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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

E la pitonessa isolata adesso si sfoga: «C’è chi semina veleni »

9 Ottobre 2013

di Fabrizio Roncone
(dal “Corriere della Sera”, 9 ottobre 2013)

Daniela Santanchè sta bene e manda a tutti un saluto rassicurante: non è vero che Angelino Alfano e i moderati del Pdl stanno cercando di emarginarla, è una balla colossale la storiella che Francesca Pascale, la fidanzata ufficiale del capo, le avrebbe gentilmente fatto capire di non essere più tanto gradita a Palazzo Grazioli, come un tempo.

Bisogna crederle? Probabilmente, no. La sua posizione è oggettivamente delicata, trova chiuse porte che prima erano spalancate; con il capo la frequentazione non è più quotidiana; gli avversari di partito sono minacciosi e, stavolta, fanno sul serio.

La politica è così. Sali, e scendi. Eppure lei è stata a lungo lassù.
Continuare a mettere la Santanchè nel nido dei «falchi » era anzi diventato addirittura riduttivo. Lei era molto di più: e meritava un soprannome adeguato. Ci pensò, con un colpo di genio, Giuliano Ferrara. Che la battezzò: «Pitonessa ». Qualcuno, naturalmente, capì fischio per fiasco. In un pomeriggio di sole, nel cortiletto di Montecitorio – mettendo su la sua caratteristica maschera, che non sai mai se è un ghigno di sfrontatezza o un sorriso di perfidia – toccò così proprio alla Santanchè prendersi la briga di spiegare bene: «Non per deludere i miei detrattori, però “pitonessa” non è la moglie del pitone, ma Pizia, detta appunto anche “la pitonessa”, la sacerdotessa che, nel mondo greco, pronunciava gli oracoli in nome di Apollo ».
Apollo: intendendo Berlusconi.
Perché era così, è stato così.
Ovunque ci fosse il capo, c’era lei. Pranzi, cene, riunioni a qualsiasi ora del giorno e della notte (adesso, per dire, ha molto più tempo per sé e per la sua azienda). Bravissima a trasferire al Cavaliere quel senso di fedeltà estrema ma non ottusa e non banale: aveva sempre uno scatto, un guizzo, l’idea giusta per una provocazione, per rilanciare, per non arrendersi. Certe volte, all’improvviso, calava il silenzio e si sentiva solo la sua voce.
Gli altri: Bondi – per indole – mite, conciliante, curiale. Verdini: più ruvido e operativo, l’uomo dei numeri, con l’incarico di serrare i ranghi. Capezzone: sempre impegnato a dichiararsi d’accordo (e a non farsi mordere da Dudù, il barboncino di palazzo). Ghedini: l’avvocato che conosce le carte giudiziarie – affari e sesso, corruzione e bunga bunga, potere e passione – il legale necessario a interpretare i confini tra politica e legge; quindi gelido e di poche, taglienti parole.
Lei, la Santanchè, era un’altra cosa.
Paga questo. Rapporti scaltri ma su uno sfondo di lealtà con pochi selezionati cronisti (per sapere cosa accadeva intorno alla scrivania del Cavaliere, ad un certo punto, erano obbligati a farle una telefonata); mediaticamente – soprattutto da Santoro e da Vespa – una tigre capace di scuotere gli animi dei berluscones più delusi. E poi sempre quella sua energia quasi irritante, quel suo passo di carica, in capolavori di equilibrio, anche sui marmi lucidi del Transatlantico, e poi, ancora, quella sua capacità di esserci fisicamente quando con il dito medio alzato salutava i manifestanti, quando scendeva dal Suv ed entrava al Billionaire del suo amico e socio Flavio Briatore, quando per il capo andava a presidiare il Palazzo di Giustizia di Milano, o quando, sempre per il capo, per farlo contento, andava a fare jogging con Francesca Pascale (memorabili restano le immagini della scorsa primavera, sulle stradine della Costa Smeralda, con loro due in tutina e scarpette).
«Ma perché, scusi, non capisco: adesso cosa sarebbe successo di così straordinario, di nuovo, di clamoroso? ».

Lei non legge i giornali, onorevole Santanchè?
«Ma certo che li leggo, li leggo tutti… e tutti, più o meno, raccontano falsità! ».

Va bene, così è facile.
«No! È la verità! Lo capisce anche lei che a qualcuno, in questo momento, conviene seminare veleni, no? ».

Però lei a Palazzo Grazioli entra con minor frequenza di prima, i rapporti con Berlusconi non sono più quotidiani e…
«Sciocchezze! Noi siamo una comunità… Ci sono legami umani fortissimi… ».

Sarà. A Palazzo Grazioli un po’ di cosucce eloquenti sarebbero comunque accadute…
«Tipo? ».

Tipo che la Carfagna e la De Girolamo si sono messe a litigare e la Pascale le ha accompagnate alla porta. Stesso trattamento riservato a Verdini. E anche lei, onorevole, dicono che…
«Fal-si-tà! Capito? Fal-si-tà! Guardi che la famiglia Berlusconi è una famiglia per bene, educatissima… ».

Quindi i suoi rapporti con il Cavaliere continuano ad essere ottimi?
«Certo! Ma che dubbi ha? No, dico: capisco che lei deve fare il suo lavoro, e la ringrazio per avermi cercata, però, davvero, rincorrere simili bugie… ».
(È in grande difficoltà: però, a giudicare dalla grinta, è chiaro che scherzava l’altro giorno quando disse a Berlusconi d’essere pronta a mettere la sua testa bionda su un piatto d’argento pur di placare il risentimento di Angelino Alfano).


Servizi sociali, corsa per avere il Cavaliere
di Marco Galluzzo
(dal “Corriere della Sera”, 9 ottobre 2013)

ROMA – Di scelte possibili ne ha a bizzeffe: lo vuole persino Mario Capanna con la sua associazione («una scrivania e un pc sono già pronti per lui »); lo cercano diverse comunità; si candidano ad ospitarlo i servizi sociali del Comune di San Giorgio in Bosco, nel padovano, disponibili a dargli un ufficio per consigliare gli imprenditori in crisi; persino il Codacons si è scomodato: chi meglio del Cavaliere potrebbe difendere i consumatori?

Ieri mattina Berlusconi era atteso a Roma, avrebbe dovuto vagliare altre offerte e altre ipotesi. Lo farà forse oggi, l’appuntamento è saltato, in apparenza, per un’indisposizione dell’avvocato Nicolò Ghedini. Si sa che il Cavaliere cercherà di andare vicino casa, non lontano da palazzo Grazioli, dove ha eletto la residenza e dove dovrebbe scontare gli arresti domiciliari. E si sa anche che alla fine potrebbe persino non lasciare le mure della sua casa: 20 uomini di scorta possono sconvolgere la vita di una Onlus, o di una comunità, per queste ragioni un giudice potrebbe anche accordare a Berlusconi un lavoro di pubblica utilità dalla sua residenza.

Il messaggio alle Camere di Giorgio Napolitano, sulle carceri, su provvedimenti di clemenza che abbiano l’utilità di alleggerire il sovraffollamento, è stato accolto con un doppio registro dagli esponenti del Pdl: per Renato Schifani è segnale atteso e importante, se alla fine si varasse un indulto sarebbe cosa utilissima anche al caso specifico, Alfano e i ministeriali ci leggono un segno inequivoco di pacificazione, ma per molti cosidetti «lealisti » cambia poco o pochissimo. Restano del tutto freddi gli avvocati. Ghedini, convinto che «l’amnistia per Berlusconi non c’entra nulla ». Longo, che ricorda come «nell’indulto non sono mai stati inseriti reati fiscali ». In questo quadro la reazione di Berlusconi risente delle varie interpretazioni, non è lontana da un corposo scetticismo misto ad un senso di scoramento complessivo, del tipo «sono troppo stanco per crederci ancora ».

In questa girandola di ipotesi e scadenze (fra pochi giorni il Cavaliere dovrà comunque chiedere formalmente l’affidamento in prova ai servizi sociali) sembra che anche la richiesta di una grazia abbia ripreso forza. Due giorni fa i figli sono tornati alla carica, gli avrebbero sottoposto nuovamente una richiesta già scritta e argomentata, il Cavaliere non ha ancora firmato, ma è meno negativo di qualche settimana fa; alla fine potrebbe davvero fare un passo formale e chiedere un gesto di clemenza diretto al presidente della Repubblica, ovviamente dopo aver iniziato a scontare la pena. A meno che un’amnistia o un indulto non coinvolgano anche il suo caso, cosa che ieri il Pd già escludeva in modo categorico.
Un dettaglio finora sfuggito alle cronache riguarda un aspetto procedurale che potrebbe far notizia: di solito c’è anche una valutazione degli aspetti psicologici della persona tra le fasi che precedono l’accoglimento della richiesta di affidamento ai servizi sociali. Per chi sarà chiamato, eventualmente, a fornire un parere professionale sulle capacità di reinserimento sociale del reo, sarà certamente un lavoro nuovo, quantomeno per il nome del soggetto.

