di Bonaventura Tecchi
[dal”Corriere della Sera”, venerdì 24 novembre 1967]
Il podere aveva una sua disciplina. Retta da un uomo semplice, bonario, anzi sempre allegro ma instancabil mente operoso, in tutte le ore del giorno.
Se non ci fosse stata quel la disciplina â— ferrea, nono- stante le apparenze bonarie – il podere non sarebbe po tuto andare avanti, si sarebbe sfasciato come un pagliaio a cui manchi, improvvisamente, il « mitule » che gli fa da perno. Dopo tre anni e mezzo di stenti â— e di scuotimenti di capo da parte di tutti i vicini â— un uomo solo, una famiglia così piccola, formata soltanto dal padre, la madre e tre mocciosi sui cinque o sei anni, eran riusciti a condurre avanti, con sempre maggior profitto, un podere di venti ettari.
Certo c’erano state anche le macchine: i trattori per le maggesi, la seminatrice per le semine e la mietitrice per segare il grano e le biade; tut ti ordigni presi a prestito Dio sa con quali sacrifici; e un « biscino », un piccolo aiuto- pastore, venuto da un podere accanto, e qualche « opera », pagata sì, ma accorsa anche per amicizia nei momenti più difficili delle faccende.
Tutto questo riconosceva in cuor suo il contadino Cerica Giovanni, cinquantenne, det to il « contadino allegro »: piccolo di statura, i capelli neri, arruffati sulla fronte ma svelto come una lepre nelle faccende e insieme robusto come un torello.
Un gran brutto momento era stato quello in cui i fra telli riottosi avevano abban donato il podere: tre fratelli, uno dopo l’altro, con le ri spettive mogli, ognuna con un bambino attaccato al collo e un altro alla sottana. Quel momento, quando, finite le di visioni, ai fratelli e alle loro famiglie aveva dovuto cedere tutto: i danari alla banca, due pezzi di terra, comprati in una stagione fortunata e dei quali la famiglia, un tempo colonica, era orgogliosa, nonché la maggior parte del bestiame e perfino le stoviglie… in quel momento il podere era rimasto nudo e crudo, come la pelle di una pecora scorti cata, appesa a un chiodo.
*
Tre anni sono passati, ne sono trascorsi cinque da quei giorni, e il miracolo è avvenuto. Adesso il contadino Giovanni Cerica sa che, quando c’è la pace in famiglia e la salute, tutto può riuscire, anche quello che sembra impossibile. Ma sa anche altre due cose di cui non parla facilmente: che il fondamento di quella pace nella piccola famiglia sta nella sua indole allegra, un’indomabile allegria, portata in ogni fatica e in ogni circostanza, e â— non meno preziosa â— nella discipli na che, sotto quelle apparenze allegre egli è riuscito a imporre a tutti.
Anche ai più piccini. Tutti sono utili alla vita di un podere: a cominciare dai ragazzi di tre o quattro anni. E la piccola Cléofe a quattro anni e mezzo â— le calze a « braca rella » sotto i ginocchi, gli occhi che non volevano facilmen te districarsi dal sonno sicché le ciglia rimanevano un poco rapprese nonostante l’acqua calda con cui le aveva sfregate â— non andava di buon mattino dietro alle code ritte e impazienti dei maialini, appena usciti dal chiuso? E l’Esterina, tre anni più grande della Cléofe, non era capace di pensare da sola all’armento delle pecore? Tra la Cléofe e la Esterina stava Lorenzo, il maschietto, il primogenito: perno di tutte le speranze per l’avvenire.
Ma la colonna della casa era la moglie. Senza una mo glie così, non ci sarebbe stato nulla da fare. La Mora (con questo nome la chiamavano in tutti i casolari vicini) era la donna più semplice del mondo e insieme un piccolo mistero. Buona a tutte le fac cende, anche a quelle grossolane: staccare e attaccare i vi telli nella stalla, guidare il carro, perfino falciare erba, trascinar sulla schiena gerle da facchino; e la domenica mattina, dopo aver faticato tutta la settimana come un mulo, i contadini la vedevano in chiesa: linda, pulita, i capelli assestati, una delle bambine o dei bambini più picco li attaccati alla sottana.
Tutto aveva calcolato il con tadino Giovanni Cerica per il buon andamento del suo po dere. Soltanto a una cosa non aveva posto mente…
I giorni difficili eran pas sati da un pezzo: i mocciosi eran diventati grandicelli, Lo renzo aveva quindici anni e il suo lavoro era ormai quello di un uomo. Due uomini dunque, quattro braccia invece di due. E l’ondata dei nuovi nati incalzava l’onda di quelli che erano già oltre i dieci anni.
Tutto andava a vele gonfie. E quando nacque il terzo maschio (tre maschi, sette fem mine) e l’allegria prese il so pravvento con una sbornia quasi generale, il contadino Cerica Giovanni pensò quella sera â— uscito un momento al l’aria aperta per rinfrescare la mente, un poco ottenebrata dal vino â— pensò perfino a regolare la propria allegria. Non bisognava esagerare…
Da qualche tempo i moti generosi del cuore avevano preso il sopravvento. La sua tavola, in cucina, benché in proporzioni modeste, era qua si sempre imbandita: vino e cacio per tutti. E per i signo ri carabinieri e le guardie di finanza e anche per i frati, di diversi ordini, che bazzicava no in quelle campagne, specie d’estate, c’era, oltre il cacio e il vino, anche qualche pietan za. Bisognava restringere le maglie di quell’allegria gene rosa, pur cercando di non per dere le simpatie degli altri…
*
Tutto era previsto nella mente giudiziosa di Cerica Giovanni. Soltanto con una cosa non aveva fatto i conti. E sì, che era un uomo di car ne e d’ossa, e ogni quindici giorni la moglie continuava a piacergli, come se fosse un giovanotto. E regolarmente ogni due anni la Mora gli sco dellava un figlio.
