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La malattia del giornalismo italiano. Tanta informazione, nessuna indipendenza

11 Novembre 2013

di Piero Sansonetti
(da “gli Altri”, 10 novembre 2103)

Facciamo una rapida ricognizione sullo stato di salute dei giornali. Il “Corriere della Sera”, cioè la corazzata, è in difficoltà economiche e vede traballare la compattezza della proprietà. Repubblica, viceversa, è sempre più forte, più ricca, sempre più “partito”, ed è ormai il luogo “ideologico” più organico di tutta la sinistra (che è diventata un feudo dell’impresa non-berlusconiana: de Benedetti, Colaninno, un po’di Fiat). L’Unità ammaina bandiera bianca, dopo l’esperimento bersaniano (Claudio Sardo e profilo basso) chiude con la sua storia ( 90 anni) di sinistra, e finisce nelle mani di un imprenditore molto legato allo psichiatra Fagioli, del quale si possono dire molte cose – belle o brutte – ma non certo che sia un “ramo” della sinistra. I giornali della destra si sono divisi: “Il Giornale” con il cavaliere, “Libero” con Alfano, ma risentono in modo drammatico della crisi del berlusconismo e soprattutto del governo delle larghe intese. La rottura nel Pdl ha reso ancora più “militarizzata” la loro vita. A veleggiare tranquillo e indipendente nel mare in tempesta del giornalismo, resta, solo soletto, “Il Fatto quotidiano”, e cioè il più fazioso di tutti i giornali italiani (presenti e passati) e il più lontano da una idea di informazione libera e laica. Peraltro sulla indipendenza – apparentemente solidissima – del “Fatto”, ci sarebbe molto da discutere: sicuramente il “Fatto”, a differenza di tutti gli altri, gode di indipendenza economica, però è totalmente subalterno alla magistratura e cioè a quello che oggi può essere identificato come il più potente dei poteri legali.
E dunque il giornalismo indipendente?

Il problema probabilmente sta tutto in questa domanda: che fine ha fatto il giornalismo? Perché se noi cerchiamo di dirimere la questione della esistenza o meno della libertà di stampa in Italia, finiamo per cadere di nuovo nelle sabbia mobili della ideologia e non capire più nulla. La libertà di stampa esiste, come esiste in tutti gli altri paesi occidentali. E non è minacciata da Berlusconi, che oltretutto ha un potere limitatissimo sui giornali di carta. La questione attualissima non è la mancata legge sul conflitto di interessi (che peraltro, con la decadenza di Berlusconi da senatore, scompare) ma è la morte del giornalismo italiano. E i fatti che rendono evidente questa morte sono due: il primo è la mancata crescita di una nuova generazione di giornalisti. Il secondo è la scomparsa delle grandi firme indipendenti.

L’Italia ha vissuto solo un decennio nel quale si è sprigionata la forza intellettuale e morale del giornalismo. Quello a cavallo tra gli anni settanta e ottanta. Quando nacquero il manifesto, il Giornale, Repubblica, Lotta Continua, “il Male”, “Tango”, ci furono le rivoluzioni al Corriere e al Messaggero, e l’Espresso e Panorama erano due grandi settimanali, anticonformisti e molto aggressivi col potere. In quel decennio una generazione del tutto nuova di giornalisti – i trentenni e i quarantenni – aprirono un conflitto di fondo coi loro “genitori”, cambiarono completamente il modo di fare informazione, fecero saltare la solennità e l’impenetrabilità delle gerarchie, e stravolsero la faccia del giornalismo liberandolo dalla dipendenza dal potere politico ed economico. E mentre una nuova generazione prendeva in mano i giornali, sulle prime pagine fiorivano le provocazioni della grandi firme che – facendosi forza con la spinta dei giovani – uscivano dagli schemi e sfidavano i padroni del “buonpensiero”: Pasolini, Gianpaolo Pansa, Nathalia Ghinzburg, Biagi, Levi, Caffè, Miriam Mafai, Lombardo Radice, Montanelli, Camilla Cederna….

A metà degli anni ottanta finisce tutto: vince la restaurazione. E da allora non c’è più stato un filo di luce. Le grandi firme sono scomparse o sono dovute rientrare nei ranghi. E la generazione dei quarantenni ha soffocato la crescita di qualunque altra nuova generazione di giornalisti. Magari qualche giovane isolato – un Cazzullo, un Gramellini, una Conchita de Gregorio – ma mai un gruppo, una linea trasversale. E questa stretta è diventata mortale con Tangentopoli. In quei due o tre anni i giornali assumono un ruolo di “surroga” della democrazia, si sostituiscono ai partiti sia nella formazione dell’opinione pubblica, sia nella battaglia politica, sia persino nelle decisioni fondamentali (le leggi elettorali, le manovre economiche, l’assalto allo statuto dei lavoratori, l’obbligo della competitività, il controllo degli immigrati, eccetera…). E riescono in questa operazione di potere -che li trasforma da organi di informazione in organi di potere – sulla base di tre elementi di forza molto lontani tra loro. Il primo è l’alleanza con la magistratura. Il secondo è il crollo di autorevolezza e di appeal della politica. E il terzo -viceversa – è l’autorevolezza e la presunzione di autonomia che i giornali si erano conquistati con la rivoluzione degli anni settanta.

Da quel momento in poi non è cambiato quasi nulla. Oggi il giornalismo indipendente, in Italia, è praticamente proibito. O sei in una squadra, e obbedisci, e pensi come devi pensare, e trovi le notizie che devi trovare e solo quelle, o è meglio che ti fai da parte: ci sono tanti altri mestieri dove serve manodopera…

C’è una via d’uscita? Penso che i grandi giornali siano morti. E loro credono di essere morti per la spietata concorrenza di internet, invece sono morti perché nella modernità il giornalismo ha bisogno di indipendenza, e il giornalismo italiano non se la può permettere. Il giornalismo italiano può tornare ad esistere solo se nascono nuovi giornali e nuovi giornalisti. Non è probabile che ciò avvenga, ma chissà…


L’amarezza di Berlusconi: mi hanno venduto al Pd
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 11 novembre 2013)

Modula e sfuma a seconda dell’interlocutore, come sempre. Con alcuni è tranchant, con altri invece è sì critico ma decisamente più cauto. Quel che è certo, però, è che – al netto delle diverse gradazioni – – il Cavaliere non gradisce affatto l’intervista di Angelino Alfano a SkyTg24.
«Ormai mi hanno venduto al Pd », si lascia sfuggire Silvio Berlusconi in una delle tante telefonate che intasano il centralino di Arcore domenica pomeriggio.
E ancora: «È vero che io ho assicurato di distinguere il piano dei processi da quello del governo. Ma chi finge sia una bagatella il fatto che il Pd stia calpestando lo Stato di diritto pur di estromettermi dal Parlamento con il voto sulla decadenza è chiaramente in malafede ».

Considerazioni dure, il segno di un rapporto – quello tra Berlusconi e Alfano – che si va via via deteriorando. D’altra parte, pare che i toni dell’ultima telefonata intercorsa tra i due qualche giorno fa fossero piuttosto accesi, con il vicepremier che più d’una volta ha rinfacciato al Cavaliere l’uso del «metodo Boffo ». Un’accusa che non certo per caso ribadiscono sia il ministro Beatrice Lorenzin (in un’intervista a Repubblica) che lo stesso Alfano (a SkyTg24). I cosiddetti «governativi » – ministri in testa – sono infatti convinti che esistano dossier su di loro e questo raccontano non solo ai loro colleghi di partito ma pure ai parlamentari del Pd. Una circostanza che convince poco o niente l’ala lealista perché – spiega per esempio Mariastella Gelmini – «l’impressione è che si evochi il “metodo Boffo ” appena qualcuno si permette di muovere qualche critica ».

Nel partito, insomma, il clima resta teso. E con l’avvicinarsi del Consiglio nazionale di sabato la temperatura è destinata a salire. Un panorama nel quale l’intervista di Alfano ieri apre in qualche modo l’ennesima crepa, facendo uscire allo scoperto un Berlusconi che aveva preferito restare in silenzio proprio per non compromettere la possibilità di ricomporre la frattura. Dopo l’uscita del vicepremier –che, spiega Paolo Bonaiuti, «ha delimitato un’area di azione che evidentemente non coincide con quella di Berlusconi » – il Cavaliere ha pensato fosse necessario mettere nero su bianco la sua posizione. E dopo aver scartato l’idea di fare un lungo comunicato stampa decide di rilasciare un’intervista all’Huffington Post che lascia pochi dubbi su come la pensi. Ai senatori «governativi » del Pdl, infatti, manda un messaggio chiaro: «A loro dico che se si contraddicono i nostri elettori non si va da nessuna parte. Anche Fini e altri ebbero due settimane di spazio sui giornali, ma poi è finita come è finita ». Pochi dubbi anche sulla decadenza: «Come può pretendere il Pd che i nostri senatori e i nostri ministri continuino a collaborare con chi, violando le leggi, compie un omicidio politico, assassina politicamente il leader dei moderati? ». Infine sulla legge di Stabilità: «Va cambiata profondamente perché il ritorno mimetizzato della tassa sulla prima casa è insostenibile ».


Intervista Silvio Berlusconi: “Cari miei ministri, come si può collaborare con il Pd dopo la decadenza?”. E su Alfano…
di Alessandro De Angelis
(da “L’Uffington Post”, 1o novembre 2013)

“Come può pretendere il Partito democratico che i nostri senatori e i nostri ministri continuino a collaborare con chi, violando le leggi, compie un omicidio politico, assassina politicamente il leader dei moderati?”. È poche ore dopo lo strappo di Alfano che Silvio Berlusconi non si sottrae a un’intervista all’HuffPost. Lucido, determinato, il Cavaliere non nomina Alfano mai. Ma ai senatori che sono pronti a seguirlo nello strappo dice: “Se si contraddicono i nostri elettori, non si va da nessuna parte. Anche Fini e altri ebbero due settimane di spazio sui giornali, ma poi è finita come è finita. Ripeto: è nel loro interesse ascoltare cosa dicono i nostri elettori, per non commettere errori che li segnerebbero per tutta la vita”. In vista del consiglio nazionale Berlusconi si sofferma sulla riorganizzazione di Forza Italia e sul suo modello organizzativo: “Non rottamo, non sono uno sfasciacarrozze. Valorizzerò al massimo le capacità di ciascuno”.

Presidente Berlusconi, non giriamoci attorno: Alfano dice che il governo andrà avanti anche dopo la decadenza. Come si porrà di fronte al voto di decadenza il prossimo 27 novembre?

Come mi pongo io? Piuttosto, voglio domandare a tutti i senatori come possono votare la mia estromissione dal Parlamento sulla base di una sentenza politica fondata sul nulla, una sentenza che ha contraddetto incredibilmente due altre sentenze della stessa Cassazione esattamente sugli stessi fatti. Sulla base di una simile sentenza si vuole far decadere il leader del centrodestra, applicando “retroattivamente” una legge costituzionalmente discutibile, calpestando lo Stato di diritto, la Costituzione e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Lo si vuole fare violando da un lato l’obbligo imposto dalla legge europea di rivolgersi alla Corte europea di Strasburgo ove esistano dubbi sull’interpretazione delle norme stesse, dall’altro lato si vuole anche procedere con il voto “palese” e non con il voto “segreto” previsto dal Regolamento del Senato quando si tratta di un voto su una persona come è sempre stato a partire dal Codice Albertino.

Aggiungo: come può pretendere il Partito democratico che i nostri senatori e i nostri ministri continuino a collaborare con chi, violando le leggi, compie un omicidio politico, assassina politicamente il leader dei moderati? Gli italiani hanno capito che è a dir poco sospetta questa fretta di espellermi dalle istituzioni. Ma sarà un boomerang per la sinistra. Io resterò in campo, più forte e più convinto di prima.

Contro i nemici di sempre.

Rappresento da vent’anni l’ostacolo alla loro definitiva presa del potere. Pensavano di avermi eliminato nel ‘94, poi nel ’96, nel 2006 e infine nel 2011, ma non avevano fatto i conti con gli italiani.

Presidente, stavolta però oltre alla sinistra ci sono 22-23 senatori che hanno espresso dissenso in queste settimane. E sono pronti a sostenere il governo. Ha un messaggio per loro?

Credo sempre alla buona fede di tutti. E anche a loro dico: se si contraddicono i nostri elettori, non si va da nessuna parte. Anche Fini e altri ebbero due settimane di spazio sui giornali, ma poi è finita come è finita. Ripeto: è nel loro interesse ascoltare cosa dicono i nostri elettori, per non commettere errori che li segnerebbero per tutta la vita.

Fin qui la decadenza. Parliamo della legge di stabilità. Quale è la sua opinione?

Serviva uno choc positivo, una frustata che ci aiutasse a cogliere la ripresa. E invece sono venute fuori molte misure rinunciatarie, più la sorpresa inaccettabile del ritorno mimetizzato della tassa sulla prima casa, cosa per noi assolutamente insostenibile. Ma quello che è più grave è la non comprensione di ciò che accade nel Paese. Dalla pubblicità ai consumi di energia, dalle auto agli elettrodomestici, dell’abbigliamento fino ai consumi alimentari, tutto dimostra che c’è paura e depressione. Questa manovra va cambiata profondamente, come noi ci accingiamo a fare in Parlamento.

Che cosa dovrebbero fare i ministri espressi a suo tempo dal Pdl?

Li inviterei ad ascoltare i cittadini sia sulla legge di stabilità che sulla mia decadenza. E ricordino che il tema non è tanto quello di essere leali a Silvio Berlusconi, ma quello di essere leali ai nostri elettori e ai programmi su cui ci hanno dato il consenso.

Presidente Berlusconi, ma è vero che vuole rottamare il suo partito? Via tutti?

È una fantasia fondata sul nulla. Mi hanno dato anche dello “sfasciacarrozze” ma nel mio lavoro (dall’urbanistica alle comunicazioni, dallo sport alla politica), ho sempre fatto il contrario. Ho sempre cercato di mettere insieme e usare al meglio tutte le risorse umane possibili, valorizzando al massimo le capacità di ciascuno. Nel nostro movimento esiste un patrimonio di persone, di parlamentari, di consiglieri regionali, provinciali e comunali, di dirigenti sul territorio, di militanti che va assolutamente salvaguardato. A questo patrimonio dobbiamo cercare di aggiungere altri protagonisti del mondo dell’impresa, delle professioni, della cultura, del lavoro, per rinnovare la nostra passione e il nostro entusiasmo e fare sempre di più.

Ma che modello di organizzazione ha in mente?

Come nel ’94 ci riferiamo ai due grandi partiti americani. Da un lato, la presenza capillare sul territorio, anche con i nostri Club fino nei comuni più piccoli. Dall’altro, oltre ai media tradizionali (tv, radio, giornali), la grande realtà di Internet, della rete e dei social network. Al vertice ci sono le idee, le nostre idee e i nostri programmi liberali che devono “viaggiare” sulle gambe delle persone, dei media e della rete. Non ci si può privare di nessuna di queste opportunità.

Che obiettivi si pone per il Consiglio nazionale?

Il Pdl è nato per riunire 21 formazioni del centro destra. Ha svolto la sua funzione, ma molte formazioni se ne sono andate o sono addirittura sparite. Inoltre nella comunicazione non veniva mai usato il nome intero fatto di due bellissime parole: popolo e libertà. L’acronimo Pdl o, peggio, “la Pdl” come dicono da Roma in giù, non comunicano alcuna emozione. E in più sentiamo forte l’esigenza, dopo quello del ’94, di un nuovo appello agli uomini e alle donne che amano la libertà e che vogliono restare liberi. Forza Italia è tutto questo, ed è sempre rimasta nel nostro cuore.

Ultima domanda. Chiudiamo con l’Europa. Il progetto di integrazione europea è in stallo. E la prossima primavera ci sono le elezioni. Come vi presenterete? Con quale messaggio?

Sono stato sempre profondamente convinto che la costruzione di un’architettura basata sui valori comuni della democrazia, dello stato di diritto, della solidarietà, fosse l’unica strada per garantire pace e prosperità ai cittadini europei. E mi sono sempre mosso, da leader dei moderati italiani e da Presidente del Consiglio, seguendo questa stella polare. L’altro riferimento importante è stato quello con gli Stati Uniti e con l’Alleanza atlantica che è un asse geopolitico e una difesa irrinunciabile. In più, con Forza Italia abbiamo dato una grande spinta al rafforzamento della grande famiglia della libertà e della democrazia in Europa che è il Partito Popolare.

Oggi dobbiamo prendere atto che l’attuale costruzione europea è tutt’altro che perfetta, e che occorre cambiarla in profondità. Le spinte anti-europee che stanno emergendo con forza da più parti, i movimenti populisti che si affacceranno alle prossime elezioni, non possono essere liquidati con giudizi sommari. Di essi va tenuto conto perché denunciano uno stato di cose che deve essere cambiato. Questi cittadini, dai nostri imprenditori agli “indignados” spagnoli ai “berretti rossi” che in Bretagna si ribellano a uno Stato opprimente, chiedono le stesse cose: più libertà, meno vincoli, meno burocrazia, meno tasse. E a questo dobbiamo rispondere. È la rivoluzione liberale per la quale ci siamo sempre battuti ma che non siamo riusciti a realizzare per l’opposizione e i divieti dei piccoli partiti che componevano le nostre coalizioni. È un vizio storico di noi elettori italiani che non abbiamo mai imparato a votare, non consentendo mai ad un solo partito di raggiungere la maggioranza. Quella maggioranza che sola consente di realizzare le riforme indispensabili per la modernizzazione del paese.


Il Pd fa fuori Renzi: il futuro è Letta
di Roberto Scafuri
(da “il Giornale”, 11 novembre 2013)

Roma – La ritirata cominciò il giorno stesso dell’attraversamento del fiume Niemen, il 24 giugno 1812. Seicentomila uomini ben equipaggiati, arsenale bellico senza precedenti, rilevarono con stupore di non trovare alcuna vera resistenza.
Il 13 settembre erano già a Mosca, abbandonata dal generale Kutuzov poche ore prima. «Una buona battaglia avrà ragione del vostro amico Alessandro », aveva detto Napoleone Bonaparte un anno prima all’ambasciatore francese. Ma grande battaglia non ci fu, né buona né cattiva. Alle 22 del 5 dicembre il grande Còrso era già in viaggio per Parigi; il mattino dopo la temperatura toccava i meno 30 gradi. L’otto dicembre, giorno dell’Immacolata, la Grande armata era stremata, allo sbando, senza controllo. Il 14 il generale Ney riparò in Polonia con i superstiti: meno di un sesto dei soldati, centomila.
Considerati i vasti precedenti, con debita proporzione delle sorti, il sindaco Matteo Renzi potrebbe cominciare a interrogarsi su quello che nel Pd viene definito «trattamento Napoleone » (magari ironizzando sullo scolapasta). Quanto vuoto sarà il guscio che troverà in largo del Nazareno? Di che natura il partito da riorganizzare tanto a livello nazionale che in ambito locale? La trasformazione in atto nel Pd, con i tanti Kutuzov e cosacchi nascosti nella steppa, non lascia adito a speranze. Ieri il segretario uscente Epifani ha consegnato, si può dire, le chiavi di Mosca. Frasetta all’apparenza scontata, ma dal sapore amaro, detta alla vigilia delle primarie per la leadership. «Chi vincerà sarà anche candidato premier, ma non sarà solo lui. Chi vorrà concorrere potrà farlo, giusto così perché così s’è fatto nel passato. Anche Letta? Deciderà lui, può essere. Vorrei che si assumesse tutto questo come percorso fisiologico ».

Non straordinario, dunque: fisiologico. L’annotazione merita d’essere inserita nel contesto perché, come spiega Epifani, «fare il segretario è un compito oneroso… Però si deve fare in modo nuovo, stando di più in mezzo alla gente. Poi decide Renzi se restare sindaco o no, ma quello che penso è che sia un compito molto impegnativo ». Anche considerando, come chiarisce la diagnosi di Epifani, che il Pd «è vero, talvolta assomiglia più a uno spazio pubblico che a un partito, però ha tanti bravi amministratori locali… È un partito che ha molti problemi, ma almeno è uno dei pochi non personali ». Almeno, fino a Matteo. Contro l’idea di diventare un «Forza Renzi », come lo definisce l’ex leader Bersani, si coagula il grosso del malcontento dei generali, vecchi e nuovi, e della truppa. Non a caso questo è uno dei cavalli di battaglia su cui insiste Cuperlo, uno che interpreta a meraviglia il comune sentire dell’anima del partito, quella dei funzionari che tirano non il carro del vincitore, ma la carretta da anni. Così non si fa certo sfuggire l’imbeccata di Epifani: «È evidente che il nuovo centrosinistra dovrà convocare delle primarie per scegliere il candidato premier della coalizione… Chi si candiderà non lo so, so però che tra quei candidati io non ci sarò, perché io mi candido a fare il segretario del Pd ». Miglior frase per orgoglio di bandiera non poteva esser pronunciata.
Evidente quindi che la vittoria di Renzi si appoggerà al voto dei non-iscritti, e che questa frattura rischia di essere il Generale Inverno dei renziani. La minaccia di scissione, già evocata a suo tempo da D’Alema, è nei fatti. Anzi, «inevitabile se Renzi farà il Renzi », come sostiene il professor Cacciari. Il clamoroso abbandono di Prodi non è solo vendetta, piuttosto l’ammissione di un fallimento: cosa che il Professore non manca di rilevare da tempo. «Il Pd non è mai nato ». E se persino Enrico Letta dice di «capirne le ragioni », se le polemiche sull’adesione al Pse (che anche Renzi ha preannunciato) lacerano le coscienze dei dc che hanno trovato in Letta il loro campione, si fa presto a capire che le tribù non hanno più nulla da dirsi al di fuori delle logiche di spartizione del potere. La «storia non fa sconti », ricordano i socialisti Nencini e Bobo Craxi. Anche se Epifani la minimizza come «polemica in un bicchier d’acqua », la scelta sarà una sola. Bere o affogare; magari affogare bevendo.


Pdl. Tra falchi e colombe è guerra totale
di Amedeo La Mattina per “La Stampa”
(da “Dagospia”, 11 novembre 2013)

Più che falchi e colombe dovremmo parlare di cani e gatti. Il Pdl che sta correndo a fari spenti nella notte verso Forza Italia è ormai una comunità politica in frantumi, un falò di rapporti umani, un grumo di odii e sospetti. Si guardano in cagnesco, alcuni non si salutano quando si incontrano nei corridoi di Montecitorio e di Palazzo Madama. Anni di comune fede berlusconiana andati in fumo. Capannelli separati, discussioni fitte, «ma appena si avvicina o passa uno dell’altra cordata tutti muti: “zitto, che il nemico ti ascolta” », racconta Alessandra Mussolini.

«Non puoi capire il clima di sospetto nel quale viviamo. L’altro giorno in aula mi arriva una telefonata e mentre parlo prendo appunti. Quando finisco una colomba che mi chiede “con chi stavi parlando? stai raccogliendo le firme per il documento dei falchi, eh?” Io gli rispondo “ma che te ne frega a te? ». Mussolini scuote la chioma bionda, fa un sospiro di dolore. «Finirà che ci saranno più firme sui documenti contrapposti che voti. Chi va al governo sbrocca, le poltrone fanno perdere la trebisonda ».

Due eserciti in rotta, la fine di un idem sentire che brillava di luce riflessa, un partito che girava tutto insieme attorno a Silvio Re Sole. Il quale si è stufato delle «mozioni d’affetto » di Alfano. «Mi dice in continuazione “presidente, lei lo sa che lei per me è come un padre ma non possiamo far cadere il governo”. Io gli dico “non possiamo rimanere con chi vota la mia decadenza” e lui mi risponde “non è il Pd a portarla alla decadenza, ma una sentenza della Cassazione contro la quale non possiamo fare nulla”. Del suo affetto non me ne faccio niente ».

Non ci sono solo motivi politici ad avere trasformato il Pdl in un partito di cani e gatti. C’è l’invidia di chi non è diventato ministro o capogruppo. L’invidia per chi va di più in televisione: Porta a Porta viene monitorato per vedere quante volte Vespa, considerato dai falchi vicino ad Alfano, invita le colombe. Cani e gatti, amicizie rotte, donne che odiano le donne, sospetti e cattiverie sulla senatrice Maria Rosaria Rossi che segue come un’ombra il Cavaliere, ribattezzata la «badante del presidente » ma con un cuore politico che batte per Alfano.

Lei gestisce l’agenda del capo, filtra gli appuntamenti e il suo modo di farlo sembra che non piaccia nemmeno a Marinella Brambilla, la segretaria storica di Berlusconi rientrata in servizio dopo la gravidanza. Non c’è pace neanche a Villa San Martino.

L’ex senatore Giuseppe Saro l’altro giorno è tornato a Palazzo Madama per seguire il caso Cancellieri dal vivo e fare due chiacchiere con vecchi colleghi di partito. È rimasto sbalordito per il deterioramento dei rapporti umani. «Ho trovato una situazione psico-politica devastata. Sentivo parlare di Quagliariello come di un appestato. Si sputtanano l’uno con l’altro. Schifani non viene salutato perché lo accusano di barcamenarsi e vogliono sostituirlo con un falco. Questa classe politica – osserva Saro – non è abituata alla battaglia politica, a discutere dentro il partito. E ora che un ciclo politico è finito c’è la guerra civile ».

Pure alla buvette cani e gatti vanno separati. «Una situazione veramente imbarazzante. L’altro giorno alla Camera – racconta Renata Polverini – mi sono avvicinata a due colleghi siciliani di fede alfaniana, Misuraca e Bosco, e scherzando ho detto “possiamo prenderci un caffè insieme o creiamo un incidente diplomatico? Mi sono trovata in ascensore con Cicchitto e non mi ha detto ciao, solo un freddo e imbarazzato “salve”. Ma cosa ci sta succedendo? ».

«Te lo spiego io », dice Sergio Pizzolante, vicinissmo a Cicchitto. «È stato inserito nel Pdl un virus estremista e devastante che ci allontana dalla cultura di governo. Lo hanno inserito i Santanché, Sallusti, Capezzone, figli di culture minoritarie missine, e radicali. Nel ’94 Berlusconi ha riempito un vuoto politico con Forza Italia. Oggi – sostiene Pizzolante – la rinascita di Forza Italia crea un vuoto politico nel centrodestra moderato e riformista ».

Nervi a fior di pelle. L’altro giorno un misunderstanding tra Verdini e Cicchitto stava finendo alle mani. Cani e gatti non possono più stare nella stessa stanza. Anche Berlusconi ne sta prendendo atto.


Caduto Berlusconi era logico che il Pd si spappolasse
di Filippo Ceccarelli per La Repubblica
(da “Dagospia”, 11 novembre 2013)

Addio Prodi, eh sì, “senza polemica”: e a pensarci bene è proprio quest’assenza di acredine, questo vuoto di animosità, nemmeno l’ombra di una possibile rivalsa, a dare il senso dell’autentico distacco.

Addio Pd. Prevedibile o meno che fosse si consuma l’epilogo, il partito immerso nelle sue più riprovevoli beghe e il Professore che nemmeno ritiene di commentarle perché troppo lontano, anzi ormai “fuori”.

E così solo nella tempestosa vicenda della sinistra italiana poteva insediarsi la figura, al tempo stesso ovvia e contraddittoria, del Vincitore Sconfitto, del Fondatore Rinnegato. Un finto buono, un leader caparbio e tutto sommato gioviale che rinunciando alla tessera e disertando le primarie fa rotolare la più pesante pietra sul sepolcro del partito che per primo e più di ogni altro egli ha voluto.

Certo non il Pd com’è oggi. Il mancato amalgama per eccellenza; un’entità defunta prima ancora di nascere, una congerie di appetiti che tiene insieme il peggio della tradizione comunista e di quella democristiana. Non si fatica a descrivere con severità tale oligarchica e litigiosissima creatura, nel corso degli anni specializzatasi soprattutto nello spegnere qualsiasi speranza, nel far pentire il prima possibile chi, nella solitudine dell’urna, per disperazione ha messo la croce su quel simbolo così freddo e così inutile.

La post-politica vive anche di mimica, per cui forse basta immaginare il faccione di Prodi, già presidente dell’Unione europea, quando ha saputo che in certe zone tesseravano gli albanesi, i bengalini, i rom; e poi anche quando gli hanno detto – è notizia di giornata – che nel pieno del caos congressuale si è riaperta la più ricorrente, comica e vana questione che fin dall’inizio, ma secondo misteriosi e pretestuosi algoritmi, rallegra e affligge il gruppo dirigente, e cioè la collocazione europea del Pd, se cioè esso vada compreso, sia pure ormai in grave ritardo, nell’alveo della socialdemocrazia europea bla-bla-bla; o non si è mai capito bene dove altro, ma l’onorevole Fioroni certo lo sa, potrebbe collocarsi – sempre che non si faccia decidere ai nuovi iscritti extracomunitari.

Tutto insomma lascia pensare che da un certo tempo e con fondate ragioni Romano Prodi si sentisse indifferente al Pd. E ciò senza che in tale comprensibile atteggiamento influisse, su di un piano più personale, quel formidabile tris di fregature, per non dire quelle tre ferite infertagli alle spalle, che gli attuali dirigenti del Pd, in varie e mutevoli combinazioni e perciò anche con ruoli alternati, gli hanno comunque rifilato in appena quindici anni, un record.

Ma nel riepilogarle anche sommariamente, la caduta del suo primo governo (ottobre 1998), la caduta del suo secondo (gennaio 2008), l’impallinamento a volto coperto della candidatura al Quirinale (aprile di quest’anno), più che le oscure e diavolesche mire dei suoi inaffidabili “alleati”, più delle obiettive complicità dei comprimari, da Cossiga a Bertinotti a Mastella, colpisce il senso generale della sua avventura politica e di potere, specie in rapporto al presente.

Per cui, se la parola Ulivo sembra del tutto espunta dal vocabolario politico, più passa il tempo e più Prodi, come leader ma anche come persona, come cultura progettuale e come stile di comando, come esperienza di governo e come tratto di costume, insomma risulta estraneo non solo e non tanto al Pd, ma all’intera scena politica italiana.

A quest’ultima, più che gli obiettivi successi di governo e l’invincibilità elettorale ai danni di Berlusconi, lo tengono semmai inchiodato gli inganni orditi ai suoi danni, che i suddetti inaffidabili “alleati” ogni volta si precipitano a negare, come timorosi della sua vendetta, ma anche per questo, come si è visto mesi orsono, pronti di nuovo a tagliargli l’erba o a tirargli via il tappeto da sotto i piedi.

Così, se si scrive che nel 1998 fu D’Alema, con la partecipazione straordinaria di Marini, a favorire la fuoriuscita di Prodi da Palazzo Chigi, per poi mettercisi lui, guardacaso, ecco che immediatamente insorge il leader Maximo producendo ricostruzioni storiche aggiornate e collaterali; così come, se si ipotizza con qualche pezza d’appoggio che nel 2007 fu Veltroni a preparare al Prof la via del congedo dichiarando ad Orvieto che il Pd sarebbe andato alle elezioni da solo, Walter non solo si avvilisce, “ma è l’unica cosa che ancora oggi mi fa infuriare”.

E allora saranno stati campi magnetici, o frutti d’equivoci, come la standing ovation che precedette la solenne trombatura decretata dai 101 franchi tiratori. E posto che in politica il tradimento è un’entità relativa, e che lo stesso Prodi non è esente da debolezze strutturali ed inconfessati errori, resta un fatto del tutto rimarchevole che egli sia rimasto vittima di gente assai peggiore di lui, e che oggi, da Vincitore Sconfitto trovi assai poco allettante, nel affannoso pista-pista precongressuale, il generico nuovismo di Renzi o l’arcano orizzonte di Cuperlo.


Letto 2020 volte.


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Bart