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Macché verità, i «rossi » vogliono solo la forca

10 Settembre 2013

di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 10 settembre 2013)

Falchi e colombe soltanto nel Pdl? Domenica mattina mi trovavo nello stesso bus dell’aeroporto in cui Guglielmo Epifani era impegnato in una fitta discussione con un giornalista di Repubblica. Ero a distanza di qualche metro per cui non so di che parlassero, anche se non è difficile immaginarlo.

Ad un certo punto il segretario del Pd ha alzato la voce e i passeggeri si sono girati verso di lui che esclamava con tono deciso e anzi perentorio: «I numeri! Abbiamo i numeri e allora usiamoli e basta! ». Ieri pomeriggio alle 17 si diffondeva la notizia secondo cui il Pd nella giunta che si occupa del caso Berlusconi aveva fatto valere proprio i numeri, e non l’auspicata attenzione per i singoli quesiti, e che un voto unico – numerico – avrebbe deciso sulle tre pregiudiziali.

La linea politica del segretario del Pd, che si considera il braccio politico del presidente Enrico Letta, è di accelerare i tempi affinché l’esecuzione della sentenza venga eseguita alla svelta e il condannato nel braccio della morte (politica) sia imbragato e trascinato sul lettino dell’iniezione letale. La questione, lo ripetiamo sfidando la noia, è politica. E politica resta, negli effetti, la condanna della Cassazione. Dunque a Epifani non importa nulla dei pronunciamenti di Strasburgo e forse domani di Lussemburgo, ma anche di Brescia, se dovesse essere portata davanti a quella Corte d’appello la richiesta di revisione del processo dopo l’emersione delle carte svizzere secondo cui il processo fatto a Berlusconi è falsificato da una questione che la giustizia elvetica ha risolto, ma di cui sembra che alla giustizia italiana non importi finora nulla. Eppure è la questione centrale di cui ha riferito il Giornale il 3 settembre scorso e che è stata ripresa con grandissima attenzione e rispetto anche dai giornali avversi. Liana Milella su Repubblica ha spiegato in maniera dettagliata e professionale sabato ai lettori antiberlusconiani che il profilo del signor Agrama, che secondo i giudici italiani era il compare di Berlusconi nel creare fondi neri gonfiando i prezzi, è stato certificato invece come l’agente ufficiale della casa cinematografica Paramount. Agrama trattava con Rai e Mediaset, in lite fra loro per i film e trattava con la Svizzera per i film in lingua italiana destinati al cantone ticinese e trattava con la Francia, il Portogallo e la Spagna, stabilendo i prezzi in accordo con la sua azienda e dunque non esisteva alcun complice, nessun fondo nero e insomma l’intera accusa crolla come un castello di carte. Il segretario del partito che condivide la partnership di governo insieme al Pdl avrebbe potuto e dovuto manifestare semplicemente il desiderio di arrivare alla verità, di assicurare a un ex presidente del Consiglio e leader di tanti milioni di italiani, la migliore difesa, la più ampia facoltà di praticare ogni via per vedere garantiti non soltanto i suoi diritti, ma i diritti di milioni di rappresentati che hanno scelto lui come rappresentante.

Sarebbe stato leale, onesto, degno di un rappresentante di una classe dirigente responsabile. Invece: «Abbiamo i numeri. Usiamoli ». È tutto quel che importa al leader del partito partner di governo. Ma perché?
Naturalmente in politica nulla accade per caso e non esiste forse neppure la categoria della malvagità, benché venga spesso il sospetto che sia l’ispiratrice di molte azioni nefaste. Però si deve pensare che se Epifani, sostenitore assoluto di Enrico Letta contro la presa del palazzo da parte di Matteo Renzi, assume una posizione di feroce intransigenza, la ragione di un tale atteggiamento deve essere per forza politica, causata dalla faida interna al Pd.
Il conflitto che proietta le sue lunghe ombre sulla giunta al Senato è quello tra Epifani (che punta sulla liquidazione immediata di Berlusconi) e quella di Renzi che per lo stesso risultato preferisce invece tempi più lunghi. Nessuna delle due posizioni è dettata da motivi etici, giuridici o parlamentari (anche se ogni posizione è sempre travestita con grandi parole) ma soltanto dalle lotte interne al Pd.