Per il resto continuano a circolare diverse ipotesi sulla scelta che Berlusconi dovrà compiere: il Centro Astalli per i rifugiati, gestito dai gesuiti, che è appena a 300 metri dal portone di palazzo Grazioli, ieri ha smentito di aver avuto contatti con il leader del Pdl. Le due associazioni gestite dai Radicali, a Roma, «Nessuno Tocchi Caino » e «Non c’è pace senza giustizia », sono state contattate, come anche l’Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia. Ma solo questo.


La spinta del Quirinale alla politica
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 9 ottobre 2013)

Sulla carta, l’amnistia su cui Napolitano ha sollecitato il Parlamento a riflettere, non ha purtroppo molte probabilità, forse nessuna, di essere approvata in tempi brevi.
E basterebbe la misera, nonché miserabile, reazione di Grillo, che ne ha parlato come di un salvacondotto per Berlusconi, incurante delle condizioni inaccettabili in cui versano i detenuti, per temere che il Parlamento non sia in grado di affrontare il problema con la dovuta serietà.

Una questione di mancanza di civiltà, di quelle che trascinano l’Italia in fondo alle classifiche mondiali, che ormai da troppo tempo la politica nel suo complesso ha lasciato sulle spalle dell’indomito Pannella, l’unico a battere su questo tasto, con i suoi periodici digiuni che lo riducono in fin di vita.

Se davvero, pur di non offrire al Cavaliere una via d’uscita, il punto fosse di rinunciare a qualsiasi aiuto umanitario per gli oltre settantamila carcerati italiani, che languono in celle che ne potrebbero contenere appena la metà, sarebbe proprio una ragione per parlarne. Tra l’altro Berlusconi, per la quantità di pene che sta accumulando passo dopo passo, potrebbe avvalersi solo parzialmente di un provvedimento di clemenza: non sarebbe insomma la soluzione dei suoi guai.

La verità è un’altra, come sanno bene i mille parlamentari a cui è rivolto il messaggio del Capo dello Stato. Da venti anni a questa parte l’amnistia è diventata impossibile a causa di una legge approvata alla vigilia di Tangentopoli che prevede che la decisione debba essere presa con una maggioranza di due terzi del Parlamento. Un obiettivo irraggiungibile, dal momento che basta che un partito si sfili, candidandosi a usare in modo strumentale il suo rifiuto presso un’opinione pubblica allarmata dal rischio di veder rimessi per strada delinquenti comuni, per bloccare qualsiasi iniziativa in questo senso. Ed è così che in questo lungo periodo le Camere non sono mai riuscite a varare nuove amnistie, neppure quando a chiederglielo era arrivato a Montecitorio il Papa, e quando le condizioni carcerarie avevano superato ogni limite di sopportabilità.

Ma se Napolitano, consapevole di tutte le difficoltà, s’è deciso a porre nuovamente la questione – dopo esser rimasto sgomento, nella sua recente visita a Napoli, dell’inferno del carcere di Poggioreale -, non è certo perché possa razionalmente sentirsi sicuro che il suo appello venga accolto. Piuttosto, perché non si stanca di richiamare la classe politica nel suo complesso, e la maggioranza di larghe intese che sostiene il governo, a farsi carico dei reali e urgenti problemi del Paese, invece di perdere il proprio tempo a far polemiche in tv. In questo senso – va detto con la dovuta cautela – lo sprone del Presidente, diversamente da altre volte, ha più possibilità di essere accolto, anche se l’ostacolo dei due terzi di maggioranza resta difficile da superare.

Basta solo vedere, con l’eccezione dei 5 stelle e con quella prevedibile della Lega, il rispetto con cui il messaggio del Quirinale è stato subito comunicato al Parlamento e ascoltato con attenzione nelle aule dai deputati e senatori presenti. In altri tempi, ed ecco risaltare la differenza, i messaggi, o erano stati accantonati in un clima di imbarazzo generale, come accadde a quello di Leone, o discussi superficialmente, come capitò quando Cossiga pose con fermezza la questione delle riforme istituzionali. Invece l’intervento di Napolitano è stato accompagnato da un appoggio niente affatto formale del presidente del consiglio Letta, da un’accoglienza molto positiva del Pdl (fino a ieri polemico con il Presidente per il suo comportamento dopo la condanna di Berlusconi), e da un impegno esplicito del Pd ad affrontare di nuovo la riforma della giustizia, finora tabù per il centrosinistra, di cui l’amnistia e la soluzione del problema delle carceri rappresenterebbero un punto di arrivo.

Perché questa è in sostanza la spinta che Napolitano ha voluto dare al governo e al Parlamento: per farli uscire dal particolare del caso Berlusconi, in un modo o nell’altro ormai avviato a conclusione con il prossimo voto in Senato sulla decadenza da parlamentare, e spingerli ad applicarsi al ben più complesso nodo dei rapporti tra politica e giustizia. Un muro che da vent’anni blocca ogni evoluzione del sistema politico e tiene il Paese arenato sulle sabbie di una transizione infinita.


