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Quagliariello: «Pensiamo a un nuovo partito »

30 Settembre 2013

di Redazione
(da “Lettera 43”, 30 settembre 2013)

I ‘dissidenti’ del Popolo della libertà sono pronti a staccarsi definitivamente dal cordone ombelicale di Silvio Berlusconi.
Dopo aver espresso un’opinione contraria al partito rispetto alle dimissioni di massa, Gaetano Quagliariello ha annunciato: «Dobbiamo vedere se possiamo creare una nuova formazione dove sia possibile essere diversamente berlusconiani. D’altra parte in Francia di partiti gollisti ce ne furono tre, qui da noi potremmo averne due ».
Il ministro, intervistato dal Messaggero, è convinto che nel Pdl sia il momento «di tenere insieme i moderati che devono essere guidati da moderati. Non esiste che siano diretti da un gruppo di estremisti ».
DIMISSIONI MOLTO GRAVI. La decisione di lasciare il governo «si sarebbe dovuta prendere insieme, magari nell’ufficio di presidenza del partito », ha aggiunto Quagliariello. Il ministro per le Riforme sottolinea che «le dimissioni dei parlamentari saranno anche state un atto simbolico », ma sono «un atto di una inusitata gravità. Forza Italia è stata il partito della maggioranza silenziosa del Paese e questo lo si deve a Silvio Berlusconi. Invece nell’ultima settimana è sembrata una riedizione di Lotta Continua. Questo è inaccettabile e se Forza Italia sarà questo io non posso riconoscermi ».
NO A GOVERNICCHI. Quanto alla tenuta del governo, «aspettiamo di sentire cosa dirà Letta in Aula. Dipende molto da cosa metterà nel programma. Poi decideremo ». Certo è, aggiunge, che all’Italia «non serve un governicchio che fa solo la legge elettorale o la legge di stabilità », serve un esecutivo «che abbia l’ambizione di fare le riforme ».

Lorenzin: «No a un partito come Alba dorata in Grecia »

Una linea simile è stata espressa da Batrice Lorenzin: «Non lascio il mio partito, ma non sono disposta a stare in una formazione guidata da estremisti contrari allo spirito e alle idee che abbiamo professato in questi 19 anni », ha detto al Corriere della Sera.
Il ministro della Salute ha spiegato di non poter accettare «l’idea di un partito come Alba Dorata in Grecia che considera traditori chi la pensa diversamente ».
«Sono tra i più berlusconiani del Pdl », ha aggiunto, «però domando: è possibile essere berlusconiani senza mandare il cervello all’ammasso? ».
Quindi Lorenzin ha criticato Denis Verdini, Daniela Santanché, Daniele Capezzone e Sandro Bondi che a suo parere «non rappresentano i valori di Forza Italia delle origini. Non sono portatori di uno spirito positivo per lo sviluppo del Paese. Rappresentano la minoranza della minoranza. E io non ci sto ».
LUPI: «ANCORA TRE GIORNI PER SALVARE IL GOVERNO ». Per l’altro ‘ribelle’ Maurizio Lupi «abbiamo ancora due-tre giorni di tempo per usare la forza delle nostre proposte e continuare a far lavorare questo governo con un rinnovato programma ».
Pur avendo firmato la lettera di dimissioni da ministro, Lupi pensa «sia giusto e doveroso dire che la strada che abbiamo imboccata è sbagliata ».
Anche Lupi intravede il rischio che «Forza Italia diventi un partito estremista, che urla, strepita, insulta le istituzioni e mette in secondo piano il bene del Paese ».


Il Muro di Arcore per bloccare i fuggitivi
di Ilvo Diamanti
(da “la Repubblica”, 30 settembre 2013)

Ciò che oggi avviene intorno a Berlusconi riassume, in modo esemplare, la storia dell’Italia, negli ultimi vent’anni. Ne segna l’inizio e, probabilmente, la fine. La biografia politica di Berlusconi, infatti, coincide con la parabola di Forza Italia. Un partito “aziendale”, la cui missione si riflette nella figura del Capo. L’imprenditore, mito e modello dell’Italia, dove “tutti ce la possono fare”. Da soli.

Forza Italia. Un partito lontano da ogni ideologia. Che promette la soddisfazione degli interessi – generali e privati – di tutti. Anzitutto, quelli del Capo. Un partito che usa la comunicazione e il marketing, al posto dell’organizzazione. E, ai vertici, promuove tecnici, consulenti, avvocati, manager e specialisti. Fedeli al Capo. Forza Italia: il partito che ha ispirato la Seconda Repubblica. Imitato da tutti, senza troppa fortuna. Forza Italia: nel corso degli anni si è evoluta. Nel 2007 ha aggregato, anzi, inghiottito quel che rimaneva alla sua destra. Alleanza Nazionale. Ma il modello non è cambiato. Il Pdl è rimasto il partito “personale” di Silvio Berlusconi. Un luogo dove non esiste dibattito o confronto. Se non sul grado di fedeltà e il modo di interpretarla. Estremista o moderato. Dove ci si divide fra “ultra” e “diversamente” berlusconiani, per citare Alfano. Dove, però, chi non si adegua, chi “pensa di poter pensare” in proprio, se ne va. Oppure viene allontanato, cacciato in malo modo. Com’è avvenuto a Gianfranco Fini e ai residui di An non berlusconizzati.