Renzi è accreditato nei sondaggi per avere la capacità di «sfondare » nelle praterie dell’elettorato berlusconiano, talvolta deluso, talvolta irritato, che sarebbe sensibile all’approccio mediatico del sindaco di Firenze, accusato in casa sua di essere un «berlusconino » cioè di far tesoro delle qualità comunicative del fondatore di Forza Italia. Il fatto è che Renzi, che teoricamente è pronto a correre per la segreteria, in realtà vuole Palazzo Chigi, cosa che difficilmente potrà ottenere prima di nuove elezioni che nessuno è in grado di prevedere. Quando ci saranno le elezioni, Renzi spera di poter contare sulla definitiva uscita di scena di Berlusconi anche come padre nobile, perché in caso contrario non riuscirebbe a effettuare il raid nell’elettorato di centrodestra.
Dall’altro lato Epifani, tutelando a suo modo Enrico Letta, vuole fare terra bruciata sulle praterie di cui sogna Renzi, anticipando con la massima accelerazione l’uscita di Berlusconi non soltanto dal Senato, ma anche da una posizione di preminenza politica, cominciando intanto da una procedura spicciativa e senza graduazioni nella discussione e nella votazione in giunta. Questo irrita fortemente i renziani, che agiscono quindi di fatto come le colombe del Pd, mentre gli uomini guidati da Epifani sono i falchi.

I cosiddetti falchi del Pdl pensano a questo punto di stoppare la manovra di Epifani gettandosi anima e corpo nel tentativo di provocare elezioni anticipate, che prevedono prima di tutto che sia staccata la spina del governo per forzare la mano a Napolitano.
Che il presidente della Repubblica si faccia forzare la mano e conceda le urne a breve sembra impossibile. Ma sta di fatto che l’unica eventuale maggioranza alternativa in Parlamento potrebbe essere quella raccogliticcia dei transfughi del M5S, sommati ai quattro senatori a vita tutti di un’unica opinione politica e con la vaga speranza – smentita ovunque – di qualche piccola defezione governativa.
Si tratterebbe di briciole e sembra impossibile che Napolitano possa mettere in pista una coalizione del genere con quel che aspetta il Paese. Ma credo che questo disegno a scacchiera possa fare un’idea della vera posta in gioco di queste ore, tutta sulla pelle di Berlusconi. Il quale, a mio inesperto parere, farebbe bene a far presentare subito a Brescia una richiesta di revisione totale del processo Mediaset, come garantito dagli articoli 629, 630 e 635 del codice di procedura penale. Sarà certo la partita più difficile e amara della storia repubblicana.


Le verità che la giunta vuole ignorare
di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 10 settembre 2013)

Roma – Freno e acceleratore, freno e acceleratore. Sulla decadenza di Silvio Berlusconi si va avanti così per ore nella giunta per le immunità del Senato, dove il Pdl preme sul primo e la sinistra con i grillini sul secondo.

Tra polemiche, liti e trappole, alla fine prevale la fretta di inchiodare il Cavaliere e stasera alle 20 si potrebbe arrivare al voto, uno solo sulle 3 questioni pregiudiziali poste da Andrea Augello.Il Pd già dice che voterà contro e il relatore annuncia che è pronto a dimettersi.

La prima: la giunta è un organo politico o giurisdizionale, che come tale può ricorrere alla Corte costituzionale sulla legge Severino già nella fase preliminare e non solo nel dibattimento? La seconda, che Augello sottopone alla riunione che apre l’iter della procedura per l’eventuale decadenza di Silvio Berlusconi, dopo la condanna a 4 anni per frode fiscale, riguarda il rinvio incidentale alla Consulta per la questione di legittimità costituzionale della legge sulle regole dell’incandidabilità. La terza è la richiesta di un’interpretazione delle norme alla Corte di giustizia dell’Ue, su possibili violazioni dei principi del diritto comunitario.

Cautamente, il senatore Pdl non scopre le sue carte, pro o a favore del Cavaliere, ma interroga la giunta sui presupposti della discussione. A Sant’Ivo alla Sapienza la seduta inizia con qualche minuto di ritardo sull’appuntamento delle 15, perché Augello fa fino all’ultimo ritocchi e aggiunte al suo testo di circa 80 pagine.

L’attacco arriva subito e il clima si surriscalda. La sinistra e il Movimento 5 Stelle cercano di mettere alle strette il relatore per farlo uscire allo scoperto e bocciarlo. La discussione si fa vivace quando pretendono che dica se è favorevole o meno alla decadenza del Cavaliere.Se lui si pronunciasse e il voto contrario di Pd, M5S, Sel e Scelta civica (sarebbero 14 a 9 se il socialista Enrico Buemi si schierasse con il centrodestra) lo sconfessasse, il presidente Dario Stefàno (Sel) dovrebbe scegliere un nuovo relatore. Augello e il Pdl fiutano la trappola e resistono alle pressioni. Sostengono che prima di arrivare alle conclusioni è necessaria un’attività istruttoria della Giunta, un approfondimento delle carte. «Abbiamo chiesto al relatore – si lamenta mentre la riunione è in corso Mario Giarrusso (M5S) – di conoscere le sue conclusioni e siamo rimasti molto sorpresi dal fatto che invece abbia presentato solo tre pregiudiziali che come tali verranno trattate e, dopo una breve discussione, votate ».Breve? Giacomo Caliendo del Pdl non ci sta. Per lui, non basta una discussione ristretta prima del voto, bisogna approfondire. Elisabetta Alberti Casellati e il capogruppo Nico D’Ascola gli danno man forte.

Il Pd parla con più voci, ma Stefàno si appella al regolamento e impone il voto unico, insieme sulle pregiudiziali e sull’intera relazione, non suddiviso per le tre questioni sollevate.

Ma quando si voterà, è il punto. Pd, M5S e Sc fanno di tutto per arrivarci in serata ma Pdl, Gal e Lega fanno fronte comune e insistono per rinviare. La spuntano loro, ma solo di poco e non riescono ad ottenere l’apertura di una discussione nel merito delle questioni giuridiche. Augello deve produrre degli allegati alla relazione e chiede un aggiornamento ad oggi. Alle 12, alle 20? Si decide per la serata, ma per il Pdl si corre troppo se si arriva già al voto, così in fretta. Perché in questo caso i tempi non sono quelli normali, con una seduta a settimana senza urgenza?

Comunque, quella di oggi non è una nuova convocazione, ma un seguito della seduta di ieri. Il calendario dei lavori è ancora in alto mare. «Se la Giunta voterà contro le pregiudiziali poste da Augello (Pdl), chiederemo la sostituzione del relatore », fa sapere su Twitter il M5S. Confermando che nel mirino c’è proprio lui, il senatore di centrodestra. Oggi, dunque, si discuteranno le tre pregiudiziali e per Stefàno è «probabile » già il voto. Felice Casson ( Pd) dice invece che è «impossibile ».

Nella relazione si citano precedenti nella Giunta, come il caso «Mercatali » della scorsa legislatura, sull’ammissibilità della pregiudiziale di costituzionalità nella fase iniziale dei lavori della Giunta. Vuol dire che si potrebbe ricorrere all’Alta Corte senza aspettare la fase di «contestazione », cioè entrare nel vivo del sì o no alla decadenza.

Sulla seconda questione, la costituzionalità della legge Severino e dei relativi decreti applicativi, Augello individua 10 diversi profili di illegittimità: dalle differenze tra legge delega e decreti delegati, in alcuni casi giudicati generici, alla retroattività delle norme. E quest’ultimo sarebbe proprio tra i motivi di ricorso alla Corte di giustizia di Lussemburgo, oltre che alla Consulta.


Domiciliari «impraticabili » per un leader. E Coppi insiste sui servizi sociali
di Giovanni Bianconi
(dal “Corriere della Sera”, 10 settembre 2013)

ROMA – Quando l’avvocato Franco Coppi ha provato a spiegarglielo, la settimana scorsa ad Arcore, Silvio Berlusconi mostrava di non crederci. «Ma com’è possibile? ». «È possibile perché c’è una condanna definitiva, e per quanto la consideriamo ingiusta è valida e dev’essere applicata », ha risposto il legale. Quindi, se l’ex premier prima del prossimo 15 ottobre non chiederà l’affidamento in prova ai servizi sociali, l’indomani si presenteranno da lui due carabinieri, lo porteranno nella stazione più vicina, gli faranno le foto segnaletiche di faccia e di profilo, prenderanno le sue impronte digitali e poi lo accompagneranno di nuovo a casa, nella veste di detenuto agli arresti domiciliari.

Tutto questo avverrà in automatico se nel frattempo il Senato avrà votato la decadenza di Berlusconi in base alla cosiddetta «legge Severino » (di qui il tentativo del Pdl di prendere tempo in commissione). Se invece l’ex capo del governo fosse ancora un senatore in carica, ci vorrà la ratifica dell’arresto da parte dell’assemblea di Palazzo Madama. Ma il voto non riguarderà più l’interpretazione della legge, la sua costituzionalità o i ricorsi alle corti europee; si tratterà solo di votare l’applicazione della sentenza, e sarà difficile trovare argomenti per convincere la maggioranza a respingere l’esecuzione della pena.

Dopodiché, l’idea di un Berlusconi che esercita l’attività di leader politico dagli arresti domiciliari – preconizzata da qualcuno in questi giorni con viavai di politici in casa, telefonate continue, proclami televisivi e iniziative d’altro tipo – non sembra di semplice realizzazione. Tutt’altro. È stato ancora Coppi a illustrare la situazione all’incredulo condannato: da detenuto, anche per incontrare i suoi figli dovrà chiedere il permesso al giudice. Perché sono residenti altrove, e dunque potranno parlargli solo previa autorizzazione, in giorni predefiniti e per tempi limitati. Saranno interdetti i contatti con chiunque non abiti nella casa-prigione, a parte due avvocati di fiducia.

Anche il fido Gianni Letta, per dirne uno, dovrà rivolgersi al magistrato di sorveglianza specificando i motivi dell’incontro, come ogni altro consigliere, amico, esponente politico (deputati e senatori normalmente possono entrare in carcere in virtù del sindacato ispettivo che compete al loro ruolo, ma non nelle abitazioni dei reclusi ai domiciliari).

La schiera dei domestici, probabilmente, dovrà essere ridotta e selezionata rispetto all’attuale composizione. E il luogo della detenzione, verosimilmente, non potrà essere Arcore dove c’è un hangar con relativo elicottero pronto a levarsi in volo, bensì la residenza romana di palazzo Grazioli. O qualche altra casa dove non ci siano tentazioni di fuga così a portata di mano.

Tutto questo consiglierebbe Berlusconi a scegliere quanto prima la strada del lavoro socialmente utile, alternativo alla detenzione, che il leader del Pdl ha finora mostrato di non gradire poiché la considera una forma di accettazione della condanna che lui insiste nel voler rifiutare. Inoltre l’affidamento in prova – che in ogni caso dev’essere accordato dal giudice – significherebbe cominciare a scontare la pena (un anno, grazie all’indulto, ridotto a nove mesi dall’ulteriore sconto garantito dalla legge penitenziaria). Un pre-requisito necessario, in teoria, all’eventuale concessione della grazia, unico rimedio rispetto all’altra spada di Damocle che pende sul capo di Berlusconi: l’interdizione dai pubblici uffici che la corte d’appello di Milano si appresta a rideterminare secondo le indicazioni ricevute dalla corte di cassazione.

Indipendentemente dall’esito della procedura per la decadenza, l’interdizione – che arriverà tra poco più d’un mese, e si prevedono spazi molti stretti per un ulteriore ricorso di legittimità – riproporrà il tema dell’uscita di Berlusconi dal Senato. Legata anch’essa a un voto di ratifica che, considerati i rapporti di forza a Palazzo Madama, pare abbastanza scontato. Senza la grazia e senza immunità parlamentare, insomma, Berlusconi tornerà ad essere un condannato come gli altri. E un imputato e indagato come gli altri, nei procedimenti ancora aperti. Con tutti i rischi del caso: non solo gli ipotetici arresti preventivi, da più parti paventati, ma anche perquisizioni e possibilità di intercettazioni dirette.


Macaluso: “Napolitano sarà coerente niente grazia tombale né voto con il Porcellum”
Umberto Rosso intervista Emanuele Macaluso
(da “la Repubblica”, 10 settembre 2013)

ROMA â— Le eccezioni sollevate in Giunta dal Pdl? «Possono anche essere approfondite, così il Pd non offre l’alibi del plotone di esecuzione già schierato. I tempi non sono poi così essenziali. Vedrete, Berlusconi all’ultimo istante si dimetterà ». Il Cavaliere che spera sempre nel Quirinale per la grazia tombale? «Tutte balle. Napolitano è stato chiarissimo: niente clemenza sulle pene accessorie ».

E i falchi berlusconiani che vogliono rovesciare il tavolo del governo? «Nessuno si illuda. Il decreto di scioglimento delle Camere non lo firmano certo nè Brunetta ne la Santanchè. Napolitano non scioglierà finché resta in piedi il Porcellum ». Emanuele Macaluso, grande vecchio del Pci e grande amico del Colle, osserva il braccio di ferro e va controcorrente.

Senatore, il Pdl non sta cercando di far saltare le decisioni sulla decadenza?
«Battaglia persa. Lo ha spiegato perfino l’ex avvocato di Berlusconi, Pecorella, e ormai c’è anche la data per il processo: il 19 ottobre a Milano sarà ricalcolato il “quantum” di interdizione dai pubblici uffici per Berlusconi. E a quel punto finirà comunque fuori dalla scena politica ».

E la guerra scatenata nella giunta per le elezioni?
«Una campagna politica. Una dichiarazione di esistenza in vita. Berlusconi spedisce l’ultimo messaggio ai suoi elettori: ci sono ancora, sono qui. Poi, un attimo prima che il presidente apra le votazioni, il Cavaliere si dimetterà ».

Ne è sicuro?
«Berlusconi non darà mai al centrosinistra la soddisfazione di finire sotto i colpi di una votazione che lo dichiari incandidabile ».

Il Pd fa muro contro le richieste del relatore Augello.
«Io penso che, se non servono solo a perdere tempo, le questioni si possano discutere e approfondire. Compresa la storia della retroattività. Per me, che non sono giurista ma ho 41 anni da parlamentare sulle spalle, la Severino è pienamente costituzionale. Ma visto che ci sono illustri giuristi che sollevano dubbi… Sono d’accordo con Violante: consentire a Berlusconi di difendersi, non dare l’impressione di una decisione già presa ».

Al Cavaliere non resta che insistere con Napolitano per un atto di clemenza tombale. Può ottenerla?
«No. Il capo dello Stato, nella sua nota del 13 agosto scorso, lo ha spiegato con estrema chiarezza. In quella dichiarazione, reagendo anche ad una campagna di falsificazioni e illazioni in cui si è distinto il Fatto, Napolitano ha spiegato che lui una grazia estesa anche alla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, non la concederà mai. Non è materia di discussione. Una eventuale valutazione sarebbe circoscritta, quando e semmai dovesse arrivare una domanda di Berlusconi al Quirinale, alla condanna principale ».

Il capo dello Stato «confida » nel sostegno dichiarato da Berlusconi al governo.
«Un riconoscimento alle parole pronunciate dal leader del Pdl, alle assicurazioni che sono state fornite al Colle, e di cui evidentemente è stato preso atto ».

Però nel Pdl sono pronti ad affondare Letta se passa la decadenza.
«Un ricatto al Pd, ma sbagliano. Nel Pd sono divisi su tutto ma nel mettere fuori gioco il Cavaliere dentro il partito, dal “fiorentino” al “piacentino”, si ritrovano in totale sintonia ».

Ma se Letta cade?
«Il decreto di scioglimento delle Camere non lo firmano certo i falchi del Pdl. Il presidente della Repubblica seguirà sempre gli interessi generali del paese, e non scioglierà mai senza una riforma del Porcellum ».

Troppo alto il costo politico di tenere in vita il governo?
«Le larghe intese sono uno stato di necessità. Vittorio Sermonti ha torto nella sua lettera a Napolitano sul costo della difesa del governo, sono d’accordo con quel che gli ha risposto Scalfari ».


Governo, il Pdl accelera verso la crisi col rebus della maggioranza alternativa
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 10 settembre 2013)

Se cade il governo (perché questo è lo scenario che incombe), cosa ci si deve attendere poi? Sembra la domanda più ovvia, la più scontata. Eppure non c’è uno solo protagonista del Palazzo che sappia darvi risposta. Nessuno sa con certezza a che cosa l’Italia sta andando incontro. Al massimo si fanno delle ipotesi, delle alate supposizioni. Ad esempio una parte del mondo politico ritiene che, caduto il governo Letta, se ne possa subito fare un altro. E che i voti del Pdl al Senato, dove la sinistra non è autosufficiente, possano essere rimpiazzati raccattando qua e là un po’ di «cani sciolti », transfughi grillini e berlusconiani. Nel migliore dei casi nascerebbe una coalizione gracile, in balia delle opposizioni, marchiata dal peccato d’origine del trasformismo. Avrebbe vita breve. E comunque, nessuno ha la certezza che vi sarebbero i numeri per strappare quantomeno la fiducia. Anzi, svariati indizi fanno ritenere il contrario. Per cui lo sbocco elettorale viene da molti giudicato probabile.

In un Paese normale, votare non sarebbe un dramma. Però, diversamente dagli altri, noi abbiamo il «Porcellum » che non è stato cambiato. E la legge in vigore ha la triste caratteristica di non poter garantire una maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Era stata concepita per un sistema bipolare, nessuno aveva previsto l’irruzione di Grillo. Per vincere davvero, con il «Porcellum » occorre stravincere. Chi arriva primo deve registrare perlomeno 5-6 punti di vantaggio sul secondo classificato, altrimenti si ritrova come Bersani 6 mesi fa. L’unico che sulla carta potrebbe farcela sembra Renzi: i sondaggi gli accreditano un consenso personale molto elevato. Però al momento, negli stessi sondaggi, il centrodestra risulta avanti (chi sostiene di 1 chi di 4 punti percentuali). E le campagne elettorali non sono mai state marce di trionfo. Perfino con un centrosinistra guidato da Renzi, nessuno potrebbe offrire la ragionevole garanzia di governo stabile. Il rischio da prendere in attenta considerazione è che ci si ritrovi esattamente nelle condizioni attuali. Anzi peggio, perché non si vede come potrebbe rinascere dalle sue ceneri un governo delle larghe intese appena travolto dalla condanna di Berlusconi. E una maggioranza Pd-M5S, che chance avrebbe? Mistero. Attualmente non risulta che Grillo e Casaleggio siano interessati, altrimenti il patto già si sarebbe fatto. Per cui siamo nel regno dei presagi e delle macumbe.

Qualcuno ipotizza che il «Porcellum » possa essere aggiustato in corsa, magari solo per metterlo al riparo dalla Consulta, chiamata il 3 dicembre a pronunciarsi sulla sua costituzionalità… Ma se i grandi partiti non sono riusciti ad accordarsi finora sulla nuova legge, cosa fa supporre che ci riescano nelle prossime settimane, oltretutto con le elezioni alle porte? Restiamo, come si vede, nel campo delle superstizioni. E nonostante il futuro sia avvolto da una fitta nebbia, i nostri eroi stanno allegramente spingendo tutti quanti, chi più e chi meno, verso la crisi di governo. All’insegna del «Dio provvede ».


Violante zittisce ancora il Pd: “Rinviare il caso alla Consulta? La Giunta lo fece già nel 2009”
di Chiara Sarra
( da “il Giornale”, 10 settembre 2013)

Nonostante ripeta da giorni che la sua non è un’apertura a Berlusconi e al Pdl, Luciano Violante ribadisce quello che dice da giorni: bisogna dare al Cavaliere la possibilità di difendersi.
E sottolinea come, a livello giuridico, la vera questione è “se la Giunta possa sollevare eccezioni di costituzionalità sulla legge Severino o fare ricorso alla Corte di Lussemburgo”.

È questa quindi la prima pregiudiziale su cui l’organo è chiamato a votare. Ma, ricorda lo stesso giurista, c’è un precedente: “La Consulta e lo stesso Pd nel luglio del 2009 decisero che la Giunta poteva sollevare eccezioni di questo tipo”. Parlando a Radio 24, Violante ha quindi concluso: “Oggi vedremo. Chiaramente se si decide che non si possono sollevare questioni, la vicenda è chiusa. Se invece, come molti costituzionalisti anche recentemente hanno sostenuto, si può agire in quel senso e bisogna passare alle altre due questioni sollevate dal relatore”.

Ma, tiene a precisare, nessun lodo per salvare Silvio Berlusconi: “È solo una proposta banale, e cioè che tutti hanno diritto di difendersi”, ha chiarito, “A parte che lodo è una parola infelice per i suoi precedenti io non ho avanzato lodi o vie d’uscita per Berlusconi. Da magistrato mi son sempre battuto per i diritti delle persone in difficoltà. Chi si trova davanti a un procedimento deve potersi difendere. Ma ormai noto che anche tutti i dirigenti del Pd dicono la stessa cosa”. Violante comunque ha definito un ricatto politico la posizione del Pdl: “Dire se si vota in Giunta c’è la crisi di governo mi sembra un ricatto politico. Il Pdl a parti invertite non accetterebbe mai un ricatto di questo genere, è una pressione inaccettabile nel modo più assoluto”.


Berlusconi, Pdl infuriato. Brunetta: “Nascerà maggioranza tra Pd, Sel e 20 dissidenti M5S”
di Redazione
(da “Libero”, 10 settembre 2013)

Il Pdl è imbufalito. Anzi, “esterrefatto” per usare il termine utilizzato dal segretario, nonché vicepremier Angelino Alfano. A far saltare sulla sedia lo stato maggiore azzurro, naturalmente, è stato l’atteggiamento da muro contro muro del Pd in Giunta per le Elezioni, dove lunedì sera è scoppiata la rissa tra centrodestra e centrosinistra. In ballo c’è la decadenza di Silvio Berlusconi e la sopravvivenza del governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta. Ma il sospetto, in via dell’Umiltà (più che un sospetto, una certezza) è che dietro la linea dura sostenuta in Giunta da Felice Casson & Co. ci sia un materasso morbidissimo: un’alleanza tra Pd, Sel e Movimento 5 Stelle, o almeno 20 dissidenti grillini.

“Maggioranza Pd-5 Stelle, abbiamo i nomi” – “Se il Pd vota con Grillo cadrà il governo – è l’avvertimento di Renato Brunetta -. Se il partito cosiddetto democratico voterà assieme ai grillini per la decadenza, senza se e senza ma, del senatore Berlusconi farà cadere la coalizione di governo, la maggioranza di governo e quindi cadrà il governo. La responsabilità sarà solo e comunque del partito cosiddetto democratico”. D’altronde, calca la mano l’ex ministro della Funzione pubblica, il ribaltone grillino “succederà certamente”: “Sono circa 20, si sanno già anche i nomi. Al Senato, quello che si prospetta è una maggioranza Pd, Sel, fuoriusciti dal M5S”.

“Il Pd mette in ginocchio l’Italia” – “Pur di eliminare per via giudiziaria lo storico nemico politico, preferiscono mettere in ginocchio il Paese”, accusa Alfano, alzando la temperatura in vista della seduta decisiva di questa sera alle 20 a Sant’Ivo alla Sapienza, quando la Giunta si riunirà per votare le tre pregiudiziali presentate ieri dal relatore Andrea Augello (e il senatore azzurro Lucio Malan ne presenterà una quarta sulla natura penale o amministrativa della decadenza). Si parlerà della irretroattività della legge Severino. Concetto, sottolinea il segretario del Pdl, già chiarito da giuristi e personalità neutre, ma che il Pd vuole ignorare applicando la “Severino” retroattivamente e “in fretta e furia” al caso Berlusconi. “Tutto ciò è davvero incredibile oltre che insopportabile”, attacca Alfano. Anche Mariastella Gelmini parla di “una corsa contro il tempo pur di eliminare in 48 ore il nemico di sempre” e pure la colomba Gaetano Quagliariello, ministro delle Riforme convocato da Alfano insieme agli altri colleghi di partito nel governo, si scalda: “Noi non vogliamo fare atti inconsulti ma non intendiamo subirli, la giunta del Senato ha l’obbligo di approfondire la posizione di un parlamentare, non si possono fare gli errori del passato”. “Ormai è chiaro – twitta Mara Carfagna -, per il Pd vale il motto: muoia Sansone con tutti i Filistei. Non hanno capito però che loro saranno l’uno o gli altri”.


Berlusconi, il patto tradito tra Pd e Cavaliere che farà saltare Letta
di Claudio Brigliadori
(da “Libero”, 10 settembre 2013)

“Mi hanno tradito”, ripeteva ai suoi Silvio Berlusconi, furibondo vista la piega degli eventi in Giunta per le elezioni. L’accelerazione del Pd, i cui membri insieme a quelli del Movimento 5 Stelle vogliono votare no, e subito, alle tre pregiudiziali avanzate dal relatore Andrea Augello (Pdl) dalle parti di via dell’Umilità è stata letta come un’imboscata belle a buona. Perché un patto, tradito, c’era davvero. Un’intesa per dare ossigeno non solo al Cavaliere (sui cui pende comunque la spada di Damocle della sentenza d’Appello sull’interdizione, che potrebbe arrivare già il 19 ottobre) ma soprattutto al governo Letta. E invece, tutto sta precipitando.

Il patto tradito – Ma qual’è, anzi qual’era questa intesa? Prova a svelarla il Corriere della Sera, secondo cui Berlusconi e Pd avevano trovato un compromesso a metà tra bizantinismo italico e pragmatismo nordico. I senatori democratici, scrive Francesco Verderami nel suo retroscena, avrebbero dovuto votare per la decadenza di Berlusconi rimettendo però la decisione definitiva sulle tre pregiudiziali sulla legge Severino all’aula del Senato. Un voto sub judice, dunque, quello della Giunta in attesa della valutazione del Senato. E che avrebbe permesso, per esempio, al Cavaliere di recarsi in Aula e parlare ai colleghi, per autodifendersi. La discussione, inoltre, avrebbe avuto tempi decisamente più lunghi rispetto alla Giunta. I più “ottimisti” parlavano addirittura di gennaio 2014 come traguardo d’arrivo. Tre mesi abbondanti di possibilità di mediazione (anche col Colle) senza contare i ricorsi alla Corte costituzionale e alla Corte di Giustizia del Lussemburgo e quella di Strasburgo sui diritti dell’uomo.

