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Decadenza, l’Annunziata difende Berlusconi: “Non va espulso dal Senato”

6 Ottobre 2013

di Redazione
(da “Libero”, 6 ottobre 2013)

Lucia Annunziata sta con Silvio Berlusconi: “Un leader politico come lui non può essere umiliato in questo modo”. La difesa d’ufficio arriva proprio da chi meno te lo aspetti. E l’Annunziata lo sa. Così nel suo editoriale sull’Huffingtonpost pro-Silvio dal titolo “Non infierirò su Silvio Berlusconi. Perché non sono una fascista”, L’Annunziata esordisce mettendo le mani avanti: “So che molti di voi, forse la maggior parte, non sarà d’accordo con quello che sto per scrivere, ma tant’è”. Poi inizia la difesa di Silvio: “Il fascista più fascista di tutti è a mio parere quella pulsione interiore che ci fa infierire sui nemici vinti. Credo di non avere bisogno di patenti per dimostrare da che parte sono stata in questi venti anni, ma davanti alla conclusione giudiziaria e politica di questo periodo non mi metterò fra chi affonda la lama dell’insulto, della soddisfazione, e ancor meno della volgarità, contro Silvio Berlusconi. Non trarrò piacere dalla condanna di nessuno”.

“Non va espulso dal Parlamento” – Ma al netto della condanna in Cassazione, la difesa dell’Annunziata è sul fronte politico e soprattutto sul fronte decadenza dopo il voto favorevole della Giunta per le elezioni: “Non mi sento nemmeno gratificata dal fatto che un leader politico che ho sempre considerato nemico della nostra democrazia – per i suoi conflitti di interesse e per il modo con cui ha trasformato la politica immettendovi il peso del denaro – abbia fatto questa fine politica in un modo così infamante. La giustizia ha trionfato ma quando un leader politico fa questo tipo di fine non sta bene l’intero paese”.

“Non sono fascista” – Poi il direttore dell’Huffingtonpost esce allo scoperto e sottolinea come sia sbagliato far fuori il Cav dal Parlamento: “Non infierirò sul destino di Berlusconi invece proprio perché non sono per nulla ottimista. Perché – ripeto – un paese i cui leader politici fanno questa fine (condannati per frode ed espulsi dai ranghi del senato) non è un paese che sta bene, comunque. Perché penso che il potere avuto da Silvio Berlusconi è un sintomo di qualcosa di sbagliato di cui tutti, cittadini e non solo politici, abbiamo una corresponsabilità – ed è guardare davvero dentro di noi e dentro questo periodo la via per uscire davvero da venti anni di Guerra civile fredda”. Infine la confessione: “Ma soprattutto non infierirò su Silvio Berlusconi, perché non sono un maramaldo, non amo i bulli, non mi piacciono le feste sul corpo degli altri. Non sono una fascista, insomma”. Peccato che per vent’anni l’Annunziata abbia “sparato” sul Cav spesso solo con le pallottole del pregiudizio, politico e personale…


Alfano chiede la testa di Sallusti
di Marco Travaglio per Fattoquotidiano.it
(da “Dagospia”, 6 ottobre 2013)

Tutti possono immaginare quanto ci stia simpatico Sallusti, in arte zio Tibia, che ci insulta un giorno sì e l’altro pure, e soprattutto scrive e pubblica cose ben oltre i confini della realtà. Ma i cantori del “nuovo centrodestra liberale, popolare ed europeo” nato dalla rivolta degli schiavi berlusconiani al seguito del governo Alfetta sotto le bandiere del “tengo poltrona” dovrebbero spiegare cosa ci sia di liberale, di popolare e di europeo nella prima mossa di questi gentili signori: quella di far cacciare il direttore del Giornale per sostituirlo con uno più morbido e accomodante nei loro confronti (i pretendenti non mancano).

Intendiamoci: la libertà di stampa non c’entra nulla, né con Sallusti né con chi lo vuole defenestrare. Anzi, non esiste proprio, altrimenti sarebbe vietato per legge a qualsiasi politico o partito di controllare giornali e tv. Ma un politico che chiede la testa di un giornalista, chiunque sia il giornalista, non ha nulla di liberale, popolare ed europeo. Infatti stiamo parlando di Angelino Alfano, che si definisce “diversamente berlusconiano” e invece è solo un berlusconiano opportunista.

Quando, ancora due mesi fa, si trattava di manganellare chi chiedeva le sue dimissioni per il sequestro e la deportazione della moglie e della bimba di un dissidente kazako ordinati da agenti di Astana che scorrazzavano per il Viminale e perpetrati dalla polizia italiana all’insaputa del presunto ministro dell’Interno, il Giornale di zio Tibia gli andava benissimo.

Ora che gli dà del traditore per aver voltato gabbana, non più. Troppo comodo. Il berlusconismo non finisce con la morte (peraltro presunta) di B.: finirà quando anche l’ultimo berlusconiano sarà sparito dalla circolazione senza lasciare tracce. E le tracce di Al Nano sono ancora tutte lì per terra. Il lodo Alfano che bloccava i processi alle alte cariche dello Stato, roba mai vista neppure nel terzo mondo, fu bocciato dalla Consulta.

La legge Alfano per limitare le intercettazioni e imbavagliare la stampa non passò nemmeno nel Parlamento più indecente della storia. E chi ricorda i suoi affettuosi rapporti con Massimo Ciancimino, ovviamente prima che collaborasse con i pm (dopo divenne un paria)? Tipo i viaggi sul suo elicottero dell’Air Panarea con la moglie e un altro deputato siciliano del Pdl, Dore Misuraca, ora passato ai popolari, liberali ed europei.