Come mai, nella sua sag gezza, nell’orditura furbesca e bonaria della sua disciplina, attenta ad imbrigliare ogni ora del giorno, ogni avvenimento delle stagioni, s’era dimentica to di « quest’altra cosa »?
L’Esterina che aveva ormai più di sedici anni, la più gran de di tutti, da bambina era diventata donna, quasi senza che alcuno se ne accorgesse. Era stato un avvenimento se creto: tra lei e la madre. E le orme acerbe di una ragazza un poco bruttina non aveva no dato sull’occhio a nessuno. Anche Lorenzo era diventato giovanotto e, se sbirciava qual che ragazza con occhi di de siderio, lo faceva con discre zione.
Ma per la Cléofe, la terzo genita, fu un’altra cosa. Suc cesse a tredici anni, più pre coce della sorella. E fu una sorpresa, un avvenimento.
In qual modo da una fa miglia di brutti o quasi brutti (anche la Mora, benché robusta, non era bella) potes se « scoppiare », all’improvvi so, quasi in pochi giorni, una bellezza simile, nessuno sape va dirlo. Era come se l’ala di un angelo o di uno spirito be nevolo avesse toccato il corpo di quella ragazza. Una ragaz zina fin allora, incolore, ano nima: una come centomila, una di quelle pastore che van no un po’ di malavoglia die tro alle bestie ogni mattina sullo stesso prato o in mezzo alle stoppie, e nessuno ci fa caso.
All’improvviso lo stelo di un fiore. Ben fatto, esile nei fianchi, e insieme già carno so. Perfino i piedi, quasi sem pre nudi anche in mezzo agli spini, s’erano trasformati. Due piedi perfetti, e nella linea delle gambe, casta ed asciut ta fin sotto il ginocchio, ecco, all’improvviso, sopra i ginoc chi (chiusi come due nodi di un albero) il nascere, quasi l’irrompere di una forza già chiara.
Era una brunetta; bruna come la madre. Ma della ma dre e delle sorelle e di tutte le generazioni passate sem brava avesse allontanato, per opera di una forza misteriosa, ogni sospetto di rozzezza, di avvenenza troppo facile e con tadinesca; e si fosse invece in sinuata un’aria di discrezione e di gentilezza. Chi le aveva, per esempio, insegnato a te nere due ciocche sulla fronte quasi unite a forma di arco, e sotto quell’arco balenava già un senso di luce che fuggiva? Chi le aveva insegnato a quasi nascondere quelle ciocche con un fazzoletto di colore e, quanto più le nascondeva, tanto più, sotto di esse, scoppiava improvvisa la luce degli occhi? Due occhi a sorpresa: azzurri e folgoranti sulle carni di brunetta.
Nessuno aveva detto: « la Cléofe s’è fatta carina », « la Cléofe s’è trasformata », « la Cléofe è diventata una bellezza ». Nessuno dice queste parole tra i contadini. Eppure tutti lo sapevano, anche l’aria delle fratte sembrava che lo sapesse.
Una verità nuova era nata in mezzo alle bestie e alle faccende rustiche e gravose. Una verità nuova, con la quale bisognava fare i conti.
Soltanto il contadino Cerica Giovanni pareva non vo lesse saperne. Aperto a tutto, generoso nel dare e nell’aiutare, sembrava sordo a questa voce nuova. O meglio, la sentiva vagamente nell’aria, ma gli sembrava una bagatella. Era intento a seguire l’ingra naggio delle ore e delle fac cende nell’andamento del po dere. E adesso, negli anni di passaggio dalla prosperità del podere a quelli di una spera ta agiatezza, aveva bisogno di tutti. Del lavoro e della col laborazione di tutti i suoi fi gli, maschi e femmine. Pen sare a un matrimonio â— sia pur vantaggioso â— a quattor dici anni sarebbe stato una pazzia…
Non si accorgeva che qual che cosa stava cambiando in torno a lui. Le guardie di fi nanza e i carabinieri venivan più spesso, e volevano essere serviti dalla Cléofe. I giovanottini nascevano come fun ghi intorno alle fratte: veni vano dai casolari vicini e an che dal paese. La sera della trebbiatura mai s’era vista tanta gente; e tutti sull’aia vo levano il vino mesciuto da quelle mani, sotto il balenare di quegli occhi e di quelle due ciocche assestate sulla fronte a quel modo.
Niente di male, ma il con tadino Cerica Giovanni si sen tiva vagamente irrequieto. L’allegria non lo sosteneva più. Una sera che rientrava tardi dal paese, nell’ora in cui cre deva che l’Esterina e la Cléofe fossero tutte e due occupa te a mungere, vide sgusciar via da dietro il pagliaio, in gran fretta, due ombre. Non eran due ragazze, erano un uomo e una donna: la Cléofe e un altro.
E allora capì, finalmente, che un elemento perturbatore s’era introdotto nell’ingra naggio delicato della sua famiglia: il più difficile a do minare.