Ebbene, il Pdl, dopo poco più di cinque anni, è stato dismesso. Come un prodotto scadente oppure scaduto, il suo produttore lo ha ritirato dal mercato. Lo ha sostituito con l’etichetta originaria. Quasi per rammentare a tutti da dove proviene. Una storia di successo. Un imprenditore di successo. Che può decidere, a proprio piacimento, secondo i propri interessi, come condurre e gestire le proprie attività. Il problema, però, è che, vent’anni dopo, l’imprenditore politico non è più lo stesso. Il partito non è più lo stesso. Il mercato (politico) non è più lo stesso. Vent’anni dopo: la parabola è giunta al termine. Silvio Berlusconi è sull’orlo della decadenza. Non solo parlamentare. I suoi conflitti di interesse gravano su di lui, sulle aziende e sul partito-azienda. In modo assolutamente irrimediabile. Per questo non c’è spazio per discussioni e confronti, che possano ridimensionare la fedeltà al Capo. Non solo in Parlamento, anche in politica e nella società. C’è il rischio, altrimenti, di secolarizzare il berlusconismo e, ancor più, l’anti-berlusconismo. Ridurlo a un ricordo. È per questo, soprattutto, che Berlusconi ha realizzato l’ultimo strappo. Far sottoscrivere le dimissioni ai suoi parlamentari e, a maggior ragione, imporre ai ministri del Pdl – pardon: Fi – di uscire dal governo. Certo, questa decisione risponde anche a motivi immediati. È una reazione dettata dai timori per gli effetti sul piano giudiziario – personale – della decadenza da senatore. Ma riflette, soprattutto, una sindrome da assedio, accentuata dalla paura di vedersi abbandonato. Almeno, da una parte dei parlamentari. Che potrebbero leggere la decadenza del Capo come un destino che va oltre l’ambito giudiziario. E si estende al contesto politico.

D’altronde, prendere le distanze da Berlusconi, per gli “eletti” del Pdl, è rischioso, visto il destino toccato a chi ci ha provato. Ma rinunciare a un posto in Parlamento o a un incarico di governo, dopo pochi mesi, in nome di un leader “decadente”, è altrettanto rischioso. Per questo Berlusconi ha spezzato le larghe intese con gli altri partiti della maggioranza di governo. Per questo ha eretto un muro intorno a Forza Italia. Per difendere il proprio territorio. Non tanto dall’esterno, ma dall’interno. Per contrastare l’invasione dei “nemici”, ma, soprattutto, per impedire la fuga degli “amici”. L’esodo dei fedeli. Per bloccare sul nascere le tentazioni e i tentativi di quanti pensano a nuove esperienze politiche “moderate”. Magari a nuovi gruppi politici. In Parlamento, per ora. Domani non si sa. Infine, per sollevare, ancora, passione e sentimento. Meglio: risentimento. Perché, in Italia, il muro di Arcore resti quel che, nel mondo, è stato il muro di Berlino. Una frattura non solo politica, ma ideologica e cognitiva.

È questa la posta in gioco dello scontro in atto in questi giorni. Dentro e fuori il Pdl – o Fi. Segna il passaggio, tortuoso e contrastato dal berlusconismo al post-berlusconismo, significato dal percorso del partito personale in Italia. Perché i partiti personali “all’italiana” non dipendono dalla capacità di selezionare e di promuovere un leader. Dipendono dal leader stesso. L’origine e il fine unico, da cui dipendono, appunto, l’origine, ma anche “la” fine: del partito.

D’altronde, Berlusconi dispone ancora di consenso politico e, ancor più, di potere economico e mediatico. E li usa, se non per imporre le proprie scelte, almeno per interdire quelle altrui. Un ultimatum dopo l’altro. E ancor prima, per controllare il dissenso che si diffonde, in modo aperto, nelle sue fila. Per questo Berlusconi resiste. Fino all’ultimo. Perché lotta per la propria sopravvivenza – politica – ma anche per quella di Forza Italia. Il partito personale fondato sulla politica come marketing. Per questo vorrebbe andare a elezioni politiche presto. Subito. Perché, dal 1994 fino a pochi mesi fa, nel febbraio 2013, il “partito personale” di Berlusconi ha sempre dato il meglio di sé in occasione delle elezioni politiche. Per questo ha trasformato la vita politica in una campagna elettorale permanente. E oggi, per resistere alle minacce esterne e alle tensioni interne al partito, ha bisogno di nuove elezioni – al più presto. Nei primi mesi del 2014, se non entro l’anno.

Così si compie la parabola del “partito personale” all’italiana. Da Forza Italia a Forza Italia. Dall’inizio alla fine. Perché le prossime elezioni potrebbero, davvero, segnare la fine di Berlusconi (e del berlusconismo). Ma senza elezioni, presto o subito, la sua fine è segnata.

Non illudiamoci, però, che ciò avvenga senza lacerazioni. I muri che dividono società, politica e valori non crollano mai senza lasciare ferite profonde e di lunga durata. Meglio prepararsi. Ci attendono tempi difficili.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart