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Rai, dopo Crozza salta anche lo show di Roberto Benigni

16 Ottobre 2013

di Redazione
(da “Libero”, 16 ottobre 2013)

Quattro milioni di euro per una prima serata sulla Rai. Sembra essere questo il compenso che avrebbe dovuto prendere Roberto Benigni per il suo show natalizio “Dieci comandamenti”, come ha affermato Renato Brunetta, anche se l’emittente pubblica non conferma. Ma l’appuntamento – come scrive Il Giornale – non ci sarà. E, visto il colore rosso dei conti di viale Mazzini, sembra alquanto probabile che lo spettacolo sia “saltato” per motivi economici, più che per gli impegni esteri del premio Nobel toscano. Così, un altro “black out” si aggiunge al palinsensto Rai 20013/2014. La bomba era stata innescata da Renato Brunetta, che nella trasmissione di Fabio Fazio aveva chiesto al conduttore quale fosse il suo compenso, costringendo poi la Rai a promettere di rendere pubblici gli stipendi dei dipendenti. A ruota l’abolizione del programma di Crozza sulla rete, che avrebbe dovuto intascare 25 milioni di euro.

Dunque per ora anche lo show di Benigni è “rinviato” a data da destinare, così come le puntate sulla Divina Commedia, percorso tra i canti danteschi iniziato nel 2006. Peccato però che siano già state registrate nell’estate e distribuite dalla casa di produzione della famiglia Benigni, la Melampo. Se non la Rai, chi si accollerà l’onere di metterle in onda? E’ intuibile quindi che la rete, alla fine, si piegherà: in cambio ovviamente di seratone da show-man. La televisione di Stato si trova in cattivissime acque e a fine anno chiuderà il bilancio in forte perdita. Sarà difficile convincere che lo spettacolo del comico toscano sia stato rimandato, proprio in questo momento, per motivi non economici.

Intanto anche i consumatori si accodano all’appello di Renato runetta. “Rendere pubblici i compensi Rai”, a cui pagano il canone. “Vogliamo che la Rai renda pubblici i cachet elargiti a tutti i conduttori televisivi e personaggi di punta della rete, per capire quanto l’azienda spenda ogni anno e come siano realmente utilizzati i soldi degli utenti – hanno chiesto Codacons e Associazione Utenti Radiotelevisivi – Non si tratta di un favore che la rete fa ai cittadini, ma di un preciso obbligo cui l’azienda è tenuta. Il clima di segreto di Stato ci fa pensare che la Rai abbia molto da nascondere”.


Maurizio Crozza: dal canone al cannone
di Barbara Alessandrini
(da “L’Opinione”, 16 ottobre 2013)

L’antica ballata siciliana descriveva una crozza che sopra un cannone raccontava la sua lacrimevole storia. Più prosaicamente, fino al primo pomeriggio di ieri, parafrasando la ballata, il comico Maurizio Crozza era felicemente appoggiato sul canone Rai. Un contratto di 25 milioni e 517mila euro senza l’impiego di alcuna produzione interna all’azienda radiotelevisiva pubblica, per quattro anni che avrebbe visto Crozza condurre un proprio programma su Rai1 nei i prossimi tre anni.

Da ieri, dopo la cannonata sparata dal presidente dei deputati del Pdl Renato Brunetta, autore di un’interrogazione al presidente della Vigilanza Roberto Fico, però, l’accordo sul supercachet è saltato. Senza addentrarsi nel ginepraio delle cifre e dei conti riferibili alle società esterne che graverebbero ulteriormente sul leviatano di viale Mazzini, c’è da chiedersi se la direzione Rai non sia stata colta dal dubbio che nel momento in cui il governo impone nuovi sacrifici varando nuove tasse agli italiani l’Azienda di servizio pubblico italiano sarebbe stata investita da una bufera di proteste a causa di una retribuzione che avrebbe assicurato al comico 5 milioni annui. Evidentemente sì.

Chissà se lo stesso dubbio coglierà il direttore generale Gubitosi in seguito all’offensiva che Beppe Grillo ha lanciato sulla scia sempre di un’altra cannonata che domenica scorsa Brunetta ha sferrato a “Che tempo che fa” contro Fabio Fazio per le cifre previste nel contratto che accorda all’autore e conduttore della trasmissione su Rai3 un compenso di 5,4 milioni di euro rispetto ai sei milioni che scadono il prossimo giugno. Un ridimensionamento, insomma, quasi ridicolo, quello con cui Fazio ha cercato di blindarsi e a cui ha vincolato la conduzione di San Remo.

Tanto sfrontato quanto l’improntitudine con cui lo stesso Fazio, rifiutandosi di rendere noto il suo compenso, si è appellato, nel faccia a faccia di sabato scorso con Brunetta, a un obbligo di riservatezza preso con la Rai che le associazioni dei consumatori si sono affrettate a smentire e dichiarare contrario alla legge. Anche sulle più spinose e delicate questioni, in Italia, però, non ci facciamo mai mancare siparietti di sorta e slittamenti in farsa.

E su quel pepato scambio di battute tra un Beppe Grillo che minaccia o promette a Fazio che “Verremo a cantare a Sanremo” e la replica di Fazio: “Se porti due pezzi validi, ma devono essere due, ti facciamo cantare”, l’artigliere Brunetta ricarica la spingarda, felice che Grillo condivida le sue battaglie. L’ultima battuta potrebbero averla gli italiani quando, chiamati a ripagare il canone, potrebbero optare per caricare il cannone della rivolta fiscale. Crozza o non Crozza.


La dittatura dell’opinione
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 16 ottobre 2013)

Dicono che una forte passione – e quale passione è più forte di un sentimento di morte sospesa? – possa impregnare l’aria, e stamparvisi in eterno. E’ uno dei principi dell’occultismo, spiega l’origine irrazionale dei fantasmi, la paura del passato che ritorna a tormentare i vivi, ma è anche un ideale romantico, come sempre quando si ha a che fare con l’idea del tempo, della storia, delle rimembranze. Dunque chissà se il Parlamento, e le stanze della commissione per il regolamento del Senato, gonfie ancora una volta di quelle parole, sempre le stesse, “voto palese o voto segreto?”, quelle espressioni di grammatica protocollare che stavolta avvolgono il destino di Silvio Berlusconi, chissà se conservano ancora, quelle stanze in cui si vuole stabilire ancora una volta la fine di un ciclo politico, l’odore di accaduto, malgrado la memoria stinga ormai nell’indefinito, e malgrado le storie, politiche e personali dei protagonisti di ieri e di oggi, siano così diverse.

Giovedì 29 aprile 1993, vent’anni fa, in una di quelle giornate che non finiscono mai, dopo quattro mesi di strepiti parlamentari e singhiozzi di piazza, suicidi e arresti a scandire gli sbalzi della terzana politica e giudiziaria d’Italia, Bettino Craxi, a voto segreto, malgrado il tentativo di sovvertire la prassi, venne graziato per pochi voti dall’Aula di Montecitorio. La Camera respinse, dopo aver rifiutato anche la procedura del voto palese, le sei autorizzazioni a procedere contro il segretario del Psi, con i socialisti che si baciavano e si abbracciavano, in un effimero sospiro di sollievo, mentre il Parlamento diventava, da allora e per sempre, soltanto uno stato emotivo, un forte turbamento interiore di fronte a oggetti vaghi e per natura imprendibili come “l’opinione pubblica”. Alle 23 Montecitorio, dopo il voto su Craxi, è sotto assedio, volano uova sui deputati, i socialisti vengono accolti da un coro di pernacchie. Qualcuno cerca il dialogo, Vittorio Sgarbi, allora deputato del Pli, vuole convincere i manifestanti, ma la parola “galera” gli arriva all’orecchio come di contrabbando. “Quel 29 aprile è, fra i giorni della mia vita, uno dei tre o quattro che mi recito da cima a fondo, quando voglio cercare di raggiungere l’estasi mesta di rivivermi”, rievoca Rino Formica, l’ex ministro craxiano, che allora era lì, attore passivo, ma protagonista, d’una vicenda che riassume in sé la tragedia di un mondo al crepuscolo, un sistema certo arrogante, corrotto, eccessivo, ma solido, alfabetizzato, ancora intimamente politico eppure senza speranza, la cui morte ha generato la Seconda Repubblica, quella del populismo e dei sondaggi, dei leader carismatici, di Berlusconi, di Beppe Grillo e di Matteo Renzi. “Quel voto stabilì l’inizio della fine”, sospira Fabrizio Cicchitto. E lo dice con un sospiro evocativo, quasi un singhiozzo. Anche lui era lì, il vecchio socialista oggi berlusconiano, e ricorda bene le urla, il lancio delle monetine fuori dall’Hotel Raphael, “l’onda di piena d’un opinione pubblica che nessuno seppe guidare, una forza che tutto travolse”.

C’era Gianfranco Fini, capo del Msi, con gli occhi fuori dalle orbite, “voi altri che siete ladri avete difeso un ladro”, e poi Umberto Bossi che già s’agitava e forse prevedeva di raccogliere col retino tutta quella schiuma, Achille Occhetto che ritirava i ministri dal governo, Massimo D’Alema e Giorgio Napolitano che, senza nemmeno sospettare quanto se ne sarebbero poi dovuti pentire, sentenziavano una condanna forse fatale per i successivi vent’anni: “Va abolita l’immunità parlamentare”. Fu abolita da un Parlamento che galleggiava sul vischioso acquitrino dell’emotività collettiva, in un paese in cui la voce della civiltà politica si condannava a diventare un birignao infantile. E di quel provvedimento fu relatore Pier Ferdinando Casini, “guarda un po’ sempre lui”, dice Cicchitto con ironico slancio: l’allievo di Arnaldo Forlani entrò così nel gioco del vivere. “Cercavano in Craxi un capro espiatorio, uno che pagasse per tutti, pensavano di poter assecondare l’onda dell’antipolitica”, dice Riccardo Chiaberge, scrittore, giornalista culturale, editorialista del Fatto quotidiano. “Luciano Cafagna parlò di ‘ilarità degli abissi’ per definire lo stato d’animo e il clima dell’epoca, l’euforia del sub che perde l’ossigeno, quell’allegrezza malata che precede l’embolia e il soffocamento. L’opinione pubblica festeggiava sotto la ghigliottina come se fosse l’alba di chissà che cosa”.

E quella che travolse il Parlamento fu dunque l’euforia dei moribondi, mentre anche nel Partito socialista si provò l’ebbrezza di spodestare il capo, e fu una strana guerra civile combattuta in un cimitero. “Era la doxocrazia, la dittatura dell’opinione, con i partiti che assecondavano la jacquerie e si consegnavano al suicidio, e dico tutto questo senza rimpiangere quel sistema sballato e corrotto”, conclude Chiaberge. Il lancio delle monetine non nacque da una civica collera, ma valse a sciogliere una pubblica ossessione, anche se un gesto ha spesso due o tre ragioni, di cui nessuna esclude le altre. E insomma accade a chiunque di sbagliarsi, di cominciare con Rousseau per arrivare al boia di Parigi, di partire con D’Annunzio per ritrovarsi con Farinacci. Da allora in poi la storia d’Italia è andata avanti per spasmi, contrazioni violente, salti nei cerchi di fuoco, il referendum, il maggioritario, il processo ad Andreotti, l’arresto dei ministri, la vittoria di Berlusconi, il balletto dei Dotti e delle Ariosto, Di Pietro, l’avviso di garanzia del 1994, il porcellum, la caduta di Prodi per via giudiziaria, la condanna in Cassazione del Cavaliere. Da quel momento fatale, “il reciproco amore tra la sinistra e i magistrati divenne un labirinto senza uscita per tutti, anche per la sinistra stessa”, sostiene Cicchitto, “una via senza meta, il solito di quasi tutte le tresche clandestine e adultere, che hanno il nulla come ultimo scopo: abissi senza sfogo”. Punire il Parlamento fu l’estasi e la dannazione di Mani pulite. Punirlo, guarirlo, purgando l’eccesso e l’errore, “ma condannando l’Italia a un destino terribile e impolitico”, dice Formica con romanticismo cimiteriale. “I cicli della politica si chiudono con le amnistie. Come nel “’46”, rievoca l’ex ministro socialista amico di Napolitano, “quando Togliatti, De Gasperi e Nenni, pur sapendo di andare contro le pulsioni dei loro stessi partiti, amnistiarono i fascisti. Berlusconi è nato dalla fine della politica e ha incarnato il disprezzo della politica in questo ventennio, quel principio secondo cui il sondaggio è tutto e le idee sono niente. Ecco, adesso lui è vittima di se stesso, ha ucciso la politica e ovviamente non c’è modo di fargli avere l’amnistia”.

E insomma, Formica vuole dire che Berlusconi, lui che ha costituzionalizzato la tirannia dei sondaggi e dell’opinione pubblica, è la nemesi di Craxi, malgrado il Cavaliere oggi si lamenti del plebeismo antipolitico e vagheggi pure una soluzione di sistema al conflitto con la magistratura, quello scioglimento di tutti i grumi che Napolitano ha tentato di proporre al Parlamento sordo e impolitico. E chissà se il presidente della Repubblica, davvero, come dicono, si è più volte lamentato e pentito d’aver contribuito in maniera determinante all’abolizione dell’immunità parlamentare. Si gettò a occhi chiusi contro l’immunità, a capofitto, come chi è colto e trascinato dal demone della vertigine. “Tutto cominciò il 16 marzo del ’93”, ricorda Formica, “quel giorno si discutevano degli ordini del giorno e degli emendamenti per trovare una soluzione allo scandalo della corruzione. La Lega sventolava il cappio in Aula, e tutti gli ordini del giorno, di tutti i partiti, compresi i Radicali, impegnavano il governo, testualmente, a non assumere atti contro l’azione dei magistrati”. E così si arrivò per gradi, dopo Craxi, dopo le monetine, alla modifica della Costituzione, dell’articolo 68. E quello di Napolitano, il presidente che si trova a gestire il cruento declino dell’anomalia berlusconiana, oggi, raccontano, è un dubbio che nel tempo gli s’è invelenito in fiele, “fu un errore?”, si chiede il capo dello stato. Ed è lo stesso, alterno, tormento di D’Alema, nel cui nome fu innalzata la Bicamerale, insomma, colui che segnò e incarnò e predicò il tempo caduco dell’inciucio, del patto con il Caimano, della normalizzazione, del legittimo e reciproco riconoscimento. E così pare che indugi nel pentimento, fedele compagno e seguace del castigo, che di solito, in Italia, si manifesta con un grado di ravvedimento non incompatibile con il perseverare nel peccato.

“L’Italia ha sublimato, nella dittatura dell’opinione, il suo già schizofrenico carattere nazionale”, dice Chiaberge. “Nessuno rimpiange Frattocchie e parrocchie, che erano i vivai della classe politica prima di Tangentopoli, però quelle scuole formavano una classe dirigente con una sua ossatura. La politica, prima che diventasse ostaggio dell’opinione pubblica e degli altri poteri, poteva affrontare la gestione della cosa pubblica senza avvitarsi continuamente in una crisi di nervi. Se Margaret Thatcher avesse guardato i sondaggi non avrebbe fatto nulla, si sarebbe accucciata”, dice Chiaberge con gravità malinconica. E insomma Tangentopoli ha distrutto la Prima Repubblica, indebolito strutturalmente la Seconda con l’abolizione dell’immunità, e restituito un sistema politico incapace d’accettare una condizione minoritaria o impopolare seppur al fine di affermare un principio giusto. Doxocrazia, dittatura dell’opinione, “e così Grillo oggi diventa più xenofobo di Bossi per raggranellare dei voti, perché gli conviene. E Matteo Renzi, anche lui in lotta per il consenso facile, si scopre uomo tutto legge e ordine”, conclude Chiaberge. Soltanto dopo l’abolizione dell’immunità parlamentare fu rotto il tiepido non-tempo delle illusioni in cui la politica italiana smemorava malgrado Tangentopoli; prima di allora la morte, l’estinzione, l’impotenza e la sudditanza non apparivano che una peripezia per attori, da recitare fra breve, col tacito accordo che, dopo le ovazioni e gli inchini, si sarebbe tornati tutti dietro le quinte a rivestirsi, a riessere sé. Ancora padroni dell’Italia, anche se per procura, l’America di qua, di là l’Unione sovietica. Ma non è andata così, la storia ha scelto tragitti più cupi.

E insomma sono due storie diverse, quella di Craxi e di Berlusconi, “e il paragone nobilita il Cavaliere”, sibila Formica. Certo, entrambi sono stati travolti dal trauma giudiziario, l’uno per reati connessi alla politica, al finanziamento dei partiti, l’altro per frode fiscale. L’uno diceva che “così fan tutti”, e alzandosi in piedi un giorno di vent’anni fa pronunciò una drammatica chiamata in correo di fronte al Parlamento ammutolito e carico di grida represse, l’altro giura di non aver commesso alcun reato e accusa i magistrati d’accanimento. Corsi e ricorsi storici, dunque, ma niente è uguale, neanche due piselli che stanno nello stesso baccello sono identici, figurarsi due uomini che appartengono a due mondi così diversi, la Prima e la Seconda Repubblica. Così uno nasconde la calvizie, mentre l’altro la esibiva; uno è ricco, mentre l’altro non aveva una lira in tasca e persino la favoleggiata villa di Hammamet, rispetto ad Arcore, ancora sembra una casa abusiva alla foce del Simeto. Craxi ebbe forse un’amante di cui si chiacchierava tanto, mentre Berlusconi è stato il re delle cene burlesque; Craxi da laico si era consegnato alla moglie, Berlusconi da cattolico ha coltivato il mito della seduzione; Craxi aveva il socialismo e Pietro Nenni, Berlusconi ha il Milan e “Drive In”; l’uno aveva Giuliano Amato, l’altro ha Gianni Letta. E insomma, l’unica cosa che forse Berlusconi e Craxi hanno in comune è Fabrizio Cicchitto. Ma anche l’aria pazzotica di giacobinismo che li avvolge è la stessa. Eterno schema, eterna tenaglia: da un lato l’inchiesta tecnica (leggi: metafisica) sulle responsabilità della corruzione e dei disastri, dall’altra la retorica intorno alle volontà del popolo, lo stato di diritto, la giustizia, le regole.

E così in Senato il Movimento 5 stelle ieri pomeriggio avrebbe voluto modificare in corsa i regolamenti parlamentari apposta per Berlusconi, cancellare il voto segreto: Grillo propone un provvedimento contra personam per colpire, con un contrappasso, l’uomo accusato da circa un ventennio d’ogni nefandezza ad personam. E il senatore collettivo del Pd, il magistrato Felice Casson, sostiene la singolare teoria secondo cui è opportuno conservare l’istituto del voto segreto, tranne che per Berlusconi, poiché nel suo caso specifico, nel voto per la sua decadenza, sostiene Casson, “non si tratta di votare su una persona, ma sull’applicazione di una legge”, la famosa legge Severino che prescrive la sopraggiunta ineleggibilità per i condannati in via definitiva. “Io non sono berlusconiano e penso pure che il Cavaliere debba decadere, ma quella di queste ore è pura tirannia dell’opinione”, opina Chiaberge, “il voto segreto o vale sempre o non vale mai, questa classe politica traumatizzata cambia idea e si riorienta a seconda della contingenza, del vento che tira nel paese. Oggi tira un’aria giustamente contraria al reato d’immigrazione clandestina per effetto dell’immane tragedia di Lampedusa, ma fu sempre sull’onda d’una emozione pubblica che quel reato venne introdotto, ed è così che funziona la politica, che schizofrenica s’adegua alle mode”. Un universo di personalità cui non interessa mai la complessità, ma il gioco a spese della complessità, la battuta sfrigolante, un cinismo decorativo e marginale. Ma “stavolta, malgrado la debolezza della politica, non andrà a finire come con Craxi”, è il vaticinio di Cicchitto, anche se il Cavaliere sente le ore correre verso la fine, e senza che nulla valga a sospenderne l’imperterrito precipizio, “ma non è più il tempo delle monetine”, dice l’ex capogruppo del Pdl. Semmai delle flatulenze su Twitter, sgradevoli ma innocue, lì dove il pensiero s’aggrega per rilassamento muscolare.


Santanchè: “Sono fortemente contraria all’amnistia e all’indulto”
di Redazione
(da “Libero”, 16 ottobre 2013)

Se ne è stata buona, pacata per qualche ora, poi Daniela Santanché è tornata in tv più forte che mai spiazzando i telespettatori della trasmissione di Mirta Merlino su La7. “Sono fortemente contraria all’amnistia e all’indulto”, ha detto la Pitonessa durante “L’aria che tira”. Santanché ha spiegato che “prima serve fare una riforma della giustizia. Non è questa la soluzione”. La pasionaria azzurra è convinta comunque, qualora il Parlamento riuscisse a fare una legge di clemenza, questa lascerebbe fuori i reati per i quali è stato condannato Silvio Berlusconi. La Pitonessa probabilmente pensa già alla prossima campagna elettorale. Secondo diversi sondaggi delle ultime settimane circa il 70 per cento degli italiani è contrario ad un’amnistia o ad un indulto per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri.

