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Caso Berlusconi e democrazia deviata

25 Ottobre 2013

di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 25 ottobre 2013)

Il caso Berlusconi costituisce un evidente fenomeno di distorsione violenta e incontrollata dello stato di diritto. Non solo per la persecuzione mediatico-giudiziaria che il Cavaliere ha subito dal momento della sua “discesa in campo” e nei vent’anni successivi.

Ma soprattutto per le conseguenze che la sua vicenda ha prodotto e che è destinata a seguitare ad avere sulla vita pubblica italiana. Il principale esito, che rappresenta la conferma definitiva agli occhi di ogni singolo cittadino di non vivere in una democrazia liberale fondata sullo stato di diritto, l’ha esposto nei giorni scorsi con sintetica efficacia Fedele Confalonieri di fronte ad un’assemblea di giovani imprenditori.

Parlando dell’ipotesi che in sostituzione di Berlusconi possa scendere in campo la figlia Marina, il presidente di Mediaset e amico storico dell’ex premier ha affermato che se Marina prendesse il posto di Silvio alla guida del Pdl-Forza Italia “subirebbe lo stesso calvario del padre”.

L’affermazione è passata sui media come un’indicazione della contrarietà di Confalonieri ad un eventuale impegno politico di Marina Berlusconi. Ed è probabile che il presidente di Madiaset l’abbia pronunciata proprio per esorcizzare un’eventualità che considera negativa per la tenuta e la sopravvivenza dell’impero economico berlusconiano.

Ma, se pure inconsapevolmente, le parole di Confalonieri denunciano una convinzione profondamente radicata nel Paese: chiunque avesse la folle intenzione di imitare Berlusconi decidendo di scendere in politica e puntando a costruire e magari guidare lo schieramento di centrodestra del Paese, subirebbe inevitabilmente il “calvario” che è stato riservato per vent’anni al Cavaliere.

Ciò che la frase di Confalonieri svela, infatti, è la convinzione generale che nel nostro Paese non sia possibile praticare la normale dialettica di ogni sistema democratico. Perché chiunque si proponga di porsi in contrasto ed in alternativa ai poteri forti dello stato burocratico costruito nei decenni dalla sinistra egemone, è destinato ad essere colpito, perseguitato ed eliminato con tutti i mezzi e i modi possibili del circo mediatico-giudiziario che fa capo agli stessi poteri forti. A nutrire una convinzione del genere non sono solo i berlusconiani più intransigenti. Questi ultimi, anzi, proprio perché berlusconiani duri e puri non si pongono neppure il problema del dopo-Cavaliere.

A nutrirla sono tutte le persone normali che vedono come il problema principale posto dalla questione di una eventuale successione alla leadership del centrodestra, sia rappresentato dalla impossibilità di trovare chi sia così folle e temerario da sfidare il tritacarne mediatico-giudiziario messo in piedi dai poteri forti per proteggere se stessi a dispetto di qualsiasi regola democratica.

E, paradossalmente, sono anche quelli che fanno parte del tritacarne che non perdono l’occasione di ostentare i loro strumenti e metodi di prevaricazione e distorsione per ammonire e tenere in riga chiunque osi solo immaginare di potersi impegnare contro lo stato burocratico dei privilegi. Ma fino a che punto può reggere un sistema fondato sulla minaccia e sulla violenza morale e materiale?


La maionese impazzita
di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 25 ottobre 2013)

Provate a seguire da vicino l’iter di un provvedimento legislativo. Scoprirete che i partiti che compongono la maggioranza non sono tre come si dice, ma almeno sette. Nel Pd agiscono separatamente il gruppo dei «Renzi for president » e l’avversa coalizione del «Tutto tranne Renzi »; più un manipolo di deputati che rispondono direttamente alla Cgil. Nel Pdl i «fittiani » contendono palmo a palmo il terreno agli «alfaniani », e il consenso del Pdl va contrattato con entrambi (più Brunetta). Scelta civica si è sciolta in due fazioni, per niente moderate nella foga con cui si combattono. Per condurre in porto il vostro provvedimento preferito dovrete dunque fare sette stazioni della via crucis parlamentare, per quattro volte (se il governo non mette la fiducia, due letture alla Camera e due al Senato). Vi servono insomma ventotto sì. Un’intesa larghissima: si fa prima al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Una volta approvata, la nuova norma rimanderà di sicuro a un regolamento attuativo. E lì ricomincerà la vostra gimkana, stavolta tra i burocrati dei ministeri che hanno il potere di scriverlo. Il nostro sistema politico-parlamentare è letteralmente esploso. E la cosa incredibile è che il massimo della frammentazione convive con il massimo del leaderismo nei partiti. Il Pd, che pure è il più democratico, è una monarchia elettiva (quattro capi in cinque anni, l’unico partito al mondo che incorona il segretario con una consultazione del corpo elettorale). Il Pdl è una monarchia ereditaria. La terza forza, il M5S, è una diarchia orientale, con un profeta e un califfo. In queste condizioni il semplice fatto che esista un governo è già un miracolo, figurarsi l’operatività. Se andiamo a votare può anche peggiorare. E non è solo colpa del Porcellum . Con i partiti come sono oggi, e con i sondaggi che circolano oggi, nessun sistema elettorale, nemmeno il più maggioritario, può garantire una maggioranza solida. Se anche questa si producesse nelle urne, si spaccherebbe in Parlamento un attimo dopo, come è miseramente accaduto alla più formidabile maggioranza della storia, quella uscita dal voto del 2008 e guidata da Berlusconi. Da tre anni il governo della Repubblica non è più espressione del risultato elettorale. Nessuna delle coalizioni che abbiamo trovato sulla scheda appena otto mesi fa esiste più. Qualsiasi terapia del male italiano deve passare da qui: come rendere il Paese governabile. Come aprirsi un sentiero praticabile tra due Camere, venti Regioni, più di cento Province, più di ottomila Comuni. Come ridurre il numero dei partiti, ridurne il potere, ridurne l’ingerenza. È infatti nel sistema politico-istituzionale che si è incistata nella sua forma più perniciosa quella crisi di cultura e di valori di cui hanno scritto sul Corriere Galli della Loggia e Ostellino. La soluzione viene di solito indicata nelle riforme costituzionali. Solo chi spera nel tanto peggio tanto meglio può negarne l’urgenza. Ma neanche quelle basteranno se non si produce una profonda rigenerazione morale dei partiti. Laddove l’aggettivo «morale » non sta solo nel «non rubare », e il sostantivo «rigenerazione » non coincide con l’ennesimo «repulisti » affidato al codice penale: questo sistema politico è figlio di Mani pulite, e non sembra venuto tanto meglio. Rigenerazione morale vuol dire innanzitutto una nuova generazione, homines novi . Vuol dire restaurare un nesso, anche labile, tra l’attività politica e il bene comune. Vuol dire liberarsi dei demagoghi e dei voltagabbana. L’Italia non può farcela senza una politica migliore. ] Provate a seguire da vicino l’iter di un provvedimento legislativo. Scoprirete che i partiti che compongono la maggioranza non sono tre come si dice, ma almeno sette. Nel Pd agiscono separatamente il gruppo dei «Renzi for president » e l’avversa coalizione del «Tutto tranne Renzi »; più un manipolo di deputati che rispondono direttamente alla Cgil. Nel Pdl i «fittiani » contendono palmo a palmo il terreno agli «alfaniani », e il consenso del Pdl va contrattato con entrambi (più Brunetta). Scelta civica si è sciolta in due fazioni, per niente moderate nella foga con cui si combattono. Per condurre in porto il vostro provvedimento preferito dovrete dunque fare sette stazioni della via crucis parlamentare, per quattro volte (se il governo non mette la fiducia, due letture alla Camera e due al Senato). Vi servono insomma ventotto sì. Un’intesa larghissima: si fa prima al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Una volta approvata, la nuova norma rimanderà di sicuro a un regolamento attuativo. E lì ricomincerà la vostra gimkana, stavolta tra i burocrati dei ministeri che hanno il potere di scriverlo.

Il nostro sistema politico-parlamentare è letteralmente esploso. E la cosa incredibile è che il massimo della frammentazione convive con il massimo del leaderismo nei partiti. Il Pd, che pure è il più democratico, è una monarchia elettiva (quattro capi in cinque anni, l’unico partito al mondo che incorona il segretario con una consultazione del corpo elettorale). Il Pdl è una monarchia ereditaria. La terza forza, il M5S, è una diarchia orientale, con un profeta e un califfo.
In queste condizioni il semplice fatto che esista un governo è già un miracolo, figurarsi l’operatività. Se andiamo a votare può anche peggiorare. E non è solo colpa del Porcellum . Con i partiti come sono oggi, e con i sondaggi che circolano oggi, nessun sistema elettorale, nemmeno il più maggioritario, può garantire una maggioranza solida. Se anche questa si producesse nelle urne, si spaccherebbe in Parlamento un attimo dopo, come è miseramente accaduto alla più formidabile maggioranza della storia, quella uscita dal voto del 2008 e guidata da Berlusconi. Da tre anni il governo della Repubblica non è più espressione del risultato elettorale. Nessuna delle coalizioni che abbiamo trovato sulla scheda appena otto mesi fa esiste più.

Qualsiasi terapia del male italiano deve passare da qui: come rendere il Paese governabile. Come aprirsi un sentiero praticabile tra due Camere, venti Regioni, più di cento Province, più di ottomila Comuni. Come ridurre il numero dei partiti, ridurne il potere, ridurne l’ingerenza. È infatti nel sistema politico-istituzionale che si è incistata nella sua forma più perniciosa quella crisi di cultura e di valori di cui hanno scritto sul Corriere Galli della Loggia e Ostellino.
La soluzione viene di solito indicata nelle riforme costituzionali. Solo chi spera nel tanto peggio tanto meglio può negarne l’urgenza. Ma neanche quelle basteranno se non si produce una profonda rigenerazione morale dei partiti. Laddove l’aggettivo «morale » non sta solo nel «non rubare », e il sostantivo «rigenerazione » non coincide con l’ennesimo «repulisti » affidato al codice penale: questo sistema politico è figlio di Mani pulite, e non sembra venuto tanto meglio.
Rigenerazione morale vuol dire innanzitutto una nuova generazione, homines novi . Vuol dire restaurare un nesso, anche labile, tra l’attività politica e il bene comune. Vuol dire liberarsi dei demagoghi e dei voltagabbana. L’Italia non può farcela senza una politica migliore.


Blitz di Berlusconi: ritorno a Forza Italia
di Paola Di Caro
(dal “Corriere della Sera”, 25 ottobre 2013)

ROMA – Dirà che non è una vendetta, quella che i governativi – infuriati – definiscono «un colpo di mano », «una coltellata » , ma soprattutto «l’ultima raffica di Salò ». Dirà, come gli ha già detto due sere fa, che «non è una mossa contro di te Angelino, io ti voglio vice presidente del partito, non ho alcuna intenzione di affidarmi ai falchi, voglio gente fresca e nuova e tu sarai sempre con me, resterai mio erede ». Ma la verità è che Silvio Berlusconi – che per oggi ha convocato un Ufficio di presidenza per votare la proposta di ritorno a Forza Italia con connesso azzeramento degli incarichi a partire da quello di Alfano come segretario per finire con quelli dei coordinatori – non ha dimenticato il «tradimento », così lo chiamano i falchi, della sua pattuglia di ministri. Non ha cancellato dai suoi occhi l’immagine di Alfano che si scambia il «cinque » con Enrico Letta appena ottenuta la fiducia alla Camera, sulla scia dell’evocata «fine del Ventennio ».

«La vendetta si serve fredda… » sibilano i falchi plaudendo alla scelta, che sembrava per il momento congelata, di lanciare Forza Italia e, di fatto, defenestrare il segretario, il leader di quegli Innovatori che ancora quattro giorni fa al Senato si contavano firmando una lettera a difesa del governo che era un modo per dire che i numeri per la sopravvivenza dell’esecutivo erano dalla loro parte e Berlusconi non aveva più armi. L’ex premier ha voluto dimostrare – a loro ma soprattutto a tutti i suoi avversari o possibili interlocutori, dai magistrati al Pd per arrivare al capo dello Stato – che le armi ce le ha ancora, o almeno ha la più importante: il partito. Quella Forza Italia della quale ritorna presidente e dominus assoluto, marginalizzando i governativi che adesso non escludono la scissione.

La decisione era nell’aria, ma veniva rimandata di giorno in giorno. Ancora mercoledì sera, raccontano, Berlusconi appariva incerto: la paura di trovarsi un partito spaccato nel momento più difficile della sua vita politica lo portava a temporeggiare, sperando che i lealisti alla fine avrebbero accettato di buon grado uno slittamento almeno fino al voto sulla decadenza, e che gli innovatori gli sarebbero stati vicini indurendo la linea su governo e giustizia.
Ma i lealisti erano ormai pronti a sferrare l’attacco. Glielo ha detto a brutto muso Raffaele Fitto: se cedi anche stavolta, la guerra la facciamo noi (e l’avvisaglia è stata l’imboscata sul voto per le riforme al Senato, mercoledì) perché «se altri mostrano la pistola per minacciarti, noi lo facciamo per salvarti ». Quel Fitto che dopo il voto di fiducia ha riorganizzato le truppe sbandanti di falchi e non solo offrendo all’ex premier una sponda perché il Pdl non passasse armi e bagagli nelle mani di Alfano.

Nell’ombra Verdini ha lavorato (con l’aiuto degli avvocati) anche alla formula tecnica per il passaggio: nell’Ufficio di presidenza di oggi saranno solo 24 gli aventi diritto al voto, quelli originari del primo Pdl, che comprendono molti ministri del governo del 2008 (Carfagna, Fitto, Galan, Gelmini, Matteoli, Prestigiacomo, Bondi, Rotondi, Vito, Scajola, Sacconi, Brunetta e lo stesso Alfano) quasi tutti oggi lealisti. Non ci saranno invece – schiaffo umiliante – gli attuali ministri e nemmeno Cicchitto (non più capogruppo), mentre dell’area governativa saranno presenti Formigoni e Giovanardi, con Schifani più defilato ma sempre più vicino ad Alfano.

Al voto, non dovrebbero quindi esserci sorprese, e nemmeno dal punto di vista legale si prevedono guerre. Perché Berlusconi ormai ha deciso, dopo l’ultimo sfogo: «Mi hanno lasciato tutti solo mentre le procure mi sparano contro, ma io reagirò, farò vedere che chi comanda sono ancora io. E che sono pronto a tutto ». E perché i governativi non hanno ancora deciso come reagire. Alfano, infuriato e sconvolto, era al Ppe, a Bruxelles, e non si aspettava una mossa così repentina, che lo ha ferito. Ora è al bivio: rompere, come gli consigliano i più duri dei suoi – da Cicchitto alla Lorenzin a Quagliariello,per i quali la decisione «è già presa, bisogna solo stabilire le modalità, non è un parricidio ma un infanticidio » – e costruire un partito centrista con quella parte del Pdl che si staccherà e Mauro e Casini. Oppure inghiottire l’amarissimo boccone e restare, aspettando che la bufera passi perché, come gli suggeriscono altri, «il dopo Berlusconi è già iniziato, e tu puoi giocartelo contro i falchi ». È la decisione più difficile per Alfano, in ballo ci sono storie politiche, e la sorte del governo, sempre più in bilico. Ma dalla drammatica cena notturna dei governativi a emergere era una sola certezza: «Comunque finisca è una sconfitta per tutti. Per Berlusconi e per noi ».


Pdl, ufficio di presidenza a rischio. Sacconi: “Rinviarlo”
di Redazione
(da “Il Foglio”, 25 ottobre 2013)

Nel giorno in cui è previsto l’incontro tra il vicepremier e segretario del Pdl, Angelino Alfano, e il leader del Pdl Silvio Berlusconi, il segretario ha riunito per circa mezz’ora a palazzo Chigi Roberto Formigoni e Carlo Giovanardi, entrambi contrari al ritorno a Forza Italia. Al termine dell’incontro, Giovanardi ha spiegato all’agenzia di stampa Dire: “Io, Formigoni, Sacconi e credo di poter dire anche Alfano, non parteciperemo all’ufficio di presidenza di oggi pomeriggio”. ”Non andrò all’Ufficio di presidenza convocato oggi – ha proseguito Giovanardi – perché non sono assolutamente interessato a un ritorno a Fi, non è mai stato il mio partito, io voglio stare in un partito collegato al Ppe, ma alternativo alla sinistra”. Dunque gli esponenti cosiddetti “governativi” convocati per partecipare alla riunione di oggi pomeriggio dell’ufficio di presidenza del Pdl starebbero valutando l’ipotesi di disertare la riunione. Subito dopo il minivertice con Alfano, i ministri Pdl si sono recati a pranzo dall’ex premier Berlusconi per cercare di convincerlo a rinviare l’ufficio di presidenza. Volontà contenuta anche in una nota affidata alle agenzie di stampa dal senatore Maurizio Sacconi.

Nella nota di Sacconi si legge: “Rivolgo un appello al Presidente Berlusconi a rinviare l’odierno Ufficio di Presidenza del partito in quanto possibile fonte di divisioni. L’organismo, infatti, pur formalmente corrispondente alla lettera statutaria, non riflette nella sua composizione né la storia né l’attualità del nostro movimento politico, tanto nella dimensione politica quanto in quella istituzionale. E questo appare contraddittorio con la volonta’ di azzerare, nel passaggio a una nuova e diversa Forza Italia, la vicenda politica e umana del PdL e soprattutto quel binomio tra la presidenza di Silvio Berlusconi e la segreteria di Angelino Alfano, che rappresenta la base su cui fondare un rinnovato centrodestra inclusivo, maggioritario e vincente”. “L’iniziativa – prosegue Sacconi – può apparire come una sorta di rivincita sul voto di fiducia espresso meno di un mese fa e può oggettivamente indebolire il PdL come forza di governo, determinando il progressivo isolamento della nostra delegazione ministeriale, che invece tanto più potrà incidere nell’esecutivo di larghe intese quanto più potrà contare sulla sinergia del partito e dei gruppi parlamentari”.

Per Sacconi e i ministri Pdl “Si rischia insomma di allontanare Forza Italia dal popolo dei moderati e di impedire così di cogliere l’occasione di quel grande centrodestra a vocazione maggioritaria che è il cuore e l’orizzonte della storia politica del presidente Berlusconi e di tutti noi. Tutto ciò, per giunta, in un momento nel quale la possibilità di orientare ancor più la legge di stabilità verso i nostri obiettivi sul versante del fisco, dei tagli alla spesa e della difesa del ceto medio, e la necessità di dar forza alla battaglia per le riforme, per la giustizia e per il presidente Berlusconi, consigliano altri e diversi itinerari”.

Secca la conclusione della nota: “Per queste ragioni sarebbe opportuno rinviare la convocazione dell’odierno Ufficio di Presidenza e, in ogni caso, garantire che il confronto nell’annunciato Consiglio Nazionale dell’8 dicembre sia preparato attraverso un dibattito reale all’interno del nostro popolo, con il coinvolgimento non solo del corpo militante ma anche degli elettori”.

Le “colombe” dunque ritengono che non ci siano le condizioni per potersi riunire nell’ufficio di presidenza. Da qui il pranzo inizialmente non in agenda a Palazzo Grazioli.


Finisce l’era Pdl: «Torniamo a Forza Italia ». Alfano e i suoi disertano, Berlusconi minimizza
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 25 ottobre 2013)

Il Pdl non c’è più, si torna a Forza Italia. Lo ha deciso l’ufficio di presidenza del partito che ha sospeso tutte le cariche assegnando tutti i poteri a Silvio Berlusconi. L’incontro non si è svolto nella nuova sede di San Lorenzo in Lucina, ma a Palazzo Grazioli, residenza romana del Cavaliere. E non vi hanno preso parte il segretario Angelino Alfano e l’ala filo-governativa del partito. Un’assenza che testimonia il solco sempre più profondo tra le due anime del partito ma che lo stesso Berlusconi, nella conferenza stampa tenuta al termine del vertice, ha cercato di minimizzare, derubricando le divisioni a «incomprensioni di tipo personale »: « Sono sicuro che i contrasti saranno sanati – ha detto il Cavaliere -. Alfano gode del mio affetto, la mia stima e la mia amicizia. Io l’ho nominato due anni fa segretario e credo che potrà continuare a svolgere il suo ruolo ». Al momento, però, si tratta di un’investitura solo teorica perché le vecchie deleghe sono state azzerate.

IL SOSTEGNO AL GOVERNO – E quanto al sostegno del governo, la nota diffusa al termine dell’incontro sottolineava che questo non verrà meno «nel rispetto degli impegni programmatici assunti al momento dell’insediamento » con l’obiettivo di «proporre efficaci misure per la ripresa della nostra economia ». Ma rispondendo ai cronisti Berlusconi ha fatto capire che il nodo della sua decadenza non è sciolto sottolineando che sarà «molto difficile continuare a collaborare con un alleato con cui si siede in consiglio dei ministri ma che si basa su una sentenza frutto di un disegno preciso di certa magistratura ».

LE DUE ANIME – La giornata era stata all’insegna delle tensioni all’interno dello schieramento. Nel primo pomeriggio il Cavaliere aveva provato a ricomporre l’ennesima frattura tra lealisti e filogovernativi, convocando Alfano e gli altri ministri dopo che avevano mostrato insofferenza verso la decisione di convocare a sorpresa l’ufficio di presidenza per accelerare sul ritorno a Forza Italia. Una mossa che da parte dei centristi era stata vista come un tentativo di indebolire Alfano, che con l’azzeramento delle cariche smette di essere segretario, e di conseguenza anche il governo. I tentativi di mediazione andati avanti fino a pochi minuti prima dell’inizio del vertice,rimasto in bilico fino all’ultimo, non hanno però avuto alcun esito.

IL GRANDE ASSENTE – Alfano è dunque stato il grande assente della riunione. «Il mio contributo all’unità del nostro movimento politico, che mai ostacolerò per ragioni attinenti i miei ruoli personali – ha commentato pochi minuti dopo aver lasciato Palazzo Grazioli – è di non partecipare, come faranno altri, all’ufficio di presidenza che deve proporre decisioni che il Consiglio nazionale dovrà assumere. Il tempo che ci separa dal Consiglio nazionale consentirà a Berlusconi di lavorare per ottenere l’unità ». Un’assenza, quella del vicepremier e degli altri filogovernativi, che un paio d’ore più tardi lo stesso Cavaliere spiegherà così: «I cinque membri che non hanno partecipato al voto lo hanno fatto con il mio consenso. Abbiamo convenuto che ci fossero cose da chiarire e che fosse meglio non partecipassero ».

IL CONSIGLIO NAZIONALE – Tutto risolto, dunque? Molto più probabilmente tutto rimandato al consiglio nazionale convocato per il prossimo 8 dicembre, lo stesso giorno in cui si svolgeranno le primarie del Pd (tanto da far dire a Renzi che «per la prima volta è lui che insegue noi »). In quella occasione, all’assise a cui parteciperanno gli 800 delegati provenienti da tutte le regioni, potrebbe consumarsi la vera resa dei conti tra le due anime del partito. Sulla carta i lealisti sono avvantaggiati e indiscrezioni raccolte dalle agenzie parlano di unRaffaele Fitto, nuovo leader del fronte più intransigente, intenzionato a collezionare i consensi di almeno i tre quarti della platea. Quello dell’Immacolata diventerebbe, insomma, il giorno del redde rationem per i due principali partiti della maggioranza, con tutto quello che ne potrebbe conseguire per le sorti del governo.


Minzolini: il governo Letta è in mano ai pugliesi del Pdl
di Redazione
(da “Libero”, 25 ottobre 2013)

Dopo il colpo di mano del Pd con l’elezione della Bindi all’Antimafia e la nuova offensiva della magistratura su Berlusconi, aumentano le fibrillazioni nel Pdl con i falchi intenzionati a dare battaglia nel partito e nella maggioranza. In attesa di capire se nell’uffico di presidenza di oggi pomeriggio  si deciderà per l’immediato passaggio  a Forza Italia e l’azzeramento di tutte le cariche, compresa quella di segretario di Angelino Alfano – un uomo al bivio –    la linea dei falchi è stata esposta da Augusto Minzolioni in due interviste, a La Stampa e al Corriere.

Contate i pugliesi – L’ex direttore del Tg1 era stato accusato, anche dalle “colombe” del partito, di aver preparato un agguato contro il governo con il suo voto contrario al ddl sul Comitato per le riforme costituzionali. “Sono quattro mesi che mi oppongo all’istituzione del comitato” ha risposto Minzolini “un governo delle larghe intese non può accettare compromessi al ribasso sulle riforme: se le fai non puoi lasciare fuori la giustizia”. A chi gli ricorda che tutte quelle astensioni del Pdl su un voto importante sono sospette risponde che “non c’è stata nessuna regia, se si volesse fare un agguato non ci sarebbe problema” e per verificare “basta fare il conto dei pugliesi che votano tutti con Fitto”.

Anpi dei politici – “Le larghe intese possono andare avanti anche fino al 2018” dice l’ex direttorissimo “ma solo se c’è un programma condiviso e che pensi alla pacificazione” con SIlvio Berlusconi che è “l’unico leader capace a parlare al centrodestra di questo paese”. E sui governisti del partito, che i giornali chiamano “innovatori”, Minzolini spiega: “Alfano a parte, questi innovatori chi sono, Formigoni e Giovanardi? Ma questa è l’Anpi. Non l’associazione dei partigiani, ma dei politici italiani”.

Il tordo Quagliariello – Il senatore del Pdl spende buone parole per Alfano (“Angelino è bravissimo”), ma lo mette in guardia da una scelta neocentrista e “dorotea per cui non c’è davvero spazio”. Inoltre ricorda al vicepremier che le persone di cui si è circondato non sono innovatori, ma “cimeli della prima Repubblica”. Le parole più dure sono per Gaetano Quagliariello, che aveva parlato di sciacallaggio sul voto al Senato per il ddl riforme: “Farebbe meglio a tacere: si sta aprendo la caccia e lui rischia di fare la fine non della colomba ma del tordo”. Il governo è salvo ma è ancora in bilico, le colombe sono avvisate: “Mercoledì non era il giorno dello sciacallo. Nessuno voleva la caduta, se no ci sarebbe stata”.


Santanchè: “La Lario? Gli uomini preferisco pagarli, non essere pagata”
di Redazione
(da “Libero”, 25 ottobre 2013)

C’è Daniela, (oggi) berlusconiana fino al midollo, fedelissima a Silvio, sempre in prima linea per difenderlo, per combattere. E c’è Veronica, non più berlusconiana né Berlusconi, ex moglie che sparò sul Cav al tempo della rottura: il peggiore dei colpi, quella lettera spedita a Repubblica, il quotidiano che da vent’anni lo infanga. Santanchè e Lario, due donne tutt’altro che compatibili. E la pasionaria del Pdl parla dell’ex moglie di Silvio a La Zanzara, su Radio24, stuzzicata da Giuseppe Cruciani e David Parenzo. Ed ecco la stilettata: “Veronica Lario? Io preferisco pagare gli uomini e non essere pagata. Per me le donne devono lavorare e permettersi il lusso di essere come gli uomini e pagare gli alimenti”. Un commento al curaro sulla rimodulazione dell’assegno che il Cav, ogni mese, dovrà staccare a Veronica: non più 3 milioni di euro, ma 1,4 milioni. Non più “centomila” al giorno, ma “solo” 46mila euro ogni 24 ore. Cifre che fanno disperare il Cav e che indispettiscono anche la Santanchè. Che rincara: “Dobbiamo abiutarci a pensare che gli uomini non sono dei bancomat. Mi sembra chiaro che ho un concetto molto diverso dalla Lario. Questa cosa dei 46mila euro al giorno non riesco neanche a comprenderla, è fuori dal mondo”. Ogni riferimento è tutt’altro che casuale…


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Bart