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Napolitano testimone a Palermo

19 Ottobre 2013

1 – il presidente della repubblica dovrà rispondere sul ruolo nel 1993 del suo consigliere, morto nel 2012, nella nomina di Di Maggio al Dap
di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per Il Fatto Quotidiano
(da “Dagospia”, 19 ottobre 2013)

Non fu, con tutta probabilità, un semplice testimone. Nel ’93, quando lavorava con Liliana Ferraro all’Ufficio studi degli Affari penali di via Arenula, Loris D’Ambrosio potrebbe aver avuto un ruolo, anche se inconsapevole, nelle manovre che portarono alla nomina di Francesco Di Maggio ai vertici del Dap, l’ufficio chiamato a gestire il 41bis, nell’ambito del dialogo tra Stato e mafia.

È questo il significato attribuito dalla Procura di Palermo alla lettera che lo stesso D’Ambrosio, divenuto consigliere giuridico del Quirinale, scrive il 18 luglio 2012 al capo dello Stato esternandogli il “vivo timore” di esser stato considerato un “utile scriba” e usato come scudo a “indicibili accordi”, proprio in riferimento al periodo tra l’89 e il ’93.

Ed ecco perché i pm Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia intendono chiedere a Napolitano, da ieri ammesso come testimone del processo di Palermo, se e cosa venne a sapere delle preoccupazioni del suo consigliere giuridico, ma soprattutto di quegli “indicibili accordi” cui D’Ambrosio fa riferimento, nella stagione tra l’attentato all’Addaura e le stragi.

Chi avrebbe usato come “scudo” D’Ambrosio? E perché? Lo spin doctor del Quirinale, scomparso il 26 luglio 2012 per un attacco cardiaco, è tra i comprimari dell’indagine sulla trattativa, per essere stato l’interlocutore privilegiato dell’ex senatore Nicola Mancino che tra la fine del 2011 e la primavera del 2012 tempesta il Colle di telefonate in cerca di protezione.

In quel periodo, mentre l’inchiesta entra nel vivo, per due volte, nel giro di 57 giorni, D’Ambrosio viene interrogato dai pm di Palermo come “persona informata sui fatti”: la prima il 20 marzo, a Roma; la seconda il 16 maggio, nel capoluogo siciliano. La prima volta, il consigliere giuridico nega di essere in possesso di informazioni utili agli inquirenti: “Non ho alcuna notizia specifica – dice – sull’iter seguito per la nomina di Di Maggio”.

Ma la seconda volta, il pm Di Matteo gli comunica che la sua voce è stata “pizzicata” in una telefonata con Mancino, intercettata dalla Dia. In quella telefonata, registrata il 25 novembre 2011, è lo stesso D’Ambrosio a rivelare a Mancino di aver “assistito personalmente” alla stesura del decreto, scritto nell’ufficio della Ferraro, per la nomina di Di Maggio a vice-capo del Dap.

Cosa dice il consigliere del Colle al telefono? “Qui – ammette – ormai uno dei punti centrali della vicenda comincia a diventare proprio la nomina di Di Maggio al Dap”. E ancora: “Io ho assistito personalmente a questa vicenda… ricordo chiaramente il decreto, Dpr, scritto nella stanza della Ferraro… il Dpr che lo faceva vice-capo del Dap”. Perché non ne aveva parlato prima? D’Ambrosio si giustifica scaricando tutto su Mancino: “Il senatore telefona tutti i santi giorni, perché si sente sotto pressione”.

Ma il pm Di Matteo gli contesta le contraddizioni tra le dichiarazioni del primo interrogatorio e la conversazione telefonica. E qui D’Ambrosio, in palese difficoltà, annaspa: “Io voglio dire… la mia idea non era il Dpr, era come la base del Dpr, cioè non c’era il visto, visto, visto, non so se mi sono spiegato. (…) Cioè io quello che sostengo è che può anche essere stata una bozza predisposta lì (…). Però io il Dpr vero e proprio non l’ho visto”.

È ipotizzabile, sostengono adesso i pm della trattativa, che in quell’ufficio di via Arenula, D’Ambrosio avesse collaborato più attivamente, proprio come uno “scriba”, alla stesura di quel decreto che permise a Di Maggio, che non aveva i titoli, di andare a dirigere il Dap al fianco di Adalberto Capriotti. Lo stesso che il 26 giugno ’93, subito dopo essere stato nominato, inviò una nota al ministro della Giustizia Giovanni Conso, suggerendo di non prorogare i 41bis in scadenza entro la fine dell’anno, per lanciare “un segnale di distensione”.

È il cuore della trattativa Stato-mafia: un passaggio sul quale, secondo la Procura di Palermo, si allunga l’ombra del generale del Ros Mario Mori. Nella requisitoria del processo per favoreggiamento alla mafia, che si è concluso il 15 luglio scorso con l’assoluzione di Mori, il pm Di Matteo ha sostenuto che, nel contesto della trattativa, in quei mesi si muoveva in sinergia una robusta cordata istituzionale: e a tal proposito ha citato proprio le parole di D’Ambrosio, al telefono con Mancino: “Era un discorso che riguardava nella parte 41bis… alleggerimento 41bis… Mori… Polizia… Parisi… Scalfaro e compagnia”.

Dopo aver lavorato agli Affari penali, D’Ambrosio fu vicecapo di gabinetto dei guardasigilli Conso, Flick e Fassino. Era in via Arenula quando il 23 dicembre ’96, sotto il governo Prodi, il Parlamento decise la chiusura delle carceri di Pianosa e dell’Asinara, lanciando un altro segnale della “distensione bipartisan” in tema di mafia.

Ma dei suoi dubbi, di quei timori relativi agli “indicibili accordi” che ora i pm vogliono chiarire direttamente con il capo dello Stato, non si sarebbe saputo nulla se lo stesso inquilino del Colle non avesse rivelato un anno fa l’esistenza della lettera del consigliere, indicato come vittima di una campagna mediatica. Quella stessa lettera che adesso lo obbliga a salire sul banco dei testimoni.

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2-Trattativa Stato-mafia il testimone Napolitano
di g.l.b. e s.r. per Il Fatto Quotidiano
(da “Dagospia”, 19 ottobre 2013)

Perché Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del Quirinale, aveva il timore “di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”, nel periodo tra il 1989 e il ’93, come scrisse in una lettera inviata a Giorgio Napolitano il 18 giugno 2012?

È una delle domande che i pm di Palermo rivolgeranno al presidente della Repubblica, la cui testimonianza è stata ammessa ieri dai giudici del processo sulla trattativa Stato-mafia “nei soli limiti delle conoscenze che potrebbero esulare dalle funzioni presidenziali, pur comprendendo in esse le attività informali”. Soddisfatto il pm Nino Di Matteo: “La sua testimonianza è pertinente come quella delle altre 175 persone citate”.

E se a Caltanissetta, nel processo Borsellino, il capo dello Stato dovrà raccontare la sua verità sull’avvicendamento al Viminale tra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino nel giugno del ’92 – e riferire se e cosa ha saputo, nella sua qualità di presidente della Camera, della trattativa mafia-Stato – a Palermo l’obbiettivo dei pm è più circoscritto, ma non meno delicato: chiedere a Napolitano di dare un senso alle parole messe nero su bianco da Loris D’Ambrosio, un mese prima di morire per un infarto, in una lettera poi pubblicata nel volume “Sulla Giustizia”, che ha raccolto gli interventi del Capo dello Stato tra il 2006 e il 2012.

Dall’ufficio stampa del Quirinale solo una replica prudente: “Si è in attesa – è scritto in una nota – di conoscere il testo integrale dell’ordinanza di ammissione della testimonianza adottata dalla Corte di Assise di Palermo, per valutarla nel massimo rispetto istituzionale”. Dal ministero della Giustizia, invece, è arrivata la perplessità del guardasigilli Anna Maria Cancellieri: “Prima di fare commenti, vorrei documentarmi – ha detto – ma certo, tutto questo mi lascia un po’ perplessa, mi sembra un po’ inusuale”.

Mentre Luciano Violante (Pd) ha definito addirittura “originale” l’ordinanza che di fatto ha bocciato la tesi dell’Avvocatura dello Stato, ammettendo tutti i testi, tra cui il presidente del Senato Pietro Grasso (ex capo della Dna), che ruotano attorno al cosiddetto “Romanzo Quirinale”: il pg della Cassazione Gianfranco Ciani, il suo predecessore Vitaliano Esposito e il segretario generale del Colle Donato Marra.

La Corte non ha ravvisato, infatti, una fattispecie di “inammissibilità” come aveva chiesto l’avvocato dello Stato Giuseppe Dell’Aira, “ma semmai di operatività” dell’art. 201 del cpp che prevede il segreto di ufficio, “che, ove ricorrano i presupposti – scrivono i giudici – dovrà essere valutata in sede di esame dei testi medesimi”.

Per quanto riguarda Napolitano, nessuno al momento è in grado di stabilire quanto i limiti fissati dalla Consulta potranno incidere sulle domande e sulle risposte della sua testimonianza. “La Corte ha accolto il nostro articolato di prova – ha spiegato in una pausa del processo il pm Nino Di Matteo – con alcuni limiti che saranno legati a quanto le risposte coinvolgeranno eventualmente l’esercizio della funzione presidenziale”.

Nelle prossime settimane, dunque, pm, giudici e avvocati varcheranno la soglie del Quirinale per interrogare Napolitano, e quelle di Palazzo Madama per sentire Grasso. Convocato da Ciani il 19 aprile del 2012 per discutere del coordinamento delle indagini sulla trattativa, l’ex capo della Pna precisò in un verbale “di non aver registrato violazioni tali da poter fondare un intervento di avocazione”.

A lui i pm adesso vogliono chiedere informazioni sulle richieste di Mancino che invocava protezione nel timore di finire coinvolto, come poi accadde, nell’inchiesta sulla trattativa. Entreranno nel processo, infatti, le trascrizioni delle conversazioni telefoniche fra D’Ambrosio e Mancino che tra il novembre 2011 e l’aprile 2012 tempestò di telefonate il Quirinale nel tentativo di “sfilarsi” dall’indagine.

Nessun riferimento, invece, sarà possibile in aula sulle telefonate top secret tra Mancino e Napolitano che la Consulta ha ordinato di distruggere. Tra le prove ammesse, infine, figura anche l’anonimo denominato “Corvo 2”. Nella sua ordinanza, il presidente Alfredo Montalto ha rilevato come “seppur anonimi (…), tali documenti costituiscono corpo del reato”, in quanto strumenti diretti o indiretti della minaccia allo Stato.

Il processo è stato quindi rinviato al prossimo 24 ottobre per ascoltare i primi testimoni: il questore Rino Germanà e Susanna Lima, figlia dell’europarlamentare dc ucciso nel ’92 a Palermo. Il 7 novembre, invece, saranno ascoltati in video-conferenza i pentiti Giovambattista Ferrante e Francesco Onorato. A partire dal prossimo 11 novembre, la Corte esaminerà altri tre collaboratori di giustizia: Giovanni Brusca, Leonardo Messina e Antonino Giuffré, in una sede protetta e diversa da Palermo.


Mediaset, interdizione Berlusconi: ira Pdl
di Redazione
(da “Lettera 43”, 19 ottobre 2013)

L’interdizione di due anni dai pubblici uffici di Silvio Berlusconi per il caso del processo Mediaset, ha mandato su tutte le furie il Popolo della libertà.
«Tutto come da copione », ha tuonato il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta.
«L’accusa chiede una cosa e, in poco meno di due ore, la Corte milanese ratifica, come un notaio, emettendo una sentenza evidentemente già scritta. Che tristezza. Solo il senso di responsabilità del presidente Berlusconi e di tutto il Pdl può sopportare questo ennesimo schiaffo alla democrazia e al buon senso. Sappiano i giudici che potranno anche decidere sull’interdizione di un politico, ma non potranno mai mettere a tacere la leadership di colui che continua e continuerà a rappresentare nel Paese la maggioranza degli italiani ».
SCHIFANI URLA LO SCANDALO. Duro il presidente dei senatori, Renato Schifani: «Niente di nuovo sotto il sole. Quando si tratta di Berlusconi i giudici lavorano anche il sabato, le sentenze arrivano rapidamente, si accolgono in toto le richieste dell’accusa e non si tengono in alcun conto le giuste eccezioni di costituzionalità e la chiusura del contenzioso fiscale. È l’ennesimo tassello di un mosaico che ha lo scopo, destinato al fallimento, di eliminare il leader di 10 milioni di italiani dalla scena politica ».

Gasparri: «Nessuno eliminerà Berlusconi »

«Copione già scritto », ha affermato il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri.
«A Milano l’accusa chiede e i giudici danno. Ma non sarà il tentativo di eliminare per via giudiziaria Berlusconi a fermare la nostra azione per ristabilire giustizia, democrazia e libertà. Berlusconi è il leader del centrodestra e di milioni di italiani. Il nostro sostegno è totale. Non ci fermeremo e faremo di tutto per porre fine a questa evidente persecuzione ».
Raffaele Fitto, deputato del Pdl, ha palrato di «un giorno cupo per la libertà e la democrazia, non solo per Silvio Berlusconi e per chi gli è vicino, umanamente e politicamente ».
GELMINI: «IL CAV RESTA IL NOSTRO LEADER ». «La procura chiede l’interdizione per due anni ai danni di Berlusconi e il collegio giudicante di Milano risponde ». Per Mariastella Gelmini, vice capogruppo del Pdl alla Camera, «nulla di nuovo anzi tutto secondo copione. A maggior ragione Berlusconi è e resta a pieno titolo il leader del centrodestra, nessuna sentenza potrà mai privarlo del consenso e della fiducia di milioni di elettori ormai persuasi dei danni che l’uso politico della giustizia sta recando al Paese ».

E Bondi attacca Vietti, vicepresidente del Cms

Senza peli sulla lingua il vicepresidente del Csm, Michele Vietti: «Le decisioni definitive vanno rispettate, è legittimo non condividerle, ma in un Paese democratico dove c’è la separazione dei poteri, l’ultima parola spetta ai giudici.  I giudici servono a questo, in un Paese normale tocca al potere giudiziario applicare le regole che il potere politico scrive e farle rispettare ».
RUOLO INUTILE. Secca la replica di  Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, a Vietti: «In relazione alla decisione assunta dal tribunale di Milano, si denota la sua totale incoscienza dei problemi afferenti al rapporto fra l’ordine della magistratura e la democrazia. Questa incoscienza spiega anche l’inutilità del ruolo che ricopre a capo del Consiglio superiore della magistratura ».


Liturgie democristiane al centro
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 19 ottobre 2013)

Chi s’aspetta che il gran movimento al centro che ha portato a improvvise e irrevocabili dimissioni il professor Monti dalla guida del suo partito produca chissà quali conseguenze, di qui a giorni, non conosce, o non si ricorda, le liturgie democristiane, adagiate su tempi medio-lunghi. Ma certo, la brusca defenestrazione dell’uomo che nel 2011 s’era assunto la responsabilità di guidare un’Italia ridotta sull’orlo della bancarotta, e per un anno e mezzo era stato salutato come il salvatore della patria, vorrà pur dire qualcosa.

Dal giorno della caduta del suo governo, Monti, va detto, non ne aveva più azzeccata una: era stato un azzardo la stessa fondazione del suo partito, un ircocervo in cui avrebbero dovuto convivere il «vecchio » dell’intramontabile tradizione Dc di Casini, il «nuovo » di Montezemolo e Italia futura, con la destra-sinistra di Fini e i tecnici superstiti dell’esecutivo. E un inevitabile fallimento, di conseguenza, l’idea di candidarsi a ereditare i voti di Berlusconi: il quale, pur avendone perduti tanti, ne aveva riportati a casa quasi nove milioni, arrivando a sfiorare il partito di Bersani, vincitore annunciato e mancato.

Attorno al professore, poi, gli scricchiolii si erano moltiplicati dopo lo sfortunato tentativo fallito di farsi eleggere presidente del Senato. I sondaggi avari di promesse, e la turbolenza interna che non accennava a scemare, hanno fatto il resto.

Ma è inutile nascondersi che la divergenza finale, che ha portato alla rottura tra Casini e il ministro della Difesa Mauro, da una parte, e l’ex presidente del consiglio dall’altra, è stata su Berlusconi. Monti, che s’era sempre vantato di aver impedito la vittoria di Berlusconi a febbraio con i tre milioni di voti raccolti da Scelta civica, non ha affatto gradito il plateale riavvicinamento che ha portato due giorni fa il ministro Mauro a pranzo con Berlusconi e Alfano a Palazzo Grazioli. Una scelta frettolosa, a suo giudizio: sarebbe stato meglio aspettare l’uscita di scena del Cavaliere.

Casini e Mauro invece, che da tempo lavoravano a quest’obiettivo, pensavano che fosse giunto il momento. Non occorreva più attendere: c’era un’urgenza politica e una personale che potevano combinarsi. Quella politica è rappresentata dalle elezioni europee della prossima primavera, in cui per la prima volta si voterà, sì, con il proporzionale, ma anche con una soglia di sbarramento del 4 per cento, che Scelta civica non era più in grado di superare agevolmente. Quella personale, è ovvio, appartiene al Cavaliere, niente affatto rassegnato al destino della decadenza da senatore che lo attende dal giorno in cui gli è arrivata sul capo la sentenza della Cassazione. Così adesso la prima occasione in cui la nuova alleanza verrà messa alla prova sarà proprio la votazione del Senato che riguarda Berlusconi. Se si deciderà a voto segreto, come vuole il regolamento del Senato e come Pd e M5s vorrebbero impedire, e se gli ex Udc voteranno compatti per il salvataggio del Cavaliere, insieme al partito dei franchi tiratori che in queste occasioni s’ingrossa sempre, la legislatura che sembra minacciata tutti i giorni dal rischio di un nuovo scioglimento delle Camere prenderà un passo più lungo.

Si vedrà allora di che pasta sono fatti gli ex Dc, e soprattutto chi l’avrà vinta, tra loro che non hanno troppa fretta di giustiziare politicamente il pluricondannato leader del centrodestra (tanto, pensano, il suo destino è segnato), e lo stesso Berlusconi. Che sogna appunto di salvarsi in extremis, a dispetto di tutti, uscire vincitore dalla ghigliottina allestita per lui in Senato, e puntare a un’impossibile resurrezione.


Doppio ricatto
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 18 ottobre 2013)

L’avvertimento è chiaro: qui comandiamo noi e abbiamo deciso che Silvio Berlusconi deve uscire dalla politica, subito e per sempre.
Così ieri, in contemporanea, le procure che da anni fanno politica attiva – Palermo e Milano – hanno inviato due messaggi precisi. Il primo è diretto al presidente Napolitano, casomai gli venisse in mente, come trapelato nelle ultime ore, di concedere una qualsivoglia forma di grazia all’illustre condannato. Il pizzino dissuasore ha la forma di un ordine di comparizione presso la corte di Assise di Palermo, in qualità di testimone, dove è in corso il processo sulla fantomatica trattativa Stato-mafia. Uno sfregio, una umiliazione (anche una vendetta del povero Ingroia) visto che fino ad ora mai un capo dello Stato in carica era stato chiamato alla sbarra.

Il secondo avvertimento è stato inviato direttamente a Berlusconi, con l’annuncio dell’apertura a Milano di un nuovo processo – il terzo – sul cosiddetto caso bunga bunga. Evidentemente i pm di Magistratura democratica pensavano di aver chiuso la pratica con l’uno-due di questa estate, prima la condanna definitiva per una inverosimile evasione fiscale, poi il salasso economico del maxi risarcimento a De Benedetti. E invece niente. Quello, Berlusconi, è ancora in piedi, manco fosse l’Ercolino, fortunato protagonista dello spot della Galbani Anni Sessanta, che dondola dondola e mai cade giù. Ma siccome dopo 18 anni di accanimento il barile era stato raschiato, che fare? Semplice: rimettere in scena il caso Ruby, cioè il gossip elevato a caso giudiziario che piace tanto ai moralisti alla Santoro. Che non per nulla ieri sera, nella puntata di Servizio Pubblico, ci si è buttato a pesce con una chicca di giornalismo spazzatura.
Come dire: voi non vi arrendete? Allora noi vi facciamo un mazzo così. Siamo all’uso privato della giustizia. Se ne è accorta anche l’Europa che, sul tema, ha aperto ben due procedure di infrazione contro l’Italia. Gli unici a fare spallucce sono i compagni della sinistra. Gli stessi coccolati da una parte del Pdl. Silenzio e testa bassa, si sta al governo con loro come se niente fosse «per il bene del Paese ». Sì, il Paese di sinistra.