Campagna elettorale – La mossa della Santanchè poterebbe andare in questa direzione: parlare a quell’elettorato di Forza Italia che è più intransigente su provvedimenti di clemenza. Un pò la stessa strategia che segue Matteo Renzi, anche lui impegnato in un’eterna campagna elettorale. Il rottamatore aveva affermato qualche giorno fa da Bari: “Sono contrario ad amnistia e indulto”. C’è però un’altra chiave di lettura sulle parole della “Pitonessa”. Subito dopo la condanna in Cassazione, la Santanchè aveva consigliato al Cav di scontare la pena.

Il martirio del Cav – Una mossa, quella suggerita dalla Santanchè che poneva Silvio nel ruolo di “martire”. Un “martirio” quello del Cav che secondo i “falchi” sarebbe stato un ottimo volano per ottenere un ritorno elettorale in caso di voto anticipato. Insomma a quanto pare la profezia di Alfano si avvera. Il segretario del Pdl più di una volta ha avvisato Silvio: “Stai attento perchè i falchi non fanno i tuoi interessi. Ti vogliono dentro”. Non è probabilmente questa l’idea della Pitonessa, dato che ha sempre combattutto per testimoniare l’innocenza del Cav. Ma il suo no a indulto e amnistia, qualche dubbio lo lascia…
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I miei lettori sanno che sono perfettamente d’accordo con Daniela Santanchè. Per poter vincere la sua battaglia liberale, Berlusconi deve combattere dal carcere. Non esito a considerare ottusi e subdoli coloro che lo consigliano diveramente. Se Berlusconi ha paura del carcere, allora è assai meglio che dia l’addio alla politica e ai suoi ideali.


Legge di Stabilità, cifre sull’acqua
di Enrico Marro
(dal “Corriere della Sera”, 16 ottobre 2013)

Speravamo in una legge di Stabilità di svolta, ma non lo è. Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, aveva alimentato grandi aspettative. La manovra, disse in tv a Porta a Porta , «avrà come cuore l’intervento per ridurre le tasse sul lavoro e aumentare i soldi in busta paga dei lavoratori ». Ma a conti fatti, con un misero miliardo e mezzo nel 2014, le retribuzioni nette aumenteranno, se va bene, in media di 10-15 euro al mese.

Come nel 2007, non se ne accorgerà nessuno. Non passa di qui il rilancio dei consumi. E, se non riparte la domanda, non saranno tardivi sgravi sull’Irap a rendere le imprese più competitive né alcuni incentivi a convincerle ad assumere. Lavoratori e pensionati si accorgeranno invece subito dei tagli e dovranno fare i conti con nuove tasse come la Tresi per capire se rispetto a prima ci guadagnano (forse, se hanno solo la casa d’abitazione) o ci rimettono (probabilmente, se hanno più abitazioni o se inquilini). Saranno in balia delle decisioni dei Comuni sulla stessa Tresi e delle Regioni, che si rifaranno sui cittadini per il miliardo di tagli subiti.

La manovra varata ieri dal Consiglio dei ministri è insufficiente a rilanciare lo sviluppo. Rischia invece di replicare un brutto film già visto. Appena un anno fa. La seconda manovra del governo Monti puntava anch’essa sulla riduzione dell’Irpef, in maniera diretta, anziché attraverso le detrazioni. Tagliava infatti di un punto le due aliquote più basse. Su questo si impegnavano ben 4,2 miliardi nel 2013. In Parlamento la manovra fu «riscritta » dai capigruppo della maggioranza Brunetta e Baretta. Le aliquote Irpef rimasero immutate e in compenso aumentarono le detrazioni sui carichi familiari e si stabilì che non sarebbe scattato l’aumento dell’Iva a luglio.

Quella legge di Stabilità non ha rilanciato la crescita, anzi la recessione è stata maggiore del previsto. Anche questa volta il Parlamento cambierà la manovra. Speriamo senza assalti alla diligenza. Ma la sostanza, temiamo, resterà la stessa: tanti interventi, magari singolarmente utili, sempre piccoli, talvolta che si annullano tra loro. Una legge di Stabilità all’insegna del «vorrei ma non posso ». Perché le intenzioni possono essere le migliori, e quelle di Enrico Letta sicuramente lo sono, ma non si può realizzare una svolta se il governo di larghe intese, anziché realizzare poche grandi riforme che nessun altro esecutivo potrebbe fare, percorre la strada ovvia del compromesso. Non c’è un cambio di passo: né sulle tasse (la pressione fiscale scenderebbe in misura infinitesimale) né sull’evasione fiscale; né sulla spesa né sul debito pubblico.

