in considerazione il paragone della persecuzione giudiziaria con i processi stalinisti. Anzi, a stare a come nei giorni scorsi l’esponente del Pd Puppato ha reagito al ricordo fatto da Marco Taradash delle amnistie volute dal Pci negli anni della Prima Repubblica per cancellare i finanziamenti illeciti ricevuti dall’Unione Sovietica, il paragone sarebbe “farneticante”. Ma sono proprio queste affermazioni sdegnate ed insultanti che dimostrano come una sinistra allevata per anni a considerarsi superiore culturalmente, politicamente e razzialmente nei confronti non solo dei dirigenti del centro destra ma dell’intero popolo dei votanti per l’area moderata non sia in grado di usare nessuna forma di buon senso in un quadro di convivenza civile.

Ma sappia solo perpetuare all’infinito quel clima da guerra civile (alle volte fredda ma in qualche caso anche bollente) che è stato e continua ad essere l’unico fattore di sopravvivenza di un’area politica incapace di rinnovarsi ed accettare sul serio le regole dello stato di diritto e della democrazia liberale. Chi ha pensato di poter dialogare con questo tipo di sinistra fino ad arrivare addirittura alla cosiddetta “pacificazione” si è tragicamente illuso. Ora le Puppato, ma anche i Renzi, i Bersani e gli Epifani, pretenderebbero che il Pdl accettasse supinamente l’eliminazione del proprio leader per via giudiziaria e, dopo aver assistito all’atto formale della propria dissoluzione, continuasse imperterrito a sostenere un governo composto dai fedelissimi eredi dei boia dei processi staliniani. Il tutto in nome di un interesse superiore. Che in realtà non sarebbe del paese ma solo ed esclusivamente della parte politica che si considera superiore per volere divino e per volontà rigorosamente propria. Ancora guerra civile, allora, ovviamente in versione elezione anticipate? Chi la cerca alla fine se la trova. E ne paga anche le conseguenze.


La luna di miele è finita: crolla la fiducia nel governo
di Antonio Signorini
(da “il Giornale”, 7 settembre 2013)

Sale Matteo Renzi, cala Enrico Letta. Il principale contendente alla segreteria del Pd e quasi certo candidato premier della sinistra coglie i frutti (per ora virtuali) di una sovraesposizione mediatica mentre il presidente del Consiglio paga pegno per le turbolenze degli ultimi giorni.

Ma continua a ostentare sicurezza e a fare programmi di lungo termine. A registrare gli umori degli italiani è stata Swg con un sondaggio realizzato per Agorà Estate (Rai Tre). Il governo Letta ha perso sei punti percentuali in una settimana e 18 in quattro mesi. Gli italiani che ripongono fiducia nell’esecutivo sono il 25%. Letta in persona ha perso tre punti percentuali in una settimana. Esattamente quelli guadagnati da Matteo Renzi che si piazza in testa al sondaggio (con il 50%) come politico più amato dagli italiani e stacca Letta, fermo al 40%. In calo (due punti in una settimana) anche il Capo dello Stato Giorgio Napolitano con la fiducia del 43% degli italiani (era al 61% a maggio).

Nonostante i consensi in calo, Letta è ottimista. Ieri per il secondo giorno di seguito ha sottolineato come la comunità internazionale ormai non consideri più l’Italia un rischio. «Non è più dietro la lavagna », ha assicurato il presidente del Consiglio parlando al secondo giorno di lavori del G20 a San Pietroburgo. Al vertice dei grandi, monopolizzato dalle sfide dell’economia e dalla Siria (ieri Letta ha incontrato il presidente Usa Barack Obama), nessuno ha chiesto delle fibrillazioni del governo. Del resto «c’è bisogno di un’Italia stabile, io lavoro in questa direzione », ha assicurato il premier. «Negli altri G20 ci avevano dato i compiti a casa perché eravamo stati malandrini », ma ora «non ci prendiamo più a bacchettate sulle dita, i compiti a casa li abbiamo fatti e ora c’è bisogno di vedere la terra promessa ».

La ricetta di Palazzo Chigi resta quella di concentrarsi su piani di medio e lungo termine. Un’attenzione al merito che sa molto di politica. L’Italia, ha annunciato Letta, al G20 ha preso una serie di impegni: dal pagamento di tutti i debiti della Pa, all’estensione dei fondi di garanzia; dagli incentivi agli investimenti in capitale, al «tema chiave » di «Destinazione Italia » che comprende anche parte importante di «attrazione di investimenti e dismissioni » del patrimonio pubblico; per finire con la «semplificazione e il miglioramento della giustizia amministrativa e civile », e tante altre riforme. Poi bisogna ridurre il costo del lavoro. Abbattere il cuneo è «essenziale ». «Lo abbiamo già fatto per il lavoro giovanile e – annuncia Letta – lo faremo nei prossimi mesi attraverso una discussione con le parti sociali dentro la quale il capitolo riduzione costi del lavoro è essenziale ».

Piani di lunga scadenza, con buona pace di Massimo D’Alema che anche ieri (salvo smentite) ha rilanciato l’idea di un Letta bis con un compito delimitato di traghettatore. «L’idea di fare un altro governo raccogliendo qualche dissidente da una parte o dall’altra non mi sembra ragionevole, mentre un governo a termine, di scopo, che porti il paese alle elezioni eliminando il Porcellum sarebbe auspicabile ».

Prossima tappa del governo, il pacchetto scuola che dovrebbe essere approvato al prossimo consiglio dei ministri, probabilmente già lunedì. Un parte che riguarda il «diritto allo studio », e poi la stabilizzazione di insegnanti, soprattutto di sostegno, e personale Atam, cioè non docente.
Provvedimento che dovrebbe toccare quasi 30mila persone. Non dovrebbe passare, per le resistenze del ministero dell’Economia, la soluzione dei cosiddetti «quota 96 », circa 6mila «esodati » della scuola.


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Bart