Ridare la parola al popolo del Pdl
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 9 ottobre 2013)

Santo e benedetto proposito quello di tenere unito il partito! Ma quale partito? Il Pdl o Forza Italia? Oppure l’uno e l’altro uniti insieme dopo, come sostengono alcuni, averlo defalchizzato o, come pensano altri, dopo aver tagliato i garretti agli alfaniani? Questi interrogativi riempiono le cronache dei giornali come se fossero quelle di un derby giunto alla fine del primo tempo e che deve ancora vedere come andrà a finire il secondo.

Ma a nessuno sembra interessare granché il vero interrogativo che grava sul Popolo delle Libertà o Forza Italia che dir si voglia. Un interrogativo che non riguarda i giocatori in campo per il derby tra falchi e colombe ma gli spettatori paganti che sono costretti a guardare dagli spalti una partita a cui dovrebbero partecipare direttamente ma da cui sono tassativamente esclusi. Ma una forza politica non è una squadra di calcio. Perché è vero che gli elettori si comportano molto spesso come i tifosi ma è ancora più vero che non possono essere uniformati a chi ha come unici compiti quelli di pagare il biglietto (per lo stadio o per la pay Tv) e di gioire o piangere per le fortune o le disgrazie della squadra del cuore. Gli elettori non sono spettatori passivi.

Sono, al contrario, i veri detentori del potere di incidere sulla vita del paese che i loro rappresentanti utilizzano sul campo politico in nome e per conto di chi li ha eletti. Non importa se il partito sia cesarista, leaderistico o plebiscitario. La legittimazione al cesare, al leader, a chi ottiene l’investitura plebiscitaria viene sempre e comunque dai cittadini. Ed è a loro che si deve comunque fare riferimento quando, come è successo per il Pdl-Forza Italia, scoppiano lotte di potere tra i gruppi di dirigenti investiti della rappresentanza popolare. Qualche sondaggista si è divertito ha testare il probabile peso elettorale dei falchi e delle colombe.

Ed ha fornito dei numeri che sembrano tirati fuori dalle cronache dei tempi della scissione di Gianfranco Fini e del suo raggruppamento. Nessuno dubita che se il movimento di Silvio Berlusconi si spaccasse in due la parte guidata dal Cavaliere otterrebbe in caso di elezioni due o tre volte i consensi della parte guidata da Alfano. Ma la sorte del centro destra non può essere una questione da far risolvere dai sondaggi o, come sta avvenendo in questi giorni, da una trattativa segreta tra gruppi antagonisti accomunati esclusivamente dal ritrovarsi nelle rispettive posizioni di vertice non perché eletti ma perché designati. E’ il momento, in sostanza, di cedere il passo ai detentori veri del potere di rappresentanza popolare.

E’ il momento, in sostanza, di un congresso. Che non si risolva nella conta delle tessere di chi ha più soldi da investire ma un congresso aperto delle idee a cui possano partecipare tutti gli elettori del centro destra. Senza un congresso che assicuri una effettiva partecipazione popolare ed un reale confronto di proposte e progetti non ci può essere nessuna unità, nessuna ripresa, nessuna prospettiva per il futuro di un centrodestra presentabile e liberale.


L’arma di Berlusconi si chiama Alfano
di Vincenzo Vitale
(da “L’Opinione”, 9 ottobre 2013)

A proposito delle recenti vicende che dividono il Pdl, l’affermazione più seria sembra essere quella fatta da Vittorio Sgarbi l’altro giorno nel corso di un dibattito televisivo. Sgarbi ha infatti asserito che Berlusconi dovrebbe ringraziare Alfano, il quale gli ha fatto un vero e inatteso piacere, liberandolo da diversi soggetti infidi e completamente privi di seguito elettorale.

Sgarbi accredita Alfano di non più del 2% in sede elettorale e perciò ritiene che il danno per il Pdl sia irrilevante. È il caso di dare ampia ragione al ragionamento di Sgarbi, il quale, pur non essendo un politico di professione, comprende meglio e di più dei veri politici come stanno le cose. E le cose stanno precisamente così. Berlusconi non ha nulla da temere dal fatto – finora solo minacciato – che Alfano e i suoi costituiscano gruppi parlamentari separati e che puntino ad un partito autonomo. Infatti, il vero problema politico non è la divisione del Pdl – l’ultimo esempio di cose che accadono da sempre in ambito partitico (basti pensare al Psdi di Saragat, nato dopo la scissione di palazzo Barberini dal Psi di Nenni) – ma è la tenuta elettorale del partito di centrodestra.

Ma in proposito non ci sono problemi, naturalmente a certe condizioni. La prima è che Berlusconi comprenda che se anche gli riesce molto doloroso, e al limite insopportabile, assistere alla divisione della sua creatura politica, essa è a tutto beneficio di lui e degli italiani. Infatti, da un lato, che prendano altre strade personaggi quali Alfano o Cicchitto non può che far bene all’elettorato di centrodestra, coagulandolo ancor più attorno ad idee che nessuno di costoro era in grado davvero di difendere e diffondere: essi erano e sono pura zavorra.

Dall’altro lato, Berlusconi può oggi toccare con mano quanto male abbia fatto in tutti questi anni ad evitare di formare una classe dirigente che fosse insieme competente ed affidabile, trovandosi invece a dover fare i conti con gente di questo tipo alle cui peripezie oggi stancamente siamo costretti ad assistere. Basta assistere infatti a un dibattito televisivo per accorgersi della sostanziale impreparazione di tanti esponenti politici del Pdl, della loro incapacità di godere di un reale respiro politico, della mancanza di senso delle istituzioni.

Al contrario, la sinistra ha sempre curato con maniacale attenzione il personale politico reclutato e la sua formazione e, dal suo punto di vista, ha fatto benissimo. Per questo motivo, non c’è storia quando in televisione si confrontano, per esempio, l’ex magistrato Casson e la Prestigiacomo oppure Cicchitto e D’Alema. Che alcuni di questi se ne vadano perciò non può che far bene (anche se altri, ancora rimasti, farebbero bene a far le valigie…). La seconda condizione sta nel fatto che dal momento che Berlusconi è stato sterilizzato dalla magistratura, facendosene una ragione e comprendendo che ormai è ultrasettantenne, la figlia Marina si convinca a prenderne il posto nel cuore dell’elettorato moderato.

Lei ha tutte le caratteristiche per farlo in modo egregio: è bravissima, tenace, tosta quanto basta, intelligente e soprattutto ha su tutti gli altri due enormi vantaggi. Il primo è che si chiama Berlusconi e perciò garantisce un marchio di fabbrica affidabile e sicuro. Il secondo è che è donna, e oggi ciò conta moltissimo: sarebbe il primo caso nella storia d’Italia di una donna candidata a capo del governo e così i moderati batterebbero sul tempo anche i più sinistrorsi. Naturalmente, Berlusconi continuerebbe a far politica in senso alto e nobile, non dietro le quinte, ma sopra le teste di quelli che non vedono ciò che dovrebbero vedere e non capiscono ciò che dovrebbero capire: anzi, potrebbe approfittare dell’ottima occasione offerta da Alfano, per invitare alcuni altri che ancora non l’avessero fatto a seguirne l’esempio (per esempio, Verdini, la Prestigiacomo, ecc.), cercando davvero di formare una classe dirigente di livello (a proposito, dov’è finito Marcello Pera?).

Però, bisogna far presto. Non c’è molto tempo, prima che Alfano, succubo di Letta, consegni letteralmente l’Italia alla sinistra, senza neppure combattere: già si sta per reintrodurre l’Imu, si darà l’Alitalia alla Francia e nessuno dirà la verità sull’Iva, vale a dire che aumentarla produce di filato una riduzione del gettito fiscale. Ecco perché bisogna chiedersi: ma questi – da Letta ad Alfano che gli tiene il moccolo – ci sono o ci fanno? Letta ed Alfano (con i loro partiti di riferimento) non concederanno peraltro le elezioni prima dell’inizio del 2015, fra poco più di un anno: e un anno è un tempo esiguo per fare tutto questo. Eppure, Berlusconi può farcela, è il solo che può farcela perché ha quello che tutti gli altri non hanno: il consenso elettorale. Alla fine dei giochi soltanto questo conta.


L’abisso delle prigioni
di Adriano Sofri
(da “la Repubblica”, 9 ottobre 2013)

Per una volta, mi metterò nei panni di Giorgio Napolitano. Il quale sapeva, come me e come voi, che il suo messaggio sulle carceri gli sarebbe stato ritorto contro come un vile espediente per trarre dalle peste Silvio Berlusconi. Che ci sono esponenti politici e uomini di spettacolo che sulla rendita di insinuazioni come queste ingrassano. Che la corruzione di comportamenti e lo scandalo di sentimenti di un ventennio sfinito hanno esacerbato l’opinione.

Insomma: che si stava cacciando in un guaio grosso. E allora, perché l’ha fatto? Azzardo una risposta. Se fossi Napolitano, sarei sconvolto, come me, dallo stato delle galere. Mi ricorderei di essere andato – lui, non io – il giorno di Natale del 2005, a una “marcia per l’amnistia” indetta dai radicali. Otto anni fa: Napolitano aveva appena ottant’anni, Berlusconi stava benone, era capo del governo. A quella Marcia di Natale, Napolitano disse al cronista di Radio radicale che per lui, col suo passato, non era così insolito partecipare a un corteo, sebbene fosse diventato più raro. Ma a questa, spiegò, bisognava esserci. E mi auguro che la politica affronti il problema, aggiunse, “senza lasciar prevalere pregiudiziali, o timori non ben chiari…”.

Continuo a immaginare che cosa dev’essersi detto licenziando il suo messaggio. Non se la prenderà, io sono interdetto in perpetuo. Si sarà ricordato che nel giugno 2011 partecipò a un convegno promosso da Pannella e ospitato dal Senato sulle carceri. Berlusconi stava benino, era capo del governo. Lui, il presidente, disse che era una “questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile”. Disse che la questione della giustizia e specialmente delle carceri era giunta “a un punto critico insostenibile, sotto il profilo della giustizia ritardata e negata, o deviata da conflitti fatali tra politica e magistratura, e sotto il profilo dei principi costituzionali e dei diritti umani negati per le persone ristrette in carcere”. Citò “i più clamorosi fenomeni degenerativi – in primo luogo delle condizioni delle carceri e dei detenuti – e anche le cause di un vero e proprio imbarbarimento”. Parlò di “una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la vita – di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo, per non parlare dell’estremo orrore dei residui ospedali psichiatrici giudiziari, inconcepibile in qualsiasi paese appena appena civile – che solo recenti coraggiose iniziative stanno finalmente mettendo in mora”. (Macché: sono sempre lì, questo lo aggiungo io). Continuò: “Evidente è l’abisso che separa la realtà carceraria di oggi dal dettato costituzionale… È una realtà non giustificabile in nome della sicurezza, che ne viene più insidiata che garantita, e dalla quale non si può distogliere lo sguardo…”. E concluse: “Non dovremmo tutti essere capaci di uno scatto, di una svolta, non foss’altro per istinto di sopravvivenza nazionale? Ci si rifletta seriamente, e presto, da ogni parte”.

Non ci si rifletteva, da nessuna parte, o quasi. Intanto lui, Giorgio, continuava a tormentarsene, penso. Visitava galere, ascoltava invocazioni, veniva alternamente lodato e insultato da Marco Pannella, che gli ingiungeva di rivolgere un messaggio alle Camere. Napolitano è forse altrettanto impaziente di lui, ma lo dissimula meglio, e temeva che un’iniziativa così straordinaria come il messaggio presidenziale sarebbe restata in quelle circostanze lettera morta, e avrebbe fatto retrocedere piuttosto che avanzare la giusta causa e urgente. Però non perdeva occasione per ribadirla. Qualche tempo fa, all’uscita da una visita a San Vittore, a Marco Cappato che lo interpellava sull’amnistia, rispose: “Se mi fosse toccato mettere una firma lo avrei fatto non una ma dieci volte”. Berlusconi stava ancora così e così.

Napolitano si sarà ricordato tutto questo. Intanto l’Europa ci condannava ripetutamente, e l’Italia, che lui supremamente rappresenta, veniva vieppiù umiliata. Avrà pensato ancora: “Mentre lasciavo il Quirinale, e avevo pronte le valigie, e mi figuravo un ozio di Capri appropriato alla mia età e ai desideri di famiglia, questo mi rimordeva sopra tutto. Quando ho disfatto le valigie, mi sono ripromesso di riprendere comunque il filo. L’ho fatto ora, prima che sia davvero troppo tardi. Tardi per le scadenze tassative cui ci obbliga l’Europa, e, più irreparabile ancora, per la nostra umanità. Il mio messaggio è là, cliccateci sopra, leggetelo, non vi accontentate di questa usurpazione giornalistica. Troverete tutto, niente di più e niente di meno di quello che penso e sento. Adesso ne ho 88, di anni. A differenza di voi giovani, posso permettermi di guardare lontano. Come volete che mi intimidisca delle speculazioni, delle insinuazioni, degli insulti? Mi dispiacciono certo le incomprensioni e le diffidenze sincere, mi auguro che vogliano misurarsi con la verità. E comunque, posso permettermi anche di dire le cose come stanno: per esempio, che chi mi accusa di voler salvare Berlusconi (che non potrebbe nemmeno San Gennaro, n. d. r.) e assicurare ‘l’impunità delle caste’, se ne frega del paese e della gente, e non sa quale tragedia sia quella delle carceri”.

