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Brunetta duro: nessuna alternativa al Cavaliere

27 Ottobre 2013

di Aldo Cazzullo
(dal “Corriere della Sera”, 27 ottobre 2013)

ROMAâ—«O Letta e il Pd cambiano profondamente la legge di Stabilità ed evitano la decadenza di Berlusconi, o le larghe intese sono finite, e si va a votare ».

Brunetta, quindi lei ha scelto di stare con i falchi?
«Basta con questa storia. Io sto con gli italiani, che non vogliono pagare i 30 miliardi dell’Imu di Letta, 6 in più di quella di Monti, e non vogliono la violenza dell’espulsione dalla politica del leader di uno dei due partiti di maggioranza relativa. Basti vedere la reazione entusiasta della Rete alla nostra decisione di tornare a Forza Italia ».

Questo significa che nel vostro partito ci sarà una scissione?
«Non credo. Credo che alla fine prevarrà l’amore verso Berlusconi e il rispetto verso i nostri elettori. Non possiamo accettare una legge di Stabilità che asfalta i ceti medi e medio bassi. Non possiamo continuare a collaborare con un Pd assetato di sangue berlusconiano, diviso su tutto ma unito solo nel volere la fine del nostro leader ».

Non era lei che parlava di pacificazione, di governo che può durare fino al 2018?
«Io sono ancora per la pacificazione. Ma il Pd fin dall’inizio ha voluto la guerra. La Corte costituzionale, che è un organo misto e quindi anche politico, ha respinto il legittimo impedimento. Poi si è affidata la sentenza definitiva su Berlusconi alla sezione feriale della Cassazione, con un’accelerazione inaudita. Dieci minuti dopo la condanna, Epifani, più paonazzo del solito, già diceva che il Pd avrebbe votato la decadenza di Berlusconi. È stata sempre guerra, sino alla forzatura inaccettabile su Bindi all’Antimafia ».

Ma nel frattempo vi siete spaccati voi, sulla sfiducia. E il governo può andare avanti lo stesso.
«Voglio ancora vedere i 23 senatori frondisti votare una legge di Stabilità che tassa la casa al più alto livello in Europa. E il governo, Letta, Alfano, i nostri ministri non possono fare come se la questione dei diritti politici di Berlusconi non li riguardasse ».

Intende dire che con Berlusconi decadrebbe pure il governo?
«Non voglio neppure pensare alla possibilità che Berlusconi possa decadere ».

Alfano cosa dovrebbe fare per impedirlo?
«Deve fare tutto il possibile. La Severino era una legge delega, cui è seguito un decreto legislativo. La delega scade a novembre. È ancora possibile approvare una norma di una riga che applichi un principio fondamentale: la legge penale non può essere retroattiva ».

Ma voi avete appena fatto decadere Alfano dalla segreteria del partito.
«Tutti gli incarichi sono azzerati. Alfano è vicepremier, ministro dell’Interno e capo della delegazione del Pdl al governo. Di rado nella storia politica italiana si è vista una tale concentrazione di potere. Alfano è una persona intelligente. Può aspettare queste tre settimane cruciali, in cui si decidono le sorti della legge di Stabilità, della decadenza di Berlusconi, della riforma elettorale, e quindi della legislatura ».

Che c’entra la legge elettorale?
«Il Pd non pensi di imporre in modo leonino la sua linea. La legge elettorale si può cambiare solo secondo lo schema individuato a suo tempo da Letta, all’uscita dal vertice nel convento: soglia attorno al 40% per far scattare il premio di maggioranza, graduato a seconda della percentuale di voti raggiunta dalla coalizione vincente, e calcolato su base nazionale anche al Senato. Stop. Non possono governare con noi e fare una legge elettorale contro di noi ».

È vero che Berlusconi ha un accordo con Grillo per andare a votare in primavera?
«Grillo è d’accordo per non modificare la legge elettorale, se non in modo minimalista. Tanto a provocare le elezioni anticipate sarà Renzi ».

