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LETTERATURA: I MAESTRI: Cléofe

17 Ottobre 2013

di Bonaventura Tecchi
[dal‚ÄĚCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 24 novembre 1967]

Il podere aveva una sua disciplina. Retta da un uomo semplice, bonario, anzi sempre allegro ma instancabil ­mente operoso, in tutte le ore del giorno.

Se non ci fosse stata quel ¬≠la disciplina √Ę‚ÄĒ ferrea, nono- stante le apparenze bonarie – il podere non sarebbe po ¬≠tuto andare avanti, si sarebbe sfasciato come un pagliaio a cui manchi, improvvisamente, il ¬ę mitule ¬Ľ che gli fa da perno. Dopo tre anni e mezzo di stenti √Ę‚ÄĒ e di scuotimenti di capo da parte di tutti i vicini √Ę‚ÄĒ un uomo solo, una famiglia cos√¨ piccola, formata soltanto dal padre, la madre e tre mocciosi sui cinque o sei anni, eran riusciti a condurre avanti, con sempre maggior profitto, un podere di venti ettari.

Certo c’erano state anche le macchine: i trattori per le maggesi, la seminatrice per le semine e la mietitrice per segare il grano e le biade; tut ¬≠ti ordigni presi a prestito Dio sa con quali sacrifici; e un ¬ę biscino ¬Ľ, un piccolo aiuto- pastore, venuto da un podere accanto, e qualche ¬ę opera ¬Ľ, pagata s√¨, ma accorsa anche per amicizia nei momenti pi√Ļ difficili delle faccende.

Tutto questo riconosceva in cuor suo il contadino Cerica Giovanni, cinquantenne, det ¬≠to il ¬ę contadino allegro ¬Ľ: piccolo di statura, i capelli neri, arruffati sulla fronte ma svelto come una lepre nelle faccende e insieme robusto come un torello.

Un gran brutto momento era stato quello in cui i fra ¬≠telli riottosi avevano abban ¬≠donato il podere: tre fratelli, uno dopo l’altro, con le ri ¬≠spettive mogli, ognuna con un bambino attaccato al collo e un altro alla sottana. Quel momento, quando, finite le di ¬≠visioni, ai fratelli e alle loro famiglie aveva dovuto cedere tutto: i danari alla banca, due pezzi di terra, comprati in una stagione fortunata e dei quali la famiglia, un tempo colonica, era orgogliosa, nonch√© la maggior parte del bestiame e perfino le stoviglie… in quel momento il podere era rimasto nudo e crudo, come la pelle di una pecora scorti ¬≠cata, appesa a un chiodo.

 

*

 

Tre anni sono passati, ne sono trascorsi cinque da quei giorni, e il miracolo √® avvenuto. Adesso il contadino Giovanni Cerica sa che, quando c’√® la pace in famiglia e la salute, tutto pu√≤ riuscire, anche quello che sembra impossibile. Ma sa anche altre due cose di cui non parla facilmente: che il fondamento di quella pace nella piccola famiglia sta nella sua indole allegra, un’indomabile allegria, portata in ogni fatica e in ogni circostanza, e √Ę‚ÄĒ non meno preziosa √Ę‚ÄĒ nella discipli ¬≠na che, sotto quelle apparenze allegre egli √® riuscito a imporre a tutti.

Anche ai pi√Ļ piccini. Tutti sono utili alla vita di un podere: a cominciare dai ragazzi di tre o quattro anni. E la piccola Cl√©ofe a quattro anni e mezzo √Ę‚ÄĒ le calze a ¬ę braca ¬≠rella ¬Ľ sotto i ginocchi, gli occhi che non volevano facilmen ¬≠te districarsi dal sonno sicch√© le ciglia rimanevano un poco rapprese nonostante l’acqua calda con cui le aveva sfregate √Ę‚ÄĒ non andava di buon mattino dietro alle code ritte e impazienti dei maialini, appena usciti dal chiuso? E l’Esterina, tre anni pi√Ļ grande della Cl√©ofe, non era capace di pensare da sola all’armento delle pecore? Tra la Cl√©ofe e la Esterina stava Lorenzo, il maschietto, il primogenito: perno di tutte le speranze per l’avvenire.

Ma la colonna della casa era la moglie. Senza una mo ¬≠glie cos√¨, non ci sarebbe stato nulla da fare. La Mora (con questo nome la chiamavano in tutti i casolari vicini) era la donna pi√Ļ semplice del mondo e insieme un piccolo mistero. Buona a tutte le fac ¬≠cende, anche a quelle grossolane: staccare e attaccare i vi ¬≠telli nella stalla, guidare il carro, perfino falciare erba, trascinar sulla schiena gerle da facchino; e la domenica mattina, dopo aver faticato tutta la settimana come un mulo, i contadini la vedevano in chiesa: linda, pulita, i capelli assestati, una delle bambine o dei bambini pi√Ļ picco ¬≠li attaccati alla sottana.

Tutto aveva calcolato il con ¬≠tadino Giovanni Cerica per il buon andamento del suo po ¬≠dere. Soltanto a una cosa non aveva posto mente…

I giorni difficili eran pas ¬≠sati da un pezzo: i mocciosi eran diventati grandicelli, Lo ¬≠renzo aveva quindici anni e il suo lavoro era ormai quello di un uomo. Due uomini dunque, quattro braccia invece di due. E l’ondata dei nuovi nati incalzava l’onda di quelli che erano gi√† oltre i dieci anni.

Tutto andava a vele gonfie. E quando nacque il terzo maschio (tre maschi, sette fem ¬≠mine) e l’allegria prese il so ¬≠pravvento con una sbornia quasi generale, il contadino Cerica Giovanni pens√≤ quella sera √Ę‚ÄĒ uscito un momento al ¬≠l’aria aperta per rinfrescare la mente, un poco ottenebrata dal vino √Ę‚ÄĒ pens√≤ perfino a regolare la propria allegria. Non bisognava esagerare…

Da qualche tempo i moti generosi del cuore avevano preso il sopravvento. La sua tavola, in cucina, bench√© in proporzioni modeste, era qua ¬≠si sempre imbandita: vino e cacio per tutti. E per i signo ¬≠ri carabinieri e le guardie di finanza e anche per i frati, di diversi ordini, che bazzicava ¬≠no in quelle campagne, specie d’estate, c’era, oltre il cacio e il vino, anche qualche pietan ¬≠za. Bisognava restringere le maglie di quell’allegria gene ¬≠rosa, pur cercando di non per ¬≠dere le simpatie degli altri…

 

*

 

Tutto era previsto nella mente giudiziosa di Cerica Giovanni. Soltanto con una cosa non aveva fatto i conti. E s√¨, che era un uomo di car ¬≠ne e d’ossa, e ogni quindici giorni la moglie continuava a piacergli, come se fosse un giovanotto. E regolarmente ogni due anni la Mora gli sco ¬≠dellava un figlio.

Come mai, nella sua sag ¬≠gezza, nell’orditura furbesca e bonaria della sua disciplina, attenta ad imbrigliare ogni ora del giorno, ogni avvenimento delle stagioni, s’era dimentica ¬≠to di ¬ę quest’altra cosa ¬Ľ?

L’Esterina che aveva ormai pi√Ļ di sedici anni, la pi√Ļ gran ¬≠de di tutti, da bambina era diventata donna, quasi senza che alcuno se ne accorgesse. Era stato un avvenimento se ¬≠creto: tra lei e la madre. E le orme acerbe di una ragazza un poco bruttina non aveva ¬≠no dato sull’occhio a nessuno. Anche Lorenzo era diventato giovanotto e, se sbirciava qual ¬≠che ragazza con occhi di de ¬≠siderio, lo faceva con discre ¬≠zione.

Ma per la Cl√©ofe, la terzo ¬≠genita, fu un’altra cosa. Suc ¬≠cesse a tredici anni, pi√Ļ pre ¬≠coce della sorella. E fu una sorpresa, un avvenimento.

In qual modo da una fa ¬≠miglia di brutti o quasi brutti (anche la Mora, bench√© robusta, non era bella) potes ¬≠se ¬ę scoppiare ¬Ľ, all’improvvi ¬≠so, quasi in pochi giorni, una bellezza simile, nessuno sape ¬≠va dirlo. Era come se l’ala di un angelo o di uno spirito be ¬≠nevolo avesse toccato il corpo di quella ragazza. Una ragaz ¬≠zina fin allora, incolore, ano ¬≠nima: una come centomila, una di quelle pastore che van ¬≠no un po’ di malavoglia die ¬≠tro alle bestie ogni mattina sullo stesso prato o in mezzo alle stoppie, e nessuno ci fa caso.