Cinque anni fa, quando fu varato un indulto mutilato dell’amnistia, che avrebbe sgombrato tribunali ostruiti da un arretrato intrattabile, favorendo prescrizioni agli abbienti e sventura ai poveri cristi, restarono con pochi altri a difendere una decisione del parlamento, lui Napolitano e Romano Prodi. Allora, lo spauracchio agitato sul futuro della democrazia era Previti: Previti restò dov’era, in un comodo domicilio, e nessuno ne ha più sentito parlare. Gridavano che il processo all’Eternit sarebbe stato insabbiato: si è tenuto ed è finito come doveva. Ammonirono che i delinquenti usciti avrebbero messo a repentaglio la sicurezza degli italiani: non successe, e fra gli usciti e i beneficiari di pene alternative ci furono assai meno recidivi. Queste ultime osservazioni, e molte altre cui rinuncio, non sono del presidente, ma mie: un po’ per uno.

Considerando tutti questi precedenti, Napolitano ha confidato che non si potesse lealmente fraintenderlo. Che non si possa fraintendere il favore per la stessa amnistia, quando viene da giuristi come Carlo Federico Grosso, da ministri indipendenti come la signora Cancellieri, da direttori di carceri, da sindacati di agenti penitenziari, da magistrati e avvocati e operatori penitenziari. Ci sono 64.758 detenuti per una capienza di 47.615, ha scritto. Ci sono sgabuzzini provvisori di un metro per un metro adibiti a cella, senza finestre, senza una suppellettile, con un giornale sul quale fare i propri bisogni. È un po’ lungo il suo messaggio, lo sa, ma si abbia cura di leggerlo. Poi lui non c’entra più. È sovrano il Parlamento. Può fare quello che crede, là sono indicate molte misure diverse, e soprattutto un criterio, e più ancora un sentimento. In Parlamento ci sarà chi è favorevole all’amnistia perché spera che ne venga una via d’uscita per Berlusconi. Ci sarà chi è contrario all’amnistia perché teme che ne venga una via d’uscita per Berlusconi. Napolitano avrà fatto la tara, e si sarà augurato che ci sia chi rifletta perché è in pena per l’inferno in cui stanno i carcerati e le loro famiglie, e per il vicolo cieco in cui si trova la giustizia. (Gli altri, quelli che sono comunque contro ogni clemenza perché sono pieni di rancore e detestano il prossimo loro, non vanno considerati in una categoria a parte, perché stanno indifferentemente nella prima e nella seconda).

Ecco, penso che sia andata più o meno così. Tornato del tutto nei miei panni, ho una cosa da dichiarare, per conflitto d’interessi. Io devo gratitudine a Napolitano, perché non mi diede la grazia. Avrei vissuto il mio tempo supplementare da graziato, sarebbe stata dura.


Lettera di Renato Brunetta a Dagospia
(da “Dagospia”, 9 ottobre 2013)

Caro Dago,
osserviamo con una certa curiosità gli attorcigliamenti del Partito democratico per evitare che qualsiasi beneficio connesso a qualsiasi forma futura di amnistia o indulti sfiori Berlusconi. Bravi. In questo sono meno ipocriti i grillini.

La “perimetrazione” dei reati estinti dall’amnistia toccherà – come ha scritto Napolitano – al Parlamento, che avrà da elaborare una legge che dovrà raccogliere i due terzi dei consensi. Lo prevede la Costituzione, modificata dopo l’ultima amnistia del 1990.

Vorremmo ricordare qui i meravigliosi attorcigliamenti, mascherature, dissimulazioni che caratterizzarono l’ ante-Pd, cioè il Pci, in quell’occasione. Lo fecero per evitare che si capisse una verità elementare: e cioè che quel referendum doveva essere ed è stato un regalo infiocchettato al partito comunista, che vide cancellato, estinto, reso zero il reato di finanziamenti illecito che da loro era essenzialmente ricavato dai rubli e dai dollari di Mosca. Cioè Urss, cioè nemici dell’Occidente.

Nel dibattito parlamentare non si accennò mai alla questione. Nessuno ebbe bisogno di mettere in rilevo che venivano perdonati a priori i compagni. Passò senza che risultasse. Ha scritto Sergio Romano: “Come tutti i reati non finanziari per i quali era prevista una pena detentiva «non superiore nel massimo a quattro anni », i finanziamenti illeciti ai partiti politici furono amnistiati con un decreto del presidente della Repubblica del 12 aprile 1990”.

Piace qui ricordare che a tenere le fila dei deputati del Pci fu Anna Finocchiaro Fidelbo. La quale propose al suo partito di votare l’astensione. La ragione? L’aveva esposta un indignatissimo Gian Carlo Pajetta. Il quale lanciò il sospetto che l’amnistia fosse stata pensata contro i lavoratori della Fiat. Disse che il processo all’ingegner Romiti e ad altri dirigenti per violazione dello Statuto dei lavoratori aveva avuto tempi cronometrati “giusto in tempo per l’amnistia”.

