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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

La solitudine del capo tra i cortigiani avidi

21 Ottobre 2013

di Pierluigi Battista
(dal “Corriere della Sera”, 21 ottobre 2013)

Era l’uomo solo al comando. Oggi è un uomo solo. Un barboncino da tenere in braccio. Una ragazza che lo mette in guardia perché nelle cucine hanno fatto la cresta dicendo di aver pagato 80 euro un chilo di fagiolini. I falchi che lo assediano. Gli avvocati che non si sono dimostrati all’altezza delle loro ragguardevoli parcelle. Michelle Bonev, quella che reclamava insistentemente per un posticino, un premietto, una particina, che oggi si vendica nelle tribune compiacenti del Nemico mediatico. Un uomo solo. Inasprito. Deluso. Senza un sorriso. Cupo e finanche lugubre.

Un uomo asserragliato ad Arcore o a palazzo Grazioli, con una condanna definitiva, l’interdizione, la decadenza da senatore. Braccato e inseguito, dicono, da altre Procure cui non sembra vero di dare la caccia a chi tra un po’ non avrà alcuno scudo, e da altre accuse, altre imputazioni a cascata. Un leader che ha dovuto cedere alla fronda di chi non voleva seguirlo. Lui ha tentato di dare di sé un’immagine di rassicurante normalità. La fidanzata Francesca Pascale che si presenta con la maschera del dolore quando la Cassazione dà il colpo finale con il suo verdetto di inizio agosto, il cane Dudù esibito sui rotocalchi. Ma è tutta una corte di questuanti, pretendenti, parassiti, miracolate, giovani carrieriste, procacciatori di dubbia reputazione, amici che si dimostrano avidi cortigiani senza pudore che si stringe a un leader, Silvio Berlusconi, che oramai non mette più piede a Milanello, sembra disinteressarsi della sua adorata creatura rossonera. Non si sente più in sintonia con nessuno. Ci sono i figli, Marina in testa, e vecchi e inossidabili amici come Fedele Confalonieri, che gli ricordano i tempi in cui il Re Sole poteva contare su affetti, solidarietà, senso di missione. Quella fotografia alle isole Bermude, tutti a fare jogging con candida divisa regolamentare dietro di lui, Gianni Letta, Marcello Dell’Utri, Galliani. E persino quelle gite sullo yacht di Cesare Previti, con mogli e amici cari (o che tali sembravano, come Stefania Ariosto e l’avvocato Dotti). Tempi passati.

Tempi passati anche quelli in cui l’onnipresente Paolo Bonaiuti e la segretaria Marinella facevano da scudo, da filtro, da protezione. Oggi no. Oggi Berlusconi è solo perché scopre che tutti vogliono da lui sempre qualcosa, soldi, carriere, posti, incarichi, prebende, visibilità. Altro che normalità paraconiugale. Altro che Francesca Pascale che mette a posto la borsa della spesa e fa da buttafuori con tutto il gruppo degli ex prediletti, da Daniela Santanchè a Daniele Capezzone, da Denis Verdini a Mara Carfagna. Adesso sono solo ricordi cupi quelli che affiorano: gente che chiede, amici che tradiscono. Una cresta generalizzata. La fiera degli approfittatori e delle approfittatrici. Le elargizioni. «Silvio il Bancomat ».
Tradito da Emilio Fede che consigliava a Lele Mora di chiedere, oltre agli 800 mila euro di cui aveva bisogno, anche 400 mila da attaccare all’amico, lui stesso, che si era fatto mediatore. E le ragazze intercettate al telefono, avide, senza fondo. Ingrate. Come Nicole Minetti che se la prendeva con il vecchio «culo flaccido » se i pagamenti non fossero stati cospicui e tempestivi. E poi bonifici, «prestiti infruttiferi », assegni circolari, «regali », «regalissimi », «buste chiuse » da ritirare, «un braccialetto e 2.000 euro », «son 500 euro a testa », «un diamantino piccino », anelli, bracciali, spille, orecchini, appartamenti. Tutte a lamentarsi, tutte a chiedere al Ragioniere di più, a mostrarsi insoddisfatte, a promettere sfracelli: «voglio un mutuo che è uno dei miei sogni più grandi »; «Papi è la nostra fonte di lucro »; «vado io a tirargli la statua in faccia »; «sono stata un po’ cogliona perché non ho beccato nulla ». Avide, insaziabili, attentissime alle minime quantità, gelose. Oppure frequentatori avidi e scrocconi, i Tarantini, i Lavitola, i De Gregorio, affamati di denaro, pronti a svuotare la cassaforte con il consenso del legittimo proprietario sempre più frastornato. Sempre più solo. Sempre più assediato da richieste.

È quasi implorandolo che Berlusconi chiede ad Agostino Saccà, intercettato in un’inchiesta svanita nel nulla, di dire alle ragazze segnalate che lui, il Capo, si era davvero interessato: «Diglielo che te l’ho chiesto io ». Oppure il partito disabituato a ogni forma di fundraising, funzionari che acchiappano, parlamentari che non pagano le loro quote, arraffatori di posti, sedie, poltrone. Berlusconi non ne può più. Non vuole più cacciare un euro per la sua Forza Italia. Se ne sta rinchiuso ad Arcore, o a palazzo Grazioli. E nessuno lo consulta. C’è la leggenda sull’immediatamente cancellato Radiobelva , il talkshow con il duo Cruciani-Parenzo che aveva indotto i vertici di Mediaset, dopo una sequenza turpiloquente da record e con scarsissima audience, a chiudere il programma. Poi, narra la leggenda, una telefonata di Berlusconi che dice di aver molto gradito il nuovo programma. La cancellazione è diventata, in modo più tenue, «sospensione ». Ma la mancanza di una sintonia, l’ulteriore sintomo di una solitudine oramai quasi completa con il suo mondo, sembra la maledizione di questi mesi del Berlusconi ferito a morte.

Ora girano attorno al palazzo custodito da Francesca Pascale, che non si è staccata da Arcore sin dal 2006, falchi e colombe, questuanti e avvocati che Berlusconi stima sempre di meno, visto che non sono riusciti a tirarlo fuori dai guai, nonostante i lauti onorari. Gli chiedono udienza per far cadere il governo. Gli chiedono colloqui per non far cadere il governo. I figli percepiscono che il malumore, l’aspetto cupo del padre, sembrano aver trascinato un uomo brillante, intraprendente, sempre ricco di trovate e di risorse di buonumore, nel gorgo di un ripiegamento depressivo, come se la sentenza della Cassazione avesse lasciato balenare agli occhi del leader incontrastato il buio della fine politica, la rarefazione dei rapporti umani ridotti al minimo, la tristezza di una finta domesticità, tra giovanissime fidanzate e cagnolini pelosi da tenere in braccia mestamente per la gioia dei fotografi. Un palazzo allegro che è diventato tetro. Un uomo socievole che sta diventando misantropo. Sempre più solo, mentre da fuori, dai tribunali e dalle televisioni ostili, l’assedio sembra non finire mai.


Per battere Berlusconi ogni volgarità è buona
di Paolo Guzzanti
(da “il Gioornale”, 21 ottobre 2013)

Il mondo che uscì nel 1648 dalla pace di Westfalia era stato messo a ferro e fuoco dalla Guerra dei Trent’anni e ci volle un’intera generazione per vedere segni di ripresa. L’Italia che non esce dai vent’anni di crociata contro Berlusconi e i suoi elettori, difficilmente si rialzerà nel giro di una generazione.
Il «ventennio berlusconiano » – come abbiamo ricordato pallottoliere alla mano – non esiste perché il Cavaliere ha governato soltanto per nove anni su diciannove mentre la crociata contro la sua inaspettata e perdurante leadership, quella sì, dura da oltre venti anni. E non è stata una crociata politica, ma di tutt’altro genere: in politica, come ha ricordato con veemenza Massimo Cacciari nell’ultima puntata di Santoro, Berlusconi non è stato mai battuto. Però, grazie alla crociata, è stato azzoppato con un cannoneggiamento giudiziario e mediatico mai visto nella storia delle democrazie europee, con un concerto affiatato delle armi di distruzione, di massa. È stato – lui e i suoi elettori – deriso, infangato, dipinto non come un avversario ma un criminale (stesso metodo usato con Craxi del cui inesistente «tesoro » si favoleggiava), sicché un’intera generazione è stata allevata nel culto diabolico di un guerra all’anticristo, al mostro espressione antropologica del male. Questa è la ragione per cui il Pd soffre e si attorciglia quando deve spiegare alla generazione attonita che forse le cose non stanno così, visto che l’anticristo di Arcore è un padre fondatore del governo.
Il mondo della cultura si è mobilitato in una crociata e il risultato finale è che l’arcinemico Berlusconi viene ora battuto non nelle urne ma con un putsch che permette al vicepresidente del Csm di proclamare il primato giudiziario sul Parlamento.

L’effetto collaterale è quello che risulta dai fatti: la cultura italiana salvo eccezioni cola a picco insieme al Paese. Questo risultato è stato confermato dall’Ocse che certifica la regressione della cultura italiana all’età della pietra ed è stato confermato persino alla Fiera del libro di Francoforte dove – lo ha scritto Gian Arturo Ferrari sul Corriere della Sera – gli editori e gli autori italiani non contano nulla. Siamo così tornati all’Italia come «terra dei morti », scioccante definizione del poeta francese Alphonse de Lamartine nell’Ottocento: «Terra dove gli uomini nascono vecchi, dove l’amore è un inganno e il pudore un belletto, dove l’astuzia ha alterato la dirittura dello sguardo, dove le parole irose non sono che un rumore sonoro ».

Roberto Orsi della London School of Economics ha scritto pochi giorni fa un articolo sulla «terzomondializzazione dell’Italia » e della «caduta verticale della (sua) produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale » da cui il nostro paese si difende come un suicida rinchiudendosi «in una rete di strutture giuridiche che rendono certa la scomparsa completa della nazione ». Il governo Monti ha fatto un gran male, sostiene il docente, ma quello di Letta fa anche peggio, restando inalterato «il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa ». Le due culture sociali governative combinate, quella cattolica e quella post comunista – agli antipodi da quella liberale dei padri fondatori del Risorgimento – restano ottusamente antimoderne e retrograde, moraliste e inconcludenti, ma sostenute da un sistema culturale usato come una clava. Di qui la fuga dei cervelli che scappano persino a Chiasso, un palmo oltre il confine svizzero.
Lo Stato nazionale italiano fu creato da liberal-conservatori e modernisti che erano culturalmente l’opposto delle attuali élite politiche. Berlusconi, nelle sue intenzioni originarie levava la bandiera liberale e modernista contro quella terzomondista e cattocomunista che oggi impregna non soltanto il governo, ma la burocrazia, le televisioni, i giornali, le singole coscienze, il mondo libresco e televisivo, con gli effetti appena detti. La crociata della cultura versus Berlusconi ha arruolato anche un linguaggio imbastardito di cui sono piene le pattumiere dei tweet, di cui quello fecale e himmleriano di Vito Crimi – il tentativo di liquidazione fisica del nemico, sia ebreo o berlusconiano – è il prototipo. Tutto quel che è accaduto da Santoro giovedì scorso con la sua ginecologia mercenaria e da salotto buono, è l’intendenza che sempre segue le truppe anche nella disfatta, che in questo caso non è di Berlusconi ma dell’Italia.


Fini al Colle per presentare il suo libro a Napolitano
di Redazione
(da “Libero”, 21 ottobre 2013)

Senza più scranno né politica, senza (di fatto) alcun partito (Futuro e Libertà è una parentesi già archiviata: nessuno ne parla più), con in testa soltanto una nuova fondazione (che potrebbe essere il preludio a una nuova avventura politica), a Gianfranco Fini restano soltanto la penna e il calamaio. Ma non è questa la novità: del suo libro – Il Ventennio – Io, Berlusconi e la destra tradita – vi abbiamo già dato conto. Un pamphlet pubblicato da Rizzoli in cui il sub di Giannutri punta il dito contro gli avversari, gli ex colonnelli di An, i giornalisti e, ovviamente, contro il Cavaliere. La novità, semmai, è che l’ex presidente della Camera è salito al Colle. Ricevuto da Giorgio Napolitano nel pomeriggio di lunedì proprio per presentare il suo libro, di imminente pubblicazione. Non è un’indiscrezione: la notizia è stata resa pubblica proprio dal Quirinale con una nota data in pasto alle agenzia di stampa. Un faccia a faccia quantomeno irrituale, quello tra Gianfry e Giorgio. Irrituale per le ragioni per cui si è consumato: la presentazione del libro. Forse, Fini aveva nostalgia delle istituzioni e si è voluto concedere un tour nei palazzi del potere romano. O, altrettanto forse, Napolitano voleva leggere in anteprima il (probabile) fango che il leader futurista, tramite le pagine del suo lavoro, cercherà di gettare addosso a Berlusconi. Ma queste, ovvio, sono soltanto illazioni. Di sicuro c’è soltanto l’incontro. Per la presentazione del volumetto.


Il colpo segreto di Maradona
di Massimo Gramellini
(da “La Stampa”, 21 ottobre 2013)

E’il testo della ‘Buonanotte’ data domenica sera da Massimo Gramellini ai telespettatori di “Che tempo che fa” su RaiTre.

Il Maradona che ho conosciuto alla fine degli anni Ottanta era più bravo a giocare che a vivere. O forse soltanto quando giocava sembrava vivere davvero. La storia che voglio raccontarvi parla proprio di uno di quei momenti e si è talmente impressa nella memoria che molti anni dopo finì per ispirarmi un Buongiorno e addirittura una pagina del mio primo romanzo, che con il calcio non c’entrava niente.

Era il mezzogiorno di un sabato, alla vigilia di qualche partita importante, e Maradona, tanto per cambiare, non si era presentato agli allenamenti per tutta la settimana. Il povero addetto stampa del Napoli aveva esaurito la scorta di bugie: la foratura della gomma, la visita medica, l’influenza contagiosa. Il giovedì, proprio quando veniva dato a letto con 40 di febbre, Maradò (come lo chiamavamo tutti) era stato beccato in discoteca nel cuore della notte con un bottiglia vuota di champagne in equilibrio precario sulla testa.

Ma il sabato mattina si presentò al campo di allenamento. Ovviamente in ritardo, e scortato dal consueto cespuglio di microfoni e taccuini. Uno dei taccuini lo tenevo in mano io, inviato di un giornale del nord e quindi già solo per questo sospettabile di pregiudizi negativi nei suoi confronti. In realtà quel genio del bene e del male mi stava simpatico come un fratello matto. Forse perché, nonostante fosse strafottente e distruttivo, in mezzo a tanti manichini sembrava quasi una persona.

Quel sabato, dunque, al termine dell’allenamento, Maradona non seguì i compagni negli spogliatoi, ma rimase sul campo per allestire uno spettacolo destinato ai giornalisti. Dribbling tra i birilli e palleggi. Era il suo modo di vendicarsi di noi. Scrivevamo ogni giorno che era finito, che non si reggeva in piedi? Ebbene, guardatemi, pareva dire. Guardatemi e tacete.

A un certo punto esagerò. Sistemò il pallone sulla linea di fondo campo. Ma non all’altezza della bandierina del calcio d’angolo: da lì sono buoni tutti (insomma, alcuni…). Lui la mise molto più vicino alla porta: nel punto in cui la linea di fondo interseca l’area piccola del portiere.

Da lì la porta non riesci a vederla neanche se sei strabico. Puoi vedere solo la parte esterna del palo, ma è talmente vicina che ti sembra un muro: fare gol da quella posizione non è difficile. È impossibile. Bisognerebbe violare una ventina di leggi fisiche. Colpire il pallone con un tiro che a metà del suo breve tragitto si pieghi verso l’esterno per evitare il palo e poi, ma immediatamente, compia una conversione di novanta per infilarsi in porta.
Maradona calciò il pallone e lo infilò in porta. Non una, ma cinque volte. Perché si capisse che la prima non era stato un caso.

Io lo guardavo a bocca aperta, e non ero il solo. Seduto a bordo campo, in adorazione, c’era un ragazzo delle squadre giovanili del Napoli. Era stato lui a passare a Maradona i cinque palloni che, uno dopo l’altro, quel satanasso aveva messo sulla linea di fondo campo e da lì in rete.

Pensando di non averci ancora umiliato abbastanza, Maradona scavalcò la rete di recinzione che lo separava dai giornalisti e ci raggiunse. Appena si accorse che dalla tasca di un mio collega spuntava un mandarino, glielo chiese in prestito. Se lo appiccicò al piede sinistro e cominciò a palleggiare per cinque, dieci, venti minuti: tutto il tempo dell’intervista. Rispondeva alle domande e intanto il mandarino andava su e giù, come se fosse attaccato a un cordino invisibile.

A un certo punto sentimmo dei latrati provenire dal campo. Era il ragazzo delle squadre giovanili che da venti minuti stava provando a imitare il famoso tiro dalla linea di fondo. Ma i suoi tentativi morivano tutti regolarmente contro il palo: questo spiegava i latrati di disperazione.

Fu allora che Maradona, con un ultimo colpo di tacco, parcheggiò in terra il mandarino e tornò in campo. Si avvicinò al ragazzo e gli disse: Non ti preoccupare, alla tua età non ci riuscivo nemmeno io. Adesso ti insegno”. Il più famoso calciatore del mondo si inginocchiò davanti al ragazzo, gli afferrò un piede e lo accostò al pallone in un certo modo: “Ecco, devi colpire proprio qui.”

Poi, come se niente fosse, tornò in mezzo a noi, risuscitò il mandarino e ricominciò a parlare e a palleggiare. Ma non a lungo, perché fummo interrotti da un urlo: Goool.
Alla fine il ragazzino ce l’aveva fatta. Era stato davvero bravo e tenace: il talento, se non si appoggia al carattere, conta meno di zero.
Quel ragazzino si chiamava Gianfranco Zola e un giorno anche lui avrebbe insegnato a un altro ragazzino il colpo segreto di Maradona.

Questa settimana intrisa di rabbia e rassegnazione meritava un congedo all’insegna della speranza. Una storia capace di ricordarci che andrà tutto bene, alla fine e, se non andasse tutto bene, vuol dire che non è ancora la fine.

Buonanotte.

P.S. Mi si fa giustamente notare che all’epoca di questo episodio Zola non faceva parte delle giovanili, ma era una giovane riserva della prima squadra. Mi ha ingannato il ricordo di averlo visto giocare per la prima volta nella Primavera del Napoli come fuoriquota (aveva 23 anni). Ma non credo che questo lieve scarto temporale (23 anni anziché 18-20) procuratomi dalla memoria modifichi la veridicità e il senso della storia che si svolse sotto i miei occhi.

Rispondo anche a chi si è irritato nel vedere un personaggio “maledetto” come Maradona portato a esempio positivo. Il Maradona del mio racconto è il calciatore, non l’uomo. O meglio – lo scrivo nelle prime righe – l’uomo che veniva fuori soltanto quando faceva il calciatore. I grandi campioni, come gli eroi dei poemi epici, rimangono nel nostro immaginario per i loro comportamenti sul campo di gioco o di battaglia. Non roviniamoci quel poco di purezza che i gesti sportivi riescono ancora talvolta a trasmetterci. Il mio Maradona è solo un grande calciatore, fuori dal mondo e dal tempo. Il resto, in questa sede, non mi interessa


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Bart