L’invasione cecoslovacca. Nuovi «Annali »

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 37, giovedì, 12 settembre 1968]

« E’ una grande vittoria per la Cecoslovacchia », mi di ­ceva F. con un accento di disperazione più che di giubilo nella voce, l’indomani del ritorno di Svoboda e degli altri dirigenti cechi a Praga. « Nei prossimi giorni te ne accorge ­rai, è una grande vittoria; il nuovo corso del comunismo non si arresterà né a Praga né a Mosca ».

F. non è il solo (o meglio, non era il solo) a pensarla così; molti altri come lui si ostinavano a non ammettere che il nuovo corso fosse definitivamente schiacciato dalia reazione russa. Penso che oggi siano sempre di meno. Quel ­li che continuano a non disperare lo fanno ormai per pun ­to d’onore o per volontà di credere.

Non possedendo questa volontà, le previsioni non po ­trebbero essere più lugubri. I fatti hanno una loro logica e una volta messi in moto, chi li arresta più? Ora Svoboda e i suoi amici sono i garanti, davanti a Mosca, della restaura ­zione in corso a Praga. Lotteranno, hanno detto, per impe ­dirla o almeno attenuarla. Queste sono certamente le loro intenzioni. Ma che cosa potrà accadere?

Svoboda e i suoi amici da oggi rispondono dell’applica ­zione degli accordi di Mosca con le loro teste. Disubbidire non potranno: i sovietici avrebbero ragione di accusarli di tradimento. Ritirarsi nemmeno: un gesto simile, dopo ave ­re firmato gli accordi, equivarrebbe a una diserzione. Re ­steranno, pensando che altri al loro posto, farebbero peg ­gio. E’ una necessità che si impone in queste circostanze. Così se non saranno eliminati prima, di ritirata in ritirata, di compromesso in compromesso, corrono il rischio di fini ­re per identificarsi, nonostante la loro nobiltà, ogni giorno di più con i loro mandanti.

E’ quanto vogliono Breznev e i suoi colleghi. Perché a questo punto Svoboda e i suoi avranno perso l’appoggio e la fiducia del loro Paese, saranno odiosi ai cecoslovacchi quanto e più dei russi. Le misure di repressione, gli arre ­sti, le condanne, infatti, porteranno la loro firma.

Avvilire l’avversario, corromperlo, precipitarlo, per di ­mostrare che non c’è virtù, che libertà, onore, fratellanza, fiducia, sono chiacchiere, foie per bambini: questo il biso ­gno profondo di ogni regime dispotico. Un bisogno che va oltre quello specifico, nel caso di Breznev e dei suoi colle ­ghi, di eliminare persino l’idea che possa esistere una via al socialismo diversa da quella russa. Una volta persa la fiducia dei cittadini, isolati, Svoboda e i suoi amici â— pen ­sano i sovietici â— scenderanno sempre più in basso. I su ­perstiti, quelli che non saranno caduti dalia finestra, o fini ­ti in cliniche per malati di mente, o impiccati misteriosa ­mente nei boschi, dovranno combattersi fra loro, sotto gli occhi divertiti dei loro padroni. I meno forti, credendo di salvarsi, confesseranno le loro colpe, accuseranno i compa ­gni di ieri.

Immagino le proteste di F.: « Ma questo è un incubo! E’ una tua elucubrazione morbosa! ». E’ facile rispondergli che morti e confessioni a Praga sono già cominciate. Tutte le congiure, o cospirazioni, vere o inventate, finite con la vit ­toria del tiranno presentano del resto gli stessi fenomeni. Si legga come esempio che vale per tutti il racconto della congiura di Pisone fatto da Tacito nel XV libro degli « An ­nali ».

Si dirà: ma in Cecoslovacchia era in corso una rivoluzio ­ne appoggiata dal popolo non una congiura di notabili. Ma è proprio questo ciò che i governanti di Mosca negano riso ­lutamente. Per loro si è trattato di un complotto. Anche se non ci credono, devono farlo credere, non potendo ammet ­tere che in uno Stato socialista possa scoppiare una rivolu ­zione popolare contro il regime. Per questo fucilarono Nagy e Maleter nel ’57. Complotto, dunque, e non rivoluzione. E possiamo stare certi che se la situazione interna della Cecoslovacchia non verrà rapidamente «normalizzata », ne produrranno ben presto le prove. E saranno creduti anche da molti che ancora oggi ridono su tale ipotesi.

A questo punto è perfino inutile seguire le notizie. Ri ­leggiamoci piuttosto la storia di Pisone. « Questi », scrive Tacito, « imparentato con molte insigni famiglie godeva presso il popolo di una fama che gli veniva dalla virtù… ». Era amato, quanto Nerone con la sua corte era odioso; a lui si unirono alcuni fra i più nobili intelletti, fra gli altri Lucano, Seneca. Ma ci fu una delazione e molti vennero ar ­restati. « Tra questi Lucano, Quinziano e Senecione a lun ­go negarono, poi corrotti dalla promessa di avere salva la vita, per farsi perdonare l’indugio nella confessione denun ­ciarono Lucano sua madre Acilia, Quinziano e Senecione i loro amici più cari ». Cominciò il massacro; quando finì… « a uno era stato ucciso il figlio, all’altro il fratello o il pa ­rente o l’amico, e tutti rendevano grazie agli dei, ornavano di lauro la casa, si gettavano ai piedi del principe e s’affan ­navano a coprire di baci la sua destra ».

Non credo che in Cecoslovacchia finirà tutto nell’abie ­zione. Ci saranno anche episodi coraggiosi, esempi di no ­biltà, come quello di Epicari, la schiava liberata che al cor ­rente della congiura (mi riferisco sempre a Tacito), trat ­ta in arresto e sottoposta a tortura non tradì un congiu ­rato. « Infine, mentre era portata alle stesse torture su di una portantina perché con le membra slogate non pote ­va stare più in piedi, pose il collo entro il laccio formato da una fascia che aveva tolto dal petto e legato ad arco sulla spalliera a mo’ di capestro, e premendo con tutto il peso, spinse fuori dal corpo la poca vita che ancora le restava. Questa schiava liberata che in una situazione così grave difendeva gente estranea e quasi a lei scono ­sciuta, offerse un esempio tanto più luminoso proprio quando dei nati liberi e uomini e cavalieri romani e senato ­ri, che la tortura non aveva ancora toccato, si affrettavano a tradire ciascuno le persone più care ».

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