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Il tradimento è servito: Alfano passa a sinistra

16 Novembre 2013

di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 16 novembre 2013)

Alfano ha gettato il giaccone blu e ha indossato il loden, che dal tempo di Monti è divisa di ordinanza dell’antiberlusconismo, capo senza il quale non si è ammessi nei palazzi che contano, nei salotti buoni della finanza, della borghesia chic, nelle sacrestie.

Ieri sera l’ex delfino ha reso ufficiale il tradimento. Insieme ai suoi ministri e a qualche senatore e deputato lascia Forza Italia per fondare, in compagnia di qualche altro disperato della politica (Casini? Mauro?), un nuovo partito sul modello di Gianfranco Fini. A nulla è valso l’ultimo appello di Berlusconi (che pubblichiamo qui a fianco) per l’unità. Evidentemente, da buon doppiogiochista, aveva già giurato, e non da ieri, fedeltà ad altri. I nomi? Tiro a indovinare: Napolitano, Letta, qualche cardinale, banchiere, alto papavero della magistratura, insomma a gente che può millantare un salvacondotto per la vita politica e personale. Un pezzo di centrodestra passa così a sinistra per completare l’operazione ammazza Berlusconi (decadenza e quant’altro).

Altro che «decisione sofferta ». La loro sofferenza, malcelata, era stare dentro, sporcarsi le mani per difendere i diritti di milioni di italiani che chiedono di mandare a quel paese l’Europa della Merkel, di tagliare il carrozzone dello Stato, di pagare meno tasse, di non essere spiati e perseguitati da una magistratura folle. Hanno preso i voti di questi italiani con la menzogna e l’imbroglio per consegnarli al nemico statalista, alle banche, alle procure, agli euroburocrati. Pazienza. Anzi. Meglio così. Da oggi Forza Italia è più libera, indebolita in Parlamento, ma sicuramente più forte tra la sua gente. E siccome prima o poi (scommetto più prima) si tornerà a votare, la verità verrà a galla. Perché un conto è fare le rivoluzioni a tavolino tradendo partito ed elettori, altro è chiedere al popolo il mandato a rivoluzionare lo Stato. E nelle urne è certo che questa combriccola farà la fine di altri imbroglioni, vedi Fini, vedi Monti e la sua promessa il giorno dell’insediamento: non scenderò mai in campo come soggetto politico.

Anche se fossi in Letta non stapperei champagne. Primo perché imbarcare traditori porta sfiga, secondo perché chi tradisce una volta tradirà sempre, terzo perché il suo governo è più di là che di qua già per gli affari suoi (caso Cancellieri e bocciatura europea della manovra). Anche il vecchio Napolitano non lo vedo bene. Dopo le sòle Monti e larghe intese, ora ci rifila quella Alfano. Le prova tutte per liberarsi di noi e consegnare il Paese ai suoi vecchi compagni comunisti. Ha avvelenato i pozzi, pensa di essere il più furbo di tutti. Ma in vita non ne ha mai azzeccata una (arrivò persino ad applaudire l’invasione sovietica dell’Ungheria e gli eccidi che ne seguirono). E questa operazione, che porta la sua firma, sarà l’ennesima patacca che si porterà nella tomba.


Così gli scissionisti aiutano la sinistra
di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 16 novembre 2013)

Quando un partito sta per spaccarsi, c’è sempre qualche personaggio patetico che invoca l’unità. Proverò ad assolvere questo compito: ma che genere di appello si può fare? Ai sentimenti, con la lacrima sul ciglio? Non ha spina dorsale.

Forse un accenno al bene comune che deve tutelare un partito fortemente riformista (almeno nelle intenzioni) e radicalmente alternativo alla sinistra. Quale? Impedire – per il bene del Paese – che la sinistra italiana vada al potere.
Confesso di avere un debole per Cuperlo, intellettuale per bene e molto preparato: peccato che i suoi sogni non coincidano con i miei di liberale. Matteo Renzi, che ha di buono soltanto una nascita fuori dal Pci, si rivela un personaggio vociferante e inquietante, più simile al ritratto che ne fa Crozza che ad un programma politico. Ricordiamo che la sinistra italiana è diversa e non migliore di quelle occidentali perché è l’esito di un cocktail fra cattolici di sinistra e post comunisti, assediata dai parolai pugliesi come Nichi Vendola che è un venditore di fumo e di parole banali e politicamente corrette, ovvero intrise di ipocrisia.