All’improvviso lo stelo di un fiore. Ben fatto, esile nei fianchi, e insieme gi√† carno ¬≠so. Perfino i piedi, quasi sem ¬≠pre nudi anche in mezzo agli spini, s’erano trasformati. Due piedi perfetti, e nella linea delle gambe, casta ed asciut ¬≠ta fin sotto il ginocchio, ecco, all’improvviso, sopra i ginoc ¬≠chi (chiusi come due nodi di un albero) il nascere, quasi l’irrompere di una forza gi√† chiara.

Era una brunetta; bruna come la madre. Ma della ma ¬≠dre e delle sorelle e di tutte le generazioni passate sem ¬≠brava avesse allontanato, per opera di una forza misteriosa, ogni sospetto di rozzezza, di avvenenza troppo facile e con ¬≠tadinesca; e si fosse invece in ¬≠sinuata un’aria di discrezione e di gentilezza. Chi le aveva, per esempio, insegnato a te ¬≠nere due ciocche sulla fronte quasi unite a forma di arco, e sotto quell’arco balenava gi√† un senso di luce che fuggiva? Chi le aveva insegnato a quasi nascondere quelle ciocche con un fazzoletto di colore e, quanto pi√Ļ le nascondeva, tanto pi√Ļ, sotto di esse, scoppiava improvvisa la luce degli occhi? Due occhi a sorpresa: azzurri e folgoranti sulle carni di brunetta.

Nessuno aveva detto: ¬ę la Cl√©ofe s’√® fatta carina ¬Ľ, ¬ę la Cl√©ofe s’√® trasformata ¬Ľ, ¬ę la Cl√©ofe √® diventata una bellezza ¬Ľ. Nessuno dice queste parole tra i contadini. Eppure tutti lo sapevano, anche l’aria delle fratte sembrava che lo sapesse.

Una verità nuova era nata in mezzo alle bestie e alle faccende rustiche e gravose. Una verità nuova, con la quale bisognava fare i conti.

Soltanto il contadino Cerica Giovanni pareva non vo ¬≠lesse saperne. Aperto a tutto, generoso nel dare e nell’aiutare, sembrava sordo a questa voce nuova. O meglio, la sentiva vagamente nell’aria, ma gli sembrava una bagatella. Era intento a seguire l’ingra ¬≠naggio delle ore e delle fac ¬≠cende nell’andamento del po ¬≠dere. E adesso, negli anni di passaggio dalla prosperit√† del podere a quelli di una spera ¬≠ta agiatezza, aveva bisogno di tutti. Del lavoro e della col ¬≠laborazione di tutti i suoi fi ¬≠gli, maschi e femmine. Pen ¬≠sare a un matrimonio √Ę‚ÄĒ sia pur vantaggioso √Ę‚ÄĒ a quattor ¬≠dici anni sarebbe stato una pazzia…

Non si accorgeva che qual ¬≠che cosa stava cambiando in ¬≠torno a lui. Le guardie di fi ¬≠nanza e i carabinieri venivan pi√Ļ spesso, e volevano essere serviti dalla Cl√©ofe. I giovanottini nascevano come fun ¬≠ghi intorno alle fratte: veni ¬≠vano dai casolari vicini e an ¬≠che dal paese. La sera della trebbiatura mai s’era vista tanta gente; e tutti sull’aia vo ¬≠levano il vino mesciuto da quelle mani, sotto il balenare di quegli occhi e di quelle due ciocche assestate sulla fronte a quel modo.

Niente di male, ma il con ¬≠tadino Cerica Giovanni si sen ¬≠tiva vagamente irrequieto. L’allegria non lo sosteneva pi√Ļ. Una sera che rientrava tardi dal paese, nell’ora in cui cre ¬≠deva che l’Esterina e la Cl√©ofe fossero tutte e due occupa ¬≠te a mungere, vide sgusciar via da dietro il pagliaio, in gran fretta, due ombre. Non eran due ragazze, erano un uomo e una donna: la Cl√©ofe e un altro.

E allora cap√¨, finalmente, che un elemento perturbatore s’era introdotto nell’ingra ¬≠naggio delicato della sua famiglia: il pi√Ļ difficile a do ¬≠minare.

 


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Bart