Al figlio di don Vito, Angelino Jolie chiese persino consigli per il trapianto pilifero sul capino impostogli dal Capo. Ciancimino jr. lo indirizzò da uno specialista a Roma: purtroppo l’intervento abortì, neppure i capelli finti volevano averci a che fare. Ora, per i cantori del governo Alfetta, Al Nano è la risposta italiana alla Merkel. Fortuna che l’interessata non sa neppure chi sia, altrimenti sporgerebbe querela.

Anche alla luce delle memorabili imprese di Angelino Jolie nei panni di ministro della Giustizia. Tipo quando, nel giugno 2009, annunciò un mirabolante Piano Carceri a base di “penitenziari galleggianti” che avrebbe garantito “17.891 nuovi posti cella entro il 2012” (se ne fosse mai visto uno, di carcere e di posto cella).

O quando, come rivelò Gian Antonio Stella, l’enfant prodige del “partito degli onesti” e del “merito” nominò nel neonato “Organismo indipendente di valutazione della performance dei magistrati”, con un contratto da 48.600 euro annui, un esperto d’eccezione: Calogero “Lello” Casesa, agrigentino come lui, impiegato in Provincia, ex consigliere comunale di Forza Italia, ma soprattutto presidente della sagra “Mandorlo in fiore” e suonatore di “friscalettu” (lo zufolo dei balli folcloristici) nel gruppo “Val d’Akragas”.

Il nuovo partito liberale, popolare ed europeo è in buone mani. Perché è vero che nel 2005, proprio al Giornale, l’onorevole Angelino si dichiarò “unilateralmente innamorato di Silvio Berlusconi”. Ma è anche vero che in Italia si dimentica tutto, con buona pace del detto di Flaiano: “A furia di leccare, qualcosa sulla lingua rimane sempre”.


La solitudine di un leader perseguitato e ferito
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 6 ottobre 2013)

Non c’è bisogno di es ­sere satiri per patire la solitudine. Basta avere intorno a sé i ruderi di un partito che è stato importante; basta una condan ­na da scontare e temere di rice ­verne altre. Non frequento le di ­more di Silvio Berlusconi e igno ­ro ciò che vi accade in questi giorni funesti.
Posso solo imma ­ginarlo e rabbrividire. Quando un uomo cade in disgrazia per vari motivi, i suoi amici sono meno amici, cambiano espres ­sione, qualcuno diventa antipa ­tico, altri fastidiosi. Quelli poi che si offrono volontari per dar ­gli una mano senza sapere co ­me, sarebbero da prendere a pe ­date. Suppongo che il Cavalie ­re abbia una gran voglia di scalciare, ma che si trattenga per mancanza di energia.

Da oltre due mesi egli vive una situa ­zione surreale, il suo umore oscilla tra il nero e il rosa. Ora il rosa ha lascia ­to il posto al grigio fumo di Londra. Mi dicono che Villa San Martino e Palaz ­zo Grazioli sembrano succursali del Cimitero Monumentale in cui sfilano numerosi dolenti dalla mattina a not ­te inoltrata. Vanno a testimoniare la loro partecipazione al dolore del ca ­po e già che sono lì esprimono un desi ­derio, formulano una richiesta. E nel ­la speranza di avere soddisfazione, cioè una remunerazione, dispensa ­no «preziosi » consigli dei quali Silvio si fa un baffo, pur fingendo di apprez ­zarli.
Nella vita conta di più la fortuna del ­la bravura. Nella presente congiuntu ­ra lui, il dottore presidente, ha il so ­spetto di non potersi avvalere né del ­l’una né dell’altra. In compenso, è contornato da una massa di rompi ­scatole che lo frastornano. La matti ­na legge i giornali e si deprime. Dieci minuti dopo reagisce e studia strate ­gie e tattiche per resistere. Quindi si guarda in giro e scopre di essere asse ­diato. Le manovre per costringerlo al ­la resa cominciarono un paio di de ­cenni orsono, e non vale neanche la pena di ricordarle. I fatti nudi e crudi si riassumono in poche e scarne paro ­le. Dato che i suoi avversari lo hanno snobbato a lungo, quando hanno in ­tuito che era troppo tardi per batterlo alle urne- e definitivamente liquidar ­lo- si sono affidati ai cattivi uffici della Giustizia.

Qualsiasi imprenditore di succes ­so, se non degli scheletri, ha qualche ossicino nell’armadio.Per recuperar ­lo ­occorre rovistare nelle carte e alme ­no una tibia salta fuori. Ci sono indu ­striali celebrati, riveriti e idolatrati che hanno esportato in Svizzera mi ­liardate fottendo il fisco e gli azioni ­sti. Sono stati denunciati perfino dai familiari, ma non è accaduto niente. Ovvio, ci sono imprenditori e impren ­ditori. Alcuni di essi, intoccabili in vi ­ta e in morte, sono stati trascurati. Per ­ché? Non domandatelo a me. Altri in ­vece, per esempio Berlusconi, vengo ­no trasformati in simboli del male. È sempre colpa loro, di tutto. Se non so ­no di sinistra, il loro destino è segna ­to, come dimostrano certe sentenze in cui c’è di tutto tranne le prove. Ma chissenefrega delle prove: le logiche processuali costruiscono castelli ac ­cusatori perfetti, inoppugnabili per ­ché nessuno li può impugnare.

Gli avvocati fanno quello che posso ­no: a volte nulla. Hanno la toga, ma quella dei giudici pesa di più. Si blate ­ra da lustri di malagiustizia. I casi cla ­morosi sono migliaia, tant’è che l’Eu ­ropa ci tira le orecchie ogni cinque mi ­nuti. Le ingiustizie dilagano e colpi ­scono un sacco di povera gente co ­stretta a subire in silenzio perché pri ­va di voce. Cosicché è molto facile di ­re che non si può riformare il sistema della magistratura solo per fare un fa ­vore al Cavaliere. Le migliaia di vitti ­me dei tribunali finiscono nel dimen ­ticatoio.Non sono prese in considera ­zione altrimenti ci sareb ­be da dare ra ­gione a Berlusconi quando dice di es ­sere un perseguitato. Per non incorre ­re nel pericolo di agevolare lui, si pre ­ferisce calpestare i diritti della massa.

Questa politica ha consentito di sbarazzarsi del leader del centrode ­stra e ciò rende felice mezza Italia, a spanne. L’altra metà è in bambola e ogni tanto è assalita dal dubbio: forse è meglio che Silvio si faccia da parte, almeno si cesserà di discutere sem ­pre e soltanto di lui. Uffa che barba, non se ne può più di questo estenuan ­te tiremolla. Facciamola finita. La stanchezza serpeggia in ogni ambien ­te, anche in quello del Pdl in cui si è smarrita la sinderesi: si dicono, si fan ­no e si pensano cose assurde. Pugna ­late, tradimenti, salti della quaglia: non deve stupire che nella confusio ­ne generale ciascuno riesca a dare il peggio di sé.
Non serve esagerare nelle critiche ma comprendere: gli uomini e le don ­ne, onorevoli o disonorevoli che sia ­no, sono fragili, talvolta inconsisten ­ti. La paura rende anche vigliacchi. La paura più diffusa nei territori della politica è quella di lasciarsi sfuggire il potere o, più volgarmente, la poltro ­na. Alcuni si illudono, come adole ­scenti, che uccidendo il padre si libe ­reranno da una dipendenza rassicu ­rante e un po’ soffocante. Ma chi non è cresciuto in vent’anni,morirà picco ­lo.


Fitto: noi lealisti non vogliamo posti. Azzerare tutto e poi il congresso
Paola Di Caro intervista Raffaele Fitto
(dal “Corriere della Sera”, 6 ottobre 2013)

Non vuole posti, né prebende, né «strapuntini ». Respinge al mittente tutte le offerte che, in queste ore, gli stanno arrivando. E dopo settimane di silenzio, nelle quali non ha fatto né la parte del falco né quella della colomba, Raffaele Fitto esce allo scoperto.
La sua è una sfida ad Alfano sul terreno più delicato ma anche più esiziale per la vita di un partito: quello delle regole. Perché l’ex ministro e potente ex presidente della Puglia – forte di numeri importanti sul territorio, in Parlamento e anche punto di riferimento di parecchi big del Pdl – chiede, e subito, «l’azzeramento di tutti gli incarichi di partito e la convocazione di un congresso ».
Altro insomma che accettare di dividere un pezzo della torta – che si chiami direttorio o comitato – con gli altri filo-alfaniani e no in un partito diretto con mano forte dal vicepremier. Tutto, secondo Fitto, dopo questo passaggio deve essere rimesso in discussione. Dalla linea politica fino, appunto, al segretario. E lui, in questa battaglia, sarà in prima linea, magari proprio a capo della vasta area del partito – che lui ribattezza come «i lealisti » – in parte già schierata in parte attenta ma ancora in attesa di sviluppi.

Alfano ha indubbiamente ottenuto una vittoria politica sulla fiducia, è già segretario, e adesso offre anche a voi che non eravate schierati con lui spazio nella nuova Forza Italia. Non vi basta?
«Guardi, se qualcuno pensa che questa nostra iniziativa sia finalizzata ad ottenere qualche incarico, si sbaglia di grosso. Forse sono voci volutamente messe in giro per sminuire la portata della nostra azione. Sarebbe poi interessante sapere se si parla di Forza Italia o del Pdl, che non è un dettaglio ».

Però non sono ruoli da poco quelli di cui si parla: se saltassero i coordinatori Verdini e Bondi, i «falchi » Santanchè e Capezzone, perfino il capogruppo di Brunetta – tutte richieste che sarebbero arrivate in qualche modo dai «governativi » – si aprirebbero molti spazi. Lei non è interessato?
«Assolutamente no. E pensarlo vuol dire non aver compreso che non è un problema di strapuntino personale ma un grosso problema politico ».

Ma quando dice «noi » cosa intende? Chi siete, cosa è che vi caratterizza?
«Siamo in tanti, e abbiamo deciso di chiamarci lealisti. Siamo quelli che non si limitano solo ad inviare comunicati stampa quando viene commesso un gravissimo atto come in giunta al Senato venerdì. Siamo quelli che si rifiutano di accettare che 20 anni di nostra storia, di passione, di idee, di coinvolgimento di milioni di italiani attorno a Berlusconi possano essere raccontati come un romanzo criminale. Siamo quelli che sostengono con forza la battaglia contro l’oppressione fiscale, e che vogliono scelte chiare sul taglio della spesa pubblica. E, infine, siamo quelli che credono nel bipolarismo e nel presidenzialismo, in una chiara democrazia dell’alternanza che costruisce un centrodestra modernizzatore, appena superata questa fase di transizione del governo di larghe intese. Insomma, siamo quelli leali con Berlusconi e le sue politiche ».

Cioè, Alfano e i suoi non lo sono?
«Io parlo della nostra valutazione. Poi ognuno si comporta e si comporterà come vuole ».
Dicono che lei con Alfano ha un conto aperto, che dopo anni di collaborazione oggi i vostri rapporti siano ridotti a zero. E’ così?
«Rischierei di essere ipocrita e bugiardo, invece dirò la verità: in politica si alternano fasi di più o meno intensa collaborazione, e in questo periodo io non condivido la sua azione politica, che rischia di costruire un centro politicamente e culturalmente subalterno alla sinistra ».

Ma dove vede questi cedimenti?
«Per esempio sul tema delle riforme istituzionali, concordate con il Pd, è sparito dall’agenda il tema della riforma della giustizia, nonostante anche i recenti richiami dell’Europa. Perché? ».

Questa contrapposizione nel partito metterà a rischio il governo?
«Noi sosterremo lealmente il governo, come ci ha indicato nel suo intervento in Aula il presidente Berlusconi, e senza alcuna ostilità. Vigileremo però con molta attenzione, per evitare che un governo di larghe intese si trasformi in un governo di sotto intese… ».

Ma con questi presupposti il partito può davvero restare unito?
«Io condivido l’appello all’unità di Bondi e i ripetuti richiami in tal senso degli amici Matteoli e Gasparri. Ma quello che è accaduto in questi giorni non può lasciarci indifferenti, e merita una seria riflessione ».

Intende la guerra tra governativi e duri e puri?
«Beh, tanti moderati non hanno condiviso e non condividono la contrapposizione ornitologica tra falchi e colombe, che hanno finito con il danneggiare l’immagine del partito ed hanno costretto il presidente Berlusconi ad estenuanti mediazioni interne fino a pochi minuti prima del voto ».

E allora come se ne esce?
«Considerando finita la stagione dei vertici autoreferenziali di nominati. Occorre, così come ci ha sempre ricordato Alfano di cui cito le parole il giorno della sua nomina a segretario “la legittimazione dal basso, rispettando il principio anatomico secondo il quale il corpo umano è predisposto per sedere su una sola sedia, anche per evitare di lasciare vuote le funzioni esercitate sulle altre” ».

Insomma, basta con i nominati, a partire dal segretario?
«Il vero nodo per recuperare l’unità di tutti è quello di una legittimazione che preveda l’azzeramento di tutti gli incarichi di partito, e la convocazione di un congresso straordinario che discuta e decida la linea politica e che faccia esprimere direttamente i nostri elettori per l’elezione del segretario, degli organismi dirigenti, da Roma fino al più piccolo dei nostri paesi ».


Al Capone è all’angolo ma ancora può colpire
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 6 ottobre 2013)

Il Caimano del regista Nanni Moretti aveva già previsto tutto con qualche anno d’anticipo sui politici e così pure la “ballata” di Roberto Benigni; l’ho ricordati nel mio articolo di domenica scorsa e li ricordo qui ancora una volta.

Ma l’attore Moretti che nell’ultima parte del film impersona il Caimano ha poco a che fare con Silvio Berlusconi: è un uomo lucido, severo, terribile e soprattutto coerente. Afferma davanti al Tribunale che lo condannerà, che l’uomo (lui) eletto dal popolo a grande maggioranza non può esser giudicato dalla magistratura e rafforza questa sua posizione anche dopo la condanna esortando il popolo alla rivolta senza mai costruire una qualsiasi alternativa e senza affidarsi al consiglio d’un amico o d’un consulente o d’un esperto.

Non ha dubbi, non ha incertezze, non ha ripensamenti, non ragiona con le viscere ma col cervello.

Il Berlusconi vero non è affatto così, anzi è l’opposto di così e lo si vede chiaramente con quella sorta di film dal vero che si è svolto mercoledì scorso sotto i nostri occhi.

Alle dieci del mattino esce da Palazzo Grazioli di fronte al compatto muro di telecamere e fotografi che lo aspettano al varco e va a Montecitorio dove è riunito il grosso dei dirigenti del partito e dei gruppi parlamentari. Li arringa, ribadisce la necessità di votare contro il governo Letta, non apre contraddittori e se ne va.

Palazzo Grazioli però è una porta aperta e i suoi consiglieri lo seguono e salgono fino al suo appartamento. Falchi e colombe fanno ressa, litigano tra loro, alcuni vengono chiamati nello studio dove sta il Capo, con l’ansia e l’angoscia che gli rodono il fegato e gli pesano sulle palpebre. Alfano, Lorenzin, Gelmini, Cicchitto, Sacconi, sostengono la fiducia al governo; Bondi, Santanché, Verdini, Brunetta, Carfagna, il contrario. Lui ascolta, si tormenta le dita, si passa le mani sul volto, si dimena sulla poltrona. Poi quasi li caccia coadiuvato dalla fidanzata. Soffre ed è evidente a tutti. Fa pena o almeno questo è il racconto che alcuni di loro fanno a chi li attende fuori. Un nuovo confronto è indetto a Montecitorio per il primo pomeriggio.

Intorno alle ore 14 la votazione sulla fiducia sta per cominciare. Letta ha già parlato ed è stato chiaro e deciso, ha esposto le linee del programma economico e di riforma della Costituzione, ha manifestato l’intenzione che il governo duri fino alla fine del 2014, appena terminata la presidenza semestrale del Consiglio europeo. Ma ha anche aggiunto che non vi saranno mai più leggi “ad personam” o “contra personam” riaffermando che le azioni di giustizia, quali che siano, riguardano fatti privati e non debbono avere alcuna conseguenza sul governo che deve soltanto occuparsi degli interessi generali del paese.

Intanto la discussione ferve sempre più accesa nella sala dove il gruppo dirigente del Pdl è riunito attorno al suo “boss”. Ma il boss sempre più aggrondato, cupo, tormentato, sudato, che ha perso il piglio dell’Al Capone dei tempi d’oro che gli è stato abituale per trent’anni, ed ora sembra un Re Travicello, sbattuto tra le onde e gli alterchi che s’incrociano intorno a lui. E loro, quelli che disputano sul da fare, sul voto che tra poco ci sarà, sulle conseguenze che ne deriveranno, non si curano più di lui.

Gridano, qualcuno prende a spintoni qualcun altro, alcuni sospirano, altri addirittura piangono. Lui spesso chiude gli occhi che ormai sono diventati due fessure a causa dell’ennesimo lifting mal riuscito e della rabbiosa emozione che lo tormenta.

Ogni tanto un commesso bussa alla porta e avvisa che la “chiama” sta per cominciare. A quel punto lui si scuote, si alza e con voce decisa annuncia che si voterà la sfiducia.

Chi non se la sente resti fuori dall’aula o non voti, che al Senato equivale al voto contrario.

Quasi tutti sciamano, escono nella galleria dei “passi perduti”, gremita di giornalisti, infine entrano in aula.

Bondi annuncia pubblicamente con piglio tracotante che il Pdl voterà “no” e così, nell’aula della Camera, fa Brunetta. Non ci sono sorprese in nessun settore delle due assemblee e sui banchi del governo.

Ma Alfano e Lupi sono rimasti dentro e Gasparri con loro.

Per l’ennesima volta gli espongono le ragioni che militano a favore del voto di fiducia. Lui continua a negarle e rifiutarle anche se il sudore riappare sulla sua fronte e le mani sono strette e quasi aggrovigliate l’una nell’altra. A un certo punto – la “chiama” è già cominciata – arriva affannato il vice di Schifani, presidente del gruppo parlamentare in Senato, e gli consegna un foglio di carta dove sono incollate le foto scattate da un fotografo in aula alle spalle di Quagliariello con sopra scritti i nomi dei senatori pidiellini pronti a varcare il Rubicone e a schierarsi a favore del governo Letta. Sono 23 ma si sa già che stanno per arrivare altre due adesioni ed altre ancora arriveranno. In quelle condizioni, scrive Schifani nel suo biglietto, lui non si sente di fare una dichiarazione di voto a nome di un gruppo ormai spaccato e chiede a Berlusconi di farla lui.

Risultato: il boss si avvia con passo alquanto incerto verso l’aula, va al suo seggio, gli viene data la parola e dice a bassa voce quello che abbiamo sentito in tivù e che tutti i giornali di giovedì hanno pubblicato: il Pdl voterà la fiducia ma insulta per l’ennesima volta la magistratura e il Pd. Luigi Zanda, immediatamente dopo di lui, rinvia all’ancora Cavaliere gli insulti ricevuti con parole dure e annuncia la fiducia a nome del partito da lui rappresentato.

Lo spettacolo, perché di questo si tratta, continua con le telecamere che dal loggione riservato alla stampa inquadrano ininterrottamente Berlusconi che si copre gli occhi con le mani e Letta che dopo quella dichiarazione rivolgendosi ad Alfano seduto accanto a lui gli dice “grande” alludendo ironicamente all’ex boss del centrodestra che ormai ha sancito la propria irrilevanza tentando però di coprire la spaccatura del suo partito.

* * *

Così più o meno sono andate le cose nella giornata-culmine della storia degli ultimi vent’anni. La fine di Berlusconi è anche quella del berlusconismo? Il rafforzamento del governo e la sua stabilità? La crescente forza attrattiva del Pd che sembrava perduta da un pezzo? Così sembrerebbe e così è sembrato quel pomeriggio di venerdì. Ma poi sono sorti alcuni dubbi non infondati che Letta e i suoi più stretti collaboratori stanno valutando e che in questi due giorni drammatici seguiti alla strage degli immigrati a Lampedusa, sono avvenuti sotto traccia anche se qualche indicazione è stata cautamente manifestata.

Se Berlusconi avesse la natura del Caimano recitato da Nanni Moretti, a questo punto non avrebbe avuto dubbi: avrebbe dato ad Alfano la guida del Pdl, si sarebbe dimesso da senatore e si occuperebbe soltanto delle questioni proprie e delle sue aziende. Il Caimano di Moretti fece l’opposto: chiamò il popolo alla rivolta, ma con coerenza, senza mai aver oscillato come il pendolo d’un orologio. Se avesse indicato la strada della conciliazione, l’avrebbe seguita con altrettanta coerenza.

Ma qui, nel Berlusconi vero, sono le viscere a parlare. E’ bugiardo, segue gli umori, non ha alcuna visione del bene comune, odia lo Stato e le istituzioni, è un fantastico venditore di frottole, posseduto da un narcisismo finto spinto all’egolatria.