Se il centrodestra berlusconiano si spacca, si sbriciola, quella sinistra italiana che è peggiore di tutte le sinistre europee vincerà e realizzerà il vagheggiato sogno di Achille Occhetto e della sua poco gioiosa macchina da guerra che la discesa in campo di Berlusconi smontò. La sinistra in Italia è sempre minoritaria. È rifiutata dalla maggioranza dagli italiani, che però sono soggetti a ventate di emozioni, come accadde quando resero un forte omaggio elettorale alla memoria di Enrico Berlinguer che aveva il suo bel quid. Ma a parte qualche sussulto, la sinistra in Italia non passa a meno che la destra si spacchi (con un troncone disposto al collaborazionismo, comunque lo si voglia chiamare) oppure diserti in massa le urne, o voti Grillo… Personalmente detesto l’aggettivo «moderato » perché la borghesia è per sua vocazione rivoluzionaria e radicale, chiede la rivoluzione liberale che non si è mai vista, vuole vedere tutelata prima di tutto la libertà del singolo cittadino per la cui dignità chiede a gran voce rispetto sacrale. Detto per inciso: il mito della società fondata sul lavoro è insieme un mito fascista e sovietico (vedi tutta l’iconografia russa): energumeni con falce e martello o con fasci littori, sudati e senza un lampo di intelligenza che ricordano tutti il trinariciuto di Guareschi, l’agit-prop ottuso che porta in giro la parola del partito. La nostra deve essere una Repubblica basata sulla libertà e la dignità e lo Stato deve creare le condizioni perché il lavoro si crei, ma non può né deve garantirlo perché non è il suo mestiere.

Basterebbe questo semplice punto per separare una volta e per tutte la sinistra italiana dalla maggioranza dei cittadini. Una scissione con una emigrazione comunque collaborazionista (non nel senso bellico, ma ideologico sì) segnerebbe la fine del diritto di rappresentanza della maggior parte degli italiani. È questo il punto che determina e illustra la funzione catalizzatrice svolta da Berlusconi per una tenuta dello schieramento che raccoglie e polarizza la maggioranza degli italiani di natura liberale, apolitica, insofferente, anarchica, borghese, fuggita dalla sinistra, intellettuale ma con il bavaglio, intimidita, borghese. Attenzione: è anche il gregge su cui punta Matteo Renzi con la sua retorica scamiciata e Matteo Renzi ha bisogno, per le sue asfaltature, di avere Berlusconi del tutto fuori gioco politico, prescindere dagli effetti della sentenza. E poi, non se ve ne siete accorti, ma al centro non c’è spazio. Il centro è un non luogo, è un buco nero che ha già inghiottito Fini, Casini, Rutelli e ora anche Mario Monti. L’Italia di oggi è per sua natura bipolare con una gobba che per ora sembra seguire il destino del soufflé che si affloscia. Inoltre, un governo delle piccole intese povero di forze parlamentari e di nerbo politico farebbe prima o poi la fine di Prodi nel 2008. E a quel punto, dove penserebbero di collocarsi i dissidenti scissionisti? Quanti si salveranno dal naufragio? E allora si chiederanno: valeva davvero la pena?


Le responsabilità di Napolitano
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 16 novembre 2013)

Giorgio Napolitano è diventato come Giuseppe Garibaldi alla fine dell’Ottocento. Di lui non si può parlare male. E chi lo fa diventa un reprobo da trattare a colpi di sdegno, condanna ed esecrazione politicamente corretti. Il ruolo di empio eversore della santità del Capo dello Stato è normalmente ricoperto da Beppe Grillo, che di questa etichetta ne ha fatto una caratteristica per marcare la sua natura di leader anti-sistema. Ma qualche volta tocca anche a Sandro Bondi, che dal versante opposto di tanto in tanto lancia stilettate all’inquilino del Quirinale accusandolo di non aver “tutelato” Silvio Berlusconi.

Giovedì scorso Giorgio Napolitano, nel saluto a Papa Bergoglio, ha espresso preoccupazione per la situazione politica italiana definendola segnata da “esasperazioni di parte in un clima avvelenato e destabilizzante”. E subito il falco Bondi ha bruciato sul tempo Grillo accusando il Presidente della Repubblica di non aver mosso un dito per evitare e rimuovere queste esasperazioni ed incassando la consueta raffica di proteste all’insegna dello sdegno, della condanna e dell’esecrazione. Bondi ha fatto la pipì fuori dal vaso? In realtà ha messo il dito su una piaga reale. Che è quella della scelta del Presidente della Repubblica di attenersi rigidamente alle proprie prerogative e competenze presidenziali per non interferire in alcun modo nella vicenda giudiziaria e politica di Silvio Berlusconi. Formalmente la scelta di Napolitano non fa una piega.

Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. E poiché la legge ha condannato il cittadino Berlusconi, il Capo dello Stato non può fare altro che attenersi alle regole che gli impongono un comportamento neutro. Ma Berlusconi è un cittadino normale che un buon terzo di italiani da oltre vent’anni ha scelto come proprio rappresentante principale e che, soprattutto, agli occhi di questa larga fetta di società nazionale è considerato vittima di un’ingiusta ed interminabile persecuzione giudiziaria.

E può un Presidente della Repubblica che negli ultimi due anni ha scavalcato ogni forma di ingabbiamento formalistico per incidere pesantemente sull’andamento della vita pubblica del Paese trattare in forma neutra una vicenda che oltre ad incidere sulla credibilità della democrazia italiana costituisce oggettivamente una delle cause principali di quelle tensioni ed esasperazioni di parte che rendono il clima italiano “avvelenato e destabilizzante”? Bondi, allora, non ha tutti i torti nel rilevare che Napolitano predica bene ma nel caso Berlusconi razzola male.

E non perché dal Capo dello Stato ci si sarebbe aspettato un qualche intervento improprio sulla magistratura o la decisione di dare la grazia al leader del Pdl-Forza Italia infischiandosene delle regole che impediscono al momento un atto del genere. Ma perché da Napolitano ci si sarebbe aspettato un po’ di quella moral suasion che dispensa giornalmente a piene mani su ogni vicenda politica nazionale per convincere i suoi vecchi compagni di partito ora alla guida del Pd di evitare ogni forzatura politica nei confronti dell’alleato delle larghe intese e di lasciare fare il “lavoro sporco” alla magistratura.

Questa moral suasion non c’è stata. Napolitano non ha battuto ciglio di fronte alla volontà del Pd di infilare sulla picca del voto palese la testa di Berlusconi per esporla di fronte al suo popolo festante. Perché non poteva o perché sperava che l’eliminazione politica di Berlusconi avrebbe, a differenza di quella giudiziaria, provocato la scissione del Pdl ed il rafforzamento del quadro politico da lui costruito negli ultimi due anni? L’interrogativo è aperto. Ed è proprio un interrogativo del genere che permette a Sandro Bondi di imitare il poeta e di dire che il “mondo ancor l’offende”?


Il primo atto del “dopo Berlusconi”
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 16 novembre 2013)

La rottura maturata nel partito berlusconiano, con la decisione di Alfano e dei governativi del Pdl di dar vita a gruppi parlamentari distinti dalla rinata «Forza Italia », e intitolati a un «Nuovo centrodestra italiano », avrà conseguenze politiche immediate e di prospettiva. La prima e più importante è che il governo è salvo, ha una nuova maggioranza più ristretta, ma (ci si augura) più coesa, e di fronte a sé un’opposizione più forte, in cui Berlusconi e Grillo faranno a gara ad assestare colpi a Letta e a rendergli la vita impossibile in Parlamento e nel Paese.

Nel giorno in cui la Commissione europea ha duramente richiamato l’Italia per i conti pubblici a rischio, le incertezze della legge di stabilità e per lo spettacolo intollerabile delle Camere sepolte da migliaia di emendamenti, la svolta potrà essere salutata positivamente a Bruxelles, perché consente una ridefinizione più rapida delle scelte più difficili di politica economica, e perché Letta, da oggi, guiderà una coalizione legata a più forti convinzioni europeiste, anche se questo farà sì che parallelamente, nel campo più largo delle opposizioni, aumentino le pulsioni anti-euro, con tutto quel che comportano in vista della prossima campagna elettorale per il Parlamento di Strasburgo.

La nuova maggioranza delle piccole-larghe intese (occorrerà trovare un altro modo per definirla, ma intanto questa è, dal momento che Alfano e i suoi insistono a definirsi di centrodestra) ha contorni abbastanza frastagliati e in via di definizione. Contemporaneamente alla rottura nel Pdl ieri non a caso maturava un’altra scissione in ambito montiano: il leader dell’Udc Casini e il ministro della Difesa Mauro abbandonavano il sofferente partito dell’ex presidente del Consiglio, in vista, par di capire, di accasarsi con i transfughi del Pdl o comunque di favorire un rassemblement nel centro che guarda al centrodestra. Tra i motivi di quest’altra rottura le critiche, indurite di recente, di Monti nei confronti di Letta, anche se il senatore a vita non pensa certo a passare all’opposizione.

Inoltre nel Pd che ribolle di divisioni, in vista delle primarie e della riapertura del caso Cancellieri – dopo le rivelazioni su nuove telefonate, della ministra o di suoi familiari, al fratello di Ligresti, Antonino -, quel che è accaduto nel centrodestra è di sicuro destinato a provocare conseguenze. Non solo perché negli ultimi giorni, man mano che la scadenza del voto dell’8 dicembre e dell’annunciata vittoria di Renzi si avvicina, crescono le tensioni interne e da qualche parte si è arrivati a minacciare scissioni, ma per il semplice motivo che i contorni della nuova maggioranza scaricano sul Pd il peso maggiore del sostegno al governo. Immaginare che effetto avrà questo sul sindaco di Firenze, fin qui il più tiepido sostenitore delle larghe intese, è prematuro. Ma è impossibile che possa piacergli il nuovo scenario: con il governo che tutti i giorni fa i compiti rigorosi richiesti da Bruxelles, e Berlusconi e Grillo che gli sparano addosso.

Per valutare bene le prospettive del nuovo quadro politico, occorrerà dunque mettere in conto anche una robusta dose di movimentismo renziano, che nell’immediato si eserciterà sulla riforma elettorale, la più urgente delle scadenze, dopo l’approvazione della legge di stabilità che a questo punto si potrebbe dare per scontata. Il paradosso è che Matteo Renzi è rimasto il solo, o quasi il solo, a sostenere il bipolarismo, anche di fronte a un panorama politico in cui i poli, con Grillo, sono diventati tre, e da ieri quattro o cinque o non si sa quanti. La maggior parte degli alleati del governo infatti puntano chiaramente a un ritorno al proporzionale puro, cioè alla legge che garantisce l’esistenza di qualsiasi partito o partitino da solo, e toglie la scelta dei governi agli elettori, che con il maggioritario l’avevano sempre avuta negli ultimi vent’anni, tranne nel 2013. Può darsi che, imprevedibilmente, Renzi, se vorrà opporsi al ritorno all’indietro, trovi sulla sua strada come inaspettato alleato proprio Berlusconi. Ma è inutile nasconderlo: il Cavaliere è ormai stanco, sta per decadere da senatore e finire ai servizi sociali, l’altro giorno s’è perfino lasciato scappare che se ne andrebbe volentieri ad Antigua. Ed è il primo a sapere che quel che è accaduto nel suo campo, contro la sua volontà, ha il sapore amaro del dopo-Berlusconi. L’uomo-simbolo del Ventennio, che resterà famoso per le sue intuizioni, non poteva immaginare che dalle ceneri della Seconda Repubblica sarebbe nato qualcosa che ricorda molto la Prima.


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1 commento

  1. Commento by enzo — 17 Novembre 2013 @ 01:01

    Una astuta mossa politica. La sinistra non vincerà neanche alle prossime elezioni nazionali. Berlusconi e Alfano sono d’accordo su quasi tutto.

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