Si parte con un testo di una novantina di pagine, una trentina di articoli e centinaia di commi, che si moltiplicheranno strada facendo. Si concluderà come al solito all’ultimo minuto a dicembre, su un maxiemendamento che cambierà tutto per non cambiare nulla. E tra un anno scopriremo che mezza manovra sarà rimasta sulla carta perché ancora non saranno stati varati i decreti attuativi, come ha rivelato Il Sole 24Ore due giorni fa, spiegando che tutte le leggi varate dal governo Monti e da quello attuale richiedono 725 provvedimenti applicativi, 469 dei quali ancora da adottare.


Legge stabilità, tomba per larghe intesse
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 16 ottobre 2013)

Due sono le ragioni che giustificano l’interruzione della democrazia dell’alternanza e la conservazione di un governo di larghe intese formato da forze naturalmente antagoniste. La prima è il cambio del sistema politico. Cioè la fine della democrazia dell’alternanza e il ritorno a un sistema partito proporzionalistico che trova il suo punto di equilibrio nelle aggregazioni al centro.

La seconda è l’esigenza di fronteggiare gravissime situazioni d’emergenza con misure eccezionali capaci di far uscire il Paese dalle particolari difficoltà in cui ha finito con il trovarsi. La prima ragione viene negata dalla stragrande maggioranza delle forze politiche. Tranne l’Udc di Pierferdinando Casini e qualche settore cattolico di “Scelta Civica” non esiste un solo personaggio di spicco della scena politica nazionale che predichi apertamente il ritorno al passato della Prima Repubblica e alla stabilità assicurata da un centro inamovibile formato da una forte componente cattolica alleata con una parte della sinistra riformista. Naturalmente nessuno crede che siano i soli Casini e Mauro a promuovere la corsa del gambero.

E tutti sospettano che la parte del Pdl guidata da Angelino Alfano e quella del Pd facente capo ad Enrico Letta stiano lavorando nella prospettiva di far rinascere la Dc sotto la nuova veste della sezione italiana del Ppe e di ricreare lo schema del centrosinistra andato avanti dagli anni Sessanta fino all’inizio degli anni Novanta. I diretti interessati, però, negano. Ribadiscono la loro volontà di ritornare non alla Prima Repubblica ma alla normale democrazia dell’alternanza e spiegano che la loro partecipazione e guida di un governo di larghe intese è solo il frutto di un’esigenza superiore contingente.

C’è da fidarsi delle loro assicurazioni? Per cancellare ogni genere di malevolo sospetto il presidente del Consiglio e il suo vicepresidente e ministro dell’Interno non dovrebbero far altro che applicare concretamente la ragione e l’esigenza che giustifica l’interruzione della democrazia dell’alternanza e le larghe intese. Dovrebbero, cioè, varare una serie di misure particolarmente incisive capaci, se non di bloccare la crisi e rilanciare la crescita, di riaccendere nell’opinione pubblica del Paese la speranza di poter uscire dalla fase di recessione-depressione in cui versa ormai da troppo tempo.

La legge di stabilità, così è stata ribattezzata la vecchia finanziaria, avrebbe dovuto contenere queste misure eccezionali giustificando in pieno la necessità dell’anomalia delle larghe intese. In Germania le larghe intese sono sempre servite per varare le riforme che hanno consentito alla società tedesca di resistere al meglio alla crisi internazionale. Ma la montagna dell’interruzione della democrazia dell’alternanza ha partorito il topolino di una legge di stabilità ragionieristica, di piccolo cabotaggio, priva di qualsiasi riforma incisa e zeppa solo di fantasiose nuove tasse destinata ad aumentare la pressione fiscale sugli italiani e a togliere loro anche l’ultimo barlume di speranza.

Non c’era bisogno di larghe intese per compiere un’operazione del genere. Bastava restare a Mario Monti e alla sua ottusa austerità dalle gravissime conseguenze recessive e depressive. E non c’era bisogno di rinnovare il mandato a Giorgio Napolitano per ritrovarci con una democrazia “protetta e alterata” senza avere in cambio un qualche straccio di riforma. Forse Letta e Alfano non se ne rendono conto. Ma questa ridicola legge di stabilità è la conferma che in primavera si deve tornare al voto!