Ne è sicuro?
«Renzi è superficiale e ondivago, ma non sciocco. Sa che per reggere quella gabbia di matti che è diventato il Pd, per tenere insieme Civati e D’Alema, Cuperlo e la Puppato, l’unico modo è andare a votare subito ».

In tal caso, qual è il vostro candidato premier?
«Berlusconi ».

E se fosse incandidabile?
«Le vie del Signore sono infinite. C’è un giudice a Berlino. C’è l’Europa ».

E c’è Marina.
«Non ci sono subordinate a Silvio Berlusconi ».


La fragile armonia di una politica ambigua
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 27 ottobre 2013)

UN FILM che consiglio a chi mi legge di andare a vedere, ha un titolo che dice già tutto: “La fragile armonia”. Si tratta d’un quartetto di archi, un primo violino, un secondo violino, una viola e un violoncello. Suonano meravigliosamente, sono tre uomini e, alla viola, una donna, moglie del secondo violino. Tutti amici tra loro, ma quello che ne assiste l’amicizia è il violoncellista, il più anziano d’età. Ad un certo punto il violoncellista si ammala di Parkinson ed è costretto a ritirarsi. Da quel momento in poi esplodono una serie di tensioni che rischiano di distruggere il quartetto. La storia è questa; non dico il finale che merita d’esser visto e non raccontato.

Vi domanderete che diavolo c’entra questo film con l’attualità politica della quale debbo anche oggi occuparmi. La risposta è semplice. La fragile armonia è purtroppo il connotato dell’intera situazione italiana ed anche europea e perfino americana. Coinvolge i governi, i partiti, le società, l’economia, gli operatori della sicurezza pubblica; insomma tutti. Perfino la cultura. Anche la cultura è fragile, la morale pubblica è fragile, i comportamenti pubblici e privati sono fragili.

Le cause sono molte. Ma ce n’è una che soverchia tutte le altre e le determina: noi siamo alla fine di un’epoca, quella della modernità, del pensiero profondo che ha memoria del passato, vive responsabilmente il presente e costruisce il progetto del futuro.

Quest’epoca sta morendo. Durerà a lungo la sua agonia. Come sempre accaduto nella storia. Cambierà il pensiero, cambierà il linguaggio, cambierà il costume e quasi nessuno sembra accorgersene, stiamo vivendo questi cambiamenti che non sono graduali ma radicali e drammatici. Pochi ne sono consapevoli ma i più non lo sono e vivono schiacciati sul presente, senza memoria del passato né speranza del futuro.

Non è la prima volta che scrivo queste cose, ma debbo ripetermi per spiegar meglio la diagnosi e la terapia per chi voglia consultarmi come accettabile medico. Non credo siano molti. Manzoni si rivolgeva ai suoi 25 lettori di quel libro, apparentemente semplice ma in realtà difficilissimo, che è “I promessi sposi”. Papa Francesco mi ha detto che è uno dei suoi libri preferiti e che già l’ha letto due volte ed ora l’ha ricominciato per la terza rilettura. Questo fatto penso che meriti l’attenzione dei miei 25 lettori.

* * *

La situazione politica del nostro Paese è estremamente fragile. Il centrodestra sta esplodendo e implodendo. Il suo “patron” perde pezzi – cioè consenso – ogni giorno ma è ancora capace di crear guai nel tentativo di sopravvivenza, un caimano azzoppato ma ancora in grado di far del male. Ieri ha spaccato il partito, l’ha consegnato ai duri e puri, cioè a quelli identificati con lui; ha designato a succedergli la figlia Marina, così come avveniva in tempi di regimi assoluti nelle dinastie sovrane.
A contarli bene i berlusconiani sono ormai divisi in cinque o sei spezzoni, tra i quali ci sono anche quelli – forse i soli consapevoli di quanto sta avvenendo – che vorrebbero dar vita a una destra moderata, repubblicana e europeista, capace di alternarsi con una sinistra riformista ed europeista e – quando necessario – coalizzarsi con l’avversario per superare crisi epocali.

Purtroppo sono pochi e perciò timidi e incerti nella scelta dei tempi e dei modi. La sinistra riformista dovrebbe incoraggiarli. Ugo La Malfa, che ha lasciato nella storia italiana una traccia molto superiore alle forze quantitative del partito che guidava, cercò di rendere moderni un capitalismo arretrato e monopoloide e una sinistra ancora pervasa dall’ideologia del marxismo-leninista e staliniano.

Oggi la sinistra si è affrancata da quell’ideologia ma è anch’essa fragile e non mi pare che trovi la forza di aiutare la destra a cambiar natura. Ecco un’altra fragilità, sia pure di diversa natura, che merita attenzione.

* * *

Il Partito democratico non è né esploso né imploso. È ancora una struttura politica ammaccata quanto si vuole ma non decomposta. Qual è allora la sua fragilità?

Sta tutta nelle tensioni che oppongono gli uni agli altri i leader vecchi e i nuovi emergenti, ma anche gli elettori di ispirazione post-comunista, quelli post-popolari e anche quelli liberal democratici.

Questi tre filoni culturali costituiscono un pluralismo molto bene assortito per un grande partito pluralista, purché la leadership sia in grado di mantenere ed accrescere l’integrazione e la rappresentatività sociale. Il quartetto d’archi del film che ho sopra citato è perfettamente adeguato alla situazione attuale del Pd, dove tutti, pur essendo consapevoli del problema del pluralismo integrabile delle componenti culturali e politiche di quel partito, sono però limitati da odi antichi e recenti, rivalse, vendette, sospetti, doppi e tripli giochi, a rischio di perdere di vista l’obiettivo primario che consiste nell’interesse generale del Paese.
Un partito che aspira all’egemonia ed ha le carte per poterla conquistare deve sentirsi in primo luogo portatore degli interessi generali e far valere i propri in quel quadro. In caso contrario l’egemonia non si conquista perché non la si merita.

Voglio ricordare ancora una volta (non è la prima) quali furono le convinzioni di fondo di personalità del livello di Luciano Lama, Giorgio Amendola, Enrico Berlinguer, Ezio Vanoni, Nino Andreatta, Pasquale Saraceno, Antonio Giolitti ed altri ancora di analogo spessore, quando sostennero nell’interesse generale del Paese l’austerità, la crescita dell’occupazione, l’eguaglianza delle posizioni di partenza, i diritti degli esclusi e dei deboli, i doveri dei forti e dei ricchi, il riscatto del Mezzogiorno, la lotta contro le mafie, le clientele, i monopoli e infine la ragione contro le emozioni e i colpi di testa.

Questo è il bivio di fronte al quale si trova ora il Partito democratico: conquistare l’egemonia anteponendo l’interesse generale ai propri e perfino a quelli di partito. Se non sapranno operare in questo quadro significherà purtroppo che non hanno lo spessore culturale prima ancora che politico di utilizzare la memoria del passato per proiettarsi nel futuro. Resteranno schiacciati dai giochetti di un presente pieno di agguati e di sgradite sorprese.

* * *

Sostengo il governo Letta da quando fu insediato sei mesi fa con la fiducia del Parlamento. Non è un governo di larghe intese ma di necessità. I suoi ministri lo sanno ed anche i partiti che lo sostengono lo sanno. Il suo compito è quello di raccogliere tutte le risorse disponibili e utilizzarle per mantenere il deficit al sotto della soglie del 3 per cento e per quanto possibile alleviare la recessione che attanaglia l’economia italiana.

Il primo obiettivo è stato raggiunto nonostante la caduta del Pil che influisce negativamente sul deficit. Il governo ha raschiato il fondo del barile, ha fatto ricorso alla Cassa depositi e prestiti che non incide sulla contabilità europea; ha avuto l’appoggio della Bce con iniezioni di liquidità e acquisti dei titoli pubblici sul mercato secondario. Ha alleggerito, ma di poco, il cuneo fiscale; ha dato corso a cospicui pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione verso imprese e Comuni.

È sufficiente? No, non è sufficiente. Sono gocce nel mare? Sì, sono gocce nel mare. Infatti se ne lamentano sia gli imprenditori, sia i lavoratori, sia i consumatori, sia la Confindustria, sia gli esercenti, sia i sindacati, ma non indicano le coperture. Senza coperture certe non si va oltre senza riportare il deficit sopra il 3 per cento facendo in tal caso riaprire la procedura di infrazione con relativo aumento del tasso di rendimento dei titoli di Stato.

Quel tasso è largamente diminuito e fin quando resterà sotto il 5 per cento (adesso è al 4,5 per i Btp decennali) è prevedibile nel 2014 un avanzo di due miliardi.

Forse ha destinato le poche risorse che aveva su una platea di beneficiari troppo estesa. Può ridurla quella platea, aumentando gli incentivi ai consumatori e alle imprese. Altri strumenti non ci sono in Italia, perciò il terreno sul quale combattere non è soltanto l’Italia ma soprattutto l’Europa. Cambiare la politica europea per quel tanto che basti ad agganciare l’economia italiana a quella dell’Europa che ancora “tira”, anche se meno dell’anno scorso.

Il governo ha, allo stato attuale, il solo sostegno del Quirinale il quale, non a caso, è oggetto di continue critiche e addirittura insulti. Urlati o sussurrati o taciuti ma affioranti sotto la superficie del silenzio.

Chi critica l’intervento di Napolitano sulla legge elettorale sostenendolo un’incauta forzatura dei suoi poteri dimentica (vuole dimenticare) due circostanze: la legge elettorale attuale è ritenuta incostituzionale da parte della Corte che sta per emettere una sentenza in proposito. Questo tema dell’incostituzionalità riguarda direttamente il Capo dello Stato come tutto ciò che attiene alla Costituzione. Ma c’è di più: fino a quando il Senato sarà un duplicato della Camera, possono formarsi – come è attualmente – maggioranze diverse nelle due Camere rendendo il Parlamento ingovernabile.

Occorre quindi togliere al Senato i poteri della fiducia al governo e riservarli soltanto alla Camera dei deputati, come avviene in tutti gli altri Paesi europei. Ecco perché non c’è alcuna forzatura dell’intervento di Napolitano. Deve restare sopra le parti e sopra le parti è sempre rimasto.

Grillo minaccia l’impeachment. Sarei lieto che lo proponesse, si vedrebbe così la sua assoluta inconsistenza e il suo intento soltanto provocatorio. E si vedrebbe – ma questo è già del tutto palese – che finora i deputati Cinque stelle studiano e sono pieni di volontà del fare ma non sanno sottrarsi agli ordini dei due proprietari di quel movimento che ora si presenteranno alle elezioni europee sulle stesse posizioni della Lega separatista francese guidata dalla figlia del fondatore, su posizioni nazionaliste, anti-euro, anti-Europa federale. Posizioni di destra estrema, con i pericoli tremendi che ne conseguono.
Gli elettori italiani lo seguiranno? Spero di no, ma non ne sono affatto convinto. L’Europa non va bene così, ma un medico curante come il grillismo la porterebbe a rapida sepoltura e con essa, naturalmente, anche noi.


Giuliano Ferrara: Silvio Berlusconi rilancia Forza Italia per non lasciare spazio a Matteo Renzi
di Redazione
(da “L’Uffington Post”, 27 ottobre 2013)

“Mi domandano il perché” e lui non si tira indietro e lo spiega il perché. Perché non vuole lasciare il futuro dell’Italia in mano a Renzi. Ecco perché, secondo Giuliano Ferrara, “Berlusconi ha ripreso il comando del suo movimento a costo di rompere, se non seguano regole di prudenza, con i ministeriali”. In un lungo editoriale sul “Giornale” di Sallusti, l’elefantino rosso avverte: Renzi si vuole mettere in scia a ciò che proclamò Letta quest’estate a Genova, il Paese ha bisogno di un governo nato da un confronto bipolarista che abbia “chiara maggioranza e chiaro programma riformista”. È questo afflato verso il futuro che il Cav non vorrebbe concedere, secondo Ferrara, a quello che con ogni probabilità sarà il portabandiera del centrosinistra. Il “vogliamo vincere, vogliamo il futuro” che la nuova Forza Italia vorrebbe intercettare. “Berlusconi e i suoi politici”, spiega Ferrara, “non hanno voglia di lasciare a Matteo il monopolio del cuore, della prefigurazione, del ritorno al futuro”. Si spinge oltre la visione del futuro immaginando un sentire comune di “cittadini di sinistra, di grillolandia e di destra”.

Certo, resta da capire che cosa faranno i “ministeriali” di Berlusconi. Alfano si sente ancora segretario e i suoi rimandano tutto all’8 dicembre, il giorno della resa dei conti: “Lo scioglimento del Pdl può essere deciso solo dal Consiglio nazionale. Quella di venerdì è solo una proposta priva di valore esecutivo. Alfano resta regolarmente in Carica”: La Di Girolamo spiega: “All’Ufficio di presidenza di venerdì scorso Berlusconi ha azzerato anche i falchi, sono stati infatti cancellati i ruoli di Verdini e dei coordinatori regionali. Non ci sarà nessuna scissione, vedremo chi avrà davvero a cuore il partito”. Quello che stupisce nel coro berlusconiano è il tono più conciliante della “regina” dei falchi: Daniela Santanché. State a sentire la Pitonessa: “Dividersi è sbagliato. Farei qualsiasi sforzo per stare tutti insieme in Forza Italia con il nostro leader: Non dobbiamo avvantaggiare i nostri avversari di sinistra”.

Forse a Palazzo Grazioli echeggiano i dubbi dei sondaggisti raccolti oggi dal “Corriere della Sera”: non ci sono ancora risposte certe, numeri e tabelle ma di certo dal 1994 anno d’invenzione del logo Forza Italia di acqua sotto i ponti ne è passata. L’Italia è un’altra Italia e forse gli elettori hanno voglia di chiudere con il passato e, soprattutto, si pongono in atteggiamento molto severo verso la politica e i suoi protagonisti. Lo sostiene perfino la sondaggista di fiducia del Cav, Alessandra Ghisleri (Euromedia Research):”Il marchio è amatissimo, ma la gente ora non ama la politica”. Lo dice Nando Pagnoncelli (Ipsos): “Beppe Grillo a fine giugno era al 16 per cento, oggi è al 21”. E lo conferma Roberto Weber (Ixé): “Nel giorno in cui si ipotizza la creazione di un gruppo autonomo, il Pdl perde tre punti percentuali”.


L’obiettivo del Cav è Renzi
di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 27 ottobre 2013)

Mi domandano il perché. Perché Berlusconi ha ripreso il comando del suo movimento a costo di rompere, se non seguano regola di prudenza, con i ministeriali? Non mi sembra tanto difficile capirlo, a parte il restauro della faccia dopo la giravolta obbligata del 2 ottobre sulla fiducia (e anche queste cose contano).
Enrico Letta si è condannato a un ruolo di vice Monti, con l’aggravante che non fa il becco di una riforma e si muove a passettini, in una logica minore di sopravvivenza, e, pur non essendo un tecnico di prestigio, ha deciso di non fare politica, di non lavorare per la pacificazione, limitandosi ad attirare nel gorgo del ministerialismo minimalista il dissenso da Berlusconi. Essere persona perbene conta, ma non basta. Con un Paese lontano da una vera ripresa, il presidente del Consiglio agita bandierine lacere e scolorite: la stabilità, il semestre europeo (vecchia truffa dei ministeriali continuisti), qualche negoziato economico e di potere capace di avere un po’ di influenza sui giornali. E Berlusconi non vede l’ora di passare all’opposizione. La larga coalizione è fallita, lo vedono tutti. Non è così strano né sconveniente che i soggetti della politica se ne vogliano distanziare al più presto.

Anche Matteo Renzi fa professione di lealismo verso l’amico Letta, ma su un terreno molto scivoloso. Lo stesso capo del governo a Genova quest’estate disse, motto ineffabile in bocca a chi guidi l’esecutivo, che non è questo il ministero che a lui piace dirigere, che di ben altro ha bisogno il Paese, un governo che esca da un confronto bipolarista, con chiara maggioranza e chiaro programma riformista. Ecco, Renzi alla Leopolda non ha bisogno di altro che di mettersi su questa scia. Vogliamo vincere, vogliamo il futuro, il presente è uno sguardo perdente rivolto al passato. Berlusconi e i suoi politici, salvo i ministeriali, non hanno voglia di lasciare a Matteo il monopolio del cuore, della prefigurazione, del ritorno al futuro. Direte: ma i guai giudiziari te li sei dimenticati? I guai giudiziari non esistono, sono un’espressione coniata dagli aguzzini del Cav. Per dimostrare che è un passante incappato in molti processi e in una sentenza definitiva, che se la prenda con se stesso. Esiste invece un ventennale assedio, che ha fatto irruzione oltre le mura della città con la riproposizione belluina del comune senso del pudore (condanna Ruby) e con la trasvalutazione forzata di tutti i valori giuridici e di senso comune (il contribuente più forte condannato per frode fiscale in quanto proprietario di un’azienda il cui capo operativo e firmatario dei bilanci è stato assolto). I guai giudiziari cosiddetti sono solo la battaglia finale di un leader inviso alla casta mediatico-giudiziaria, e per ottime ragioni, visto che è un outsider e un nemico strategico della Repubblica delle procure.

Berlusconi non ha mai fatto politica con l’intensità di oggi, nonostante proceda come al solito per scatti, si faccia condizionare dall’umore e dall’istinto, e si muova in modo spesso incomprensibile quanto alla scelta dei tempi e dei modi tattici. Gli opportunisti e i governativi lo vedono indebolito, sognano di staccarsi da lui in tempo, di riprendere a navigare come una compagnia di giro imbellettata dal dissenso, figuriamoci un po’, roba alla Gianfranco Fini. Non hanno capito che il consenso di cui Berlusconi continua a godere è il vero, e direi unico, dato politico della situazione. Non hanno capito che sarebbe miserevole e senza destino una scissione all’insegna del lettismo, con la presunzione di potersi riparare sotto la gonna di Napolitano, che non fa da scudo ai perdenti, a parte il suo ruolo istituzionale. Dicono che l’Italia ha bisogno di riforme radicali, e intanto, come hanno scritto Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, in qualche mese hanno perso tempo rinominando la tassa sulla casa: pigrizia, inefficacia, mancanza di senso della prospettiva. Dovevano mettersi a disposizione del progetto di Renzi e Berlusconi e Grillo, la convergenza dei consensi: superare in modo non catastrofico la larga coalizione che perde peso e significato ogni giorno di più. Invece mostrano di voler vivere a spese della stabilità mortuaria, per agganciare il semestre europeo e farsi strumento di manovre stabilizzanti incomprensibili ai cittadini di sinistra, di grillolandia e di destra. Berlusconi con i suoi strappi si spiega da sé, come abbiamo visto, quello che non si spiega è il lavoro di cucito o di piccolo punto di un gruppo politico che Berlusconi ha inventato letteralmente e ha messo alla guida della delegazione di governo del suo movimento. Martelli e Fini hanno scritto le loro memorie di politici che volevano salvare l’onore l’uno dei socialisti e l’altro della destra, il primo dopo vent’anni di tentativi minori da saltimbanco, il secondo dopo un’estate di letture a via di Valcannuta. Aspetto di leggere le memorie di Quagliariello, di Formigoni e di Lupi con la stessa ansia.


Il piano di Casini e Mauro per pilotare i dissidenti Pdl
di Massimiliano Scafi
(da “il Giornale”, 27 ottobre 2013)

La scialuppa è già pronta. L’hanno varata Pier Ferdinando Casini e Mario Mauro e si chiama Nuovo Centro Destra. Lancia veloce o zattera della medusa, questo si vedrà nel tempo.
Intanto però l’imbarcazione è in acqua, pronta a traghettare, in caso di scissione dal Cav, Angelino Alfano e soci verso altri lidi. La nuova formazione, come raccontano i protagonisti restando sempre nella metafora marina, sarà «ancorata al partito popolare europeo ».
Ecco dunque il «Nuovo Centro Destra », cd e non dc, per ricordare simbolicamente la Democrazia cristiana ma al tempo stesso mantenendo le distanze. Non si butta niente, semmai si ricicla. Il contenitore moderato nascerà dalle ceneri di Scelta Civica, che è formalmente ancora in vita ma che si è politicamente inabissata al Senato la settimana scorsa. «Casini è la mente, Mauro si è accodato e ha fatto il mallevadore dell’operazione », afferma la vicepresidente del Senato, Linda Lanzillotta, montiana. E mentre il Professore si schiera per il bipolarismo e occhieggia a Matteo Renzi, Casini e Mauro sostengono le larghe intese e guardano, moderatamente, verso destra.

Rispunta il Grande Centro? Resuscita la Balena Bianca? Niente di tutto questo, assicura «Pierferdy ». Dice: «Il terzo polo non è un problema all’ordine del giorno. Il terzo polo, purtroppo per noi, l’ha fatto Grillo alle scorse elezioni politiche. Bisogna cercare che non faccia il primo, la prossima volta ». E quindi serve «un atto di responsabilità, di intelligenza, un gesto necessario per gli italiani, quello di «riorganizzare il sistema politico per mettere uno stop al populismo e per cercare di governare questo Paese nei prossimi anni tenendo a riferimento le famiglie del socialismo e del popolarismo europeo ». Aggiunge il ministro della Difesa: «Da sempre sono popolare e non intendo morire populista. Io penso al futuro delle idee, che mi sembra abbastanza chiaro: noi tutti ci dobbiamo interrogare con responsabilità su quali possano essere quelle più utili per il Paese ». Casini insomma punta a un centrodestra «deberlusconizzato » che faccia un pezzo di strada con il Pd prima di separarsi. Il cuore del progetto prevede che le colombe del Pdl lascino il nido di Palazzo Grazioli: ma Alfano e gli altri ministri faranno davvero il gran passo? La Lanzillotta è convinta che i suoi ex compagni di partito stiano sbagliando tutto. «Pier Ferdinando sta quantomeno sbagliando i tempi. Lui vuole andare di là, ma di là c’è il Cavaliere. E non è un Berlusconi al tramonto, Berlusconi è un combattente e resisterà a lungo ». Sullo sfondo ci sono le elezioni europee dell’anno prossimo, alle quali Casini e Mauro vorrebbero presentarsi con il Nuovo Centro Destra. Bisognerà vedere che fine farà quello vecchio. Falchi e colombe si sfidano a colpi di firme e documenti in vista del consiglio nazionale dell’otto dicembre. Sempre che il giorno del giudizio resti quello e non venga anticipato dal voto sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi.


Marina e Renzi
di Carmelo Lopapa per “la Repubblica”
(da “Dagospia”, 27 ottobre 2013)

«Se lo chiedessimo a mia figlia Marina, se lo facessimo tutti, nonostante le sue riserve, forse a questo punto accetterebbe ». Attorno a Silvio Berlusconi sono rimasti i fedelissimi. Venerdì tarda sera, dopo il tormentato Ufficio di presidenza che ha sancito l’azzeramento del Pdl e la rinascita di Forza Italia.

A Palazzo Grazioli si ritrovano Fitto e Carfagna, Gelmini e Romano, Brunetta e Galan, Bernini e l’ideatore dell’Esercito di Silvio, Simone Furlan. I ministri «traditori » sono già lontani, rientrati a Palazzo Chigi, la partita con loro il Cavaliere la considera ormai chiusa. «Sono addolorato dalla rottura con Angelino. Lui era davvero il mio erede, ma sono le cose della vita, pazienza » dice al cospetto degli ospiti.

Ed è lì, risalito in salotto dopo la conferenza stampa, quando attorno a lui restano in pochissimi, che il leader apre per la prima volta all’ipotesi che fino ad ora aveva sempre escluso. La «discesa in campo » dell’amata primogenita, presidente Fininvest e Mondadori. Pupilla di Fedele Confalonieri che invece resta ancora profondamente contrario, come del resto Gianni Letta. Ma il padre ormai sembra non ascoltare più i consigli dei moderati dell’inner circle.

Sono altre le sirene. E altre le fascinazioni. Come quella di contrapporre alla marcia trionfale di Renzi, proprio l’8 dicembre, l’investitura di Marina. Il Consiglio nazionale Pdl in quella data, alla presenza dei suoi 800 componenti, dovrà ratificare il passaggio a Forza Italia deciso due giorni fa dal leader. La suggestione che piace molto ai falchi, da Verdini a Bondi alla Santanché è proprio quella: approfittare della platea e dei riflettori per lanciare la quarantenne che con tanto di brand Berlusconi potrà sfidare il sindaco di Firenze.

Designata lo stesso giorno. Per partire subito in una (virtuale) campagna elettorale che dovrà fare i conti però con un governo ancora in carica. L’ex premier apre alla svolta familiare, con cautela, ma ne parla come di una mossa a questo punto possibile, per non dire obbligata dalla sua decadenza e dall’interdizione che impedirebbero comunque la sua corsa alla premiership.

Tanto più che dal giorno in cui la decadenza sarà votata al Senato muterà lo scenario. Berlusconi lo ha ripetuto, prima che i suoi ospiti si congedassero per raggiungere il ristorante Fortunato al Pantheon. «Ritireremo il sostegno al governo, ma vedrete che tanto sarà Renzi da lì a poco ad aprire la crisi ».

Sicuro del voto tra febbraio e aprile. Non a caso in quella stessa sede ha parlato di chi dovrà prendere le redini della macchina organizzativa di Forza Italia. Volti e nomi di pretoriani più che fidati. Ha rifatto il nome di Marcello Dell’Utri, visto entrare e uscire a più riprese nelle ultime settimane a palazzo Grazioli. E poi Bruno Ermolli, cda Mediaset, ma soprattutto scudiero di mille battaglie al suo fianco dagli anni Settanta. Poi Guido Bertolaso, ex discusso capo della Protezione civile.

Giancarlo Galan, presidente della commissione Cultura, al quale spetterà il talent scouting.
Un ruolo lo avrà anche Furlan coi suoi soldati di Silvio. La campagna mediatica, quella sì, partirà subito dopo l’8 dicembre. Un martellamento sul governo attraverso tv e giornali di casa, per accusare la manovra «tutta tasse e sacrifici ». Ma da qui ad allora l’uscita dalla maggioranza sarà sancita dal voto di decadenza al Senato.

A quel punto Alfano e i ministri, se resteranno nell’esecutivo, si ritroveranno sotto tiro anche loro. Intanto hanno concordato ieri di congelare la scissione, la formazione del gruppo autonomo. Meglio attendere prima le mosse del Cavaliere, la decadenza con quel che ne conseguirà. Si tratterà di attendere ancora una paio di settimane, forse tre. Il fatto è che sta crescendo in queste ore nei gruppi parlamentari Pdl un terzo partito, tra lealisti e alfaniani, quello degli attendisti, i tanti che preferiscono capire le mosse di Berlusconi prima di sbilanciarsi.

Chi non vuole attendere è Raffaele Fitto. Lui come Verdini e altri stanno accarezzando l’idea di anticipare il Consiglio nazionale di dicembre. Vorrebbero andare subito alla conta. L’ex governatore nella sua Puglia, la Carfagna in Campania come la Gelmini in Lombardia e Matteoli in Toscana e Giro nel Lazio sono già alla caccia delle firme di sostegno a Berlusconi per il passaggio a Forza Italia.

Contano di raccogliere entro inizio settimana le 600 su 800 che garantirebbero il 67 per cento, pari ai due terzi necessari per spuntarla. Alfano e i governativi stanno facendo altrettanto per impedirlo e raggiungere quota 34 per cento. Berlusconi non ha dubbi, come confidava ieri agli interlocutori sentiti da Arcore: «Sono convinto di aver fatto la cosa giusta. Non avevo altra possibilità per tentare di salvarmi ».


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Bart