Lo strano sonno del centrodestra. Gli statalisti trasversali
di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 19 ottobre 2013)

Circola in questi giorni un appello firmato da un gruppo di economisti â— fra i quali Francesco Giavazzi che del tema si è già occupato sul Corriere â— contro il nuovo statalismo, le azioni neo-protezioniste del governo Letta. I sottoscrittori fanno riferimento a tre interventi a gamba tesa del governo volti a bloccare gli investitori stranieri: l’operazione che ha portato la Cassa depositi e prestiti al pieno controllo di Ansaldo Energia, quella su Telecom Italia e, infine, la ristatalizzazione di fatto di Alitalia attraverso l’intervento delle Poste.

In tutti e tre i casi, anziché lasciare che il mercato seguisse il suo corso e che le suddette aziende venissero acquisite da investitori disposti a rischiarvi i propri soldi, si è scelta, cambiando le regole ex post, a giochi ormai aperti, la via statalista. Pessimi segnali inviati ai mercati da quello stesso governo che diceva di volere attirare capitali esteri, di voler far cambiare idea a coloro che non investono in Italia perché ritengono il nostro Paese inaffidabile. Le vicende di cui si occupa l’appello, peraltro coerenti con una lunga tradizione statalista, hanno di singolare il fatto che si devono all’azione non di un governo di sinistra ma di un governo ove la destra ha un peso pari a quello della sinistra. Che un governo di sinistra possa decidere interventi di tal fatta lo si può pure capire. Perché lo esigono i sindacati e perché, nei ranghi della sinistra, sono tanti quelli che continuano a preferire l’intervento pubblico alla libera competizione di mercato.

L’unico problema fastidioso davanti al quale può trovarsi la sinistra quando statalizza è che le può accadere di mettersi in urto con quella Europa di cui si considera la più fedele interprete italiana. Come sta accadendo nella vicenda Alitalia: è difficile dar torto agli inglesi mentre chiedono la condanna dell’Italia per violazione dei trattati in materia di concorrenza. Ma che dire della destra? Non toccherebbe a lei la più fiera difesa del mercato? Non toccherebbe alla destra contrastare le pulsioni stataliste della sinistra? E invece no. Queste operazioni si sono fatte col consenso e l’attiva partecipazione del Pdl. L’anomalia italiana è che in questo Paese non è statalista solo la sinistra.

Lo è anche la destra. Si può capire, naturalmente, che sulla vicenda Alitalia il Pdl abbia la coda di paglia e voglia in qualche modo coprire l’errore che, a suo tempo, venne commesso da Berlusconi quando sbarrò il passo a Air France, ma questo da solo non dovrebbe essere un buon motivo per razzolare in modo opposto a come si predica. Non ha molto senso battersi contro l’Imu o altre tasse e poi lasciare che l’intervento pubblico dilaghi. Poiché le tasse alte sono solo un sintomo, o l’effetto, di una presenza statale che non si sa contenere né ridurre. Prima di contrapporsi fra lealisti e ministeriali quelli del Pdl dovrebbero riflettere su che cosa vorranno proporre al Paese quando arriverà il momento di farlo. Il che implica anche una presa d’atto delle ragioni di fondo dei fallimenti dei governi Berlusconi, del fatto che le (troppe) parole spese sulla «rivoluzione liberale » non fossero accompagnate da atti in grado di dare davvero senso, e credibilità, a quelle parole. Piuttosto che sui gradi di fedeltà al capo sarebbe forse più sensato, per il Pdl, dividersi tra chi pensa che non ci siano autocritiche da fare e chi pensa che sia infine necessario cambiare registro.


Monti: «Ho imbarcato specialisti di slalom Senza me Berlusconi sarebbe sul Colle »
di Aldo Cazzullo
(dal “Corriere della Sera”, 19 ottobre 2013)

Presidente Monti, che cos’è successo? Un fulmine a ciel sereno? Perché queste sue dimissioni improvvise?
«Non è stato un fulmine a ciel sereno. Il cielo non era sereno affatto. Può diventarlo ora. Serviva una ventata che spazzasse via la nebbia, al cui riparo undici senatori, più un senatore al governo, operavano per uno snaturamento di Scelta civica. In particolare due capitani di lungo corso: il senatore Pier Ferdinando Casini e il ministro Mario Mauro, più altri improbabili compagni di viaggio ».
Cosa intende per snaturamento?
«Casini e Mauro furono tra coloro che più mi sollecitarono, un anno fa, perché accettassi di guidare una nuova formazione politica, intitolata all’agenda Monti. Scelta civica è stata la prima formazione politica, già in campagna elettorale, a sostenere la necessità di una grande coalizione. Il Pdl se ne è convinto solo dopo il voto, il Pd ha impiegato altri due mesetti. Noi sapevamo che per fare le riforme occorrono spalle larghe: se non è fondato su una seria cooperazione tra i maggiori partiti, un governo non riesce ad andare contro gli interessi costituiti, che bloccano il cambiamento. Noi pensiamo – e dico noi perché negli organi direttivi di Scelta civica questa idea è sempre prevalsa – che il nostro ruolo sia pungolare il governo, per dare più forza al presidente del Consiglio affinché tenga saldamente il timone, senza soggiacere alle pressioni elettoralistiche dei partiti più grandi ».
Si riferisce all’abolizione dell’Imu?
«Quello è stato, purtroppo, un ottimo esempio. Il governo si è piegato, in quel caso, al volere del Pdl e ciò ha molto ridotto i margini di manovra della legge di stabilità, sulla quale abbiamo espresso una posizione in parte critica. Mauro, Casini e i loro seguaci (la cui familiarità con le strategie economiche non era finora risultata evidente) sostengono invece che non bisogna recare il minimo disturbo al manovratore, come se – malgrado i quotidiani diktat del Pdl e del Pd al governo – Scelta civica, ed essa sola, dovesse restare supina, rinunciare ad esercitare quello stimolo alle riforme per il quale siamo nati. Tra l’altro, questa visione contrasta con la linea dello stesso premier Letta, che nel discorso del 2 ottobre per la fiducia si è detto anch’egli convinto della necessità di un contratto di coalizione, come noi sosteniamo da tempo. Per questo lunedì gli abbiamo mandato una bozza, che abbiamo reso pubblica. Vedremo ora come Letta intenderà muoversi ».
Tutto qui il contrasto con Mauro e Casini?
«È un contrasto non da poco, c’è tutta la differenza tra una politica dei contenuti, l’unica che interessa a noi, e una politica tipo GPS, cioè dei posizionamenti, degli schieramenti, l’unica che forse interessa ad altri, sopraffini professionisti della politica. Ma Mauro e Casini paiono molto attivi su un secondo snaturamento di Scelta civica, dissolvere il nostro movimento in un nuovo soggetto “moderato”, aperto a quanto pare anche al Pdl, senza badare troppo se questo si sia veramente emendato di quelle personalità, di quei valori e di quelle linee politiche che sono molto diverse da quelle su cui si è costituita Scelta civica. Noi siamo nati per unire un’anima liberale e un’anima popolare, ma in una prospettiva di serio riformismo orientato all’Europa ».
Scusi, ma l’approdo che lei ha in mente, cioè il Ppe, il Partito popolare europeo, non è lo stesso dei «capitani di lungo corso »?
«In un colloquio con il presidente del Ppe Wilfried Martens poco prima che morisse, ho chiarito che io stavo portando Scelta civica nel suo partito, superando le perplessità di chi tra noi guardava all’Alde, l’Alleanza dei liberaldemocratici guidata da Guy Verhofstadt: una posizione che, se si badasse alla possibilità di incarichi di prestigio nelle istituzioni europee, sarebbe stata la più conveniente, visto che l’Alde sarà l’ago della bilancia a Strasburgo. Dicendo che avrei proposto a Scelta civica di aderire al Ppe, i nostri “capitani di lungo corso” hanno visto svanire l’alibi decoroso, di poter presentare una loro dipartita dai valori di Scelta civica come unico modo per andare nei Popolari ».
Così Mauro e Casini l’hanno messa in minoranza.
«No di certo. Le nostre posizioni sull’identità e il ruolo di Scelta civica sono maggioritarie. Ma mi è perso necessario dare la massima evidenza, e subito, a questa piccola e insidiosa sedizione, per tutelare quanti sono venuti in Scelta civica con entusiasmo per contribuire a trasformare i contenuti e lo stile della politica italiana. E per esortarli a mobilitarsi. Tocca a loro, ora, unirsi e affermare la loro leadership ».
Ma se la sua linea dovesse prevalere lei potrebbe tornare alla guida del partito?
«No. Questo no. Ma da senatore a vita, con maggiore libertà e distacco, mi propongo di essere attivo come prima, e magari con un’influenza non minore, per affermare la visione, i valori, lo stile di governo che Scelta civica vuole promuovere ».
È pentito di avere imbarcato Mauro e Casini?
«Non mi sembra prioritario indugiare sui pentimenti. Certo, ho pensato che se alcuni insistevano tanto perché io mi impegnassi in politica, fosse perché vedevano un’esigenza di cambiamento, più che un interesse di collocamento. Chissà. Mauro da capogruppo al Senato è andato, con il suo collega alla Camera Dellai, a trattare per la composizione del governo – di cui non mi sono occupato -, e ne è uscito ministro della Difesa. ».
Di lei dicono che sia un dilettante della politica.
«Se i professionisti sono gli specialisti di slalom, allora mi considero un dilettante. A quanto pare, nessuno di questi professionisti provetti era disponibile nel novembre 2011 per prendere decisioni difficili, per fare le cose rinviate da troppo tempo ».
Cosa pensa di Enrico Letta?
«Quando gli consegnai la campanella, al momento del passaggio delle consegne, gli dissi che se avessi potuto scegliere un successore sarebbe stato lui: un uomo giovane, di molta esperienza, di cultura europea, che sa le lingue ed è capace di rappresentare l’Italia con dignità. Però le larghe intese sono una condizione necessaria ma non sufficiente per fare le riforme. Il premier dovrebbe predisporre misure che diano qualche insoddisfazione politica alla destra e qualche insoddisfazione politica alla sinistra , dovrebbe fare scelte che scontentino le constituency della destra, quelle della sinistra e quelle del centro, se le avesse. Il rischio è che l’attuale grande coalizione bilanci i benefici politici per la destra e i benefici politici per la sinistra. Sono dispiaciuto che, forse per ingraziarsi il Pdl e Berlusconi che minacciava la crisi per le sue questioni giudiziarie, il governo abbia, in particolare sull’Imu, realizzato il programma elettorale del Pdl ».
Non le è piaciuta la legge di Stabilità?
«Non è che se ne sappia molto. Sono soddisfatto che si siano rispettati i vincoli europei. Ma si doveva abbassare di più la pressione fiscale, ora che la fase d’emergenza è superata. E si doveva cominciare diminuendo le tasse sul lavoro, poi l’Iva, infine le imposte sulla casa. Invece, obbedendo a un diktat, i primi due obiettivi, che sono i più importanti per la crescita, sono stati penalizzati ».
Voterà sì o no alla decadenza di Berlusconi?
«Leggerò la relazione che sarà presentata dalla commissione elezioni del Senato. Si voterà sull’applicazione di una legge, non su una persona. È una legge che porta la mia firma, oltre a quella dei ministri Severino, Cancellieri e Patroni Griffi. La considero una legge costituzionale, che non necessita di ulteriori verifiche. A questa legge mi atterrò ».
I «capitani di lungo corso » le hanno detto che voteranno – o le sembrano intenzionati a votare – contro la decadenza di Berlusconi?
«Non ne ho la minima idea. Nel partito non ne abbiamo discusso. Immagino che non l’abbia fatto neppure il ministro Mauro, con il presidente Berlusconi e il segretario Alfano, suoi ospiti a colazione al circolo ufficiali del Ministero della Difesa ».
Chi guiderà Scelta civica dopo di lei?
«C’è il vicepresidente vicario Bombassei. C’è uno statuto che fissa le regole per scegliere il nuovo leader. Non è un partito personale. Subito dopo le elezioni abbiamo tolto il mio nome dal logo, ora si chiama solo Scelta civica per l’Italia. Una dizione molto significativa, credo ».
Non sarà un partito personale, ma tutti lo consideravano il partito di Monti. Sopravviverà alle sue dimissioni?
«Certo. Così funziona la vita delle istituzioni e della politica ».
Non è pentito di essere «salito in politica »? Se potesse tornare indietro lo rifarebbe?
«Certo che lo rifarei. Non sono affatto pentito. Sapevo che sarebbe stato costoso sul piano personale sacrificare quella cosa impalpabile ma importante che è la terzietà, su cui avevo impostato tutta la mia vita. Ne ho pagato un prezzo forse ancora maggiore di quello che mi aspettavo. Ma in 50 giorni, non so come, senza organizzazione, abbiamo preso oltre tre milioni di voti, in maggioranza di centrodestra. Senza di noi, il Pdl avrebbe la maggioranza alla Camera e al Senato, Berlusconi sarebbe diventato a sua scelta presidente della Repubblica o presidente del consiglio, e avrebbe deciso da chi sarebbe stata occupata l’altra posizione. Scelta civica ha contribuito a costruire la grande coalizione, a ristabilire quel rispetto per la politica europea e per il bilancio pubblico che nella campagna elettorale era stato gettato alle ortiche. Senza di noi, il corso della storia italiana sarebbe stato leggermente diverso ».


