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Napolitano irritato dal Pdl. Ora due ipotesi: governo di scopo o dimissioni

26 Settembre 2013

di Redazione
(da “Libero”, 26 settembre 2013)

Spiazzato, infastidito, irritato. Giorgio Napolitano ha accolto con sorpresa (negativa) l’annuncio che i parlamentari Pdl si dimetteranno non appena si voterà (in Giunta, o in Senato) la decadenza di Silvio Berlusconi. Di fatto, un altro ultimatum al governo di Enrico Letta pochi giorni dopo la richiesta del Colle di “procedere senza incertezze e rotture” lungo la strada della ripresa economica. E ora Napolitano, di fronte alla linea dura del Cavaliere, starebbe meditando azioni clamorose: per esempio, le dimissioni. Le sue.

L’ipotesi dimissioni – Il Quirinale, scrive Tommaso Montesano su Libero in edicola oggi, giovedì 26 settembre, avrebbe interpretato l’accelerazione del Pdl come una pressione, se non addirittura una minaccia, per indurlo ad assumere un atteggiamento diverso sul caso Berlusconi, magari in direzione di un provvedimento di clemenza o commutazione della pena da concedere motu proprio. Napolitano sta seguendo con comprensibile apprensione gli sviluppi della situazione politica. Appena due giorni fa il presidente della Repubblica aveva colto segnali di distensione bipartisan al termine dei colloqui avuti sul Colle con i leader di Pd e Pdl, Guglielmo Epifani e Angelino Alfano, e con il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini. Ma ora tutto pare cambiato, di nuovo.

Le due incognite – Le dimissioni di Napolitano, naturalmente, sarebbero l’ultima risorsa perché, al di là di complicare uno scacchiere già drammaticamente confuso, getterebbero l’Italia in un vortice di insicurezza con evidenti ripercussioni sul piano internazionale. L’alternativa, allora, potrebbe essere lavorare per un “governo di scopo” che guidi il Paese alle elezioni anticipate tra febbraio e marzo, dopo aver messo a punto la riforma elettorale. Restano però due incognite, sottolinea Fausto Carioti sempre su Libero: intanto bisognerà vedere se il voto di metà ottobre che si terrà a scrutinio segreto nell’aula del Senato (difficile che le dimissioni siano davvero date il 4 ottobre, dopo il giudizio della giunta) sancirà la decadenza di Berlusconi dal Parlamento. Voto quasi scontato (Pd, grillini e vendoliani, favorevoli, arrivano a quota 165, la maggioranza è di 161) a meno che il pressing del Pdl non susciti qualche timore (di fine legislatura) ai più incerti. Il secondo dubbio riguarda proprio le reali intenzioni degli azzurri e del loro leader: sono davvero disposti ad andare sino in fondo, abbandonando lo scranno per ottenere lo scioglimento delle Camere?


Sentenza Berlusconi, scontro Pdl-Napolitano. E Letta chiede subito un chiarimento
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 26 settembre 2013)

Tra il Pdl e Napolitano è ormai scontro. Dopo aver minacciato di lasciare il Parlamento in massa, il Pdl sta raccogliendo le firme dei deputati per rassegnare le dimissioni. I singoli parlamentari stanno consegnando le firme al capogruppo del Pdl alla Camera Renato Brunetta. L’iniziativa è una prima risposta alla nota del capo dello Stato che stamane si è espresso duramente sull’iniziativa: «Annuncio del Pdl inquietante », «le sentenze si applicano » e «assurdo evocare il colpo di Stato », aveva scritto il capo dello Stato. La replica di Schifani e Brunetta non tarda: «Questo voto (della Giunta, ndr) calpesta un principio fondamentale dello stato di diritto, quello della “irretroattività delle leggi”. La definizione quindi di “colpo di Stato” e di ‘operazione eversiva non è inquietante ma è invece assolutamente realistica e pienamente condivisibile. Nel pomeriggio poi si pronuncia anche la Santanchè: «Napolitano arrogante e non imparziale. A differenza di Napolitano, che non è stato eletto dal popolo, ma nominato da segreterie politiche, devono rispondere delle loro scelte non certo al Presidente della Repubblica ma esclusivamente a milioni di italiani che li hanno liberamente eletti ».

LETTA – Inevitabili le ripercussioni sul governo. Il premier Enrico Letta parlerà questa sera in conferenza stampa da New York intorno alle ore 19.20 (ora italiana). Secondo quanto si apprende da fonti di palazzo Chigi, è in quella sede che spiegherà come intende affrontare la questione delle ventilate dimissioni di massa dei parlamentari Pdl. Ma le persone vicine a Letta spiegano che la parola «verifica » è una roba «da prima Repubblica » e qualsiasi chiarimento avverrà nelle sedi parlamentari o di governo e non in vertici di maggioranza o nei partiti. Letta pensa ad un intervento in Parlamento che poi possa essere votato dalla maggioranza. Un passaggio nel quale il premier porrebbe sul tavolo il problema della «stabilità » e dove ciascun attore politico si assumerebbe le proprie responsabilità.

IL TESTO – Ma quali sono le parole usate dal presidente della Repubblica che tanto hanno fatto arrabbiare il Pdl? «L’orientamento assunto ieri sera dall’Assemblea dei gruppi parlamentari del Pdl non è stato formalizzato in un documento conclusivo reso pubblico e portato a conoscenza dei Presidenti delle Camere e del Presidente della Repubblica. Ma non posso egualmente che definire inquietante l’annuncio di dimissioni in massa dal Parlamento – ovvero di dimissioni individuali, le sole presentabili – di tutti gli eletti nel Pdl. Ciò configurerebbe infatti l’intento, o produrrebbe l’effetto, di colpire alla radice la funzionalità delle Camere ». È quanto si legge nella dichiarazione del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in risposta alle dichiarate intenzioni dei parlamentari del Pdl di dimettersi in massa.

LA PRESSIONE – «Non meno inquietante – aggiunge Napolitano – sarebbe il proposito di compiere tale gesto al fine di esercitare un’estrema pressione sul Capo dello Stato per il più ravvicinato scioglimento delle Camere ». «C’è ancora tempo, e mi auguro se ne faccia buon uso – prosegue il capo dello Stato – per trovare il modo di esprimere – se è questa la volontà dei parlamentari del Pdl – la loro vicinanza politica e umana al Presidente del Pdl, senza mettere in causa il pieno svolgimento delle funzioni dei due rami del Parlamento ».

IL COLPO DI STATO – «Non occorre poi neppure rilevare la gravità e assurdità – conclude – dell’evocare un “colpo di Stato” o una “operazione eversiva” in atto contro il leader del Pdl. L’applicazione di una sentenza di condanna definitiva, inflitta secondo le norme del nostro ordinamento giuridico per fatti specifici di violazione della legge, è dato costitutivo di qualsiasi Stato di diritto in Europa, così come lo è la non interferenza del Capo dello Stato o del Primo Ministro in decisioni indipendenti dell’autorità giudiziaria ».

LA REAZIONE DEI CAPIGRUPPO PDL – «La definizione di «colpo di Stato e di operazione eversiva non è inquietante ma è invece assolutamente realistica e pienamente condivisibile » hanno dichiarato in una nota congiunta i capigruppo del Pdl al Senato Renato Schifani, e alla Camera Renato Brunetta rispondendo a Giorgio Napolitano.

IL CONVEGNO – Con questa motivazione Giorgio Napolitano ha spiegato perché non sarà presente al convegno al Senato su De Gasperi. Lo ha fatto in una lettera di scuse, all’indomani della assemblea dei parlamentari del Pdl in cui hanno deciso che se il 4 ottobre la Giunta del Senato voterà la decadenza di Berlusconi, si dimetteranno in massa.

LE REAZIONI – Immediati i commenti alle parole di Napolitano. A cominciare dal coordinatore del Pdl Sandro Bondi: il presidente della Repubblica «avrebbe dovuto ascoltare personalmente i Presidenti dei nostri gruppi parlamentari. Se lo avesse fatto, prima di rendere pubbliche dichiarazioni che suonano inevitabilmente come giudizi di carattere politico, avrebbe potuto riconoscere l’alto valore istituzionale, politico e etico del nostro gesto ». Dalla parte del partito di Berlusconi si schiera subito il segretario della Lega Nord, Roberto Maroni: «Anche noi siamo assolutamente favorevoli alla caduta del governo Letta. Se la posizione annunciata ieri sera dal Pdl sarà seguita dai fatti, sosterremo questa azione », ha detto da Torino. Da Ignazio La Russa, di Fratelli d’Italia, arriva una sferzata diretta alla strategia pdl: «Non mi metto certo a piangere se a rischio è il Governo. Piuttosto non capisco perché invece di far dimettere i ministri, il Pdl abbia scelto di far dimettere i parlamentari ». Di «bluff da operetta » parla invece il capogruppo M5S in Senato Nicola Morra, sottolineando come i grillini siano pronti a accettare le eventuali dimissioni e a sfidare il Pd a fare lo stesso. Al convegno a cui avrebbe dovuto partecipare Napolitano c’era anche il ministro dell’Interno e segretario del Pdl Angelino Alfano nella veste di presidente della Fondazione Alcide De Gasperi: l’esecutivo «è nato su una spinta appassionata di chi si è reso conto che per lasciar fuori il populismo » bisognava tenere insieme «i due grandi partiti. Ma ci vuole sincera condivisione e rispetto reciproco ». Il ministro per le riforme Gaetano Quagliariello, del Pdl, è invece lapidario: «Le dimissioni si danno e non si annunciano – ha detto -. Ieri comunque non abbiamo votato alcuna dimissione ».

LA NOTA DEL COLLE – Già mercoledì sera, subito dopo lo scioglimento dell’assemblea, in una nota diffusa dal Quirinale si leggeva: «Il presidente della Repubblica si riserva di verificare con maggiore esattezza quali siano state le conclusioni dell’assemblea dei parlamentari del Pdl ». In poche righe fonti del Colle inquadravano lo stupore del capo dello Stato per le indiscrezioni uscite dall’incontro di Silvio Berlusconi con i senatori e i deputati del Popolo della libertà. Indiscrezioni che parlavano di «dimissioni di massa » dei parlamentari pidiellini nel caso che venga votata il 4 ottobre la decadenza del Cavaliere. Condite con alcune valutazioni dell’ex premier che avrebbe nuovamente attaccato le toghe e parlato di «operazione eversiva » contro lo Stato di diritto. Parole pesanti che, insieme alle indiscrezioni sulle dimissioni, hanno creato una miscela esplosiva.

MANIFESTAZIONE DI FI RINVIATA – Intanto Silvio Berlusconi continua a non arretrare di un millimetro e vuol tenere il punto sul nodo della decadenza dopo le dimissioni di massa minacciate dai suoi parlamentari. La manifestazione di Forza Italia programmata per sabato mattina e poi annullata mercoledì sarebbe stata solo rinviata. La prossima settimana, riferiscono fonti di palazzo Grazioli, l’ex premier sarebbe intenzionato a scendere in piazza.


Minaccia dimissioni Pdl, Napolitano: “Fatto improvviso e istituzionalmente inquietante”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 26 settembre 2013)

“Ieri si è verificato un fatto politico improvviso e istituzionalmente inquietante cui oggi devo dedicare la mia attenzione”. Così, in una lettera che è stata letta da Maria Romana De Gasperi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha motivato la sua assenza, questa mattina, a Palazzo Giustiniani al convegno promosso dalla Fondazione De Gasperi sul rilancio dell’unità politica dell’Europa per superare la crisi economica.

Il “fatto inquietante” è l’assemblea dei parlamentari Pdl di ieri dove è stata annunciata la possibilità di dimissioni di massa dalle Camere nel momento in cui il Senato votasse la decadenza del leader, che si è di nuovo presentato come un perseguitato dalla giustizia che non dorme “da 55 giorni”, cioè dalla condanna definitiva per frode fiscale.  Il capo dello Stato non aveva ancora commentato le minacce pidielline, limitandosi a una gelida nota diffusa ieri in serata:  ”Il presidente della Repubblica si riserva di verificare con maggiore esattezza quali siano state le conclusioni dell’assemblea dei parlamentari del Pdl”.

Ora l’irritazione del Quirinale prende corpo nella lettera inviata agli organizzatori del convegno disertato. Ed è sempre più vicina la rottura tra il Presidente e il Cavaliere. Oltre ai toni usati da Berlusconi contro le toghe, definite “eversive” pochi giorni dopo l‘esortazione dello stesso Napolitano a disinnescare il conflitto politica-magistratura, al Quirinale non va giù che la minaccia di Aventino sia arrivata proprio mentre il presidente del Consiglio Enrico Letta si trovava a New York per decantare alla comunità finanziaria le opportunità di investimento in Italia, garantite anche dalla “stabilità” del Paese. Che un pregiudicato possa semisvuotare il parlamento pur di scampare alla sua condanna non deve apparire affatto rassicurante. Certo, come tutti Napolitano mette in conto che possa trattarsi di un bluff, di un colpo di coda prima dell’inevitabile uscita di scena (almeno come parlamentare) di Berlusconi, e prima che il duo Letta-Napolitano blindi gli alleati riottosi in un documento vincolante salva-larghe intese . Ma l’impatto negativo sull’immagine del paese resta devastante.

Il punto è che non sembrano esserci margini di trattativa. Dal 15 ottobre Silvio Berlusconi dovrà iniziare a scontare la sua pena, e i tempi per la decadenza – o in base la legge Severino o per l’interdizioni dai pubblici uffici – non possono essere dilatati in eterno. E’ veramente difficile che in questo lasso di tempo il presidente della Repubblica possa intervenire con un provvedimento di grazia o di commutazione della pena, o che possa pressare il Pd per una “soluzione politica” che passi da un voto anti-decadenza in Senato. Insomma, al momento non si capisce dove le minacce del Pdl possando davvero portare.