Perciò farà di tutto per vendere ad Alfano e ai suoi moderati un moderatismo di carta d’argento con dentro cioccolatini avvelenati. Tenterà di logorare il governo facendo leva sui ministri che l’hanno ancora nel cuore (Beatrice Lorenzin l’ha detto e ripetuto a “Porta a Porta” di Vespa). Non sarà più senatore ma sarà ancora e sempre presidente della coalizione, perfino se dovesse andare in galera. Impedirà – fingendosi definitivamente persuaso ad appoggiare il governo – che si formi un gruppo parlamentare fuori dal Pdl.

Metterà in disparte pitoni e pitonesse.

Accetterà che i giornali di famiglia siano diretti da persone gradite ad Alfano. Ma coverà la rabbia e la vendetta aspettando che possano manifestarsi con effetti efficaci. E fidando sulla sopravvivenza del berlusconismo in una parte comunque ragguardevole del corpo elettorale.

A queste evenienze occorre che tutti quelli che hanno una visione del bene comune, moderata o progressista che sia, guardino con la massima attenzione.

Il modo migliore sarebbe di far nascere nuovi gruppi parlamentari e un nuovo partito di centrodestra o di centro. E che insieme al Pd governi questa fase di necessità e approvi la legge elettorale proposta da Violante, fondata su criteri proporzionali con ballottaggio tra i primi due partiti o coalizioni che abbiano riscosso più voti.
Quest’ultimo risultato è essenziale, anche in assenza di gruppi elettorali che dividano in due il Pdl.

Il primo appuntamento sarà tra una ventina di giorni: il voto al Senato sulla decadenza di Berlusconi da senatore.

È un voto pieno di insidie. I pidielle voteranno in massa per Berlusconi, forse con qualche defezione ma poche. Il Pd in massa per la proposta approvata dalla Giunta. I grillini altrettanto. Quindi una maggioranza schiacciante sulla decadenza. Ma andrà veramente così? Pesa ancora il ricordo dei 101 voti contro Prodi di cui ancora si ignora la provenienza; in questo caso possono venire da grillini che li attribuiscano a dissidenti del Pd o da dissidenti del Pd che li attribuiscano ai grillini; o da tutti e due che fanno lo stesso gioco. Dunque molta attenzione.

Il serpente è tramortito ma ci mette poco a riaversi e mordere ancora.


Epifani: “Alfano faccia i gruppi autonomi. Letta, ora giù le tasse sul lavoro”
di Goffredo De Marchis
(da “la Repubblica”, 6 ottobre 2013)

ROMA – “Se Alfano costituisce i gruppi autonomi è tutto più chiaro. Darebbero molta più forza e coesione alla maggioranza. Non è tanto un problema di durata del governo, ma di qualità della sua azione. Perché il pericolo di finire di nuovo nel pantano c’è”. Guglielmo Epifani si prende finalmente la soddisfazione di dettare la sua agenda a Palazzo Chigi e ai partiti delle larghe intese. Il Pd può perfino liberarsi dal guinzaglio del Cavaliere che imponeva le sue parole d’ordine: Imu e Iva. “Un’immagine che non è mai stata vera – precisa il segretario dei democratici – . Ma oggi potrei dire: ride bene chi ride ultimo”. Per dimostrare che siamo davvero a una svolta storica, da Letta però ci si aspetta un cambio di passo. “Il premier finora ha preso tanti provvedimenti importanti ma con risorse limitate. Comprensibilmente, visto che è salito su un treno in corsa. Ma con la legge di stabilità il governo deve dare la sua impronta di politica economica, facendo delle scelte nette, concentrando tutto su due o tre grandi questioni”.

Senza gruppi autonomi, ha vinto di nuovo Berlusconi?
“Al momento, la sua sconfitta è piena. Dal voto di mercoledì sono usciti rafforzati Letta e il Partito democratico. Ci vado cauto con i sondaggi, ma quelli arrivati oggi sulla mia scrivania sono molto chiari: il Pd raggiunge percentuali che non si vedevano da tempi immemorabili. L’idea di far cadere l’esecutivo su un terreno scivoloso come la decadenza, ha provocato una sconfitta sonora di Berlusconi. Mentre ha vinto la determinazione del Pd sulla linea “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”. Detto questo, vediamo se Alfano si prende il Pdl o fa dei gruppi nuovi. Se chi voleva far cadere il governo tornasse a sostenerlo, sarebbe più difficile andare avanti. Meno condizionamenti significa priorità più chiare e più forti”.

Quali sono le priorità?
“La crisi sta decelerando ma non è alle porte una ripresa in grado di trascinare l’occupazione. Anzi, potremmo avere una crescita senza lavoro in una fase abbastanza lunga. Per questo si deve chiedere alla politica economica di utilizzare ogni margine a sostegno di investimenti e occupazione. Nelle tante analisi sulla crisi non viene quasi mai citato il dato che conta di più: il meno 25 per cento negli investimenti. La politica deve far ripartire questa voce. L’innovazione si fa con gli investimenti, l’occupazione pure”.