Chi ci rimette – Un patto saltato, però, per volontà dei pasdaran del Pd. Troppo ghiotta l’opportunità di avere su un piatto d’argento la testa del Cavaliere, nel giro di un paio di giorni. E chissà che con la testa di Berlusconi non rotolino anche quelle di Letta (a meno che, in caso di crisi, il Quirinale non spinga per un governo di scopo Letta-bis, improbabile al momento) e quella di Matteo Renzi. Che sarà sì candidato premier del Pd, con ogni probabilità, ma che perlomeno se si andasse a votare subito non potrà mai essere segretario del partito. E anche queste, per certi pasdaran, sono soddisfazioni.


L’armistizio Badoglitano
di Marco Travaglio per “Il Fatto Quotidiano”
(da “Dagospia”, 10 settembre 2013)

Non c’era miglior modo per solennizzare l’anniversario dell’8 settembre ’43, simbolo dell’Italia voltagabbana e opportunista: se 70 anni fa Real Casa e Badoglio si giocarono la faccia e il futuro con l’armistizio, il cambio di alleanza e l’immortale annuncio “la guerra continua”, ovviamente dalla parte opposta, anche oggi è tempo di sacrifici umani per garantire l’agognata “pacificazione”. Non più fra italiani e angloamericani, ma fra guardie e ladri.

L’altro giorno Sallusti ha sferrato sul Giornale un attacco suicida a Napolitano che lo salvò dagli arresti forzando le regole e le prassi, mentre con B. ancora non l’ha fatto. Ieri un altro kamikaze, Fedele Confalonieri, ha tentato di farsi esplodere sul Senato con un’intervista al sito di Magna Carta ripreso dal Pornale: “La prova che la condanna di B. è aberrante è che io, che sono quello che firma i bilanci Mediaset, sono stato assolto”. Ecco di cosa avranno parlato lui e Napolitano, nell’amorevole colloquio dell’altro giorno.

Naturalmente il disperato tentativo di immolarsi per l’amico Silvio è a costo zero (essendo già stato assolto, non può più essere riprocessato per lo stesso reato: ne bis in idem). E addirittura controproducente: l’assoluzione di Confalonieri al processo Mediaset rafforza la condanna di B. e dimostra che i giudici non condannano alcuno perché “non poteva non sapere” (“È fortemente plausibile” – scrive la Corte d’appello – che Confalonieri, per le sue cariche aziendali e la vicinanza a B. “fosse a conoscenza della frode e, violando i suoi precisi doveri, nulla abbia fatto” per fermarla; ma ciò non basta a condannarlo).

Non per questo il gesto del fedele Fidel è meno encomiabile e commovente. Il novello Salvo d’Acquisto carica sulle sue spalle le colpe di Silvio (“prendete me”), subentrando nel ruolo di scudo umano a Paolo B., ormai inservibile dopo varie assoluzioni dai reati che invano confessava per conto del fratello finendo in galera al posto suo.

Alla nobile gara di solidarietà partecipa anche il pm veneziano Carlo Nordio, giocandosi quel che resta della sua credibilità aderendo come la carta moschicida alla tesi farlocca della non retroattività della Severino.

“Anche nella religione – sdottoreggia il giureconsulto lagunare – è così. È un po’ di tempo che la Chiesa dice: non pagare le tasse è un peccato mortale. Benissimo. Ora so che se non le pago vado all’inferno, ma da ora in poi. Non per quelle che non pagavo tanti anni fa”. Già, un po’ di tempo. Quanti anni saranno che Mosè portò giù le tavole col VII comandamento “Non rubare”? Qualche mese, non di più.

Intanto Scalfari sfida le ire dei suoi lettori con l’affettuoso invito all’ex nemico B. perché “chieda un provvedimento di clemenza”, nel qual caso “forse l’otterrebbe” dal suo amico Napolitano (suo di B. e di Scalfari). A patto – si capisce – che “assicuri il percorso del governo per il tempo necessario” (a chi? Soprattutto a B. per farla franca e a Napolitano per non doversi dimettere).

E ci aiuti a liberarci della vera piaga che ammorba il Paese: “la sinistra movimentista e para-grillina” che vorrebbe “buttare giù il governo e andare alle elezioni”, col rischio che nemmeno stavolta diano l’esito sperato e costringano chi di dovere a un nuovo golpetto tipo Egitto. Molto meglio un bell’armistizio, a suggello della trattativa Stato-Mediaset.

Seguirà monito para-badoglino: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’ìmpari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Berlusconi, comandante in capo delle forze alleate di Mediaset-Fininvest-All Iberian.

La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze Mediaset-Fininvest-All Iberian deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Firmato: Badoglitano.


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Bart