Berlusconi non sarà più Cavaliere
di Redazione
(da “Libero”, 16 ottobre 2013)

Il Cavaliere non sarà più Cavaliere. Eccola l’ultima umiliazione per Silvio Berlusconi mentre si allungano i tempi per il voto sulla decadenza in Senato, prosegue la procedura per la revoca dell’onorificenza. La data fatidica è il 19 ottobre. Proprio nel giorno in cui la Corte d’Appello di Milano dovrà rideterminare la durata dell’interdizione dai pubblici uffici, i Cavalieri del Lavoro apriranno la procedura che porterà alla revoca del titolo prestigioso che era stato conferito a Silvio BeLrusconi da Giovanni Leone nel 1977.” In caso di interdizione dai pubblici uffici decadono automaticamente e immediatamente tutte le onorificenze, quindi anche quella di Cavaliere del lavoro. Si fa riferimento all’articolo 28 del Codice penale”, lo ha spiegato il presidente della Federazione nazionale dei Cavalieri del lavoro Benito Benedini, interpellato sulla eventuale revoca di Silvio Berlusconi dalla onorificenza di Cavaliere nel momento in cui sarà decisa la interdizione dai pubblici uffici, a margine della cerimonia di consegna delle onorificenze ai 25 nuovi Cavalieri da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Noi comunque come Cavalieri del lavoro non possiamo revocare il titolo, spetta al presidente della Repubblica su istanza del ministro dello Sviluppo economico” ha aggiunto Benedini che ha ricordato che l’ultimo Cavaliere revocato è stato Calisto Tanzi. Intanto Silvio Berlusconi minaccia nuovamente di far cadere il governo.

Ultimatum di Silvio – Molti nel Pdl considerano il voto sulla decadenza l’ora della verità, soprattutto contro chi da settimane minaccia scissioni attraverso gruppi autonomi, come Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto, e Roberto Formigoni. “Non starò certo a guardare mentre mi fanno fuori e mi trafiggono alle spalle”, sarebbe stato il ragionamento fatto dal Cav. “Berlusconi si sta giocando la partita della vita, non starà fermo più di tanto, presto dirà la sua”, assicura una fonte a lui vicino.L’ex premier non si fida più da tempo del Quirinale e il discorso di Giorgio Napolitano è stato interpretato dai fedelissimi come un vero e proprio intervento a gamba tesa. Tant’è che il senatore Sandro Bondi ci è andato giù duro prima contro il presidente della Repubblica (“Le sue riflessioni sono il metronomo della politica italiana e francamente comincio ad avere seri dubbi sull’utilità di questo ruolo esercitato da Napolitano”) e poi contro le larghe intese: “Con il voto palese il Pd mette a rischio l’alleanza”). Anche il presidente dei senatori Renato Schifani fa capire chiaramente il clima che si respira a palazzo Grazioli: “Il Pdl si aspetta che il Pd rivisiti l’atteggiamento tenuto” nella Giunta delle elezioni, dove “si sono forzati tempi e procedure” e non si è concessa la via del ricorso alla Corte Costituzionale o alla Corte di giustizia europea sul caso della decadenza: ove questo non dovesse succedere – avverte l’ex presidente del Senato – è evidente che i margini di agibilità politica della maggioranza si restringeranno sempre più” .

La delusione del Cav – Nel giorno dell’ira per la decisione della Giunta del regolamento del Senato di rinviare al 29 ottobre data e voto segreto sulla decadenza, Silvio Berlusconi torna a invocare l’unità del Pdl per evitare il peggio. Il Cavaliere, che nel pomeriggio è rientrato a Roma, avrebbe ribadito ai suoi tutti i rischi legati a una scissione del partito, invitando chi vuole tradire a uscire subito alla scoperto, prima del ‘verdettò dell’aula di palazzo Madama sulla sua ineleggibilità. Nel mirino, riferiscono a palazzo Grazioli, ci sarebbero le colombe che non giocano pulito, approfittando della generosità del capo. Stasera il leader azzurro dovrebbe avere un colloquio con Angelino Alfano e domani con Raffaele Fitto per cercare di garantire una tregua armata. Berlusconi, raccontano, è molto amareggiato per quanto sta accadendo al Senato e per le divisioni tra alfanianì e lealistì che stanno lacerando la base. Ce l’ha con chi è pronto a tradire e sarebbe molto tentato di aprire una crisi di governo qualora dovessero togliergli lo scranno senatoriale. Nessuno pensi che io resterò al governo con chi voterà la decadenza per cacciarmi dal Parlamento, avrebbe confidato ad alcuni falchì in queste ore di profonda delusione


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart