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Quelle critiche al Quirinale

22 Ottobre 2013

di Michele Ainis
(dal “Corriere della Sera”, 22 ottobre 2013)

Lo chiamano re Giorgio, ma lui non si è mai messo una corona sulla testa. Del resto nel 2006 fu eletto a stretta maggioranza, con mezzo Parlamento chiuso in un silenzio ostile all’atto della sua proclamazione. Poi, nel 2013, è stato rieletto attraverso un plebiscito, anche dalla destra che sette anni prima non lo aveva votato. Perché tutti i partiti, a eccezione dei grillini, gli chiesero d’offrirsi per un secondo incarico. E tutti ne applaudirono il discorso d’investitura, mentre lui ne rampognava l’egotismo, l’inconcludenza, la miopia politica.

Ma che è successo in questi pochi mesi? Dopo le sue disavventure giudiziarie, il leader della destra (Berlusconi) mormora a denti stretti che non se ne fida, dunque che l’uomo è infido. Quello della sinistra (Renzi) dichiara a denti larghi che il presidente-re non può imporre ai partiti alcun diktat. L’ex leader dell’ex centro (Monti) prende cappello contro l’accondiscendenza nei riguardi del governo, quindi contro il Quirinale che benedice quel governo. E il Movimento 5 Stelle sibila perfino minacce d’impeachment , non si sa per quale misfatto costituzionale.

Nel frattempo la Corte d’assise di Palermo lo chiama a deporre come teste, un fatto pressoché inedito. Anche a prezzo di qualche contorsione logica: l’uomo del Colle non potrà rispondere sugli affari del Colle, perché così ha stabilito la Consulta; però dovrà rispondere sui suoi rapporti con il consigliere giuridico del Colle, come se in questo caso fossero in gioco rapporti domestici o condominiali. Tuttavia nessuno mena scandalo, nemmeno chi difese il Quirinale durante la querelle sulle intercettazioni. Lo stesso atteggiamento noncurante o insofferente che d’altronde ha accolto il messaggio presidenziale sulle carceri.

Sì, attorno a Napolitano si sta scavando un vuoto. Magari perché i partiti l’avvertono in uscita, pur avendogli appena chiesto di rientrare al Quirinale. Magari dipenderà da vecchie ruggini, per esempio nell’ala di Bersani: eppure non è stato il presidente, è stato Beppe Grillo a opporsi al suo tentativo di governo. O magari c’è di mezzo Freud, l’esigenza d’uccidere il padre per ottenere un passaporto nel mondo degli adulti. Ma davvero Napolitano ha inaugurato una monarchia repubblicana, davvero ha posto la nostra democrazia sotto tutela? È un’accusa che risuona da un paio d’anni, da quando le larghe intese governano l’Italia. Dimenticando tuttavia che sia il gabinetto Monti, sia il gabinetto Letta hanno riscosso la fiducia in Parlamento, non al Quirinale. E che entrambe furono soluzioni sgradite ma obbligate: nel primo caso per scongiurare la bancarotta economica, con lo spread a quota 500; nel secondo caso per evitare la bancarotta politica, con due elezioni nel giro di due mesi.

In realtà l’unico potere dispiegato senza risparmio da Napolitano è invisibile e leggero come la rugiada. Si chiama moral suasion , persuasione morale: un distillato d’avvertimenti, moniti, richiami. E sempre all’insegna delle riforme, dalla Costituzione alla legge elettorale, dal lavoro alla giustizia. Siccome però di queste riforme non abbiamo visto neanche l’ombra, l’azione politica di Napolitano ha surrogato l’inazione dei partiti. Che adesso vogliono riprendersi il centro della scena, come no. Ma per riuscirci devono timbrare le riforme, e devono perciò inchinarsi a Napolitano proprio mentre tentano di dargli il benservito. L’estremo paradosso di questa Repubblica incompiuta.


Pioggia di critiche su Napolitano, il Quirinale: “Ridicole panzane”
di Andrea Indini
(da “il Giornale”, 22 ottobre 2013)

“Solo il Fatto Quotidiano crede alle ridicole panzane come quella del ‘patto tradito’ da’ Napolitano”. L’ufficio stampa del Quirinale fa quadrato attorno al capo dello Stato attorno al quale si sta scavando un vuoto politico senza precedenti.

Dal Pdl trapelano le accuse di aver “tradito” i patti sottoscritti con Silvio Berlusconi al momento della formazione delle larghe intese. Accuse, poi, rilanciate dal quotidiano di Antonio Padellaro, da mesi impegnato a delegittimare politicamente l’inquilino del Colle. In casa piddì l’aria che tira non è diversa. Bocciando l’opportunità di varare l’amnistia, Matteo Renzi ha voluto scalfire l’intoccabilità di Napolitano, unico custode in grado di tenere unito un Pd frazionato in una caterva di anime. E ancora: le critiche (velate) di Mario Monti e l’attacco (frontale) di Beppe Grillo. Per non parlare, poi, della Corte d’assise di Palermo che lo ha chiamato a deporre come teste nel processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. Mai come oggi, insomma, il presidente della Repubblica è finito sotto il fuoco incrociato di politica e magistratura.

A mettere il capo dello Stato sotto i riflettori della stampa è stata Daniela Santanchè. Domenica scorsa, ospite della trasmissione l’Arena, la deputata del Pdl ha accusato Napolitano di essere venuto meno ai patti. “Sta facendo il suo secondo mandato perché lo ha proposto Berlusconi, ma la pacificazione di cui aveva parlato non c’è – ha spiegato – deve mantenere la parola data ed essere arbitro Costituzione, non un giocatore”. Una presa di posizione netta che ha subito diviso e la cui eco si è fatta sentire nei giorni successivi. Ad andare a fondo del patto tradico è stato proprio quel Fatto Quotidiano che, da mesi, ha messo sul banco degli imputati l’inquilino del Colle. La terra sotto il capo dello Stato traballa. Non c’è soltanto la Santanchè ad avanzare critiche e dubbi sul suo operato. Proprio oggi il Corriere della Sera ha affidato a Michele Ainis un fondo per mettere sul banco degli imputati Re Giorgio, titolare di una “monarchia repubblicana” che da due anni a questa parte “ha posto sotto tutela la nostra democrazia”. Nell’articolo Quelle critiche al Quirinale Ainis ammette che il Re è nudo. Le contestazioni arrivano da più parti. E i primi a mettersi l’elmetto non sono certo stati i cosiddetti “falchi” del Pdl.

Napolitano non è mai stato ben voluto dal Movimento 5 Stelle. Nel dibattito sull’amnistia e l’indulto, il botta e risposta tra il Quirinale e i pentastellati si era alzato a livelli tanto incadescenti che il comico genovese era addirittura arrivato a chiedere, dalle colonne del suo blog, l’impeachment. E il primo a mettere in dubbio l’inattaccabile figura che, dopo la sua rielezione alla presidenza della Repubblica, nessuno poteva sognarsi di mettere in discussione. E, se l’atto di accusa di Grillo ha messo in allarme i palazzi romani, l’assalto mosso da Matteo Renzi in avvio di campagna elettorale per le primarie ha fatto ancora più danni. “Criticare il capo di Stato non è lesa maestà…”, aveva messo in chiaro l’ex rottamatore. Fino a quel momento, però, all’interno del Pd, nessuno lo aveva fatto. Sconfessare Napolitano è il grimaldello usato dal sindaco di Firenze per prendere le distanze da Letta e dalle larghe intese. Larghe intese che non fanno più tanto piacere nemmeno a Mario Monti che, a Napolitano, deve l’investitura a senatore a vita prima e a Palazzo Chigi poi. Nei giorni scorsi l’ex leader di Scelta Civica se l’è presa con l’accondiscendenza della maggioranza nei riguardi del governo e (di sponda) con il Quirinale che benedice l’esecutivo.

In questa baraonda politica, la magistratura non avrebbe mai potuto chiamarsi fuori dallo scontro. D’altra parte, l’ha detto pure il numero due del Csm Michele Vietti, si credono più incisivi della politica. Tant’è. Nei giorni scorsi la Corte d’assise di Palermo ha chiamato il capo dello Stato a deporre come teste. Ed è in questo clima teso che il Quirinale ha cercato di smorzare i toni con un comunicato stampa che smentisce la promessa della grazia motu proprio per la condanna Mediaset. Resta il fatto che, aldilà della presunta trattativa con Berlusconi, Napolitano rimane sotto il fuoco incrociato di politica e magistratura.


Attacco al Quirinale di Carlo De Benedetti
di Riccardo Scarpa
(da “L’Opinione”, 22 ottobre 2013)

Chi scrive non è un esperto in politica dei mezzi di comunicazione sociale, anche se ha insegnato nella Facoltà di Scienze della comunicazione dell’università “La Sapienza”, quando esisteva, ma vi ha professato altre cose, teorie e metodi di pianificazione sociale e, poi, storia delle dottrine politiche. Non occorre essere dei grandi esperti, tuttavia, per rendersi conto del gioco di sponda in atto fra “Il Fatto Quotidiano” e il gruppo di “La Repubblica” e “L’Espresso”. Non serve neppure essere troppo faine per accorgersi come, adesso, una strategia mirata non punti l’obiettivo sul Cavaliere Nero, ma su Re Giorgio, il Capo dello Stato. È chiaro, Carlo De Benedetti vuole, stringendo la tenaglia fra Il Fatto Quotidiano e La Repubblica, spingere il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, alle dimissioni.

Il Presidente è il garante dell’attuale governo di larghe intese e vorrebbe reggesse, se possibile, sino al 2015, dopo aver consentito allo stesso di guidare l’Italia nel semestre di sua presidenza dell’Unione europea. Il Capo dello Stato, infatti, condivide in pieno la strategia europeista di Enrico Letta, cioè profittare della circostanza che i due semestri di presidenza dell’Unione del 2014 spettino ai due Stati membri di più antica civiltà, ma anche nelle più grandi ambasce contemporanee, la Grecia e l’Italia, per agire di conserva e ottenere uno spostamento del centro delle politiche europee sul Mediterraneo, rimettendo al loro posto le Nazioni nordiche, quelle barbare, mentre noi donammo al mondo la filosofia, la poesia, le arti, la politica e il giure. Carlo De Benedetti, però, se questo fosse, ha una maledetta paura di morire di fame. Infatti l’imprenditore ed editore che mangia sull’Italia dai primi anni Settanta, ma s’è naturalizzato svizzero per stare al sicuro, si sente, ormai da troppo tempo, a bocca asciutta.

Fu del 1972 l’acquisto, assieme al fratello Franco, della Gilardini, una società quotata in borsa operante nel settore immobiliare, che però usò per speculare nel metalmeccanico, profittando d’essere stato compagno di scuola di Umberto Agnelli. Così divenne, nel 1976, amministratore delegato di una Fiat alla quale lo Stato dava tutto, autostrade, commesse pubbliche esclusive per tutti i mezzi degli autoparchi delle forze armate e dell’ordine e ogni “auto blu”, rottamazioni. Fu un’Italia dove, nel linguaggio del politicamente corretto, non usò l’espressione “conflitto d’interessi”.

Questa divenne, poi, di moda quando scese in campo il suo competitore Silvio Berlusconi. Alla Fiat durò poco. Quando una bistecca la si vuole mangiare in troppe persone sullo stesso piatto, Carlo De Benedetti col fratello Franco e tutto il clan Agnelli, si litiga. Allora, dopo l’acquisto della Cir dai Conti Bocca, che da Concerie Industriali Riunite divenne Compagnie Industriali Riunite, cannibalizzò e distrusse scientificamente la Olivetti. Questo fu il suo peggiore crimine, culturale oltre che industriale. Adriano Olivetti ne aveva fatto un’impresa modello nel mondo, con centri di ricerca che la resero pioniera nell’informatica quando ancora non fu di moda. Carlo De Benedetti disse che quei centri di ricerca potevano essere sciolti per risparmiare, tanto i computer, ormai, si potevano costruire acquistando i pezzi in giro per il mondo e assemblandoli.

Morale della favola, produsse delle macchine che nessuno si sarebbe comprato, se non le pubbliche amministrazioni italiane. Pantalone pagò, l’amministrazione ebbe macchine inutilizzabili, l’informatizzazione dello Stato si bloccò per un decennio almeno, e l’Olivetti da guida nel mondo informatico divenne uno scheletro inanimato da buttare. Intanto, un patto di consorteria chiuso col professor Romano Prodi gli schiuse le porte alla grande abbuffata dell’agroalimentare e delle svendite dell’Iri, di cui il Prodi fu il presidente, ed ebbe per le mani anche come ministro dell’Industria.

In queste operazioni incontrò degli ostacoli in Bettino Craxi, sul fronte politico, e in Silvio Berlusconi, su quello imprenditoriale; cosa che si ripeté nel tentativo di acquisto della casa editrice Mondadori. Da allora Carlo De Benedetti da semplice intrallazzatore si fece cospiratore politico, altro che P2. Con le più discusse sentenze date nel corso di un secolo dalla magistratura italiana, ha tolto a Silvio Berlusconi quasi 750 milioni di euro. Dal 1997, con l’incorporazione di Repubblica a L’Espresso, ha sotto di sé il maggiore colosso mediatico della carta stampata, stando solo all’ufficialità degli atti in Camera di Commercio, ma nessuno, nei suoi confronti, solleva una questione di abuso di posizione dominante per i suoi comportamenti imprenditoriali, o di conflitto d’interesse per gli interventi politici a gamba tesa.

Col nuovo secolo, tentò il riciclarsi nel mondo della sanità col gruppo Kos e dell’energia con la Sorgenia, nonché nel settore dell’usurocrazia finanziaria con Management & Capitali, facendo combriccola con Schorders, Cerberus (anche per le imprese nomen homen) e Goldman Sachs. Ebbe una impennata in borsa solo quando si sparse la notizia di un ingresso di Fininvest, il ché rese evidente chi, tra i due avversari, goda della vera fiducia dei mercati.

Ora, però, con le leggi di stabilità, i tagli sulla sanità e l’energia, non c’è più “trippa per gatti”, come disse Ernesto Nathan, il più grande sindaco nella storia di Roma Capitale, quando rivide il bilancio comunale. Anche Carlo De Benedetti dovrebbe stringere la cinghia, ma il despota economico mediatico non ci sta. Giorgio Napolitano è il garante della stabilità di governo delle larghe intese, e di quel rientro nel pareggio del bilancio dello Stato.

Di qui la congiura di palazzo, il gioco a tenaglia del Fatto Quotidiano e del gruppo L’Espresso. Carlo De Benedetti potrebbe anche ordire un colpo di Stato senza essere inquisito da nessuno. Non si chiama né Licio Gelli né Silvio Berlusconi. Fa parte dei salotti buoni, lui.


Berlusconi, i falchi Pdl contro Napolitano: “Promise la grazia per il caso Mediaset”
di Fabrizio Esposito
(da “il Fatto Quotidiano”, 22 ottobre 2013)

Domenica scorsa, dopo la sua performance anti-monarchica (nel senso di Re Giorgio) su Raiuno, Daniela Santanchè ha sentito almeno tre volte Silvio Berlusconi per telefono. Ancora una volta, la Pitonessa ha incarnato la “falchitudine” compressa del Cavaliere, che in privato da tempo ripete cose ben peggiori e irriferibili sull’unico capo dello Stato riconfermato al Colle nella storia della Repubblica. Almeno così raccontano dalla corte di B. che fa avanti e indietro tra Villa San Martino ad Arcore e Palazzo Grazioli a Roma. È la Santanchè, sulla rete di maggiore ascolto della tv pubblica, ha ripetuto un concetto chiave degli sfoghi del Condannato: “Napolitano ha tradito il patto. Non c’è stata la pacificazione promessa. Ho votato Napolitano ma non lo rifarei”. I quotidiani della grande stampa borghese, come si diceva una volta, hanno accolto quest’accusa con imbarazzo evidente, mimetizzandola o nascondendola per non turbare il Supremo Lettore del Quirinale. Il quale, raccontano sempre dalla corte di B, subito dopo l’attacco della Pitonessa avrebbe telefonato a Renato Schifani, capogruppo del Pdl al Senato, per “invitarlo” a una condanna senza se e senza ma della “sconsiderata accusa”. A sua volta, poi, Schifani si sarebbe messo in contatto con l’altro Renato capogruppo, Brunetta, e Fabrizio Cicchitto per coordinare l’isolamento della Pitonessa.

Ma qual è il patto tradito, in concreto? I falchi che raccolgono le confidenze di B. non hanno dubbi: “Napolitano aveva promesso la grazia motu proprio per la condanna di Mediaset”. Testuale. Diversa, invece, la versione accreditata dal Quirinale e raccolta dal Fatto: “Berlusconi voleva una sorta di perdono generale per il suo ruolo di leader in questo ventennio”. In ogni caso, ieri la Santanchè è ritornata sul luogo del delitto: “Non ho mancato di rispetto a nessuno nel dire che il presidente Napolitano ha tradito la pacificazione tra i partiti. Anche l’ultimo episodio della nomina dei senatori a vita, con la scelta di quattro personalità dell’area del centrosinistra, dimostra un atteggiamento di giocatore, più che di arbitro. Vorrei che il capo dello Stato giocasse non per una squadra ma per la tutta la nazione”.

Segno che il “tradimento” di Napolitano va di pari passo con la decadenza di Berlusconi. Una settimana fa, anche Sandro Bondi, altro falco di rango, ha messo in discussione l’onnipresenza e l’onnipotenza di Re Giorgio. Ed è questo, solo questo, il recinto in cui si consumerà la scissione del Pdl. L’asse ritrovato tra Casini, liberatosi di Monti, e Alfano, tramite il ministro Mauro, viene così riassunto da un tweet di Gianfranco Rotondi, lealista: “Quagliariello spiega che B. resta leader solo se comanda Alfano e lui resta al governo. Manca la richiesta di una quota di Mediaset”. In un’intervista, infatti, il ministro delle Riforme nonché guru delle colombe del Pdl ha spiegato che “i falchi non hanno i numeri, inutile minacciare la crisi sulla legge di stabilità”. A rispondergli, duramente, è stata la sua compagna di partito Cinzia Bonfrisco, che lo ha chiamato “apprendista stregone di formule paleo-politiche” e “dottor Stranamore del centrismo”.

E così, d’incanto, in difesa di Quagliariello , sono risorti i famigerati 24 senatori già “traditori” sulla fiducia del 2 ottobre. Tra essi: Formigoni, Sacconi, Augello, Giovanardi, Compagna e Viceconte. Di fatto un gruppo autonomo da quello del Pdl. Ritornello: “Stop ad attacchi distruttivi”. Fino a quando, allora, il Cavaliere farà da scudo a questa finta unità del suo partito? Le due fazioni continuano a marciare in direzioni opposte. E il ritorno di Casini ha alzato di nuovo il livello della tensione. Per i falchi, “Alfano, Casini e Mauro vogliono fregare il presidente promettendogli che la decadenza si voterà nel 2014, a gennaio se non febbraio”. La conferma dallo stesso leader dell’Udc: “Sulla decadenza, il Senato attenda la definizione dell’interdizione da parte della Cassazione”. Ieri, il Giornale ha pubblicato un’intervista al lealista Saverio Romano, “Anche nel Pdl c’è chi trama per una nuova Dc”, con questo distico: “Ecco ampi stralci dell’intervista concessa da Saverio Romano alla Stampa, che si è rifiutata di pubblicarla”. Al Fatto risulta che l’articolo è saltato solo per motivi di spazio, ma “la sindrome da censura” è la spia che lo scontro tra lealisti e colombe ha superato il punto di non ritorno e investe anche i media.


Intervista a Maurizio Gasparri
di Tommaso Montesano per “Liberoquotidiano”
(da “Dagospia”, 22 ottobre 2013)

Maurizio Gasparri, Mario Monti se l’è presa con lei per via della sua continua ironia sul suo cane. Su Empy.
«Quando me l’hanno riferito ho pensato a uno scherzo ».

Invece è tutto vero: ha detto che lei si diverte molto a tirare fuori questa storia.
«Ho letto le agenzie e mi sono reso conto dello stato di ira, con misto di presunzione, che affligge il Professore. Poi ho anche visto il video ».

E allora?
«Nella mia vita ho avuto a che fare con professori affetti da sindrome da cattedra ».

Continui.
«Monti raggiunge l’acme. Ricordo che anni fa, alla Camera, organizzai una cerimonia goliardica per il ritiro della cattedra nella quale il mio gruppo, quello di An, premiò il professor Pietro Armani per essere diventato normale e affabile. Tutto il contrario di Domenico Fisichella, ad esempio ».

E Monti che c’entra?
«C’entra perché per lui altro che ritiro della cattedra: bisognerebbe comprargliene altre dieci. Da Ikea, però.Non vale una spesa maggiore ».

Torniamo al cane. A Empy.
«Per uno che va in tv a dire: chi vi parla è considerato come colui che ha salvato l’Italia ed è costretto a fare i conti con Gasparri che lo sfotte con il cane, bisognerebbe solo chiamare l’ambulanza ».

Il cane, dunque.
«Quando Daria Bignardi, personaggio che fa pendant con Monti in quanto a presunzione, mette Empy in braccio al Professore, perché lui non dice subito quello che ha detto domenica? ».

Che la conduttrice è stata scorretta?
«Esatto. Invece di dire subito: mi scusi, non mi presto a queste sceneggiate, prende il cane e lo accarezza. È sfruttamento dell’animale. Non solo, nei giorni successivi ci si fa anche fotografare ».

La versione di Monti fa acqua da tutte le parti, insomma.
«Non credo che l’ex premier non sapesse della cosa. Era tutto concordato grazie al servilismo di Daria Bignardi. Avrà detto a Monti: presidente, il cane fa simpatia, fa famiglia. E infatti mi dicono che Empy fosse un cane a noleggio ».

Bignardi non le piace quasi quanto Monti.
«In questa storia la giornalista sembra Crudelia Demon, che voleva scuoiare i dalmati per farne pellicce; e Monti pare Edgar, il maggiordomo degli Aristogatti che voleva spedire i gattini a Timbuctù e invece finisce spedito lui nello scatolone ».
monti figlia e cane montezemolomonti figlia e cane montezemolo

Empy che fine avrà fatto?
«Monti l’avrà spedito a Timbuctù? Spero di no. Ma me lo chiedo anch’io: dov’è il cane? Lo vorrei conoscere ».

Intanto ha investito la sua collega Michela Vittoria Brambilla, della Lega italiana per la difesa degli animali, della questione.
«Io mi devo occupare della legge di stabilità, così l’ho chiamata e le ho suggerito di investigare. Le bugie hanno le gambe corte: sfido Monti a portare il cane in Senato.

Abbiamo avuto Caligola che ha fatto senatore un cavallo, Giorgio Napolitano che ha fatto senatore a vita Monti, possiamo anche vedere Empy mezzo pomeriggio a Palazzo Madama. Da vicepresidente del Senato mi darei da fare per le necessarie deroghe ».


Monti e la politica come fatto personale
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 22 ottobre 2013)

Che Mario Monti non capisca nulla di politica è ormai un dato assolutamente acquisito. Probabilmente il primo a capirlo deve essere stato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Che quando lo ha nominato senatore a vita per poi investirlo del ruolo di Presidente del Consiglio di un governo tecnico per l’emergenza, deve averlo scelto proprio per questa sua singolare caratteristica. Nella testa di Napolitano un personaggio minimamente capace di comprendere ed operare sul terreno politico avrebbe potuto più facilmente uscire dai binari indicati dal Quirinale. E questo spiega non solo la scelta del tetragono Monti ma anche la sorpresa ed il disappunto del Capo dello Stato quando l’ex Rettore della Bocconi rinunciò al ruolo di riserva della Repubblica per scendere in campo alla guida di Scelta Civica in occasione delle ultime elezioni, nella convinzione di venire acclamato come Salvatore della Patria.

Ma perché Mario Monti non capirebbe nulla della dialettica democratica? Semplice, perché trasforma una vicenda politica in fatto personale. E grida al tradimento nei suoi confronti di Mario Mauro e Pierferdinando Casini non riuscendo a comprendere che l’operazione avviata dai suoi ex compagni di viaggio può anche dipendere in parte dalla scoperta dei limiti del leader di Scelta Civica su cui avevano riposto la propria fiducia, ma nasce soprattutto dalla valutazione politica del fallimento del neocentrismo come terza forza destinata a far saltare il bipolarismo Pdl-Pd . Monti, in sostanza, con una arroganza ed una prosopopea decisamente eccessive, personalizza una questione in cui le vicende dei singoli perdono qualsiasi valore rispetto al fenomeno politico generale.

Se il senatore a vita avesse un po’ più di umiltà avrebbe capito da tempo che la sua operazione neocentrista era fallita non perché alle ultime elezioni aveva ancora una volta trionfato il bipolarismo ma perché a far saltare lo schema bipolare non era stato il neocentrismo di Scelta Civica ma la comparsa prepotente del populismo del Movimento Cinque Stelle. Se lo avesse compreso ed accettato Monti avrebbe potuto reagire in due modi. O rilanciando il neocentrismo proponendo di trasformare le larghe intese da operazione contingente ed emergenziale a formula politica di lunga durata destinata a tagliare le ali di destra e sinistra.

Oppure accettando il ritorno al bipolarismo destra-sinistra come unico rimedio al populismo estremista ed anarcoide di Beppe Grillo e cercando di diventare il leader di uno dei due schieramenti destinati a dare forza e stabilità al sistema della democrazia dell’alternanza. Monti non ha fatto né l’uno, né l’altro. Non ha messo la propria faccia sull’idea di trasformare le larghe intese nella base per il ritorno al centrismo degli anni cinquanta.

E nella convinzione che la corona di leader del centro destra e del centro sinistra gli sarebbe stata presto o tardi consegnata spontaneamente dai dirigenti dell’uno e dell’altro schieramento, si è arroccato attorno alla propria presunzione rimanendo in un limbo sterile e da cui è ormai impossibile sfuggire.

In queste condizioni come stupirsi se mezza Scelta Civica pensa di creare un grande centro destra e l’altra mezza di partecipare ad un grande centro sinistra guidato da Matteo Renzi? E come non sospettare che Napolitano si sia pentito di aver fatto un senatore a vita che si crede Napoleone senza aver vinto neppure mezza battaglia?


Antimafia, eletta la Bindi: rivolta del Pdl
di Redazione
(da “Libero”, 22 ottobre 2013)

Altro schiaffo dei democratici al Pdl: Rosy Bindi è stata eletta presidente della commissione parlamentare Antimafia, nonostante gli azzurri avessero posto il veto sul suo nome. Il Pd non si è lasciato intimorire ed ha eletto il suo candidato, al ballottaggio contro il 5 Stelle Luigi Gaetti, con 25 voti. “Se ci sono stati patti non ne ero a conoscenza” ha detto la Bindi subito dopo l’elezione, alludendo alle polemiche innescate dal Pdl e all’accusa ai democratici che non avrebbero rispettato gli accordi di coalizione. Lei era la favorita ed è stata eletta con i 20 voti del Pd, più i due dei Socialisti e altri due di Sel. Un altro voto è arrivato dai parlamentari di Scelta Civica. Eletti anche i due vicepresidenti: Claudio Fava di Sel (con 21 voti) e proprio Gaetti dei Cinque Stelle che ha raccolto sette voti (grillini al completo, meno uno). Nessun ruolo per il Pdl che non ha partecipato all’elezione per protesta.

Scontro – Gli azzurri dal principio si sono opposti a quel nome: la Bindi è un simbolo del Pd e nessuno, a San Lorenzo in Lucina, avrebbe voluto vedere la Rosy dem sulla poltrona simbolo dell’Antimafia. E invece il Pdl ha dovuto sottostare alla prepotenza dei democratici che non hanno voluto stringere un accordo con i colleghi di maggioranza. Renato Brunetta e Renato Schifani avevano annunciato che avrebbero disertato il voto di oggi per il mancato accordo. Il Pdl, dopo l’elezione, ha lasciato trapelare anche l’intenzione di non partecipare alle sedute dell’Antimafia fino a quando non sarà ricucito lo strappo. Il punto, secondo i capigruppo Pdl, è che “il presidente imposto dal Pd non è una personalità condivisa dall’insieme delle forze politiche” e quindi non è possibile affidarle un ruolo di rappresentanza istituzionale come la presidenza dell’Antimafia.

Reazioni – Subito dopo l’elezione della Bindi il primo commento a caldo è stato di Maurizio Gasparri che, via Twitter, ha definito il gesto un “inaccettabile strappo del Pd” compiuto “pur di dare una poltrona a Rosy Bindi”. Anche Fabrizio Cicchitto, pacifica colomba azzurra, non è d’accordo con l’imposizione democratica e vorrebbe che il neo presidente rimettesse il suo mandato. “Il comportamento del gruppo del Pd – ha detto – è del tutto inaccettabile perché ha eletto da solo il presidente della commissione Antimafia”. Gli azzurri, in blocco, non ci stanno e Cicchitto si dice d’accordo con la linea scelta da Brunetta e Schifani: il Pdl, dice, “giustamente non prenderà più parte ai lavori della Commissione togliendole così un’effettiva rappresentanza generale”. “Con questa forzatura – spiega Cicchitto – è stata affossata l’Antimafia in questa legislatura a meno che – e qui l’apertura al centrosinistra – non ci sia una revisione totale rispetto alla linea che ha portato a questo risultato”. Secondo il capogruppo alla Camera Renato Brunetta, “se avesse un minimo di senso delle istituzioni l’onorevole Rosy Bindi si dovrebbe dimettere immediatamente dalla presidenza della commissione parlamentare Antimafia: un ruolo cosi’ delicato non puo’ essere appannaggio di una sola parte politica”.

I precedenti – La settimana scorsa pareva delinearsi un accordo di maggioranza per uscire dallo stallo. Pdl e Pd – nessuno dei due partiti disposto a convergere sul candidato dell’opposta forza politica – avevano deciso di convergere su Lorenzo Dellai di Scelta Civica. Un’intesa poi saltata: anche questa candidatura avrebbe creato fibrillazioni all’interno dei moderati. Così, alla fine, l’ha spuntata la Bindi. Un’altro colpo difficile da digerire per gli azzurri, che nelle ultime settimane si sono scontrati con l’inflessibilità dei democratici in Giunta elezioni al Senato sulla decadenza di Silvio Berlusconi e, successivamente, hanno visto i loro teorici alleati impegnati in una battaglia a favore del voto palese al Senato con cui far fuori il Cavaliere. La Bindi, inoltre, è un nome destinato a far discutere: nei giorni della nascita delle larghe intese fu in prima linea contro l'”inciucio”, affermando di non voler essere “complice” di Berlusconi. Toni aspri, quasi un’accusa relativa a chissà quale connivenza. Accuse reiterate anche nel passato, e non ci si riferisce al “siparietto” che scaturì dal “più bella che intelligente” del Cav a cui lei rispose affermando di “non essere una donna a sua disposizione”.


Decadenza, spiraglio Ue: “No a norme retroattive”
di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 22 ottobre 2013)

Roma – La legge non può essere retroattiva. Strasburgo riafferma una regola basilare di civiltà giuridica e ordina alla Spagna di rilasciare la militante dell’Eta Ines del Rio Prada, tenuta in carcere per 5 anni di troppo, proprio per l’applicazione di una norma a reati antecedenti alla sua entrata in vigore.
La sentenza della Corte europea dei diritti umani arriva mentre in Italia si prepara la decadenza di Silvio Berlusconi dal Senato, sulla base della legge Severino che per il Pdl e illustri giuristi è incostituzionale appunto per la sua retroattività. A Strasburgo sanno bene che la pronuncia, che è definitiva e fa giurisprudenza, potrebbe aprire le celle di decine di terroristi (e infatti divampano le polemiche), ma il principio è fondamentale e non può piegare a valutazioni di opportunità.
Proprio alla Corte europea si è appellato il leader Pdl, dopo la condanna Mediaset a 4 anni per frode fiscale e a dicembre è attesa la prima decisione sull’ammissibilità del ricorso. Ma prima potrebbe arrivare il voto dell’aula del Senato sulla decadenza di Berlusconi, che comporterebbe l’incandidabilità per 6 anni, mentre l’interdizione dai pubblici uffici fissata sabato dalla Corte di Appello di Milano è solo di 2. E scatterà nei primi mesi del 2014, se i legali del Cav faranno ricorso e dovrà pronunciarsi la Cassazione, più o meno quando Berlusconi inizierà a scontare i 10 mesi di affidamento ai servizi sociali.

Insomma, ancora non è chiaro se arriverà prima il parlamento o la magistratura nella corsa per far uscire il Cavaliere da palazzo Madama. Le due strade si accavallano, ma il Pdl ha ora una carta in più per esigere che, prima del voto politico, un giudice si pronunci sulla controversa questione della retroattività delle norme sulle liste pulite. Per il coordinatore Pdl Sandro Bondi, «se c’è la volontà politica di farlo » il consiglio dei ministri potrebbe risolvere «in un minuto » i dubbi di costituzionalità di queste norme: «La legge delega – spiega – che non è ancora scaduta, offre la possibilità di correggere la Severino almeno in un punto essenziale che confligge con uno dei principi fondamentali del diritto, quello della non retroattività della legge penale e amministrativa ». Bondi aggiunge che, altrimenti, la squadra di Enrico Letta sarebbe in pericolo. Ma il Pdl ha due anime e il ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello, assicura che pericolo di crisi non c’è, ma prima di votare la decadenza serve una «verifica » della costituzionalità della Severino.

«Se qualcuno ha dei dubbi li approfondisca – dice la Guardasigilli Anna Maria Cancellieri – non credo sia il caso di tornare sulla discussione ». Ma il problema della costituzionalità è «concreto » per il capogruppo Pdl alla Camera Renato Brunetta. «Ancora più lampante », aggiunge il suo omologo in Senato Renato Schifani, dopo la sentenza di Milano. Il vice Giuseppe Esposito suggerisce di aspettare la decisione della Cassazione sull’interdizione: «Sarebbe davvero singolare e grave che Berlusconi fosse raggiunto da due distinti provvedimenti di interdizione che concernono un unico fatto ». É d’accordo anche Pier Ferdinando Casini.
Il Pd, però, non ci sta. «Non c’è nulla da interpretare – dice il responsabile giustizia, Danilo Leva – La Severino è stata interpretata dalla giurisprudenza e applicata in 37 casi. Non ha effetti di natura penale, quindi c’è poco da cercare scappatoie ». Pierluigi Bersani: «Il governo «stia fuori » dalla vicenda.
Il 29 ottobre la giunta per il regolamento del Senato dovrà stabilire se l’assemblea voterà in modo segreto (come vuole il Pdl) o palese (come chiede M5S) sulla decadenza. Sulla carta è politicamente spaccata: ma nei 13 votanti i 2 incerti appaiono determinanti: Karl Zeller (Svp) e la montiana Linda Lanzillotta. Proprio la scissione di Scelta Civica potrebbe aprire nuovi scenari in aula, perché almeno alcuni dei 12 sostenitori del governo, guidati da Mario Mauro, potrebbero essere tentati dal no all’espulsione.


Scontro interno al Pdl. 24 senatori: “Stop a critica distruttiva al governo”
di Liana Milella
(da “la Repubblica”, 22 ottobre 2013)

ROMA -Lo scontro interno al Pdl tra falchi e colombe si arricchisce di un nuovo capitolo. Ventiquattro senatori “governisti” si schierano in difesa del governo e della legge di stabilità. E lo fanno prendendo carta e penna. In una nota congiunta fanno sapere di non condividere “le critiche distruttive e permanenti al governo” di parte del Pdl “alla legge di stabilità e all’operato del governo di cui cinque nostri ministri fanno parte e a cui abbiamo riconfermato la fiducia meno di tre settimane fa su indicazione dello stesso presidente Berlusconi”.

Tensioni che si riverbereranno inevitabilmente sull’andamento dell’esame della manovra, che domani avvia il proprio iter in Senato.

Il ‘casus belli’ è un’affermazione della senatrice pidiellina Cinzia Bonfrisco su “Quagliariello traditore”, richiamata appunto nella nota: “Con riferimento alle dichiarazioni della collega Bonfrisco non è tollerabile che i toni e il linguaggio del dibattito politico dentro il Pdl degradino fino al livello utilizzato oggi nei confronti del ministro Quagliariello e in questi giorni nei confronti di coloro che hanno espresso determinate posizioni”, si legge nel documento firmato da Piero Aiello, Andrea Augello, Antonio Azzollini, Laura Bianconi, Giovanni Bilardi, Antonio Stefano Caridi, Federica Chiavaroli, Riccardo Conti, Francesco Colucci, Luigi Compagna, Nico D’Ascola, Claudio Fazzone, Roberto Formigoni, Antonio Gentile, Carlo Giovanardi, Marcello Gualdani, Giuseppe Marinello, Bruno Mancuso, Paolo Naccarato, Giuseppe Pagano, Maurizio Sacconi, Francesco Scoma, Salvatore Torrisi, Guido Viceconte.

“Il confronto nel nostro gruppo e nel nostro partito deve riacquistare correttezza- chiariscono i senatori – In caso contrario, i reiterati richiami all’unità suonerebbero come moneta falsa, dietro la quale si cela la volontà di determinare una incompatibilità di fatto”.

La posizione è netta e scatena nell’immediato gli attacchi dei “falchi”, che contrastano la linea del segretario Angelino Alfano e fanno quadrato attorno a Silvio Berlusconi. Il primo a replicare, infatti, è Sandro Bondi, coordinatore Pdl: “Non dubito che il segretario Alfano e il capogruppo Schifani vorranno stigmatizzare la dichiarazione di 24 senatori Pdl, fatto gravissimo in quanto espressione di una corrente organizzata, attraverso cui si pretenderebbe di limitare in modi e toni inusuali il libero e legittimo confronto apertosi nel nostro partito sulla legge di stabilita”.

Per il deputato pidiellino Francesco Giro la nota del gruppo dei 24 è “fuori luogo”: “Mi chiedo perché essere così inutilmente difensivi rispetto ad una manovra che non è piu figlia di nessuno per quanto è scritta male”.

L’alfaniano Fabrizio Cicchitto respinge gli attacchi dei falchi ricorrendo al sarcasmo e citando l’espulsione del gruppo del Manifesto da parte del Pci nel 1969: “Ci mancava solo che arrivassero appelli al rispetto delle regole del centralismo democratico. Se qualcuno spinge il suo spirito imitativo a voler ripetere nell’anno di grazia 2013 le vicende del Manifesto, si accomodi pure perchè non c’è limite all’umorismo volontario”.


Berlusconi furioso coi 24 ribelli: “Indebolito nel momento peggiore”
di Salvatore Dama
(da “Libero”, 22 ottobre 2013)

Nel pomeriggio di lunedì un nuovo fulmine sul Pdl. Si ripropone lo scontro tra falchi e colombe, tra lealisti e alfaniani. All’attacco i secondi: 24 colombe firmano un documento condiviso. “Basta attacchi al governo e alla manovra”. Un diktat, che nemmeno Silvio Berlusconi ha apprezzato. Anzi, lo ha proprio infastidito: “Mi indeboliscono nel momento peggiore”, ha detto ai suoi. Dietro le quinte continuano a muoversi Angelino Alfano e Gaetano Quagliariello, secondo i quali il Cavaliere mira alla crisi di governo in concomitanza con la decadenza. Ed è in questo contesto che tornarno a farsi sentire i venti di scissione: le colombe meditano di creare una formazione centrista con Pier Ferdinando Casini e Mario Mauro. Segue l’articolo di Salvatore Dama.

Silvio Berlusconi ha deciso: per ricompattare il partito serve un incontro «corale », un «confronto » tra tutti. Non sono più sufficienti i tavoli separati con alfaniani e lealisti tenuti aperti fino ad oggi. Per questa ragione il Cavaliere, che resterà ad Arcore fino almeno a metà settimana, è determinato a convocare un ufficio di presidenza del Pdl. Sarà lì dentro che Angelino Alfano, Raffaele Fitto e le rispettive truppe potranno contarsi per la prima volta. Ma non accadrà presto: difficilmente prima di un mese.

Con quel passaggio, avviando la transizione verso il nuovo partito, l’ex premier intende realizzare quell’azzeramento degli incarichi che i «lealisti » gli chiedono da tempo e che si è impegnato con loro a promuovere. Non si fida più, come non si fida di Enrico Letta, che ancora ieri sera ha parlato di lui come di un «politico finito », nè delle promesse di Pier Ferdinando Casini e delle sirene centriste. Ma il vicepremier e gli altri ministri, forse consci della situazione, non intendono mollare. «Ti devo chiedere un sacrificio », aveva chiesto l’ex premier al suo delfino giovedì scorso.

Alfano e i suoi intendono resistere fino all’ultimo e, anzi, stanno rinserrando le loro truppe, incassando anche qualche successo. A precipitare nuovamente lo scontro tra le due anime è stata un’intervista rilasciata ieri da Gaetano Quagliariello: «Da mercoledì 2 ottobre, giorno della fiducia a Letta, non si torna indietro. Se qualcuno puntasse di nuovo alla crisi, si ritroverebbe gli stessi numeri a favore dell’esecutivo. Anzi: forse anche qualcuno di più ». In parole povere: attenti, chi minaccia la crisi, in realtà, non può farla. L’altolà del ministro delle Riforme ha scatenato le ire dei «lealisti » ed è sembrato un modo per costringere il Cavaliere a stare calmo con la forza dei numeri.

Il sospetto è diventata certezza quando in serata, mentre il Cavaliere se ne stava chiuso ad Arcore con i figli, è spuntato un documento firmato da 24 senatori, due in più del 2 ottobre, col quale, oltre a riconfermare la fiducia al governo ed esprimere solidarietà al ministro, gli eletti sostengono che «non è più possibile tollerare la critica distruttiva e permanente al governo »  e che «il confronto nel  gruppo e nel partito deve riacquistare correttezza », pena la scissione. I firmatari sono gli stessi di un mese fa e, tra di essi, Maurizio Sacconi, Eugenia Roccella, Carlo Giovanardi, Andrea Augello.

Più che il contenuto, a far rizzare i capelli all’ex premier sono i numeri, che dimostrano che gli alfaniani stanno facendo sul serio, coltivano il loro gruppo, sono pronti allo strappo. E non si curano di dimostrare che le minacce di  Berlusconi contro Letta sono un’arma spuntata. «Questo modo di fare indebolisce la mia leadership, mi mette in difficoltà proprio nel momento in cui avrei bisogno di avere tutti accanto », si è sfogato al telefono il Cavaliere con un fedelissimo. Trattativa saltata. Proprio in mattinata, infatti, l’ex premier aveva mandato i capigruppo a chiedere al Pd di ripensare la sua posizione sulla retroattività della Legge Severino coinvolgendo il governo: «Se volessero, potrebbero intervenire in mezzora e risolvere la questione », aveva detto Sandro Bondi. Ma niente. Ora è chiaro a tutti che il governo può vivere anche con Berlusconi decaduto. Ed è toccato sempre a Bondi prendersela con i colleghi senatori  “ribelli”:  «Non dubito che il segretario e il capogruppo Renato Schifani (considerato vicino al segretario, ndr.) vorranno stigmatizzare la dichiarazione resa pubblica a nome di 24 senatori del Pdl, fatto già di per se gravissimo in quanto espressione di una corrente organizzata ». Ma, ovviamente, nessuno ha stigmatizzato nulla. E la battaglia si è già spostata sui numeri.


Alfano e Quagliariello verso la scissione
di Francesco Bei per “la Repubblica”
(da “Dagospia”, 22 ottobre 2013)

Stavolta la scissione è a un passo. Il comunicato firmato ieri sera dai ventiquattro senatori alfaniani, gli stessi che il 2 ottobre erano pronti a votare la fiducia a Letta anche in dissenso dal Cavaliere, è solo l’antipasto di quello che sta per accadere nel centrodestra.

La conta finale sarà sul documento “Per un grande centrodestra”, ormai sulla rampa di lancio, poi arriveranno i gruppi autonomi degli «Innovatori ». Tutto è pronto, manca solo l’innesco. Ma a quello penseranno i falchi del Pdl.

Alfano, Quagliariello e gli altri “innovatori” nelle ultime 48 ore hanno avuto la certezza che Berlusconi punti a provocare la crisi di governo non appena il Senato voterà la decadenza. Le bordate sempre più forti che arrivano dai falchi contro la legge di Stabilità, gli attacchi della Santanché a Napolitano, gli ultimatum di Capezzone sulla Tarsi servono a questo, a creare il clima propizio per lo strappo, costringendo Enrico Letta a mettere la fiducia sulla manovra.

A quel punto arriverà la rottura. «Se i contenuti restano questi, la Finanziaria per noi è invotabile », conferma Mara Carfagna dalla schiera dei “lealisti”. E proprio la Carfagna ieri è stata al centro di un episodio di guerriglia interna che l’ha vista contrapporsi duramente alla colomba Lorenzin su un controverso episodio locale.

Al di là del merito della vicenda – la mancata visita del ministro Lorenzin a un ospedale irpino – Carfagna ha affermato in un comunicato che, se fosse stato vero, si sarebbe trattato di un comportamento «inqualificabile », «indegno del ruolo che si ricopre » e «irrispettoso nei confronti dei cittadini ». Parole pesantissime, come il «traditore » con cui la senatrice Bonfrisco ha preso ad appellare il ministro Quagliariello.

Con questo clima interno matura la scelta degli “innovatori” di organizzare la controffensiva. «Se le cose stanno così – ha suggerito Quagliariello ad Alfano – tanto vale accelerare ».Il segretario del Pdl tuttavia ancora non è del tutto convinto che la scissione sia la strada migliore. Certo, coltiva il progetto di uno nuovo centrodestra insieme a Casini, ma teme molto la prova della prossima primavera, quando arriverà il test delle Europee.

Elezioni che, per la prima volta, avranno la soglia di sbarramento al 4 per cento, clausola che impone a Casini e Mauro di allearsi con Alfano pena la scomparsa. Eppure il ministro dell’Interno teme di contarsi alle Europee ritrovandosi in un partito di centro insieme a Casini schierato contro Berlusconi. Il rischio di finire doppiato, o peggio, dalla Forza Italia dei falchi è alto. «È troppo presto, non ce lo possiamo permettere, dobbiamo ancora organizzarci ».

Così, per ora, quel documento dei 24 senatori viene usato come monito per indurre il Cavaliere a «ragionare », a capire che forzare di nuovo sulla crisi di governo sarebbe inutile. Anche sulla decadenza Alfano ha detto a Berlusconi di non farsi illusioni, gli ha spiegato che difficilmente arriveranno sorprese positive dal voto segreto, sarà dunque meglio che inizi a convivere con l’idea dell’uscita dal Parlamento: «Tutti quelli che temono le elezioni anticipate hanno interesse a votare contro di te perché sanno che il Pd non reggerebbe un minuto se il Senato ti salvasse. E si andrebbe al voto anticipato ».
Il rischio, anzi, è che parecchi peones del Pdl, spaventati da una crisi simile a quella del ‘93 sull’autorizzazione a procedere negata per Craxi, possano rivoltarsi in segreto contro il Cavaliere.

Una vecchia volpe come Paolo Naccarato, già braccio destro di Cossiga e ora senatore del Gal (costola del Pdl), ieri ha lanciato al Cavaliere un avvertimento proprio in questa direzione: «Mi consenta il presidente Berlusconi, con schiettezza cossighiana, di metterlo in guardia: attento Silvio! sulla decadenza, dallo scrutinio segreto, verranno ulteriori sorprese e più cocenti delusioni ».

Ma ormai il treno è partito. Santanché agli amici più stretti l’ha detto con chiarezza: «Il presidente si era spaventato il 2 ottobre, non si aspettava il tradimento. Ma ora ha capito tutto e non lo ferma più nessuno ». Ci sarebbe stata un’ultima ambasciata la scorsa settimana con il Quirinale per chiedere, invano, una grazia “motu proprio” dal presidente della Repubblica. Poi le comunicazioni si sono interrotte ed è iniziato il conto alla rovescia verso la crisi, quando palazzo Madama voterà la decadenza: intorno al 12 – 13 novembre.

Per mettere ancora più in mora i ministri del Pdl e presentarli come traditori è partita anche la manovra sulla irretroattività della legge Severino. Come ha fatto notare Sandro Bondi, la delega è ancora aperta e nulla impedisce al governo di approvare una norma di interpretazione per chiarire la non retroattività della decadenza. Insomma, dovrebbe essere Alfano a porre la questione al Consiglio dei ministri e minacciare Letta in caso di rifiuto.


Più che dimezzato l’assegno per Veronica. Da Berlusconi arriveranno 1,4 milioni al mese
di Giuseppe Guastella
(dal “Corriere della Sera”, 22 ottobre 2013)

MILANO – Più che dimezzato l’assegno di mantenimento che ogni mese Silvio Berlusconi deve versare alla moglie separata Veronica Lario. A vibrare il pesante colpo di scure che ha ridotto l’appannaggio, portandolo da tre ad «appena » 1,4 milioni di euro, è stato il Tribunale di Monza al quale il Cavaliere ha deciso di rivolgersi a luglio in gran segreto per avviare una causa di divorzio nei confronti della moglie. Come consente con una certa dose di bizzarria la legge italiana, sul matrimonio sono in corso due cause distinte, l’una di «separazione consensuale » e l’altra di divorzio. La prima, avviata dopo 22 anni di matrimonio il 3 maggio del 2009 da Veronica Lario, si svolge a Milano perché in quel momento lì risiedeva il «convenuto » Silvio Berlusconi, che solo da qualche tempo si è trasferito a Roma nella magione di palazzo Grazioli. La seconda causa, quella di divorzio, è stata intentata quest’anno da Berlusconi ed è in corso di fronte ai giudici di Monza perché Veronica Lario risiede nel territorio che fa parte del distretto di questo tribunale. Veronica Lario e Silvio Berlusconi nel 2004Veronica Lario e Silvio Berlusconi nel 2004 Nella causa di separazione, i giudici della nona sezione civile del Tribunale di Milano avevano stabilito a fine dicembre 2012 che per consentirle di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto durante la convivenza con uno degli uomini più ricchi del mondo, come stabilisce la legge nel caso sussista una disparità economica tra i due coniugi, alla Lario dovessero andare 100.000 euro al giorno mentre all’ex premier sarebbe rimasta la favolosa villa Belvedere di Macherio in cui Veronica aveva vissuto fino al settembre 2010 crescendo i tre figli Barbara, Eleonora e Luigi prima di trasferirsi nella suite deluxe dell’Hotel de La Ville di Monza, con vista sulla Villa Reale. La residenza da 120.000 metri quadrati, 70 stanze e parco sterminato ha un valore che si aggira intorno ai 78 milioni di euro e richiede una costante e complessa manutenzione per la quale l’ex premier ha calcolato di aver speso circa 20 milioni in un decennio e ritiene che ne dovrà spendere almeno 1,8 ogni anno. Nello stesso momento, ciascuno dei coniugi rinunciava a chiedere all’altro «la separazione con addebito » di «un comportamento cosciente e volontario contrario ai doveri nascenti che derivano dal matrimonio », come «la violazione del dovere di fedeltà coniugale ». A stabilire i nuovi parametri economici in vista del divorzio è un’ordinanza emessa nella scorsa estate dal Tribunale civile di Monza presieduto da Anna Maria Di Oreste. La somma di 1,4 milioni di euro al mese, pari a 16,8 milioni l’anno o se si vuole a 46 mila al giorno, comunque meno della metà dei 36 fissati in precedenza a Milano, corrisponderebbe a quella sulla quale, a seguito della decisione dei giudici milanesi, era ruotata una trattativa tra Silvio Berlusconi, assistito dagli avvocati Ippolita Ghedini e Cristina Rossello, e Veronica Lario, patrocinata dall’avvocato Cristina Morelli. Le cronache di gennaio riferivano di un faccia a faccia riservatissimo svoltosi proprio nella «casa coniugale » di Macherio e basato su una «piattaforma » che prevedeva la destinazione alla moglie del Cavaliere della residenza e di un appannaggio mensile intorno al milione e mezzo. Dopo la clamorosa sentenza milanese, che in un attimo aveva fatto il giro dei media di tutto il mondo, Berlusconi aveva accusato le tre giudici della nona sezione civile di Milano essere «femministe e comuniste » aggiungendo, ospite di una trasmissione televisiva, di sperare comunque «in un accordo bonario e sensato con Veronica ». Quell’accordo, però, non si sarebbe concretizzato e quindi non sarebbe stato firmato da Berlusconi. Sulle basi della trattativa, però, ora sembra essersi mosso il Tribunale di Monza con una decisione sulla quale è possibile fare ricorso alla Corte d’appello di Milano che potrebbe modificare i termini, riducendo ulteriormente l’assegno, confermando la decisione di Monza oppure aumentandolo fino e oltre i tre milioni. ] MILANO – Più che dimezzato l’assegno di mantenimento che ogni mese Silvio Berlusconi deve versare alla moglie separata Veronica Lario. A vibrare il pesante colpo di scure che ha ridotto l’appannaggio, portandolo da tre ad «appena » 1,4 milioni di euro, è stato il Tribunale di Monza al quale il Cavaliere ha deciso di rivolgersi a luglio in gran segreto per avviare una causa di divorzio nei confronti della moglie.

Come consente con una certa dose di bizzarria la legge italiana, sul matrimonio sono in corso due cause distinte, l’una di «separazione consensuale » e l’altra di divorzio. La prima, avviata dopo 22 anni di matrimonio il 3 maggio del 2009 da Veronica Lario, si svolge a Milano perché in quel momento lì risiedeva il «convenuto » Silvio Berlusconi, che solo da qualche tempo si è trasferito a Roma nella magione di palazzo Grazioli. La seconda causa, quella di divorzio, è stata intentata quest’anno da Berlusconi ed è in corso di fronte ai giudici di Monza perché Veronica Lario risiede nel territorio che fa parte del distretto di questo tribunale.
Nella causa di separazione, i giudici della nona sezione civile del Tribunale di Milano avevano stabilito a fine dicembre 2012 che per consentirle di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto durante la convivenza con uno degli uomini più ricchi del mondo, come stabilisce la legge nel caso sussista una disparità economica tra i due coniugi, alla Lario dovessero andare 100.000 euro al giorno mentre all’ex premier sarebbe rimasta la favolosa villa Belvedere di Macherio in cui Veronica aveva vissuto fino al settembre 2010 crescendo i tre figli Barbara, Eleonora e Luigi prima di trasferirsi nella suite deluxe dell’Hotel de La Ville di Monza, con vista sulla Villa Reale. La residenza da 120.000 metri quadrati, 70 stanze e parco sterminato ha un valore che si aggira intorno ai 78 milioni di euro e richiede una costante e complessa manutenzione per la quale l’ex premier ha calcolato di aver speso circa 20 milioni in un decennio e ritiene che ne dovrà spendere almeno 1,8 ogni anno. Nello stesso momento, ciascuno dei coniugi rinunciava a chiedere all’altro «la separazione con addebito » di «un comportamento cosciente e volontario contrario ai doveri nascenti che derivano dal matrimonio », come «la violazione del dovere di fedeltà coniugale ».

A stabilire i nuovi parametri economici in vista del divorzio è un’ordinanza emessa nella scorsa estate dal Tribunale civile di Monza presieduto da Anna Maria Di Oreste. La somma di 1,4 milioni di euro al mese, pari a 16,8 milioni l’anno o se si vuole a 46 mila al giorno, comunque meno della metà dei 36 fissati in precedenza a Milano, corrisponderebbe a quella sulla quale, a seguito della decisione dei giudici milanesi, era ruotata una trattativa tra Silvio Berlusconi, assistito dagli avvocati Ippolita Ghedini e Cristina Rossello, e Veronica Lario, patrocinata dall’avvocato Cristina Morelli. Le cronache di gennaio riferivano di un faccia a faccia riservatissimo svoltosi proprio nella «casa coniugale » di Macherio e basato su una «piattaforma » che prevedeva la destinazione alla moglie del Cavaliere della residenza e di un appannaggio mensile intorno al milione e mezzo.

Dopo la clamorosa sentenza milanese, che in un attimo aveva fatto il giro dei media di tutto il mondo, Berlusconi aveva accusato le tre giudici della nona sezione civile di Milano essere «femministe e comuniste » aggiungendo, ospite di una trasmissione televisiva, di sperare comunque «in un accordo bonario e sensato con Veronica ».
Quell’accordo, però, non si sarebbe concretizzato e quindi non sarebbe stato firmato da Berlusconi. Sulle basi della trattativa, però, ora sembra essersi mosso il Tribunale di Monza con una decisione sulla quale è possibile fare ricorso alla Corte d’appello di Milano che potrebbe modificare i termini, riducendo ulteriormente l’assegno, confermando la decisione di Monza oppure aumentandolo fino e oltre i tre milioni.


Maradona ha ragione: non è un evasore
di Franco Bechis
(da “Libero”, 22 ottobre 2013)

Diego Armando Maradona non ha evaso al fisco italiano i 39 milioni di euro che continuano a chiedergli. Questo ̬ certo, perch̩ nemmeno il fisco italiano lo sostiene: la contestazione Рnotificata al calciatore argentino solo 11 anni dopo i fatti Рriguarda un eventuale mancato versamento al fisco dal 1985 al 1990 di 13 miliardi di lire, pari a 6,7 milioni di euro. Quella cifra nel 2013 ammonterebbe a 11,4 milioni di euro.

I 28 milioni di euro in più che vengono pretesi da Equitalia sono la somma di mora, interessi di mora e sanzioni. E questo sarebbe un primo problema di equità per qualsiasi contribuente, anche per Maradona. Ma anche sui 13 miliardi di lire dell’epoca il fisco ha torto sul piano sostanziale e lo sa benissimo: per pretenderli ne fa esclusivamente una questione di forma. Il gruppo di finanzieri e di «messi » di Equitalia che notifica cartelle, avvisi di mora, e sequestra orecchini e orologi a Maradona ogni volta che questo entra in Italia, sa benissimo di avere torto sul piano sostanziale, anche se la forma consente questo show. Maradona è innocente, ma non si è difeso nei tempi e nei modi consentiti: quando lo ha fatto era troppo tardi, e la giustizia tributaria italiana non gli ha consentito di fare valere le sue ragioni (conosciute e indirettamente riconosciute da altre sentenze) perché era prescritta la possibilità di ricorrere e contestare le richieste del fisco. Quello di Maradona così è uno dei rarissimi casi in cui la prescrizione va a tutto danno dell’imputato.

Il calciatore più famoso del mondo è finito nel mirino del fisco insieme alla società calcistica per cui aveva lavorato in Italia (il Napoli di Corrado Ferlaino), e a due giocatori dell’epoca: Alemao e Careca. Il fisco ha emesso le sue cartelle esattoriali, e la giustizia tributaria ha iniziato il suo processo quando Maradona era già tornato in Argentina, dove avrebbe ancora giocato quattro anni. Conseguenza naturale: le notifiche del fisco sono arrivate a chi era in Italia (Napoli calcio, Alemao e Careca), e naturalmente non a chi era in Argentina, perché né il fisco italiano né altri lo hanno comunicato laggiù. Il fisco si è lavato la coscienza appendendo le sue cartelle all’albo pretorio di Napoli.

Oggi quell’albo è on line e in teoria uno che fosse curioso potrebbe anche guardarlo dall’Argentina (ma perché mai dovrebbe farlo?). Allora no: per conoscere quelle cartelle bisognava andare in comune a Napoli. Non sapendo nulla di quelle cartelle (fra cui per altro c’erano anche alcune multe prese per violazione al codice della strada), Maradona non ha potuto fare ricorso. Né conoscere il tipo di contestazione che veniva fatta. Riassunto in breve. I calciatori allora come oggi erano lavoratori dipendenti delle società per cui giocavano. Maradona, Careca e Alemao erano dipendenti del Napoli. Che pagava loro lo stipendio e fungeva da sostituto di imposta: tratteneva cioè l’Irpef dovuta per quei redditi e la versava al fisco. Tutti e tre i giocatori (e molti altri in Italia) oltre al contratto da dipendenti avevano anche una sorta di contratto ulteriore, con cui cedevano alla società calcistica i propri diritti di immagine anche per eventuali sponsorizzazioni e pubblicità. In tutti e tre i casi, come avveniva all’epoca con i calciatori di tutto il mondo e in tutto il mondo, non erano i calciatori ad incassare dal Napoli il corrispettivo di quei diritti, ma delle società estere di intermediazione (tre diverse nel caso di Maradona), che poi avrebbero dovuto dare ai giocatori gli utili di intermediazione. Secondo il fisco italiano quei diritti in realtà erano stipendio extra per Alemao, Maradona e Careca.

Il Napoli quindi avrebbe dovuto versare al fisco trattenute simili a quelle operate sugli stipendi base. Non avendolo fatto il Napoli, avrebbero dovuto versare l’Irpef i singoli giocatori. Squadra di calcio, Alemao e Careca fanno ricorso (Maradona no, perché non ne sa nulla): in primo grado hanno torto. In secondo grado vedono riconosciute pienamente le loro ragioni, con una sentenza che per Careca e Alemao verrà confermata dalla Cassazione. Il Napoli calcio incassa la sentenza favorevole, ma quando la ottiene sta fallendo. Preferisce non allungare i tempi: aderisce a un condono fiscale e sana tutto il passato, pagando in misura ridotta anche l’Irpef che secondo le contestazioni non era stata versata a nome di Alemao, Careca e Maradona. In teoria il caso Maradona avrebbe dovuto considerarsi concluso con quel condono operato dal sostituto di imposta. Ma il fisco va avanti. Si deve fermare davanti a Careca e Alemao perché la sentenza tributaria di appello che verrà poi confermata prende a schiaffoni quelli che sarebbero diventati Agenzia delle Entrate ed Equitalia.

La sentenza tributaria ricorda che in parallelo si era già svolto un processo penale sulla stessa materia, e che il pm aveva proposto e il Gip accolto l’archiviazione per Maradona, Alemao e Careca, escludendo «per tutti e tre i calciatori che i corrispettivi versati agli sponsor fossero in realtà ulteriori retribuzioni destinate ai calciatori ». I giudici tributari poi accusano il fisco italiano di avere preso un abbaglio: avevano accusato tutti sulla base di norme che per altro sono entrate nel codice italiano con una legge di fine 1989: quindi al massimo si poteva contestare qualcosa solo per il 1990, non potendo essere retroattive le regole tributarie. Ma anche per il 1990 la contestazione non era motivata: nessuna prova che quei diritti fossero cosa diversa e si fossero trasformati in stipendi. Assolti e liberati dal fisco italiano dunque sia Alemao che Careca. Maradona no, perché non aveva fatto ricorso. Quando ha provato a farlo dopo la prima notifica del 2001, è stato respinto perché tradivo. Quindi Maradona ha ragione, ma non può avere ragione perché la sua ragione ormai è prescritta. Cose da azzeccagarbugli. Che però giustificano assai poco lo show che il fisco mette in onda ogni volta che Maradona atterra in Italia.


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