Dunque astensione. Disse la Finocchiaro: “…si sono voluti mantenere nel beneficio alcuni reati quali quelli relativi allo statuto dei lavoratori; e chi considera classista quella normativa, offende anzitutto la coscienza democratica” . Il verbale reca scritto: Applausi dei deputati del gruppo del Pci. Aggiungiamo anche i nostri. Un capolavoro di doppiezza togliattiana. E questi qui ora vogliono darci lezioni, vero senatrice Finocchiaro?

On. Prof. Renato Brunetta


Amnistia, dopo il monito di Napolitano. Noi vi diamo B, voi 60mila detenuti
di Davide Varì
(da “gli Altri”, 9 ottobre 2013)

L’hanno chiesta tre papi – Wojtila, Ratzinger e Bergoglio – e ora pure il presidente della Repubblica Napolitano, ma niente: l’amnistia “non se po fa’”. L’indulto, quello sì, è meno complicato per chi in campagna elettorale urlava “in galera!”. Uno sconticino di pena di tre anni si può concedere, ma l’estinzione del reato è più compromettente.

Eppure tutti sanno che le patrie galere sono bombe pronte a esplodere. L’ultima deflagrazione risale a mercoledì scorso. I detenuti del carcere di Catanzaro hanno iniziato l’ennesimo sciopero della fame. «Ci trattano come bestie », hanno detto. Ma nessuno se ne è accorto. Solo i “san bernardi” radicali e un manipolo di parlamentari garantisti – garantisti veri che i colleghi più prudenti trattano come appestati – hanno provato a protestare. Ma tutto è stato risucchiato dal buco nero della questione Berlusconi. Erano i giorni della giunta e del voto di fiducia in Senato, chissenefrega, dunque, di quelle poche centinaia di derelitti rinchiusi in uno sperduto carcere calabrese.

Insomma, tutti sanno ma nessuno si muove. Non si muove la destra che pure vorrebbe salvare da san Vittore o dai servizi sociali un paio dei suoi finiti nei guai. E non si muove la sinistra, terrorizzata dalla reazione della pancia del partito: quella che da vent’anni vuole spedire in galera B. e tutti i suoi complici. Meglio migliaia di disgraziati rinchiusi in celle di tre metri per tre piuttosto che mister B libero, mugugna l’intestino del piddì. Ed è questo il guaio: la parte più garantista del paese e del parlamento è paralizzata, la ragionevolezza e la pietà sono annichilite dal caso B.

E chiunque provi anche solo ad accennare alla questione amnistia è accusato di intelligenza col nemico, di complicità col “pregiudicato”.

Travaglio docet: «Dunque prepariamoci alle prossime mosse: qualche rivolta di detenuti nei mesi estivi; campagne “garantiste” contro il sovraffollamento sugli house organ di destra, seguiti a ruota dai finti ingenui di sinistra; i soliti moniti del Colle; le consuete giaculatorie cardinalizie. Poi, come per l’indulto bipartisan del 2006, una bella amnistia urbi et orbi, estesa ai reati dei colletti bianchi e alle pene accessorie. Così migliaia di detenuti usciranno per qualche mese (poi le celle torneranno a riempirsi: i delinquenti sono tanti e, per chi non lo è, nessuno ha interesse a cambiare le leggi che producono troppi reclusi). E uno non uscirà dal Parlamento: lui ».

Insomma, il Pd è tentato, ma di fronte alle accuse del Torquemada de noantri, che peraltro rappresenta una buona fetta del suo elettorato, si impaurisce come uno studentello perbene e di buona famiglia beccato a trescare col Franti.

Il problema è che il Pd si ostina a vedere la questione B come un ostacolo all’amnistia. Finché c’è lui di mezzo, dicono, è difficile salvare le altre decine di migliaia di poveracci che stanno in galera. Ma a ben vedere la questione B è un’opportunità. In futuro, quando inizierà l’era postberlusconiana, sarà piuttosto difficile trovare una destra così “garantista” e disponibile all’amnistia. Gasparri, tanto per intenderci, era uno che fino a qualche anno fa chiedeva la reintroduzione della pena di morte e la Santanchè la castrazione per i pedofili.

Solo l’amore per B – un amore non del tutto disinteressato – li ha condotti su strade più ragionevoli. Il Pd dovrebbe decidersi a sfruttare la questione B e la momentanea disponbilità di una destra fulminata da questo strano garantismo per svuotare le carceri. Insomma, uno scambio di prigionieri in piena regola: noi vi liberiamo B e voi sessantamila poveracci.


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Bart