I sospetti di Berlusconi sulle manovre al Centro
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 19 ottobre 2013)

A Roma la chiamerebbero – e non senza ironia – la giornata del «volemose bene ». Perché che improvvisamente il Pdl si desti decidendo di mettere da parte le incomprensioni delle ultime settimane per ricompattarsi è ovviamente cosa cui è difficile credere.
Così, seppure la cronaca scarna racconta di un Angelino Alfano (che ieri sera ha incontrato il Cavaliere) che «grazie al lavoro di Silvio Berlusconi » sta «costruendo un grande centrodestra » con a seguire elogi più o meno seriosi da parte di falchi (Sandro Bondi in primis) e lealisti (a partire da Raffaele Fitto), le cose sono ben più complesse.
A complicarle, probabilmente, sono soprattutto i movimenti al centro e la per nulla sobria rottura nel gruppo di Scelta Civica. Mario Mauro, infatti, insieme a Pier Ferdinando Casini è ormai ad un passo dal dar vita a gruppi autonomi alla Camera e al Senato (la dicitura potrebbe essere Popolari). Un’operazione che il Cavaliere guarda con una certa circospezione, cosciente – che, come riferisce chi ha avuto occasione di incontrarlo a Palazzo Grazioli nelle ultime 36 ore, – che i nuovi gruppi potrebbero essere il primo passo per dar vita ad un’aggregazione di centrodestra che sostenga il governo senza se e senza ma. Una sorta di contromossa, insomma, nel caso Berlusconi o il Pdl tornino sulle barricate, con gli eventuali fuoriusciti del Pdl che avrebbero un gruppo parlamentare saldamente legato al Ppe in cui confluire.

Tra metà novembre e i primi di dicembre è infatti attesa la decisione della Cassazione sull’eventuale ricorso che il Cavaliere presenterà sul riconteggio dell’interdizione dai pubblici uffici. Salvo colpi di scena, la decisione della Corte d’Appello di Milano è attesa per oggi con una pena interdittiva che sarà tra 1 e 3 anni ma con i legali di Berlusconi che potranno comunque ricorrere alla Suprema Corte. Dopo la Cassazione, però, la pena sarà definitiva e l’ex premier perderà l’elettorato attivo e passivo per il tempo stabilito dai giudici. È chiaro, insomma, che si avvicinano tempi in cui la tensione è destinata a salire, anche perché sempre a dicembre dovrebbe arrivare il voto del Senato sulla decadenza del Cavaliere. Non è un caso che Casini cerchi di blandire Berlusconi dicendo che ancora non ha deciso come voterà. E in questo scenario che Alfano parla del «progetto » di «costruire un grande centrodestra da opporre alla sinistra » che sta portando avanti «grazie al lavoro di Berlusconi ». E le stesse parole usa il ministro Gaetano Quagliariello che considera una sua «priorità » dare vita ad una «coalizione di centrodestra che sia potenzialmente maggioritaria ». Alfano incassa gli elogi di Renato Schifani, Paolo Romani, Maurizio Gasparri e Altero Matteoli. Mentre c’è molta ironia nelle repliche che arrivano da Bondi: «È un sollievo ascoltare le parole dell’amico Angelino sulla necessità di lavorare insieme stretti come non mai attorno alla leadership del presidente Berlusconi ». Ancora più tagliente Fitto che arriva a parlare di «importante risultato » nel dibattito politico del centrodestra. «Se ho ben capito – ironizza – siamo tutti convinti che occorra lealtà piena e vera verso Berlusconi. Quindi ripartiamo da Berlusconi e con la sua guida stabiliamo tempi e modi per rilanciare il movimento ». Un modo per rilanciare quell’azzeramento delle cariche che chiede Fitto da settimane con il varo della nuova Forza Italia. Netta anche Mariastella Gelmini: «Un grande centrodestra ha bisogno di un leader e di un popolo, cose che ha solo Berlusconi ». Il braccio di ferro dentro al Pdl è tutt’altro che sopito.


Larghe intese lacerate tempesta a gennaio
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 18 ottobre 2013)

C’è chi parla di scissione, chi la fa e chi si comporta come se ci fosse già stata. A parlarne sono i lealisti e gli alfaniani del Pdl, che tra una dichiarazione di lealtà al leader Berlusconi e una fedeltà perenne al Cavaliere non fanno altro che litigare tra di loro e prepararsi a quella che ormai considerano una scelta già scontata. Ma mentre nel Pdl si discute di una scissione futura, “Scelta Civica” si frantuma in mille pezzi e perde addirittura il suo fondatore Mario Monti, che si ritira nel gruppo misto.

E il Pd, impegnato in una campagna congressuale apparentemente già conclusa ma nei fatti piena di sussulti e manovre più o meno oscure, si comporta come se una divisione tra le diverse componenti sia già avvenuta da tempo. Ciò che si è verificato alla Commissione Antimafia, con lo scontro tra franceschiniani e governativi pronti a votare per la presidenza dell’esponente di Scelta Civica, Dellai, e gli antigovernativi che hanno fatto saltare l’accordo sventolando la candidatura di Rosy Bindi, è la conferma che il Pd non è un partito ma una sorta di confederazione di correnti ognuna decisa a camminare per conto suo. Nulla di male se le varie forme di scissione minacciate e realizzate facessero solo parte dello scenario del teatrino della politica.

Il guaio è che costituiscono il tema dominante delle forze politiche che tengono in vita il governo di larghe intese. Ed è facile rilevare che se questa è la principale preoccupazione della coalizione governativa, non c’è da essere troppo ottimisti sulla tenuta della coalizione stessa. Enrico Letta si consola con la benedizione di Obama, un presidente Usa che evidentemente conosce talmente poco la realtà italiana da compiacersi con il nostro Presidente del Consiglio per riforme che non solo non sono state ancora realizzate, ma che non sono state neppure individuate e concordate. Ma è fin troppo evidente che la consolazione non cambia in alcun modo il quadro di totale frantumazione in cui il governo si trova ad operare. La crisi, in sostanza, continua ad essere dietro l’angolo.

E non solo perché il Pdl potrebbe ritrovare la propria compattezza nella difesa ad oltranza di Silvio Berlusconi in occasione del voto del Senato sulla sua decadenza. Ma perché prima di quella data la spaccatura di Scelta Civica potrebbe ripercuotersi in maniera devastante sulla tenuta del governo. E dopo quella data l’approssimarsi del momento in cui i militanti e i simpatizzanti del Pd sceglieranno il nuovo segretario potrebbe provocare lo stesso effetto su una coalizione di larghe intese che i tre principali candidati alla segreteria, Renzi, Cuperlo e Civati, osteggiano e vogliono cancellare.