Con quali risorse?
“Bisogna innanzitutto allentare il patto di stabilità dei Comuni. È l’unica misura che consente di mettere in circolo denaro in tempi brevi. E nella pancia dei Comuni ci sono le uniche risorse pubbliche disponibili. Se ne parla sempre, ma io chiedo formalmente che questo problema venga risolto. Poi bisogna scegliere una politica fiscale. Il cuneo di Prodi, lo ricordo bene, diede pochissimo alle imprese e per qualche lavoratore addirittura le tasse aumentarono. Stavolta occorre ridurre le imposte sul lavoro. La vera anomalia italiana non è la tassa sulla casa e nemmeno quella sui consumi, che sono in linea con l’Europa. Noi paghiamo molto di più sui redditi da lavoro. Per le imprese bisogna intervenire o sulla base dell’Irap o sulla detassazione degli investimenti”.

Servono molti soldi per questo programma.
“Bisogna vedere cosa troviamo nella differenza tra il saggio tendenziale del deficit e quello reale. E comunque non parliamo più di provvedimenti tampone. Possiamo programmare un intero anno”.

Se c’è Brunetta è tutto più difficile?
“Non è questione di nomi. Non chiedo la testa di nessuno. Ma c’era un pezzo del Pdl che voleva far cadere il governo. Come possiamo credere che lo sosterrà in futuro con la coesione necessaria? Semplice logica”.

Il temuto scambio tra le vicende giudiziarie di Berlusconi e la vita dell’esecutivo non c’è stato, come aveva garantito lei. Stiamo tranquilli anche sul voto segreto del Senato?
“Metto le due mani sul fuoco rispetto al comportamento dei senatori democratici. Anche perché la difesa dello stato di diritto si è rivelata, oltre che un valore intoccabile, anche una linea vincente”.

Teme qualche trucco grillino?
“Be’, il loro atteggiamento è inquietante. Non ho mica capito cosa c’era dietro quell’incredibile post di Crimi? Solo gigionismo e pressapochismo? E se un domani qualcuno volesse impugnare il suo voto nella giunta, ci sarebbe spazio per un ricorso?”.

Letta, Alfano, Franceschini e Lupi puntano a un progetto centrista?
“Una nuova Dc? È una sciocchezza sia il temerlo sia il pensarlo. Non conviene a nessuno e per me la strada del bipolarismo è irreversibile. Dobbiamo essere sempre più simili al sistema europeo. Più ci avviciniamo all’Europa più siamo virtuosi. Diverso è il discorso sul riassetto nel centrodestra del dopo Berlusconi. Che sarebbe arrivato comunque, prima o poi”.

Qual è la legge elettorale più adatta per favorire questo schema?
“Una legge che favorisca il bipolarismo pur sapendo che oggi, finché non si asciuga il bacino di Grillo, abbiamo un tripolarismo. Perciò il mio è no netto al proporzionale. In un modo o nell’altro, c’è bisogno di un premio di maggioranza o di coalizione che renda chiaro lo schieramento vincente. E che le grandi coalizioni sono un fattore temporaneo”.

Quanto dura il governo?
“Resto alle parole del premier: l’orizzonte è la primavera del 2015”.

Chi sceglierà alle primarie?
“Non mi sono candidato perché mi è stato affidato un compito di garanzia che intendo portare a termine. Sono un uomo della sinistra riformista. Ma, detto questo, quel ruolo di garanzia mi impone di non schierarmi”.

Eleggerete un segretario o un candidato premier?
“Un segretario che indichi un progetto per il Paese in uno scenario improvvisamente trasformato. Il Pd doveva essere in grado di battere Berlusconi mentre oggi ci troviamo di fronte a un leader che può essere considerato già battuto”.

Che partito vorrebbe lei?
“Saranno i candidati a indicarlo. Io posso solo dire che abbiamo bisogno di un soggetto politico aperto, inclusivo, ma che sia un partito. Non c’è democrazia senza democrazia parlamentare e non c’è democrazia parlamentare senza partiti. Come succede in tutta Europa, del resto”.


Il Cavaliere costretto alla resa: io umiliato e tradito dal Colle
di Liana Milella
(da “la Repubblica”, 6 ottobre 2013)

ROMA – Tramonto definitivo di un leader. Dalla pur detestata Merkel, al colloquio obbligatorio con l’assistente sociale per verificare il grado di “reinserimento nella società” dopo la condanna Mediaset, ce ne corre. Berlusconi lo sa bene e ne è scioccato. Nel fine settimana peggiore della sua vita, chiuso a Palazzo Grazioli, può contare su un’unica notizia positiva che gli arriva dai suoi avvocati. Ci vorranno mesi, almeno due o tre, prima che il tribunale di sorveglianza di Milano decida il suo destino di “affidato ai servizi sociali”.

La stessa procedura per lui, uno degli uomini più ricchi del mondo, e per un tossicodipendente o un rapinatore pentito con la pena agli sgoccioli. L’umiliazione di non essere più libero e di dover chiedere il permesso per qualsiasi spostamento. Anche una pizza con la Pascale. Ancora una volta, in momenti in cui la collera si mescola allo sconforto, un pensiero di astio va diritto verso il Colle. Lo riferisce chi gli è stato accanto in un tetro pomeriggio romano, in cui i tempi dello shopping per cercare spille a farfalla da regalare alle sue ragazze sembrano ormai preistoria. “Napolitano può pure continuare a negare, ma da lui la parola che le cose non sarebbero andate così come sono andate io l’ho avuta”. Sottinteso che il Colle invece non l’ha mantenuta.

