di G. A. Cibotto
[da “La Fiera Letteraria”, numero 8, giovedì 23 febbraio 1967]
Quando passava per le vie della sua città, scortato dai soliti amici irre quieti che in preda all’estro si divertivano a compiere ge sti soliti a turbare la silenzio sa e sonnolenta quiete della capitale della Marca, la gente scuotendo la testa in segno di riprovazione esclamava: « El mato Martini ». Battuta nella quale erano mescolati l’incom prensione e il fastidio, l’attac camento alla tradizione e la paura del nuovo.
Arturo Martini allora nel pieno della giovinezza, con le sue antenne sottili e vibratili intuendo lo strascico dei com menti accentuava i toni pole mici, le offese provocatorie, quasi a lasciar vedere che la cosa non lo turbava minima mente, anzi stimolava il suo innato gusto della sfida. In cuore però ne soffriva, e agii amici dèi cuore nelle rare pau se di abbandono non mancava di confessare il suo rammari co. Un rammarico divenuto col trascorrere del tempo una pena d’amore, che ha segnato di un’ombra scura perfino la sua ultima stagione errabon da. Almeno se dobbiamo stare alle dichiarazioni di chi è sta to un fedelissimo sin dalla gio vinezza del grande scultore. Alludo a Giuseppe Mazzotti che già nel dopoguerra ha or ganizzato una mostra polemi ca, e qualche anno più tardi insieme a Giovanni Comisso, Natale Mazzolà e Gino Scar pa, il finissimo critico che am moniva di educarsi al buio e al silenzio, per le edizioni di Treviso ha curato una scelta dell’epistolario.
Al Palazzo del Trecento
Spinto da amore e nello stes so tempo da un senso segreto di polemica nei riguardi della critica, responsabile a suo av viso d’incomprensione, Maz zotti ha compiuto addirittura il miracolo di far compiere a Treviso il gesto di riparazione che avrebbe dovuto compiere già da tempo un doveroso ge sto di riparazione nei confron ti di quello che può essere de finito uno dei suoi figli più il lustri. Già la macchina orga nizzativa ha cominciato a prendere accordi, a domanda re l’aiuto di collezionisti ed enti pubblici, a incaricare un illustre studioso, Guido Perocco, di curare il catalogo usci to in questi giorni per i tipi dell’editore Neri Pozza, a sce gliere il luogo dove a fine maggio , si aprirà la rassegna di tutte le opere di Arturo Martini.
Per quest’ultima, Comisso e altri amici avevano pensato al Palazzo dei Trecento, ma alla fine è prevalso il parere di al tri studiosi locali che hanno suggerito la chiesa di Santa Caterina. Un tempio costruito fra il 1346 e il 1399 dai Servi di Maria, con annessa la famo sa Cappella degli Innocenti 2 il convento, ampliato e com pletato nel Quattrocento, rima neggiato verso il 1590 e ridot to in condizioni pietose fra l’Ottocento e i primi anni del Novecento, finché il bombar damento del ’44 non ha per messo a Mario Botter di tenta re degli assaggi sui muri in terni, rimuovendo tratti di in tonaco e mettendo in luce una serie di affreschi di eccezionale interesse, legati all’attività di Tomaso da Modena e della sua scuola.
In questo ambiente di rara suggestione saranno raccolti le sculture, le pitture, i disegni e gli abbozzi di Martini, in una rassegna che per la prima volta offrirà agli appassionati una chiara immagine dell’iti nerario percorso dal grande artista, con vari lustri di anti cipo rispetto ai suoi colleghi imposti successivamente in modo clamoroso dall’abilità dei mercanti d’arte parigi ni. Contemporaneamente alla grande rassegna trevisana, ap parirà nelle librerie per i tipi di Vallecchi la raccolta com pleta di tutte le sue lettere, frutto di un lavoro tenace e continuo, al quale hanno dato il loro apporto un gruppo di ami ci capeggiati da Natale Maz zolà.
Lettere giovanili
Proprio ultimamente sono saltate fuori alcune lettere ri salenti alla giovinezza, nelle quali traspaiono chiaramente la sua acutezza critica e l’esat to senso storico. Stando a cer te indiscrezioni, non è impro babile che entro l’anno veda pure la luce un altro libro sin golare e sorprendente, nel quale lo scultore dialoga con un amico del cuore sui temi fondamentali della sua carrie ra di artista, abbandonandosi a giudizi e definizioni che pos sono magari urtare qualcuno, ma dimostrano sempre una lu cida tensione spirituale e una straordinaria capacità di sin tesi. Specie quando entrano in gioco i problemi della scul tura e degli scultori che han no dominato l’orizzonte arti stico del primo Novecento. In- somma l’insieme delle iniziati ve promosse da un culto del l’amicizia abbastanza raro, e da una stima che si accresce col trascorrere del tempo, la sciano facilmente prevedere che in sede artistica questo sarà un po’ l’anno di Arturo Martini, il tempestoso perso naggio che per anni ha messo a soqquadro la sonnolenta so cietà artistica nostrana, al gri do di « Michelangelo, e dopo mi ».
Altro avvenimento che mi pare degno di essere segnala to per la sua importanza, è l’edizione critica della Carta del navegar pitoresco di Mar co Boschini, curata da Anna Pallucchini per i tipi dell’isti tuto per la collaborazione cul turale. Per gli amanti di cose venete la sigla editoriale del la Fondazione Cini è una vec chia conoscenza solita a far piovere sul tavolo con una certa continuità testi e docu menti riservati in genere al l’occhio penetrante degli eru diti, oppure gelosamente cu stoditi nel silenzio delle bi blioteche. Basterebbe ricorda re nel settore delle fonti e dei testi il Taccuino di viaggio dello Scamozzi e lo Zibaldon del Temanza, oppure in quello dei saggi la Riforma del teatro nel Settecento di Giuseppe Ortolani e la serie degli scrittori impressi in dialetto veneziano di Bartolomeo Gamba. Stavolta però direi che l’impresa supera tutte le precedenti, perché si tratta di un testo importantissimo per la serie di notizie e giudizi che dà sul periodo forse più glorioso della pittura veneziana, e nello stesso tempo per la qualità letteraria del curioso e « fantasioso dialogo tra un senatore veneziano non precisamente identificabile e un professor de Pitura, che rappresenta il Boschini stesso, la sua attività, le sue idee ». Pittore, incisore, miniatore, acquafortista, mercante di quadri e di perle, Boschini appartiene alla categoria degli artisti mancanti di disciplina interiore, sicché nessuno più ricorderebbe il suo nome se a un certo momento della sua irrequieta esistenza non avesse buttato quasi di getto (secondo gli studiosi l’ha composta nel volgere di quattro-cinque anni al massimo) la Carta del navegar pitoresco, alla quale avrebbe dovuto far seguito una Tartana pitoresca non portata a termine.
« Navegar pitoresco »
Scritto in versi, il lungo poema formato da circa 5370 quartine, si divide in otto parti e appartiene al genere di critica che si affida all’istinto, ai suggerimenti d’una felice disposizione nei riguardi delle cose artistiche. Tuttavia rivela pure, come scrive la curatrice, « un nucleo di idee estetiche storicamente individuabili », che denotano in Boschini non soltanto il dilettante appassionato in cerca di sensazioni inedite, quanto piutto sto lo studioso che cerca nel l’approfondimento di orientarsi nelle temperie fermentate di slanci e di ripiegamenti, di impulsi e di contraddizioni del suo tempo. Infatti, se ta lora sbaglia completamente il suo disegno critico, direi che la colpa va attribuita più al le sue debolezze polemiche (si pensi alla sottile e continua schermaglia paesana contro il Vasari) che non alla mancan za di una mentalità stori cistica.
L’insistenza sul valore criti co della Carta, non vorrei pe rò che mi facesse trascurare la sua importanza in sede poe tica e in sede di costume. Non credo di cedere a un empito di venezianità affermando che alcuni momenti sono soccorsi in modo così evidente dalla grazia creativa, che mi stupi sce come ancora nessun criti co ne abbia scritto in modo adeguato e pertinente. Miste ri della nostra cultura…
Anche per questo motivo la fatica affrontata da Anna Pallucchini mi pare meriti di es sere segnalata ed elogiata.