L’unico effetto immediato è quello di mandare in fibrillazione il governo Letta. All’annuncio filtrato dall’assemblea pidiellina è seguito un vortice di contatti tra New York, dove si trova il presidente del Consiglio Letta, e Roma. Dario Franceschini ha fatto da tramite contattando il vicepremier e segretario del Pdl Angelino Alfano (sentito in serata anche dal capo del governo) al quale ha contestato “l’assurdita” della posizione espressa dal Pdl proprio mentre il premier stava parlando di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite. Si racconta di un Letta profondamente amareggiato che, pur decidendo di non commentare l’accaduto, avrebbe ripetutamente chiesto spiegazioni da oltreoceano dopo che aveva ricevuto garanzie dal suo vicepremier su toni e contenuti ‘pacati’ dell’assemblea.

Ora Napolitano farà le sue “verifiche”, dato che l’assemblea Pdl si è svolta a porte chiuse e tutto quello che se ne sa è frutto di indiscrezioni giornalistiche. Una strada potrebbe essere quella di convocare al Quirinale i capigruppo del Pdl Schifani e Brunetta. Intanto, la forte pressione di Palazzo Chigi e del Pd (Epifani ha parlato di “irresponsabilità”) sul Pdl sembra aver sortito come primo effetto una prima “frenata” da parte del Popolo della libertà: tanto che dalla proposta di dimissioni accettata per “acclamazione” dai parlamentari si sarebbe passati a semplici ipotesi, con Brunetta pronto a gettare acqua sul fuoco e a smentire anche quest’ultimo scenario.


Quella telefonata tra il premier e Alfano. La complicata partita del Quirinale
di Francesco Verderami
(dal “Corriere della Sera”, 26 settembre 2013)

Non è uno strumento di pressione né tantomeno un’arma di ricatto, perché a Berlusconi era chiaro che il Pd non avrebbe mosso un dito per salvarlo dalla decadenza, tanto più ora che prepara l’Aventino. Più banalmente la decisione presa ieri è il riflesso istintivo di chi si sente perso e finisce per perdere anche quel che aveva conquistato nelle durissime sfide del Quirinale e del governo: il centro del ring politico. Ora dal ring il Cavaliere ha deciso di scendere, scorgendo proprio in Napolitano il suo più acerrimo nemico – così lo definisce – «perché è lui che mi vuol fare condannare ». Ormai senza più freni inibitori, si trascina appresso un partito dilaniato dagli appetiti di potere, e dove – pur di non perdere posizioni – sono state le colombe a trasformarsi in falchi nell’ultimo vertice di palazzo Grazioli, precipitando una decisione che sarebbe dovuta maturare dopo il voto del 4 ottobre con cui il Senato accompagnerà il leader del centrodestra alla porta del Parlamento.

Eppure era stato Berlusconi, ancora fino alla scorsa settimana, a frenare l’impeto di chi voleva far saltare subito il banco, spiegando che «se facessi cadere il governo mi metterei contro il Quirinale, i poteri forti con i loro giornali, il Wall Street Journal , il Financial Times . E pure quelli del Ppe direbbero che avevano ragione a non fidarsi di me ». Ma i fantasmi che non lo fanno dormire di notte hanno preso infine il sopravvento, e le ombre di nuovi provvedimenti giudiziari avversi si sono fatte carne quando gli hanno riferito che la procura di Milano avrebbe pronte numerose richieste di misure cautelari contro le «Olgettine », che si sarebbero macchiate di falsa testimonianza al processo Ruby pur di salvarlo dalla condanna. È stato a quel punto che non ci ha visto più. E ha tratto il dado. Il modo in cui l’ha fatto è stato se possibile più dirompente della stessa decisione, perché – scardinando le regole istituzionali – non ha preannunciato la scelta nemmeno al Quirinale. D’altronde, con il capo dello Stato – considerato il regista della congiura – i rapporti si erano ormai interrotti, e il tentativo di Napolitano di riavviare il dialogo, chiamando Alfano al Colle, non ha avuto effetto. Un indizio si era potuto cogliere già ieri mattina, alla festa organizzata in Rai per i novanta anni di Zavoli, e dove è stato notato come il presidente della Repubblica – premuroso con tutti gli ospiti – si è scambiato solo un gelido saluto con Gianni Letta.

Il botto ha preso alla sprovvista anche la delegazione dei ministri del Pdl, se è vero che Alfano ha saputo dell’accelerazione a cose fatte, di ritorno dalla sua visita in Piemonte al cantiere dell’Alta velocità. E il colloquio con Enrico Letta – dall’altra parte dell’Atlantico – è stato quasi una sorta di commiato. Perché il premier sa di non avere margini di manovra, sa che i falchi che militano nel Pd si accingono a chiedergli un gesto «per salvare l’onore tuo e del tuo partito ». È un gioco scoperto, l’ha spiegato al suo vice prima di prendere la parola all’Onu, confidando che la riunione dei gruppi parlamentari del Pdl non ufficializzasse la decisione: «Angelino, se scoppia il casino io mi dimetto anche ad qui ». Un’estrema forma di pressione, questa sì, che non poteva produrre effetti. E così è stato. Di qui la scelta del presidente del Consiglio di far finta di nulla, in attesa degli eventi. Perché ora bisognerà capire quanto potrà andare avanti la messinscena, ché di questo sotto il profilo tecnico si tratta, se è vero che le dimissioni dei parlamentari non provocano la crisi di governo né producono vuoti nelle Camere, siccome è previsto il subentro dei primi non eletti. Perciò Napolitano – che è il destinatario dell’offensiva politica – vuole smascherare i berlusconiani, caricati ieri sera da un capo che ha evocato il voto e la vittoria, sebbene tutti in quella sala – tra applausi e dimostrazioni di fedeltà – sapessero che tra un paio di settimane il Cavaliere sarà fuori dal Palazzo e che non avrà le urne.
In realtà, il primo a saperlo è proprio il Cavaliere, e non solo perché l’assenza di una riforma elettorale è garanzia di sopravvivenza della legislatura, ma soprattutto perché glielo ripetono settimanalmente i suoi amatissimi sondaggi, a mo’ di filastrocca: il Paese non vuole la crisi, il Pdl pagherebbe duramente il conto della crisi, la crisi non risolverebbe comunque i suoi problemi giudiziari mentre acuirebbe i problemi sociali. Ma non c’è verso, almeno così sembra, per placare l’ansia di chi si sente ormai braccato e vittima di una «operazione eversiva », e che – vellicato da quanti nel Pdl temono per il proprio futuro – sembra aver deciso di indossare l’armatura e teorizza una «insorgenza civile », chiama a raccolta i parlamentari e dice loro: «Servono dimostrazioni di massa, dovete pacificamente portare la gente per le strade, nelle stazioni, negli aeroporti, per denunciare la perdita della democrazia ». Toccherebbe al titolare dell’Interno la gestione dell’ordine pubblico, se non fosse che Alfano – prima di questo problema – ne ha un altro, tutto politico, a lui evidente senza che Schifani ieri sera lo enunciasse rispondendo a una domanda dei cronisti: «Le dimissioni dei ministri dal governo? Chiedetelo a loro ».

È scontato che il voto del Senato sulla decadenza di Berlusconi porrà i ministri dinnanzi a una scelta che appare scontata, e che stravolge lo schema fin qui previsto, quello del partito di lotta e di governo, che tiene un piede nell’esecutivo, attacca il Pd sull’economia e lo stressa per verificarne la tenuta in vista del loro congresso. Così invece il Pdl si assumerebbe la paternità della crisi. Ma tant’è. «Siamo un partito – dice Alfano – che non farà l’errore dei partiti della Prima Repubblica. Noi non ci divideremo, resteremo stretti attorno al nostro leader ». Berlusconi esorta i suoi parlamentari all’«estremo sacrificio »: «Abbiamo contro tutti. Siamo solo noi e dieci milioni di elettori ». Delle larghe intese restano macerie, è il Cavaliere a citare il de profundis: «Quelli del Pd dicono che l’alleanza con noi è contro natura e se ne vergognano. Ci dovremmo vergognare noi di loro ». Fine.


Una scelta di irresponsabilità istituzionale
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 26 settembre 2013)

La notizia ha dell’incredibile. Le dimissioni in massa di tutti i parlamentari del Partito della Libertà, se la Giunta del Senato dovesse votare per la decadenza del leader del centrodestra, Silvio Berlusconi, da palazzo Madama, in un momento così difficile per le sorti del Paese, annunciano una prova di irresponsabilità istituzionale, prima ancora che politica, davvero sconcertante.

Il giorno dopo le assicurazioni di Alfano al presidente della Repubblica, proprio mentre il premier Letta parla all’Onu e alla comunità finanziaria internazionale per convincere gli interlocutori dell’Italia sulla nostra stabilità politica, quando i conti pubblici sono tornati a rischio e i casi Telecom e Alitalia manifestano la grave crisi del nostro sistema produttivo, il dramma personale del leader del centrodestra rischia di portare l’Italia in una situazione di vero caos parlamentare, politico e istituzionale, con conseguenze economiche e finanziarie del tutto imprevedibili.

L’impressione è che la tragedia di un uomo, passato dagli onori della ribalta internazionale e dalla percezione di un successo imprenditoriale e politico straordinario e destinato a non finire mai nel consenso della maggioranza degli italiani, alla prospettiva di un arresto e, magari, del carcere sotto un diluvio crescente di accuse, abbia tolto a Berlusconi quella lucidità che gli aveva consentito sempre di calcolare, con molta accortezza, le conseguenze di ogni sua mossa. In questo tunnel di disperazione spinto, per giunta, da un manipolo di ultrà che non vedono il loro futuro politico e anche personale se non asserragliati intorno a lui, in una furibonda e inutile guerriglia contro chiunque non lo aizzi a iniziative sempre più incontrollate e controproducenti. Nella sostanziale incapacità dei molti e più avveduti suoi parlamentari di avere il coraggio di sottrarsi a un rassegnato e vile accodamento alle assurde proposte avanzate da tali ultrà.

Eppure, l’annuncio delle dimissioni in massa apre uno scenario tanto evidente quanto preoccupante. Mira, infatti, a impedire o a rendere drammatico il voto dell’assemblea al Senato per la ratifica della decisione della Giunta e a superare anche il verdetto della Corte d’Appello di Milano sull’interdizione di Berlusconi dai pubblici uffici previsto per metà ottobre. Dal momento che si tratta di una nuova sentenza, infatti, i suoi legali potrebbero ancora fare ricorso in Cassazione e, così, rinviare di alcuni mesi l’espulsione del leader del Pdl da palazzo Madama. Lo scontro istituzionale, giudiziario e politico non potrebbe, naturalmente, non travolgere il governo, ma l’illusione di Berlusconi, alimentata da quella disperata corte di ultrà, di ottenere subito le elezioni anticipate sarebbe sicuramente frustrata da altre e ben più gravi dimissioni, quelle già annunciate di Napolitano. Con il risultato che il nuovo presidente della Repubblica sarebbe eletto non da un nuovo Parlamento, ma dall’attuale. Un futuro che non sembra davvero più rassicurante per Berlusconi e più promettente per il centrodestra italiano.

Al di là di una contabilità miserevole sulle convenienze personali e politiche, però, quello che davvero stupisce è la distanza tra la comprensione di una fase molto delicata del Paese e l’annuncio di una mossa così irresponsabile. L’Italia è al bivio tra un destino di decadenza produttiva ormai drammatica, con il rischio di una crisi finanziaria che porterebbe a nuovi, pesanti sacrifici per tutti i cittadini, e la speranza di agganciare una pur flebile ripresa internazionale. Una situazione che richiederebbe, davvero, comportamenti adeguati alla gravità del momento da parte di tutta la classe politica. Non è difficile prevedere quale sarebbe l’accoglienza della maggioranza degli italiani, compresi molti elettori moderati, nei confronti di una così sconsiderata iniziativa dei parlamentari Pdl. Basterebbe domandarlo, peraltro, a quelle 500 donne, in coda su una strada di Genova, per il sogno di acchiappare uno dei tre posti di commessa che un negozio ha messo in palio.


Si dimettono tutti
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 26 settembre 2013)

Pensavano che la partita fosse chiusa. Berlusconi a casa (forzatamente) e avanti come se niente fosse col governo Letta in nome di quella stabilità che ha reso solide dittature e regimi del socialismo reale. Ideato dall’asse sinistra-magistrati, garantito da Napolitano e accarezzato da schegge impazzite del centrodestra, sembrava a un passo dal filare via liscio. Sì, qualche colpo di coda, qualche sceneggiata era stata messa nel conto, ma nessuno aveva immaginato lo stop di ieri. Tutti i parlamentari di Forza Italia, deputati e senatori, hanno consegnato le dimissioni ai rispettivi capigruppo. Addio governo delle larghe intese (a braccetto cioè con i carnefici) e fine della legislatura. Tutti a casa. Quando? Un minuto dopo il voto, previsto la prossima settimana, sulla decadenza di Berlusconi.

Il furbetto Napolitano se ne deve fare una ragione. Il suo piano di regalare il Paese alla sinistra e ai tassatori è talmente sfacciato da non lasciare più margini di manovra neppure al più infaticabile dei mediatori. E Letta-Jo Condor è meglio che scenda dal fico e smetta di andare in giro per il mondo a dire che in Italia tutto va bene. Abbiamo un problema enorme, e non è lo spread e neppure l’instabilità. Si chiama democrazia, o se volete giustizia, oppure ancora meglio libertà.
Non penso che l’annuncio di ieri sera sia reversibile. O nelle prossime ore Napolitano si sveglia e fa qualche cosa di concreto per annullare gli effetti di un golpe politico-giudiziario, o il Pd si assume le sue responsabilità di socio di governo e sconfessa nel voto le false conclusioni della magistratura, o accade questo oppure governo e legislatura sono al capolinea e a nulla varranno eventuali trucchi per salvare l’uno e l’altra. Non si può guidare un Paese senza un terzo dei parlamentari e soprattutto un terzo degli elettori.

Da oggi inizierà il coro dei soliti noti: irresponsabili, per salvare un uomo sacrificate il bene comune. Non cadiamo nella trappola, perché semmai è l’inverso. Per salvarlo, il «bene comune » non va lasciato nelle mani sporche di magistrati e in quelle avide di ex, post o neo comunisti. Le elezioni fanno paura solo a chi sa o teme di perderle dopo averle vinte per il rotto della cuffia e con non pochi brogli. E al loro padrino seduto sul Colle più alto.


La vera storia delle dimissioni-farsa. E qual è il grosso rischio per il Cavaliere
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”, 26 settembre 2013)

Può forse essere utile, nelle giornate tragiche e sciagurate che l’Italia si appresta a vivere, raccontare e spiegare un po’ meglio cosa sono queste dimissioni-farsa minacciate dai parlamentari del Pdl, perché le chiamiamo qui con l’epiteto della farsa, della finta minaccia, e ciononostante rischino lo stesso di produrre conseguenze eversive.

– Le dimissioni minacciate con grande strepito sono state “consegnate nelle mani di” Renato Brunetta e Renato Schifani, i due capigruppo del partito. Procedura burla, perché naturalmente le dimissioni si danno o non si danno, e quando si danno si presentano con una lettera scritta alla presidenza della camera di appartenenza.

– Se anche accadesse davvero questo, il 4 ottobre, cosa succederebbe? Dal punto di vista dei regolamenti delle camere non esiste ovviamente in nessun modo l’istituto delle dimissioni di massa. Le dimissioni sono sempre e comunque individuali.

– Se la motivazione delle dimissioni è la volontà di optare per una carica incompatibile con il suo mandato, l’aula ne prende atto senza procedere a votazioni. Il caso delle minacciate dimissioni del Pdl è diverso. Se infatti le motivazioni sono differenti, le dimissioni devono essere accolte dall’aula con una deliberazione. L’articolo 49, comma 1, del Regolamento della Camera, e l’articolo 113, comma 3, del Regolamento del Senato, stabiliscono che la votazione ha luogo a scrutinio segreto. Si voterebbe, naturalmente, caso per caso. In caso di dimissioni accettate, subentrerebbe il primo dei non eletti. Poi il secondo, e così via. Questo per l’ovvia ragione di impedire, a ogni elezioni, alle minoranze di disertare in massa l’aula e crashare ogni volta il sistema. Tra l’altro, per prassi parlamentare, di solito dimissioni di un parlamentare vengano sempre respinte una prima volta come gesto di cortesia. Questo anche solo per dare l’idea di cosa succederebbe in concreto (è da chiedersi se poi un Berlusconi elettorale sarebbe penalizzato da questa palude da lui creata; in Italia è persino possibile che se ne avvantaggi, agitando la vecchia storia della persecuzione delle toghe rosse).

– Ma naturalmente le dimissioni sarebbero un fatto di natura politica enorme, se davvero acccadesse. Come potrebbe il parlamento restare operativo se un terzo dei suoi componenti decide di non partecipare più alle sedute? Qui però la questione si fa controversa, e viene in mente un grande presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che si faceva un vezzo in circostanze difficili del vecchio detto “a brigante, brigante e mezzo”. Se Berlusconi impalla il parlamento e crea il caos istituzionale, pretendendo nello stesso tempo di non far cadere tecnicamente il governo, è già chiara l’arma (non solo retorica) che gli è stata subito prospettata: le dimissioni immediate del presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano ha già comunicato, attraverso vari canali, di avere la lettera pronta nel cassetto.

– In quel caso la situazione sarebbe questa: parlamento politicamente paralizzato, ma non sciolto, e costretto dalle norme a votare caso per caso le singole dimissioni. Nulla vieterebbe però a quel punto – anzi, sarebbe obbligatorio, con un presidente della repubblica davvero dimissionario – di fissare subito la riunione in seduta comune per eleggere il nuovo presidente.

– Attenzione, si tratta di scenari non favolistici, ma realmente configurati – come racconta ampiamente La Stampa – dal Quirinale nei suoi colloqui con gli “ambasciatori” politici. Con una postilla assai esplicita: un nuovo presidente non sarebbe a quel punto un presidente eletto con larghe intese, ma un presidente coi voti di una maggioranza semplice.

– Chi potrebbe essere? Inutile spingersi a tanto. Diciamo che non sarebbe un’eventualità del tutto conveniente per il Cavaliere dell’eversione-farsa.


Il Cav. prigioniero prepara la secessione parlamentare del Pdl
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 26 settembre 2013)

Alla fine Daniela Santanchè contiene a stento un entusiasmo nervoso, dopo giorni e giorni in altalena, d’indecisione e di baruffe, spintonata tra gli artigli delle colombe e gli amletismi di Silvio Berlusconi. E dunque, mentre Angelino Alfano si limita a buttarle un’occhiata di debole astio sull’uscio di Palazzo Grazioli – lui che, arrivato in ritardo a casa del grande capo, s’è ritrovato sul piatto del pranzo una decisione già presa – la Pitonessa, stanca, si abbandona a una confessione liberatoria, “finalmente il partito fa qualcosa per Berlusconi”, dice con tono lupesco. I parlamentari del Pdl, riuniti in un’assemblea dominata dalla figura del Cavaliere, ieri hanno rimesso il loro mandato nelle mani dei capigruppo, Renato Schifani e Renato Brunetta. Dimissioni di massa, o meglio pre-dimissioni di massa. I falchi, come Denis Verdini, il coordinatore e silenzioso architetto di retrovia del Pdl, avrebbero preferito dimissioni immediate, la crisi di governo già ieri sera. Ma la risoluzione strategica finale è stata un’altra, in un clima di pazzotico compromesso: se a ottobre il Cavaliere sarà espulso dal Parlamento, “allora ci saranno le dimissioni effettive di tutti i parlamentari, saranno consegnate ai presidenti di Camera e Senato. Siamo in duecento, non ci sarebbe più il numero legale. La legislatura a quel punto è finita”. Sabato si terrà una manifestazione a Roma, un raduno a metà tra la celebrazione per la ri-nascita di Forza Italia e l’adunata di guerra. E d’altra parte i toni sono ancora penultimativi, in bilico, s’attorcigliano voci sull’attivismo delle procure, ma il Pdl rapidamente avvampa e rapidamente si spegne, sono bizze di coscritti assediati in un fortino senz’acqua, eppure bizze pericolose. “Da noi la vita ha il sapore del sale”, dice Sandro Bondi, mentre il Cavaliere esplode, e spiega ai suoi parlamentari, riuniti nell’efferato silenzio di Montecitorio, che “non dormo, sono i peggiori giorni della mia vita. E’ in atto un’azione eversiva”.

L’onorevole e avvocato Niccolò Ghedini ha l’aria di saperla lunga quando, con tono metà sfiduciato e metà guerriero, sottolinea il timore d’un imminente mandato di cattura da Milano, dove s’indaga su un’appendice dell’affaire Ruby. Ma arriverà davvero? Dicono a Palazzo Grazioli che la procura di Edmondo Bruti Liberati sarebbe addirittura “in gara con gli uffici di Bari e di Napoli a chi fa per primo ad arrestare Berlusconi”. Ed è una spina di angustia e di malaugurio che tiene compagnia al Cavaliere da qualche giorno, un pensiero tormentoso, “mi arresteranno, sono sicuro”. Ecco dunque la ragione dell’improvvisa agitazione del Castello, la dimora che pure si preparava ad accogliere placidamente persino gli arresti domiciliari del suo signore, che ha già compilato le pratiche burocratiche per spostare a Roma la residenza ufficiale, e dunque scontare lì l’affidamento ai servizi sociali, o la detenzione. Un indizio sulle future mosse della procura, Ghedini l’ha avuto ieri mattina e l’ha comunicato a Berlusconi. Così, riunito lo stato maggiore del partito, il Cavaliere ha illuminato di fronte alla sua corte attonita le trame giudiziarie da cui si sente avvolto, e dunque, sostenuto dai consiglieri di guerra, s’è infine risolto a un ennesimo penultimatum, quello delle dimissioni di massa dei suoi parlamentari, vecchio pallino di Verdini. Alfano, arrivato in ritardo al conciliabolo, non è stato nemmeno interpellato, il ministro dell’Interno ha dovuto prendere atto d’una decisione già presa, lui che appena ventiquattr’ore prima, con morbidezza di giocoliere, aveva esposto a Berlusconi le garanzie del Quirinale; “la stabilità di governo è il salvacondotto. Oggi è il 24 settembre e sei ancora libero, qui con noi, perché esiste il governo”.

Come il botto di “Zabriskie Point”
Così nel Pdl non si fa in tempo a sedimentare la linea governista, officiata da Gianni Letta e da Alfano, che subito tutto salta per aria ancora una volta. “Un botto rivoluzionario, come nella scena conclusiva di ‘Zabriskie Point’. Boom!”, rievoca in romanesco bonario Fabrizio Cicchitto, l’ex capogruppo del Pdl che adesso osserva un po’ distante, con rassegnata ironia, gli sbalzi della terzana politica del suo amico Cavaliere, lui che in verità ancora gioca a pari e dispari con le due metà di sé, quella crisaiola e quella governista, quella del falco e quella della colomba, entrambe vere, verosimili, anzi un po’ artefatte. E difatti il Cavaliere parla e decide, “rilancerò Forza Italia”, “soffro queste accuse così infamanti”, ma la sua corte, che pure lo segue dovunque (zoppicando), non avanza di un passo verso il cuore della nebulosa chiamata Berlusconi. Se per un istante par loro di capire, d’intravvedere un disegno, arretrano immediatamente come davanti a una trappola, considerano infatti le sue alterne parole, prima di pace e poi di guerra, alla stregua di segni e minuzzoli seminati apposta ai crocicchi di un labirinto.


Nel Pdl allarme “traditori”, Scilipoti: “Io non mi dimetto” “Sono in tanti a non volerlo”
di (I.S.)
(da “Libero”, 26 settembre 2013)

“Traditore” sempre e comunque. Domenico Scilipoti è sempre una voce fuori dal coro. Tutti votano la fiducia al governo? E lui la nega. Tutti vogliono far cadere l’esecutivo? E lui si prepara ad un Letta Bis. E così, quasi fosse un sillogismo anche adesso “Mimmo” è pronto a fare l’ennesimo coupe de teatre. I parlamentari del Pdl vogliono dimettersi in massa nel caso in cui il Senato faccia decadere Silvio Berlusconi. Lui, Scilipoti, è contrario: “No io non ci penso. Non sono focalizzato sulle dimissioni. Non ho alcun vincolo di mandato”. Ed ecco l’ennesima piroetta. Scilipoti però a quanto pare non è solo. E non lo era nemmeno quando parlava di un appoggio di alcuni azzurri ad un Letta Bis. Infatti tra i pidiellini c’è una truppa, soprattutto quella “sicula” poi ribattezzata dei “traditori” che di voler rimettere il proprio mandato parlamentare nelle mani del capogruppo Brunetta non vuole saperne. A raccontare il retroscena è il Messaggero.

“Siamo in tanti” – L’altro compagno di Scilipoti in Idv prima e poi nei Responsabili, Antonio Razzi, sottolinea: “Io sono stato nominato da Berlusconi ed a lui obbedisco. Ma non tutti, qui dentro, la pensano come me e credo che in qualcuno ci sia la voglia di restare”. La linea durissima del Pdl non convince, anche perché tra gli eventuali subentranti c’è già chi ha espresso la sua volontà di proseguire con il governo Letta. La pensa così anche Ulisse Di Giacomo, il senatore che succederà a Berlusconi in caso di decadenza, e lo pensano, secondo il Messaggero probabilmente in molti altri. L’idea del leader del Pdl è quella di bloccare la Giunta per le Elezioni facendo mancare il numero legale, ma la compattezza tra i senatori berlusconiani non è così granitica. La fronda “sicula” che fece tremare il Cav per un appggio al Letta bis è pronta ancora una volta ad entrare in azione?


Ostellino, i liberal e gli intolleranti
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 26 settembre 2013)

Nessun intellettuale liberal ha raccolto l’appello sacrosanto che Piero Ostellino aveva rivolto loro contro l’intolleranza degli antiberlusconiani dopo che era stato linciato per presunto servilismo. Ostellino dovrà accontentarsi della solidarietà non di un intellettuale liberal ma più modestamente libero. Confermo, anche per esperienza personale recente, che se scrivi un articolo in dissenso rispetto agli antiberlù, vieni aggredito da una sequela incivile d’insulti e volgarità davvero «paranoidi » (Ostellino) e «rancorosi » (Renzi).

C’è una canea di esagitati sul web da antirabbica. Non sospettano che ci siano opinioni diverse dalle loro: no, lo dici perché sei un servo… Ai meno furiosi vorrei dire tre cose. Uno, non sostengo queste tesi perché scrivo sul Giornale di Berlusconi, ma scrivo sul Giornale perché sostengo queste tesi. Due, quelle tesi e molte altre idee che non riguardano Berlusconi ma il politically correct e altro, non trovano posto negli altri giornali, dunque non posso che scriverle qui. Tre, né Ostellino né io siamo berlusconiani, e a me spiace ammetterlo perché per sfregio alla canea vorrei dire il contrario.

Ero di destra prima che arrivasse B., sarò di destra dopo di lui. Così Ostellino, era liberale prima di B. e lo sarà anche dopo. Essere di destra è stato, e lo è ancora, un handicap da uomini liberi, altro che leccapiedi. I cani ti azzannano, le volpi ti cancellano. Ho una mia storia, le mie idee sono nei miei libri, e non sarà un branco con la bava alla bocca a rovesciarla.


L’uscita dalla crisi e la questione Berlusconi
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 26 settembre 2013)

Telecom, Alitalia, Ilva sono le spie di un fenomeno molto più vasto e grave. L’Italia è diventato il paese meno competitivo dell’Europa. Meno della Spagna, meno anche della Grecia, cioè di quelli indicati un tempo come i fanalini di coda dei paesi del Vecchio Continente. La caduta della competitività indica che la crisi, a dispetto di quanto va sostenendo il Presidente del Consiglio Enrico Letta ed il ministro dell’Economia Saccomanni, non è affatto terminata.

E, soprattutto, stabilisce che la decrescita del nostro paese non sarà affatto felice come vanno teorizzando alcuni imbecilli talmente ricchi da potersi permettere di fare i paladini del ritorno alla povertà dei tempi passati. E’ probabile che neppure il trauma di prendere atto di una crisi arrivata ai saldi di fine stagione riuscirà a convincere classe politica e classe dirigente della necessità di invertire la corsa verso il baratro. Forse bisognerà aspettare che i nuovi padroni di Telecom ed Alitalia procedano a dolorose ristrutturazioni aziendali mandando a casa alcune migliaia di dipendenti.

O forse si dovrà attendere lo scoppio clamoroso di qualche tensione sociale diventata incontrollabile. E’ certo, comunque, che se i segnali di oggi del prossimo tracollo non verranno colti non per correre temporaneamente ai ripari ma per imprimere un cambio di rotta radicale, la crisi del paese toccherà rapidamente il fondo. Con tutte le conseguenze che ne deriveranno. Ma come realizzare questo cambio di rotta radicale? Le strade sono solo due. La prima prevede un chiarimento politico di fondo, traumatico ed immediato.

Cioè la fine delle larghe intese concepite come parentesi paralizzante di una situazione ingestibile, le elezioni anticipate e la speranza che, posti di fronte alla drammaticità del momento, gli italiani sappiano compiere una scelta netta in un senso o nell’altro per sbloccare lo stallo all’insegna della democrazia dell’alternanza. La seconda è che le larghe intese perdano il loro significato di soluzione precaria tra forze alternative che si logorano a vicenda in attesa dello scontro finale ed assumano l’aspetto, in nome dell’interesse nazionale, di una intesa politica straordinaria destinata a durare fino alla realizzazione delle riforme indispensabili alla salvezza del paese. Non ci possono essere soluzioni intermedie tra queste due ipotesi opposte.

O meglio, ci può essere solo una lenta agonia fatta di rinvii, piccoli compromessi al ribasso su qualsiasi questione, risse continue a beneficio della scena mediatica, nella piena consapevolezza che il tracollo è comunque inevitabile. La scelta tra le due strade alternative è nelle mani degli uomini della sinistra italiana. Di Matteo Renzi, di Enrico Letta, di Giorgio Napolitano. Il primo deve decidere se vuole sul serio conquistare il Pd per puntare subito al governo e provocare le elezioni in primavera. Il secondo deve stabilire se intende trasformare le larghe intese precarie ed accidentali in un governo di straordinaria unità nazionale per le riforme e la salvezza del paese.

Il terzo deve capire che nessuna delle due soluzioni potrà essere efficace e risolutiva se non si troverà una soluzione politica al caso Berlusconi. Caso inteso non come questione personale di natura giudiziaria ma come questione politica che riguarda il funzionamento della democrazia italiana. Non si possono fare elezioni regolari o governi di unione nazionale se il leader in cui si riconosce una parte considerevole del paese e che è determinante sia per il regolare svolgimento di un voto decisivo che per la formazione di un esecutivo straordinario viene bollato come delinquente!


Trattativa Stato-mafia, i pm chiedono a Napolitano di testimoniare nel processo
di Rachele Nenzi
(da “il Giornale”, 26 settembre 2013)

I magistrati anti mafia tornano all’attacco del Quirinale. Il pm Nino Di Matteo ha ribadito in aula, davanti la Corte di Assise che celebra il processo sulla trattativa Stato-Mafia, la necessità di citare a deporre come teste il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Nella lunga illustrazione delle richieste di prova Di Matteo ha precisato che il Capo dello Stato dovrebbe in particolare, riferire su contenuti di una lettera che il suo consulente giuridico, Loris D’Ambrosio, morto l’anno scorso, inviò il 18 giugno del 2012. Nella missiva D’Ambrosio esprimeva il timore di essere stato usato “come l’ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo di indicibili accordi” facendo riferimento a fatti accaduti tra l’89 e il ’93. Secondo i pm sentire Napolitano è l’unica possibilità per approfondire i timori di D’Ambrosio. Sulla richiesta del pm e su tutte le istanze di ammissione delle prove fatte dalla Procura dovrà pronunciarsi la Corte di Assise”.


Ingroia da pm ad avvocato: l’ex magistrato torna in aula per la trattativa Stato-mafia
di Clarissa Gigante
(da “il Giornale”, 26 settembre 2013)

Da magistrato ad avvocato nello stesso processo. Antonio Ingroia proprio non ce la fa a star lontano dalle aule dei tribunali, al punto che, dopo il flop alle elezioni di febbraio, è tornato ad occuparsi della presunta trattativa Stato-mafia.

Il processo è ripreso questa mattina nell’aula bunker del carcere Ucciardone e il leader di Azione civile, autore di gran parte delle indagini, si è presentato come avvocato di parte civile, rappresentando in aula l’Associazione vittime dei Georgofili di Firenze. Al suo posto, al banco dei pm, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene.

“Certamente dopo 25 anni, oggi è il mio primo giorno d’avvocato, e farlo qui in quest’aula simbolica, per il processo che ho istruito con passione e impegno, mi emoziona. Al di là della funzione del ruolo, credo che cambi poco”, ha detto Ingroia, giustificando anche il suo “doppio ruolo”: “La parte pubblica e la parte civile vanno verso lo stesso obiettivo dell’accertamento della verità e la responsabilità penale degli imputati”. E a chi fa notare che l’incarico da avvocato potrebbe essere incompatibile con un suo possibile impiego all’interno dell’amministrazione regionale guidata da Rosario Crocetta, replica: “Alcuni pensano che sia incompatibile con l’Italia. Invece non credo di esserlo, né col ruolo d’avvocato, né con quello di pm, né da presidente di Sicilia e Servizi, né con l’attività politica svolta fino ad oggi”.


Trattativa Stato mafia, Pm in aula: “Il presidente Napolitano deponga”
di Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”, 26 settembre 2013)

Altamente rilevante e certamente pertinente. Con questi aggettivi il pm Nino Di Matteo ha descritto la necessità di ascoltare la testimonianza di Giorgio Napolitano nell’aula bunker del carcere Ucciardone a Palermo, dove stamattina è ripreso il processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. Pronta l’opposizione dell’avvocato dello Stato Giuseppe Dell’Aira: Napolitano non deve essere sentito e con lui non devono essere sentiti neanche gli altri testi che possano riferire in merito alle funzioni presidenziali. Dell’Aira si è opposto anche alla trascrizione delle famose conversazioni telefoniche tra il capo dello Stato e Nicola Mancino.

Il motivo? “Le prerogative di assoluta riservatezza che riguardano non solo l’attività pubblica, ma anche quella informale” del capo dello Stato che, come sottolinea sempre l’avvocato dello Stato, sono state stabilite dalla sentenza con cui la Consulta diede ragione al Quirinale nel conflitto sollevato contro la Procura, ordinando di distruggere le quattro intercettazioni tra l’ex ministro dell’Interno e Napolitano. Il nome del due volte presidente della Repubblica era già stato inserito dai magistrati palermitani nella lista dei testi da sentire alla vigilia del processo che vede imputati uomini dello Stato e boss di Cosa Nostra. “La testimonianza di Napolitano in questo processo appare rilevante per i riferimenti effettuati dal suo consigliere Loris D’Ambrosio nella lettera che lo stesso D’Ambrosio scrisse al presidente della Repubblica in merito ai fatti verificatisi tra il 1989 e il 1993″ ha detto in aula Di Matteo, che insieme ai colleghi Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia rappresenta l’accusa nel procedimento contro i boss Salvatore Riina, Antonino Cinà, Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, gli ex alti ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, i politici Marcello Dell’Utri e Nicola Mancino, più il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino.

I pm palermitani hanno esposto alla corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto le varie fonti di prova e la lista di testi che costituiscono la loro linea accusatoria. E l’interrogatorio del capo dello Stato verterà soprattutto su un argomento: lo scambio epistolare tra il Presidente e l’ex consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio, che il 28 giugno del 2012 confidava a Napolitano i suoi timori per “essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. All’epoca dello scambio epistolare tra il consigliere giuridico del Colle e Napolitano, erano appena finite sui giornali le varie intercettazioni in cui l’ex ministro dell’Interno Mancino, accusato nel processo di falsa testimonianza, cercava l’appoggio di D’Ambrosio e del Quirinale per essere tutelato dall’inchiesta della procura di Palermo. E proprio a Mancino l’accusa ha dedicato il passaggio finale dell’esposizione delle prove. “Proveremo che l’ex ministro – ha detto il pm Del Bene – ha utilizzato più canali istituzionali per incidere sulle indagini della procura di Palermo: dal tentativo di D’Ambrosio di sollecitare i poteri d’intervento della Dna, sino a prospettare l’eventualità di un’avocazione delle indagini”. “Il Presidente condivide la sua preoccupazione” diceva D’Ambrosio a Mancino il 5 aprile del 2012, mentre la sua voce rimaneva impressa nelle bobine della Dia. “Dimostreremo come i più alti vertici dello Stato si sono attivati su richiesta di un privato cittadino” ha chiosato Del Bene. Dopo l’opposizione dell’avvocatura dello Stato, adesso la richiesta dei pm di ascoltare Napolitano verrà a questo punto valutata dalla corte.

Davanti ai giudici è anche ricomparso uno dei testi principale dell’inchiesta, Massimo Ciancimino, accusato a sua volta di concorso esterno a Cosa Nostra e calunnia ai danni di Gianni De Gennaro. Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, recentemente arrestato all’interno di un’indagine per evasione fiscale, ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee, ed ha raccontato di aver ricevuto una missiva di minacce proprio il giorno precedente all’ultimo arresto. “Tu non sei un collaboratore – scrive l’anonimo estensore a Ciancimino – altrimenti mi avresti riconosciuto negli album fotografici che ti sono stati sottoposti dalla procura”. Il tenore sembrerebbe indicare l’estensore della missiva nel cosiddetto signor Franco, il sedicente uomo dei servizi che avrebbe accompagnato i punti cruciali della Trattativa.

In aula ha fatto la sua comparsa a sorpresa anche Antonio Ingroia, che da procuratore aggiunto è stato titolare del procedimento dalla sua origine fino al deposito della memoria conclusiva delle indagini. Ingroia, che nel frattempo si è candidato premier senza successo e ha poi lasciato la magistratura, ha nuovamente indossato la toga per rappresentare da avvocato l’Associazione tra i familiari delle vittime della Strage di via dei Georgofili, ammessa come parte civile. Per l’ex pm però non ci sarebbe nessuna incompatibilità. “Le polemiche – ha detto l’ex pm durante una pausa – accompagnano la mia vita, ma non mi interessano. Io non sono incompatibile né come avvocato né come politico però alcuni pensano che io sia incompatibile con l’Italia”.

Il processo sulla Trattativa, che si è incrociato per quasi un anno con quello per la mancata cattura di Bernardo Provenzano (nel luglio scorso sono stati assolti Mauro Mori e Mauro Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato), ha perso durante l’udienza preliminare due imputati principali: sospesa per motivi di salute la condizione del ragioniere della Trattativa, il boss Bernardo Provenzano, mentre l’altro ex ministro Calogero Mannino, indicato come l’uomo che per primo ispirò contatti con Cosa Nostra, ha scelto il rito abbreviato, e il suo processo inizierà il 15 ottobre.


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3 Comments

  1. Commento by zarina — 27 Settembre 2013 @ 11:17

    E’ ormai un bollettino di guerra quotidiano. E’ una guerra iniziata venti anni   fa e, come dimostra la definizione “antiberlusconismo” è una guerra ad personam, combattuta da un apparato   di potere assoluto in stretta collaborazione con   quello mediatico-politico.
    L’ antiberlusconismo   è stato ed è il vero cancro di questo paese e chi lo nega   o è in malafede o ha un quoziente intelletivo molto, molto   deficitario.
    Hanno messo in funzione e alimentato con ogni sorta di combustibile inquinante   quella macchina da guerra chiamata “antiberlusconite” per combattere   1 uomo, e per abbattere   1 uomo non si sono fatti alcuno scrupolo ad abbattere   pure l’Italia.  
    C’è un sacco di gente che dovrebbe farsi un esame di coscienza, ammesso che ne abbia.
    Vorrei anche aggiungere che   il giorno in cui   Berlusconi uscirà di scena non sarà solo, ma   in compagnia di tutti coloro, in primis i giornalai-isti, che dopo aver appoggiato la “causa” saranno   eliminati come inutile zavorra   proprio da quel regime illiberale che hanno contribuito ad instaurare.  
    Mi sono già seduta sulla sponda del fiume in attesa di assistere alla processione.
     
     

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 27 Settembre 2013 @ 12:13

    Vedi, zarina, qui siamo di fronte davvero a un tentativo di colpo di stato, e meraviglia che i moderati tardino a scuotersi finché sono in tempo. L’uscita di scena di Berlusconi (che pure ha le sue colpe politiche e private) in realtà rappresenterebbe l’uscita di scena del solo cittadino che già vent’anni fa si era accorto di ciò che stava muovendosi con l’operazione Mani Pulite, apparentemente giustificata dalla corruzione dei partiti di allora, ma strumentalizzata abilmente per un repulisti che facilitasse l’ascesa al potere del Pci (subito camuffatosi alla bisogna) apparecchiata da un manipolo di tohe rosse ben addestrate nelle sue scuole e nelle sue cellule.

  3. Commento by lore — 6 Ottobre 2013 @ 01:33

    i moderati intorno a Berlusconi sono sempre di meno. Oramai si distaccano se possono da una personaggio tanto ingombrante e estremista.

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Bart