In condizioni normali un quadro caratterizzato da tali e tante tensioni avrebbe già attivato procedure destinate a determinare nuovi equilibri politici con un diverso governo o a preparare il ricorso alle elezioni anticipate. Ma la condizione attuale è del tutto anomala. Saltata la “finestra” elettorale di novembre non c’è che girare la boa dell’approvazione della legge di stabilità e della fine dell’anno e aspettare gli eventi. Cioè l’arrivo della tempesta perfetta per il mese di gennaio!


Fassina abbandona Enrico Letta
di Ruggiero Capone
(da “L’Opinione”, 19 ottobre 2013)

Alla vigilia della grande manifestazione antagonista, una certa anima critica della sinistra sta prendendo le distanze dal governo Letta. “Non credo sia a causa di questa Legge di Stabilità, Fassina lamenta la mancanza di collegialità. Credo abbia ragione”, ha detto il segretario del Partito Democratico, Guglielmo Epifani, giustificando le dimissioni del sottosegretario Stefano Fassina.

Il timore di derive autoritarie da parte del governo Letta, eterodiretto dal presidente Napolitano (uomo che sappiamo amare i carri armati contro le insurrezioni), è forte in una parte della sinistra. Soprattutto è ormai concreta la convinzione che, le manovre economiche di questa variegata maggioranza siano più frutto d’intese con i “poteri forti” che di reali risposte alla parte debole (ed esclusa) del Paese.

Stefano Fassina andrebbe, secondo i beninformati, verso una sorta d’Aventino: un modo per dissentire con chi pretende che ancora una volta siano i meno abbienti a sopportare il risanamento economico dell’Italia. Fassina non scenderà certo in piazza a Roma con l’area antagonista, ma sa che c’è chi reputa le manifestazioni possano rivelarsi utili per trasformare disoccupati, precari ed esclusi in capri espiatori.

Sindacati di base, anti austerità, No-Tav e gruppuscoli della disoccupazione organizzata potrebbero per alcuni far degenerare il clima nell’intero Paese. Quattromila uomini fra carabinieri, poliziotti e finanzieri assediano il centro di Roma, per scongiurare che la protesta si porti fin sotto i palazzi del potere. Confinare tensioni e cortei attorno a San Giovanni, prevedendo anche tende e sacchi a pelo, è uno degli obiettivi del Viminale.

Ma tra le circa 20mila persone attese per oggi c’è anche chi vuole raggiungere il ministero delle Infrastrutture (a Porta Pia) o anche occupare un altro dicastero economico. Secondo i cosiddetti beninformati, il 19 ottobre 2013 rappresenterebbe un appuntamento molto più eversivo del 15 ottobre di due anni fa, quando gli indignati animarono gli scontri di San Giovanni. Secondo i questurini sarebbero più portati alla svolta violenta movimenti per la casa, centri sociali e disoccupati, mentre i No-Tav sarebbero per numero esigui e da ritenere pericolosi solo in Val di Susa, sui cantieri.

Il timore che la protesta possa risvegliare i fantasmi del G8 del 2001 è forte, soprattutto una parte della sinistra (a cui Fassina appartiene) non intende avallare l’operato di un Governo che sposerebbe le misure forti contro disoccupati ed esclusi. Una “macelleria messicana” a spese di chi manifesta disagio e problemi economici assurgerebbe a macchia indelebile sul curriculum politico di chiunque. E certamente le colpe di una pseudo guerra civile ricadrebbero su chi occupa poltrone di comando. Intanto “assedio”, “sollevazione” e “lotta di piazza” sono i sostantivi dell’area “antagonista” che oggi protesta.

Ma non ci sono solo i centri sociali o gruppi come Askatasuna, agli autonomi si sono aggregati i “blocchi precari metropolitani”, i “comitati per la casa” e varie organizzazioni di “disoccupati organizzati”. L’obiettivo degli esclusi è spodestare il governo grazie al “volano di mobilitazione popolare e di piazza”. L’obiettivo delle forze di polizia è reprimere la protesta, soprattutto quella violenta, contro le politiche di austerità. Il rischio evidente per l’esecutivo Letta è quello di doversi sciogliere a causa delle violenze di piazza. Tra il governo del fare (anzi del forse faremo) e quello del menare il passo è breve. Così altri sarebbero già pronti a seguire le orme di Fassina. E a pochi giorni dal congresso del Pd.


L’estetica di Rai3, le sue scimmiette in studio e l’allergia per le valchirie
di Pietrangelo Buttafuoco
(da “Il Foglio”, 19 ottobre 2013)

E’ la terza rete della Rai, Rai3, però è la prima quanto a imprinting d’azienda. Il passato di Rai3, infatti, è da canone e non nel senso del bollettino postale ma in quanto precetto e regola di quella scienza semplice e paracula qual è “il servizio pubblico”. Tutto quello che va su Rai3, è quello che c’era. Da venti anni, circa, la rete macina “Chi l’ha visto?” mentre da sedici galoppa il cavallo di ritorno di “Un posto al sole”. L’altra innovazione che viene da lontano è “Ballarò”, quindi la fascia della mattina – da “Agorà” a “Elisir” – poi ancora “Geo” e, infine (al di là degli esperimenti di Andrea Vianello, il nuovo direttore), il più che collaudato “Che tempo che fa”, la più importante vetrina del potere culturale.
E’ la terza, dunque, ma è la prima per potenza di fuoco anche se lavora col minimo di budget. E siccome la Rai è come l’acqua pubblica bisogna pur dirlo che oggi – più di ieri, senza più i suoi Sandro Curzi e gli Angelo Guglielmi – quello della prima serata di Rai3 è un rubinetto mirato, sempre a secco per chi è fuori dalla cerchia di potere. E’ un’estetica tutta da se la canta, se la suona e se la guarda quella di Rai3. E non è vero, come ha detto il dg Luigi Gubitosi, che Fabio Fazio “garantisce un’informazione trasparente, seria e di altissima qualità invitando tutte le componenti della società”.

Non è vero perché quello di Fazio è il posto più in assoluto appaltato all’ideologicamente corretto dove mai ha trovato spazio l’altra Italia, altrettanto di qualità e forse molto di più. Non vale l’obiezione di aver avuto ospite Renato Brunetta perché i politici se li devono ciucciare col bilancino e quelli di centrodestra, poi, poco calano con la qualità e pure con l’altra Italia. Ci vuole fior di coraggio a dare il microfono a uno come Paolo Isotta. Provasse, Fazio, a farsi spiegare da lui la musica, invece che dal senatore Claudio Abbado, ci provasse: altro che le hostess della Endemol, nel celeste lindore dello studio arriverebbero le Valchirie e sarebbe finalmente un bis di puro genio dopo il remoto apparire di Carmelo Bene a “Domenica In”, al tempo di Corrado. Ma il guaio vero è che Fabio Fazio manco lo sa chi è Paolo Isotta, dovrebbe fare le scuole serali già solo per imparare a dirgli voscenza benedica. Potrebbe però invitare Giuseppe Cruciani e poi sì che ci sarebbe l’informazione trasparente con un fior di componente – perfino strafigo – della società. E’ un servizio pubblico che non arriva in tutti i tubi quello di Rai3 a meno che non si voglia ammettere che – altroché, lo ammetto – c’è il pluralismo e c’è la dialettica.

Ecco la dialettica: quando non è il Floris di turno a tenere fermo l’ospite puzzone per farlo bastonare dal pubblico in studio, c’è il pubblico boldrinianamente avvertito a spernacchiare l’ospite mentre Floris lo tiene fermo. Ecco il pluralismo: il pubblico in studio di “Ballarò” è certamente politicamente avvertito, attento al grido di dolore della società precaria ma è pure liberista e crede nel mercato. E vuole il contratto milionario per Maurizio Crozza.

E’ tutta un’estetica da “professoressa democratica”, quella di Rai3 e quel pubblico in studio, già nelle inquadrature, tra cerchietti in testa e cravatte sbagliate, procura flussi lattei in tutte le cartilagini quando nell’acme di un qualsiasi Vito Mancuso (“acme” significa sommo grado, giusto per farlo capire a Fazio senza che scomodi i suoi autori) tutta quella gente fa clap clap come neppure tra le migliori scimmiette ammaestrate davanti al ritratto di Cazzabubbolo.

E’ la terza, è la prima per qualità ed efficacia ma, suvvia, non è servizio pubblico. Forse lo è stato perché tutto quello che oggi vale già l’aveva. Ciò che farà, già dagli esperimenti di Vianello si capisce, è però Anima Mundi, estetica da regime, e chissà però se ancora, all’ingresso di Corso Sempione, accanto ai tornelli ci sono le hostess della società Endemol, proprietaria del format di “Che tempo che fa”. E’ un’immagine proprio affascinante questa delle hostess, incaricate di accogliere gli ospiti mentre gli uscieri della Rai sono costretti a guardarsi intorno. Non voglio certo rubare il mestiere a Brunetta ma chissà quanto si paga per il cosiddetto “sotto la linea”, per i camerini, i truccatori, i turni di montaggio, i tecnici, gli studi, le scenografie, i cameraman, le luci e le telecamere che sono già patrimonio Rai e non certo caravanserraglio del format acquistato? E poi, sempre senza voler rubare il mestiere ad Aldo Grasso, infine, che cos’è questo format: tre interviste, una dopo l’altra, con millesettecento giornalisti e più di ottomila dipendenti? Il punto è che il dg teorizza la piena produzione interna, giusto in tema di fazismo e qualità. E’ la terza rete, ma è pur sempre la splendida Rai3. Paolo Mieli farà Minoli: faccia a faccia con padre Pio. Il passato la salva, si faccia qualcosa per il futuro. Con Cruciani ospite (se proprio non si è in grado di reggere Paolo Isotta, e le valchirie).


Negazionismo, l’idiozia non è reato
di Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”, 19 ottobre 2013)

La commissione Giustizia del Senato ha proposto una modifica (primo firmatario Casson, Pd) all’art. 414 del codice penale: se il Parlamento approverà (e c’è da giurare che lo farà, sono tutti d’accordo), negare lo sterminio degli ebrei a opera dei nazisti sarà un reato punito da 1 anno e mezzo fino a 7 anni e mezzo di prigione. Che nessuno si sia posto un problema di compatibilità con l’art. 21 della Costituzione (Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione) non stupisce; spaventa. Intendiamoci bene: l’Olocausto è una verità storica dimostrata in modo inoppugnabile da documenti e testimonianze non contrastabili. È stato anche un genocidio abominevole, una serie spaventevole di crimini contro l’umanità, una regressione della natura umana che, prima di indignare, sconcerta: la coscienza è ferita dalla bestialità dell’evento, la ragione si chiede come sia stato possibile. Tuttavia è inaccettabile che l’imbecillità o la faziosità siano punite con il carcere.

L’art. 414 attualmente in vigore punisce l’istigazione a commettere delitti e l’apologia di essi. Istigazione: ne ho abbastanza di mia moglie, quasi quasi la uccido; però, se mi prendono? Ma no, vedrai, andrà tutto bene. Apologia: ammazzare le mogli che rompono è cosa buona e giusta. Se istigazione e apologia riguardano delitti di terrorismo e crimini contro l’umanità, la pena è aumentata. Il che è – ovviamente – giustissimo. Ma se ci si limita a sostenere che un certo delitto non è mai avvenuto? Qual è la valenza criminale di questo comportamento? Chi nega l’olocausto non dice che i nazisti hanno fatto bene ad ammazzare 10 milioni di ebrei; e nemmeno dice che sarebbe bene rifarlo. Espone una sua demenziale teoria che merita una schifata ripulsa e l’isolamento sociale: ma niente di più, pena ricadere in analoga ignominia.

Nel XII secolo Papi e Imperatori fondarono l’Inquisizione; servì a punire i sostenitori di teorie contrarie all’ortodossia cattolica. Torturavano e bruciavano (nell’ordine) eretici e pagani, sospetti di false credenze, predicatori di dottrine scandalose e contrarie alla vera religione (tra questi chi sosteneva non essere vero che la Madonna era stata concepita senza il peccato originale). Bruciarono Giordano Bruno perché sosteneva (tra l’altro) che esistevano altri mondi oltre la Terra; e spaventarono a morte Galileo Galilei che, saviamente, disse che avevano ragione loro prima di farsi torturare.

È vero che, in questi casi (ma durò fino al 1800), i persecutori difendevano falsità storiche e oggi si vuole difendere la verità storica. Ma è anche vero che ogni individuo ha diritto a non essere costretto a soggiacere a condizionamenti ideologici, morali o religiosi altrui. E che certe cose si sa come cominciano ma non si sa come finiscono. Oggi siamo tutti d’accordo che i negazionisti sono dei faziosi imbecilli. Ma mi scoccerebbe molto se, domani, una legge analoga mi mandasse in prigione perché, chiacchierando con amici o scrivendo su questo giornale, esprimessi l’opinione che Dio non esiste, che il sesso tra persone adulte e consenzienti è cosa buona e giusta e che il diritto di voto esteso a persone incolte e disinformate è irragionevole. Tutte tesi, come si vede, che contano una vasta e determinata opposizione; e, tuttavia, vorrei conservare il diritto di sostenerle.


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Bart