Già, i fatti. Quelli di queste ore sono drammatici per Berlusconi. Pure il suo team di legali combina dei pasticci. Stavolta la colpa è di Franco Coppi che interpreta il suo rapporto con Berlusconi come quello che ha con tutti i suoi clienti, anche importanti. È Coppi che decide quello che si deve fare e quando si deve fare. Nel miglior rispetto delle regole e della strategia processuale. Ma con il Cavaliere la faccenda non va così. Per lui comandano e sono prioritari i tempi della politica. Lo sa bene Niccolò Ghedini. E pure Piero Longo. I due avvocati-parlamentari. Ma Coppi no, fa di testa sua. Come fece a luglio sulla presunta rinuncia alla prescrizione. Come fa stavolta. Quando rivela che ormai è prossima la scelta tra domiciliari e servizi sociali. Praticamente obbligata l’opzione per i secondi. Pure con qualche giorno di anticipo rispetto alla tagliola del 15 ottobre. Una gaffe pure questa, perché all’opposto Berlusconi ha tutto l’interesse a guadagnare anche una sola mezzora utile per controllare da uomo pienamente libero la diaspora in atto nel suo partito.

L’Ansa esce con la notizia di Coppi, ma il boomerang torna indietro subito perché alla débacle della decadenza votata dalla giunta del Senato ecco che si assomma l’obbligatoria condanna da scontare. E pure quell’umiliante procedura da seguire. La notizia, di per sé scontata perché la via degli arresti domiciliari sarebbe ancora più devastante e soprattutto sarebbe più rapida, non poteva saltar fuori in un giorno più inopportuno di questo sabato 5 ottobre. Lui ne è consapevole. Si arrabbia “perché così mi fate apparire ancora più indifeso di fronte alla procedura in corso al Senato”. Per carità, tutti sanno bene che deve scontare, rispetto ai 4 anni originari inflitti per la frode fiscale Mediaset, un anno di pena. Ma meno se ne parla e meglio è, inutile evocare la sentenza, dargli corpo, meglio rifiutarla e lasciarla scolorire nel ricordo della gente. Invece accade il contrario. Berlusconi condanna, Berlusconi decaduto, Berlusconi che deve scontare la pena.

Coppi ammette l’errore, ma ormai la macchina è partita. Arriva una pioggia di telefonate. Tutti vogliono sapere che farà il Cavaliere, cosa offrirà ai giudici per scontare la sua condanna e dimostrarsi “pentito e recuperato a una condotta moralmente consona”. Impossibile smentire, mentre dilaga l’immagine di questo ultimo Berlusconi, ormai un ex potente costretto alla resa e ai giochetti tra Parlamento e uffici giudiziari per guadagnare anche solo qualche ora in più di libertà in più.

Un unico interrogativo assedia palazzo Grazioli e gli avvocati. Niente da fare. Nessun progetto. Berlusconi potrebbe anche non far nulla. Depositata la domanda, l’ex premier aspetta l’assistente sociale che lo “intervista” sulla sua condizione – immaginate quale sarà il suo umore – e verifica se ha residenza e di che vivere (sic!), poi il faccia a faccia verterà su un’eventuale attività rieducativa. Previti faceva l’avvocato per don Picchi. Ma il Cavaliere, in realtà, rifiuta la condanna e rifiuta anche l’idea di una riabilitazione e di un reinserimento.

Se fosse una partita, quella del Cavaliere finirebbe 2 a 0. Lui lo sa, ma si rifugia nella solita aggressione ai giudici, “quei comunisti che vogliono togliermi di mezzo a ogni costo”. In realtà, proprio dai giudici gli arriverà qualche mese di libertà in più. “Oltre Natale, forse gennaio” ipotizzano a Milano. Perché è difficile che il tribunale di sorveglianza trovi il tempo per esaminare l’affaire Berlusconi prima, il ruolo è già pieno, ci sono processi dei detenuti. Mesi preziosi. Che Berlusconi sfrutterà per fermare il treno della decadenza con la scusa dell’interdizione. Condannato il primo agosto, libero nei 6 mesi successivi. È l’anomalia italiana.


Berlusconi smentisce Repubblica: “Mai accusato il Colle”
di Luca Romano
(da “il Giornale”, 6 ottobre 2013)

“Ancora una volta leggo tra virgolette una mia presunta dichiarazione che non ho mai pensato né pronunciato”. Silvio Berlusconi se la prende con La Repubblica che questa mattina riportava in prima pagina un retroscena che lo vede protagonista.

“Io umiliato e tradito dal Colle” si legge a pagina 3 del quotidiano, in un articolo firmato da Liana Milella. “Napolitano può pure continuare a negare, ma da lui la parola che le cose non sarebbero andate così come sono andate io l’ho avuta”, avrebbe detto il Cavaliere secondo alcune fonti sentite dalla giornalista. Parole che però sono state smentite categoricamente dall’ex premier: “Purtroppo è già capitato ma non si riesce a porre freno a questo malvezzo”, commenta.


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2 Comments

  1. Commento by zarina — 6 Ottobre 2013 @ 20:06

    L’annunziata è una “presentabile” poco credibile   con queste “confessioni”   fa la figura di quelli che prima lanciano il sasso e poi nascondono la mano. Quelle cose avrebbe dovuto avere il coraggio di   scriverle prima,   scriverle adesso è troppo facile e appunto poco credibile. Quindi ritorni nel recinto con tutti i suoi compari che ha così ben dettagliatamente descritto.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 6 Ottobre 2013 @ 22:48

    Avrà avuto un rigurgito di coscienza.

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart